Archivio mensile:marzo 2017

Daniele – parte diciassettesima

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foto personale

Il cielo era terso, luminoso come può essere a Roma in gennaio, quando la tramontana spazza via nuvole e inquinanti. La vista poteva spaziare lontana, mentre i gabbiani intrecciavano i loro voli. La cima del pino ondeggiava sotto il vento impetuoso. Nessun rumore penetrava nella stanza, solo lo sguardo assorto di Sara fissava un punto lontano dal suo bilocale all’ultimo piano.

A volte ritornano” disse, “e fanno male”.

Tornò a fissare l’orizzonte come se questo potesse suggerirle le risposte, che invece doveva trovare dentro di sé. Riavvolse il filo dei ricordi. Di quanti anni? Di molti, almeno quindici. Non pochi. Quasi metà della sua vita. Eppure aveva solo trentacinque anni. Un’età che consente di guardare indietro col filtro della maturità e osservare il futuro con il senso della consapevolezza di avere una vita davanti da sé.

La visita della sera precedente era stata uno choc. Un colpo tremendo. Prima Daniele, mentre l’accompagnava a casa, aveva fatto un accenno a Juan. ‘Di certo non è lui’ aveva pensato, mentre i fari illuminavano fugacemente il viso di una persona. Quel ragazzo muscoloso e aitante, che aveva conosciuto a Venezia non poteva rimanere uguale dopo quindici anni. Il tempo corre, si disse, e noi non rimaniamo uguali.

Nello specchio dell’ingresso tutti i giorni vedeva che i segni si facevano più marcati. Le zampe di gallina attorno agli occhi. I segni delle rughe sulla fronte. I capelli meno folti. Erano tutti segnali esteriori che giorno dopo giorno invecchiava. Quindi nemmeno Juan poteva restare identico a quando l’aveva conosciuto a Venezia. Un colpo di fulmine l’aveva travolta. Una passione ardente ma effimera. Poi dopo la nascita di Lisa l’aveva allontanato, cancellandolo dalla sua mente. Lui aveva sempre creduto che la figlia fosse sua. ‘Povero sciocco!’ si disse con un sorriso stanco. ‘Sei arrivato secondo!’

Imperioso tornò il ricordo di ieri sera. “A volte ritornano e fanno male” ripeté stancamente.

Era da pochi minuti in casa, quando qualcuno suonò chiedendo di salire. Non poteva non impedirlo. Rammentava bene che quelle persone stazionavano vicino al portone d’ingresso del suo palazzone. Un blocco grigio di sei piani nella periferia di Roma. Non ho potuto. L’ho riconosciuta. Ho capito subito chi era. Il sangue non mente. Le ho fatte entrare, perché conoscevo il motivo di quella visita. Sapevo che prima o poi a volte ritornano. E questo era avvenuto.

Sara si strinse con le braccia le gambe e tornò a guardare fuori. Il sole era alto nel cielo, come può esserlo in gennaio. Un colloquio penoso. Ricordava ogni singola parola.

Ciao” disse entrando.

Ciao” rispose Sara con accento irritato.

L’ingresso dava direttamente sul soggiorno. Un tavolo rotondo, due poltrone in un angolo. Un mobile basso appoggiato alla parete. Era il colpo d’occhio che presentava, accedendo all’appartamento di Sara.

Si accomodarono sulle due poltrone in silenzio, mentre lei prendeva una sedia. C’era imbarazzo e si avvertiva in pieno. Sara le osservò ma non disse niente. Aspettava che parlassero. Anzi che parlasse. L’altra era troppo giovane per dire qualcosa.

Come sta tua sorella?” fece Sara per mettere fine a quell’atmosfera surreale.

La donna strinse le labbra e gli occhi si inumidirono.

È morta” rispose seccamente.

Sara aprì e chiuse la bocca. Non si aspettava questa risposta. “Ana è morta?”

Sì” confermò Eliseu con la testa.

Sara spostò lo sguardo sulla ragazzina. Un groppo le tolse il fiato. Gli occhi annaspavano alla ricerca di un punto fermo. La notizia era un vero choc. Immaginava tutto ma non che fosse morta.

