Daniele – parte undicesima

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Foto personale

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Daniele rovistò nel mobile basso alla ricerca di qualcosa da offrire alle due ragazze. Toccò una scatola di ferro. “Toh! Biscotti danesi! Da dove sbucano?” disse, mentre controllava la scadenza. Ancora un paio di mesi alla data. Non gli garbava offrire un prodotto scaduto.

Biscotti e bevande per tutti” era l’affermazione allegra, mentre disponeva sul tavolino il vassoio.

Il pensiero di Daniele era rivolto a quelle persone che lo avevano seguito dall’aeroporto. Dalle finestre del bilocale la visuale era molta ridotta. Quindi doveva scendere in strada per controllare. ‘Devo trovare una scusa’ pensò il ragazzo, finendo di bere il caffè.

Vado all’enoteca all’angolo” disse Daniele, infilandosi il giaccone. E sparì alla loro vista.

Alzò il bavero per ripararsi da un vento pungente. Delle due donne non c’era traccia, mentre rimaneva uno dei due uomini. Juan sembrava sparito o forse si era infilato in un bar delle adiacenze per ingannare il tempo. L’altro, seduto in macchina con un giornale aperto, sbirciava le sue mosse. Daniele si diresse verso l’enoteca, seguito dallo sguardo curioso dell’uomo. Sapeva di essere seguito ma finse di ignorare la sua presenza.

Nell’attesa che Mario, il proprietario, incartasse le due bottiglie di rosso comprate, Daniele rifletté sulla situazione. In strada una, o forse due persone, sorvegliavano il suo portone. Chi fosse il sorvegliato aveva poca importanza. Non era simpatica la cosa, né poteva contrastarla. Per il momento doveva subire. Nel suo bilocale c’erano due ragazze, un tempo amiche, ma adesso in contrasto tra loro. Per quali motivi? È Natalia che le divide? Inutile scervellarsi. Doveva avere pazienza. Però un dubbio affiorò nella sua mente. Era Sara. Non se ne sarebbe liberato facilmente. ‘Non posso invitarla a restare. C’è già Natalina, che deve parlarmi’. Distrattamente pagò il conto, salutando Mario, prima di avviarsi verso casa.

Nel bilocale rischiarato da un abatjour, che formava strane ombre sulle pareti, sui lati opposti del divano stavano le due ragazze, sempre attente a non incrociare gli sguardi o a sfiorarsi. Nemmeno per sbaglio. Con calma finirono di bere tè e cioccolata, piluccando qualche biscotto al burro. Più per inerzia che per fame. Nessuno o pochi rumori arrivavano dalla strada. Un sabato sera stranamente silenzioso come la stanza dove stavano le due ragazze.

Sara ricordò quanto fosse stato turbolento il periodo veneziano. Rivide il viso di Juan, dal naso affilato come una lama. Lo aveva diviso con Natalia per la disperazione di Ana, la più vecchia delle due sorelle. ‘Vecchia?’ Un sorriso si increspò sulle sue labbra. Aveva solo due anni più di loro. Quello che però non comprendeva in Daniele era la sua ostinazione a rinvangare quel lontano periodo. ‘Cosa c’entra con la sparizione di Natalia?’ si domandò senza trovare una risposta convincente. Non era certamente in quegli anni la chiave per risolvere l’enigma, che poi tale non era.

Altri flash illuminavano la sua mente. Nella camera d’ospedale rivedeva Ana e Natalia chine, l’una sull’altra, quasi a schermarsi da una minaccia oscura che traspariva dagli sguardi dei medici. Si chiese quando avesse cominciato a sbagliare. Tuttavia si sa che ammettere gli errori non è umano e si persevera nel tempo, fece Sara. In un modo o nell’altro tutti e tre erano finiti lontani dalla sua vita. Erano vissuti senza di lei e avrebbero continuato a farlo, se qualcuno non avesse deciso di sviare il corso della sua vita.

Sara rifletteva curiosa e stanca sui motivi per i quali era lì, su quel divano. ‘Natalia? Forse. Dell’amica non mi importa nulla’. Un senso di frustrazione o forse di colpa adesso faceva capolino nella sua mente. Lisa subito dopo la nascita era stata affidata ad Ana, che era volata a Coimbra. Di loro non aveva saputo più nulla. ‘Di Juan non so. L’ho perso di vista. È sparito dalla mia vita. Mi è sembrato di averlo intravvisto sotto casa di Daniele. Ma forse è qualcuno che ci assomiglia. Non è possibile che dopo quasi quindici anni abbia la medesima fisionomia, come se il tempo si fosse cristallizzato. Non sembra avermi riconosciuta e questo mi fa pensare che non sia lui. Ma francamente non capisco cosa ci faccia lì’. Lisa doveva avere quasi quindici anni ormai. Aveva ingannato Juan, dicendogli che era figlia sua. In realtà era il frutto dell’ultima notte d’amore con Daniele, prima di partire per Venezia. Lui lo ignorava. Natalia aveva giurato di non rivelare il segreto. Un medico compiacente l’aveva registrata come figlia di Ana. Tuttavia adesso avrebbe voluto rivederla, stringerla ma non poteva. Era nei patti con la compagna portoghese. ‘Io prendo Lisa. Ma tu non dovrai mai cercarla, né vederla’. ‘E se lo facessi?’ provò a sfidarla Sara. ‘Te ne pentiresti’ era stata la secca risposta di Ana, mentre si imbarcava a Tessera con quel tenero fagottino tra le braccia. Però il richiamo era forte. Forse un giorno lo farò, si disse mentre cambiava argomento di riflessione.