Se anni prima aveva dei dubbi, adesso erano fugati. ‘Il seme non può essere che uno’ pensò, riacquistando un minimo di lucidità. Quella fossetta sul mento, quegli occhi color nocciola e il loro taglio era un imprinting inequivocabile. Il viso franco dal colorito bianco non poteva che essere quello di suo padre. Si commosse. Un flash. Ricordava una neonata con pochi peli biondicci sulla testa dalla corporatura minuta ma dalla voce gagliarda. Poi il buio. ‘A volte ritornano e fanno male’ si ripeté, avvertendo una lacrima bagnarle il viso.

Questa è Clara” disse Eliseu, vedendo il suo sguardo smarrito e commosso.

Clara?” replicò Sara sorpresa. Per lei era Lisa e non Clara.

Eliseu accennò a un sorriso, osservando il suo stupore nel sentire questo nome. Ana, sua sorella, aveva insistito nella registrazione all’anagrafe con questo nome. Gli accordi era che dovesse chiamarsi Lisa ma sua sorella era stata irremovibile. ‘È mia figlia e il nome lo scelgo io’ aveva ribadito senza arretrare di un millimetro.

Clara” disse la donna, volgendosi verso la ragazzina. “Questa è la tua vera madre. Ana lo è stata finché ha vissuto e ti ha voluto tanto bene. Ma ora devi conoscere quella naturale”.

Zia” disse sotto voce Clara, “per me Ana sarà sempre mia madre e la ricorderò come tale”.

Sara avvertì una fitta nel costato. Sua figlia la stava rinnegando. ‘Non posso meritare nulla di più’ convenne, abbassando gli occhi. “L’ho ripudiata un’ora dopo la nascita. Non posso pretendere gratitudine’. Però c’era qualcosa che non tornava. Parlava un italiano perfetto con un lieve accento veneto. Questo la sorprese.

Ma dove sono vissute Ana e …”. Sara non riuscì a pronunciare Clara. Le mancò la voce.

Clara” suggerì Eliseu.

Sara annuì col capo.

In Italia. In particolare a Vicenza. È volata a Coimbra il tempo necessario per le registrazioni. Poi è tornata” spiegò Eliseu.

Sara non osò chiedere come fosse morta Ana ma Eliseu le lesse la domanda negli occhi.

Un tumore all’utero se l’è portata via in sei mesi. La settimana scorsa è stata sepolta a Vicenza. Io non ho potuto assistervi. Sono arrivata ieri da New York. Ho fatto il viaggio con Natalia ma lei ha finto di non conoscermi”.

Sara sobbalza. Con Natalia? Non è possibile, pensò. Poi ebbe un flash. Ha scambiato Natalina per sua sorella. Non rivelerò che ha preso un abbaglio.

Come mai a Roma e non a Vicenza?” chiede Sara perplessa.

Eliseu sorrise. Si aspettava la domanda.

Clara è a Roma col patrigno” spiegò la donna. “Ana si è sposata con Juan. Ricordi l’addetto al consolato di Venezia? Però da diversi anni è stato trasferito all’ambasciata di Roma. Ana e Clara sono rimaste a Vicenza”.

Dunque era chiarito anche che fine avesse fatto il suo Juan. Però a Sara tutte queste chiacchiere interessavano in modo relativo. Intuiva che lo scopo della visita era un altro.

Mi domando” fece Eliseu, “perché Natalia abbia finto di non conoscermi?”

Ritenne inutile perdere tempo su questo tema, preferì andare al sodo.

Immagino che l’obiettivo del nostro incontro sia un altro, oltre a quello doloroso della morte di Ana” disse Sara, puntando gli occhi su Eliseu.

La donna rise. Sara non era cambiata per nulla da quando l’aveva conosciuta. Sempre intuitiva e determinata. Puntava al concreto senza tanti giri di parole.

Hai ragione. Clara vorrebbe conoscere suo padre. Ana glielo aveva promesso ma la malattia ha vanificato tutto. Prima di lasciarci mi ha chiesto di farlo”.

Sara rifletté su questo punto. Poi decise. “Ecco il suo numero di telefono” e lo dettò a Eliseu.

Clara era rimasta sempre attenta ma in silenzio. Aveva ascoltato tutto senza battere ciglio. Composta ed educata non vedeva il momento per parlare finalmente con suo padre. Sara le rimaneva antipatica. Non era scattato nulla che la facesse desiderare di abbracciarla. Si alzò, facendo capire che la visita era terminata.

Sara tornò a scrutare l’esterno. Il ricordo dell’incontro della sera precedente le bruciava ancora. Sua figlia l’aveva trattata con freddezza e le aveva fatto intendere chiaramente che non avrebbe desiderato intrattenere rapporti con lei.

Chissà se Lisa ha chiamato suo padre?”

Stava per comporre il numero ma si fermò.

[Continua]

la mia storia – miniesercizio 13

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Scrivere creativo propone una nuova sfida su 100 parole. Vesto i panni di un bambino e osservo la loro fotografia

Cosa vedo?

La luna! A naso in su Alberto scruta il cielo. Vola la fantasia. Immagina di stare su un razzo sparato verso il cielo che è ancora azzurro nonostante la sera si avvicini.

Alberto è un bambino vivace come sono quelli di oggi. E adesso sale verso quel mondo magico che gli hanno descritto ricoperto di polvere e argento. Mentre sale si volta indietro e vede la terra che si allontana. Il mare verde e la pianura marrone. I fiumi color vinaccia. Ma è la luna l’obiettivo, che si avvicina.

Presto, Alberto. Dice la madre strattonandolo. Torna coi piedi per terra.

Daniele – parte sedicesima

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foto personale

Sotto la doccia Daniele rifletteva con due domande sempre a fior di bocca. ‘Lisa esiste? Se sì, è mia figlia?’ e l’altra ‘perché Natalina è partita in fretta e furia dal Brasile per cercare di scovare la sorella?’ Tuttavia non erano i soli. C’era da capire gli ultimi movimenti di Natalia prima del precipitoso rientro a Roma. Poi in questi nove anni come aveva vissuto, visto che non aveva un lavoro. Su questo punto c’era certezza. Ne aveva parlato con lei più volte, ricevendo risposte evasive. Infine dove andava, quando spariva senza dire nulla per un mese o due. In conclusione un bel mazzo di quesiti a cui si aggiungevano quelli del periodo veneziano.

È vero che Sara ha negato l’esistenza di una figlia ma Natalia l’aveva ammesso un giorno che facevano colazione a piazza Navona. Lisa non è un nome inventato’.

Si stava risciacquando, quando Natalina si intrufolò dentro. ‘Benedetta ragazza!’ sospirò, mentre le sue mani percorrevano il suo corpo.

Se Daniele voleva recuperare il tempo perduto, Natalina pareva avida di amore. Sembrava una molla sempre carica. Questa volta non fu il trillo del telefono a spegnere i bollenti spiriti ma il getto di acqua che diventò di colpo gelido. Risero teneramente abbracciati, mentre lui chiudeva con una mano il flusso freddo. Daniele infilò il suo accappatoio alla ragazza e cominciò a strofinarla con energia per riscaldarla.

Ti prendi un colpo!” affermò Natalina, vedendo la pelle d’oca del corpo di Daniele.

L’erba cattiva non muore mai!” rimbeccò il ragazzo, avvolgendosi in un telo di spugna. “Non mi hai ancora detto cosa vuoi fare. Andiamo in trattoria oppure ci facciamo qualcosa di veloce in casa?”

La ragazza rise, infilando le ciabatte di Daniele. “Che domanda sciocca! E chi vuole avventurarsi fuori? Stiamo divinamente qui”.

Infilata una t-shirt di Daniele, che le faceva da mini vestito e i pantaloni della felpa, Natalina era pronta con i capelli ancora umidi. Nonostante cadesse abbondante sul suo corpo minuto, si notavano i segni dei capezzoli sul tessuto. Il ragazzo mise una polo azzurra e i pantaloni blu della tuta. Erano pronti per la cucina.

Si vede che manca il tocco femminile. Quello attuale è scarso” rise Natalina per la sua battuta sciocca, mentre rovistava nei pensili alla ricerca della pasta e della passata di pomodoro.

Per caso ti proponi come donna tuttofare?” rimbeccò Daniele, che aveva estratto dal freezer un sacchetto di patate rosmarine surgelate da mettere in forno.

Avvertì sulle mani una bacchettata con un mestolo di legno. “Non azzardare più simili affermazioni!” era il consiglio intimato da Natalina. Daniele rise e la baciò.

Mentre nella pentola l’acqua bolliva per la pasta, un dolce profumo di sugo al pomodoro aveva invaso la cucina.

Volevo…” iniziò Daniele, mentre ne prelevava una cucchiaiata dalla teglia.