Daniele non avrebbe mai potuto immaginare con quanta imperiosità sapeva farsi avanti la voce del sangue. Lei lo stava subendo. Lui ci provava. Dalla sua ex compagna cercava di strappare quel segreto custodito per quindici anni. Lei era decisa a non rivelarlo. ‘Per quanto?’ Scosse la testa come per scacciare tutti questi pensieri che si affollavano dentro.

Natalina nel frattempo si dava dell’ingenua. Non aveva mai voluto aprire gli occhi. Aveva ascoltato tutto quello che le raccontava sua sorella senza battere ciglio. Eppure era stato sufficiente ascoltare la lucida razionalità di Daniele per capire tutti i suoi errori nel dare credito alla sorella. Però adesso doveva rintracciare Natalia e metterla al sicuro, sperando di non arrivare troppo tardi.

Mentre in silenzio ascoltava le parole di Daniele, brandelli di conversazione affioravano nitidi nella mente. Natalia le aveva raccontato di feste in maschera durante il carnevale, di pranzi e cene nei locali più esclusivi tra Venezia e Padova, delle spese faraoniche di vestiti. Non ho mai chiesto come facesse avere tutta quella disponibilità. Rimanevo a bocca aperta e sognavo con lei. Ammise che era stata troppa ingenua, perché la realtà balzava agli occhi diversa. Eppure quando sua sorella si era fatta viva dopo quasi due anni di silenzio assoluto, non si era posta nessuna domanda. Sono partita, piantando tutto e tutti. Ho sentito che era in pericolo mortale. Chi, se non Daniele, mi avrebbe potuto aiutare? Convenne che era stata reticente di fronte alle domande di Daniele ma la presenza di Sara la condizionava. Sperava che se ne andasse in fretta per poter parlare apertamente con lui. Adesso si sentiva frenata. Quando prima di partire si era messa in contatto con lei, l’aveva percepita fredda e irritata, come se la cosa non la riguardasse. Eppure in questo momento non aveva dubbi sul suo coinvolgimento nella storia di sua sorella. ‘Sì, ha ragione Daniele. Tutto è cominciato in quegli anni veneziani. Avrei dovuto incolpare Sara di tutto quello che è capitato a Natalia. Con quali argomentazioni?’ Non aveva appigli, né prove che Sara avesse traviato e plagiato sua sorella. Di certo avrebbe detto che invece era dipeso tutto da Natalia. Ricordava bene, come se fosse avvenuto da pochi secondi, che al suo ritorno aveva farfugliato una scusa incoerente. ‘Ero stanca di stare lontano da voi, da Roma’ aveva detto ai suoi genitori. Niente di più falso. E poi quel Carlo chi era? Aveva ragione Daniele con quella battuta velenosa sulla mantenuta di lusso. Aveva colto nel segno. Lui era sempre lucido nelle sue affermazioni.

Sussultò sentendo la porta d’ingresso aprirsi e chiudere. Immersa nei suoi pensieri Natalina aveva perso il senso del tempo. Quasi non ricordava che Daniele fosse uscito. ‘Quanto tempo è passato?’ Lo sentì armeggiare in cucina.

Sara non si mosse. La finestra divideva il mondo della stanza da quello esterno. Il buio della sera mostrava il lieve chiarore dei lampioni stradali.

Che fate al buio?” domandò Daniele, accendendo la lampada centrale per illuminare il soggiorno. Guardò l’ora. Erano quasi le diciannove. Le ore erano volate. Lui non sapeva come mandare via Sara. Sperava che fosse lei a deciderlo senza nessuna sollecitazione.

La vista di Natalina si posò sulla libreria, mentre Daniele lanciava la sua proposta. I libri appoggiati sulla mensola, ricoperti da un velo di polvere che riluceva sotto la luce artificiale del lampadario. Avvertì la mancanza di una donna in quella casa per la seconda volta. La pulizia e l’ordine erano optional costosi, dei quali Daniele aveva fatto a meno. Vagamente ascoltò le sue parole.

Facciamo un salto da Toio a Torre Argentina?” stava dicendo il ragazzo, passando lo sguardo da Sara a Natalina.

Sara strinse le labbra, mentre esplorava con l’occhio la parete. Erano i quadri o meglio le riproduzione di celebri dipinti a incuriosirla, come se lei fosse in una bolla di sapone. Il soggiorno non era enorme, come pure il resto dell’appartamento, ma c’erano troppe cose non ben amalgamate stipate lì dentro. Una tipica casa da single. La proposta di Daniele non le faceva né caldo né freddo. Era indifferente. Visto che Natalina era Roma, non capiva il motivo per il quale non era a casa dai genitori. Avrebbe voluto chiederlo ma rimase in silenzio.

Ho capito. Nessun passaggio in trattoria”.

Natalina raggiunse Daniele in cucina.

[Continua]

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  1. Una trama avvincente e soprattutto ben intrecciata.
    Ognuno sa qualcosa ma non abbastanza di Natalia e Daniele deve amalgamare tutti i loro ricordi e le loro parole per arrivare alla verità.
    La curiosità di conoscere cos’ha da dire Natalina a Daniele è tanta. Lei lo sta raggiungendo in cucina, io aspetterò qui, appollaiata sulla porta del tuo blog, in attesa della dodicesima parte che sono sicura conterrà qualche indizio importante.
    Un abbraccio 🙂

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  2. A volte ci può “far comodo” credere, per non soffrire.
    Possiamo così far finta di niente, rimandare il problema.
    Di persone oneste e sincere sono convinta che ne esistano poche. E poche sanno farsi aiutare ma in realtà sarebbe la cosa più facile… se solo non esistesse quel malefico orgoglio personale…
    Ciao.

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