Zitto!” disse secca la ragazza. “Ora si pensa a mangiare. Prepara la tavola, il pane, acqua e vino. Niente domande”.

Daniele, zittito dal suo tono imperioso, sorrise. Natalina si comportava come lo stereotipo della classica mogliettina. Quasi non la riconosceva. “Veramente io…” fece timidamente. Un viso contrito apparve sul volto di Daniele, che stentava a rimanere serio.

Zitto e fa quello che ti ho detto” e abbassò il fuoco per salare l’acqua prima di mettere i gomiti integrali a cuocere. “Immagino niente formaggio?”

Daniele ci pensò un po’. Poi ricordò di aver comprato la settimana scorsa una busta di pecorino grattugiato. La barba gli prudeva, mentre se la toccava in continuazione. Oggi non l’aveva fatta e gli dava qualche fastidio. Da un cassetto prelevò la confezione. “Donna incredula, ecco il formaggio”.

Natalina controllò il contenuto e annuì con il capo. “Aprila e mettila in un piatto” gli ordinò, mentre scolava la pasta. “Mi servirà tra un minuto”.

Le patate doravano nel forno, mentre i due ragazzi in silenzio gustavano il primo. Solo il lento masticare interrompeva la quiete domenicale. Loro tacevano ma gli sguardi si incrociavano maliziosi.

Volevo dire prima” cominciò Daniele, spazzando via le ultime patate.

Uhm!” borbottò Natalina con la bocca piena.

Volevo dire che, se Sara avesse suonato, l’avrei lasciata fuori” completò il pensiero il ragazzo.

Saggio proponimento” disse la ragazza, alzandosi da tavola. “E ora a lavare piatti e tegami”.

Rigovernata la cucina, si spostarono sul divano a prendere il caffè. Niente dolce. Mancavano gli ingredienti per prepararla.

Daniele tornò accanto alla ragazza con i fogli e i telefoni. “Non abbiamo controllato chi erano gli scocciatori di stamattina” affermò il ragazzo, scorrendo le chiamate. La barba prudeva e tornò a toccarsela. “Pare un numero di Vodafone il tuo. Per il mio nulla da fare. Lo ha nascosto”.

Per conoscere chi, basta richiamarlo” suggerì Natalina.

Daniele annuì. Ci aveva già pensato. “Faccio un salto sotto casa. C’è una cabina telefonica. Così non capiscono chi chiama”.

I fogli erano diventati un guazzabuglio di segni, che si intrecciavano tra loro. Daniele trascrisse su fogli bianchi le informazioni che riteneva utili, sistemando tabelle e collegamenti. Natalina lo osservava in silenzio con le gambe piegate sotto i glutei. ‘Sì, non abbiamo ancora affrontato il possibile nascondiglio di Nati’ si disse in attesa che Daniele finisse di mettere ordine agli appunti.

Sul tavolino basso davanti al divano stavano distesi i fogli. Lui si appoggiò allo schienale per osservare Natalina. ‘Sì, sono stato cieco in questi anni’ pensò. Un respiro e poi via con le domande.

Lisa. Non ti dice niente questo nome?”

No. L’ho sentito per la prima volta ieri. Ma chi è?”

Daniele trasse un sospiro. “Sarebbe una bambina. Ma forse oggi è una ragazzina. Quattordici o quindici anni” iniziò con lentezza il ragazzo. “Figlia di Sara”.

Lo sguardo sorpreso della ragazza puntò il volto di Daniele. Non poteva crederci. Sara aveva una figlia? Le parole stentavano a uscire dalla gola, perché la rivelazione era troppo sorprendente per essere vera.

Sicuro o solo una supposizione?” azzardò Natalina.

Un sorriso amaro si stampò sulle sue labbra. Se ne avessi la certezza non porrei questa domanda, si disse Daniele, le verità sono il frutto di congetture, quando mancano le prove. “Tua sorella me lo ha confidato una volta. Ma poi ha sempre negato l’affermazione”.

Nati, ha detto questo? Non me ne ha mai parlato!” sbottò incredula la ragazza. “Sei sicuro?”

Era una notizia troppo ghiotta per lasciarla cadere. Natalia non ne aveva mai accennato con lei. Eppure tra loro c’era molta complicità. “È la prima volta che sento accennare di una maternità di Sara. E dove sarebbe nata Lisa?”

A Venezia” disse laconico Daniele.

In quella città sembrò a Natalina che fossero successe le cose più straordinarie e ingarbugliate del mondo. “Chi sarebbe il padre?” La ragazza aveva un accento tra l’indagatore e la sorpresa.

Daniele scosse il capo. Adesso aveva mille dubbi sulle parole di Natalia. “Sarebbe mia figlia, secondo tua sorella”.

La bocca di Natalina rimase aperta. Gli occhi erano spalancati per lo stupore. Deglutì un paio di volte, mentre annaspava alla ricerca di aria. La notizia l’aveva stordita.

Basta con queste mie insistenze. Passiamo oltre” fece Daniele, osservando la ragazza destabilizzata da questa informazione. “Quale molla ti ha spinto a partire col primo aereo per l’Italia?”

Natalina lo guardò di sbieco. “Ma per correre in soccorso di Nati. Mi pare ovvio”.

D’accordo. Questo lo sapevo. Anzi me l’hai detto più volte. La domanda era mal posta. Hai ragione. Provo a riformularla meglio” precisò Daniele. “Volevo conoscere i dettagli della telefonata di tua sorella. Ha chiesto aiuto in modo chiaro oppure tu hai percepito che fosse in pericolo?”

Il quesito adesso era più chiaro. Sapeva cosa volesse conoscere Daniele. Erano le motivazioni della partenza dal Brasile. “La telefonata arrivò nel cuore della notte” spiegò Natalina, sistemandosi meglio sul divano. “La sua voce era tremante o forse incerta. Comunque non franca. Non l’avevo mai sentita così. Nemmeno nei momenti di più grande difficoltà. Faticavo a capire quello che mi diceva. L’ho pregata più volte a parlare più forte. Mi ha risposto che non poteva. Le ho chiesto dove era ma ha chiuso la conversazione”.

La telefonata è chiara ma lo stato di Natalia no, pensò Daniele. Natalina ha sempre parlato di nascondiglio ma da quanto ha detto parrebbe sottoposta a sorveglianza. Devo chiarire il punto.

Hai parlato che Natalia è nascosta e corre dei pericoli” esordì Daniele, che dava corpo ai suoi dubbi. “Però da quanto ho ascoltato, sembra che sia ostaggio di qualcuno o di una banda”.

Natalina scosse il capo. Non era riuscita a trasmettere le sensazioni provate con la telefonata. “Nati non ha detto di essere prigioniera ma semplicemente che doveva parlare sottovoce. Su questo è stata categorica”.

Le parole di Natalina non erano convincenti per Daniele. “Ma ti sei messa in contatto ancora con lei?” incalzò il ragazzo, mentre le prendeva le due mani.

No”.

C’era qualcosa che sfuggiva a Daniele. Una telefonata ambigua e poi il nulla. Tuttavia Natalina ha organizzato un viaggio difficoltoso per rientrare in Italia senza informare i genitori. Questi dettagli continuavano a martellargli la tempie.

Capisco i tuoi dubbi” gli disse Natalina.

Si sistemò appoggiando il capo sul suo torace e prima che Daniele potesse dire qualsiasi cosa. Riprese il racconto.

Non puoi capire. Ti narro un piccolo antefatto, che farà luce sull’episodio”.

Daniele annuì, cingendole le spalle.

Devi sapere che erano da diverse notti che avevo un sogno o forse un incubo. Nati era nascosta in una stanza, che non conoscevo. Lì c’erano solo un armadio rustico, che occupava una parete, e un letto a castello dalla parte opposta. Niente tavolo o sedie. Solo questi due elementi. Nati viveva nel terrore. Si nascondeva nell’armadio ad ogni minimo rumore. Poi mi svegliavo tutta sudata e col cuore in affanno. Quando ho ricevuto la telefonata, ho avuto la sensazione che Nati telefonasse da quella stanza”.

Non poteva crederci. Associare un sogno alla realtà. L’impressione era che Natalina fosse suggestionata da quel sogno e avesse dato consistenza reale alle sue fantasie oniriche.

Ma se fosse così, potrebbe essere ovunque” rifletté ad alta voce Daniele. “Ma quella stanza non ti ricorda nulla?”

Natalina negò col capo ma in maniera poco decisa.

Ma… Forse… No, non credo” borbottò fra sé la ragazza.

Tu dimmi quello che non credi. Sarò io a valutare” la incitò Daniele.

Sara si chiuse in un mutismo arcigno. Daniele non sarebbe stato capace di cavarle una parola di più.

[continua]

Daniele – parte quindicesima

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by Yellingrose

Dalla tapparella malamente abbassata filtravano spire di luce. Un raggio di sole disturbò il sonno leggero di Natalina, che si rifugiò tra le braccia di Daniele. La notte era stata lunga e dolce. I due ragazzi si erano addormentati abbracciati poco prima dell’alba.

Daniele cercò di capire l’ora dalla luminosità della stanza e dai rumori stradali. Nessuno delle due indicazioni venne in soccorso. Rinunciò. Dal piumone affioravano i capelli della ragazza, leggermente arruffati. Lui osservò il ritmico muoversi della trapunta. Con lentezza cercò di sottrarsi dal suo tenero abbraccio.

Non puoi” biascicò Natalina, incollandosi ancora di più al suo corpo.

Daniele sorrise ma doveva farlo. Con urgenza doveva passare dal bagno prima di andare in cucina a preparare la colazione. Uscito dal caldo tepore del letto, infilò una maglietta e i pantaloncini del pigiama. Il riscaldamento centrale era già acceso ma la stanza rimaneva ancora gelida.

Sveglia bella addormentata nel bosco” le sussurrò con dolcezza Daniele.

Sul vassoio posato sul letto c’erano due tazzine di caffè, la moka e un piatto con biscottini di vario genere.

Da sotto le coperte Natalina sbuffò. “Ho freddo a uscire da qui”.

Daniele raccolse lo scialle che aveva messo in precedenza sul calorifero a scaldare, immaginando che avrebbe protestato per il freddo. ‘Nuda com’è non può avere caldo’ ghignò in silenzio.

Tieni” disse, allungandolo alla ragazza. “Ma pensò che ti convenga mettere qualcosa sotto prima”.

Poi sparì alla vista di Natalina.

Al termine della colazione era tempo di riprendere l’esame degli avvenimenti per tentare di rintracciare Natalia. Daniele prese le carte dallo sgabello, mentre Natalina si avvolgeva per bene nello scialle. Provò a ricapitolare le informazioni, mettendo ordine ai suoi pensieri. In quei sei anni veneziani Sara e Natalia avevano vissuto pericolosamente. Di Sara aveva pochi dati. Era stata alquanto reticente. Non poteva ammettere che si era comportata come una escort di lusso, aveva tenuto una relazione dubbia con una delle due sorelle portoghesi e forse aveva frequentato personaggi alquanto discutibili. Provò a fare mente locale su cosa era avvenuto in quegli anni. A parte le turbolenza politiche Daniele non riusciva ad associare qualche episodio strano, focalizzato nel Veneto. Alla fine rinunciò.

Da dove ripartiamo?” fece Natalina, coprendosi anche col piumone.

Dai viaggi”.

La ragazza elencò le località che ricordava. Frammenti di conversazioni ormai vecchi di anni. Daniele emise un fischio.

Non vorrei pensare male” cominciò Daniele, dosando le parole.

Pensa pure male. Non credo che sarai distante dal vero” ammise Natalina con lo sguardo cupo.

I posti sono crocevia della droga. Natalia ha fatto da copertura ai trafficanti. Forse non se ne è resa conto subito”.

Anche lei aveva pensato alla medesima cosa e annuì per conferma.

Però ho un dubbio”.

Lo sguardo di Natalina esprimeva perplessità, perché non intuiva dove volesse arrivare Daniele. Anche lei era sicura che sua sorella fosse entrata in un giro pericoloso. Carlo, la malavita del Brenta, personaggi oscuri, dei quali aveva incerti ricordi. Sì, Dani ha ragioni da vendere. Nati si è trovata coinvolta con persone losche e pericolose, pensò. Quali dubbi gli sono venuti?

Che legame c’è con la scomparsa di Natalia” concluse il ragazzo, mentre appuntava la parola ‘droga’ e ‘trafficanti’ su un foglio intonso.

Adesso era più chiaro a Natalina quale riserva era spuntata nella mente di Daniele. Gli mancava l’anello di congiunzione tra quei lontani episodi e la sua sparizione. Forse solo Sara sarebbe stata in grado di fornirlo. Ma vorrà farlo? Era la domanda che adesso le frullava nella mente.

Ma non era soltanto droga” fece Daniele, come se parlasse da solo.

Non capisco” disse Natalina, aggrottando la fronte.

Daniele strinse gli occhi, come per concentrarsi su un punto non messo ancora a fuoco. Non poteva essere solo un corriere o una copertura Natalia, pensò. Poi il flusso dei pensieri divenne udibile.

Hai detto… oppure l’ho solo immaginato, che tua sorella viveva nel lusso in quegli anni” domandò il ragazzo, puntando gli occhi su Natalina.

La ragazza mosse il capo in segno di sì, ormai rassegnata a scoprire altre brutture nella vita della sorella.

Non ti offendere per quello che ti dirò” esordì Daniele, soppesando le parole. “Ma credo che praticasse sesso a pagamento. Feste, cene, viaggi verso l’Istria, in particolare al casinò di Portorose, non fanno pensare bene”.

Natalina non disse nulla. Ricordava come ascoltava i resoconti di sua sorella a bocca aperta. Racconti di lusso che non si poteva permettere.

Portorose?” esclamò Daniele come se avesse avuto un’ispirazione. “Un posto pericoloso nei primi anni novanta. La guerra in Bosnia. La crisi della Jugoslavia”.

Natalina si rannicchiò sotto il piumone, mentre Daniele taceva.

Poi annotò qualcosa sul foglio. “Che sciocco!” esclamò il ragazzo. “Perché non ci ho pensato prima! Fino al novantacinque era un’area turbolenta. Traffico di armi e di droga, riciclaggio di denaro sporco. Dove era possibile lavarlo? Al casinò di Portorose! Con chi? Con una bella fanciulla al seguito”.

Natalina guardava Daniele come se lui avesse avuto un colpo di sole. Riciclaggio? Certo denaro avuto illegalmente! Questo poteva spiegare molto, si disse. Stava per dire qualcosa quando vide Daniele tracciare delle righe sul foglio.

anno

località

Cosa?

Settembre ‘90

Venezia

Incontro con Ana/Eliseu

Natalina si appoggiò sulla spalla, aderendo col seno al suo fianco. Sbirciò il foglio ma le sue mani si strinsero a lui.

Daniele si girò e trovò la sua bocca. Baciarla fu un atto istintivo. Lasciò i fogli scivolare via e si infilarono di nuovo sotto il piumone.

Se stanotte ho fatto all’amore con la luce del sole. Oggi alla luce del sole’ si disse e trovò tutto questo piacevolmente intrigante ed eccitante.

Una lacerante melodia mise fine a mugolii, gemiti, un agitare convulso del piumone. La magia che si era creata nella stanza svanì.

Non rispondere” ordinò Natalina con voce roca, anche se era consapevole che il momento magico era sparito.

La musichetta proseguì a lungo, finché cessò con sollievo di entrambi. Daniele provò a rianimare la scena ma la ragazza era fredda, quasi inerte. Insistette con risultati migliori rispetto a prima, quando un’altra melodia proveniente dal trolley di Natalina chiuse definitivamente la questione.

Uffa!” borbottò Daniele, mettendosi supino, mentre Natalina sembrava quasi singhiozzare. “Chi rompe di domenica mattina?”

No, non andare!” lo supplicò la ragazza.

Però Daniele con un balzo si alzò dal letto. Controllò il numero sul suo cellulare. “Merda!” esclamò arrabbiato. Poi si diresse verso il telefono di Natalina e scosse il capo.

Il dubbio era dipinto sul volto di Natalina. Non comprendeva le esternazioni di Daniele.

Numero privato sul mio. Sul tuo sconosciuto” spiegò il ragazzo, infilandosi sotto il piumone.

I fogli con gli appunti erano sparpagliati sul pavimento, mentre quei pochi rimasti sul letto erano alquanto stropicciati.

Una domanda ballava nella testa di Daniele. Aveva intenzione ogni volta di porla ma per un verso o per un altro rimaneva sempre nel chiuso della sua mente. Stava per porla, quando ebbe un lampo. ‘E se John o Juan fossero degli 007?’ pensò. ‘Potrebbe spiegare perché Juan pedinava Natalì’. A questo punto i dubbi anziché sciogliersi aumentavano, creando confusione.

Daniele raccolse i fogli caduti e lisciò quelli rimasti sul letto. Li ordinò e riprese a scrivere.

anno

località

Cosa?

Settembre ‘90

Venezia

Incontro con Ana/Eliseu

Febbraio ‘91

Venezia

Festa di carnevale/John

Marzo ‘91

Amsterdam

Fine settimana

Maggio ‘91

Portorose

Casinò

Il volto di Natalina mostrava tutto il suo disappunto. Aggrottato e con lo sguardo cupo fissava un punto imprecisato della parete. Sto passando un momento di passione ma prima i telefoni e adesso quei maledetti appunti hanno interrotto bruscamente il clima di piacere, sottolineò, mettendosi in posizione fetale.

Ho fame” affermò Daniele, osservando l’ora sul display del suo telefono. “Cosa facciamo?”

Un grugnito fu la risposta di Natalina.

[Continua]

La mia storia – mini esercizio 12

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Foto personale

Un uomo ha un amico che sta facendo un enorme sbaglio, e basterebbe che tu gli dicessi una certa cosa e lui capirebbe. Ma non puoi comunicare in nessun modo con lui.

Sai che da te dipende la sua vita. Sai che se fossi con lui, se potessi chiamarlo, scrivergli, urlargli lui si salverebbe. Ma non puoi.

Inventa tu la situazione. Forse siete fisicamente distanti e il suo telefono non ha campo. Forse siete vicini ma lui ha le cuffie e non sente. Forse non capisce cosa vuoi dire.

L’importante è che in 100 parole tu descriva la disperazione in questo contesto.

Ecco il mio esercizio.

Buona lettura.

 

Ecco ero qui e vedevo tutto. Sì, proprio tutto. La stanza era quadrata, illuminata da una lampada dalla luce gialla. Non storcere il naso. Era gialla e non bianca. Un tavolo, una sedia e un televisore in lontananza che ronzava muto. Livio era lì e non avrebbe dovuto esserci. Perché sei venuto? Non lo capivo. Eppure era in quella stanza dalle ombre non nette. Voltava le spalle alla porta. Mi guardava e stava immobile. Il viso in penombra e la sua ombra sulla parete. Avrei voluto gridare. “Scappa finché sei in tempo!” Ma come facevo? Sono muto. Non potevo parlare.

 

Daniele – parte quattordicesima

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Stanno sbocciando – Foto personale

Natalina si strinse nello scialle nero. Un uomo e una donna di lingua portoghese mi hanno pedinata? Ma non me ne sono accorta, pensò.

Sicuro, Dani?”

Certo. Erano dietro di te, quando ti ho accolta nel salone degli arrivi. Non pensarci. Era una semplice curiosità”.

Natalina strabuzzò gli occhi trasecolata. “Una banalità? Non mi pare. Se mi hanno seguita, un motivo c’era”.

Daniele strinse gli occhi. ‘Ma certo! Sono stato cieco!’ si disse. Natalina era la copia giovane di sua sorella. Stessa voce, medesima corporatura. Solo i capelli le differenziavano. Natalia castano scuri, quasi neri, leggermente ondulati. Natalina capelli corti, lisci e castano chiari. Ma il colore in una donna può essere un optional, come lunghezza e altri dettagli. Sì, entrambi l’hanno scambiata per Natalia, pensò. E Sara non poteva che confermare le loro certezze, uscendo da casa mia. Se Juan parlava una lingua che a spanne poteva essere portoghese, la coppia femminile si esprimeva in italiano. Un buon italiano. Eppure Natalina aveva detto che la donna parlava come Juan in portoghese.

Poi ebbe un flash. La ragazzina ha chiamata ‘zia’ la donna. Quella potrebbe essere o Ana oppure Eliseu. Ma la ragazzina? Posò gli occhi sui fogli senza trovare l’ispirazione giusta per collocare nipote e zia. Solo Sara sarebbe stata in grado di sciogliere i suoi dubbi.

A cosa stai pensando?” gli chiese Natalina, come intuendo che qualcosa avesse in mente.

Guardati allo specchio” indicò Daniele quello appeso di fronte a loro. Era sua intenzione farle capire la ragione per la quale la seguivano.

Natalina si guardò ma poi posò lo sguardo su di lui. Non capiva il motivo di quella affermazione. Aveva osservato quello che da anni vedeva tutti i giorni. Una ragazza giovane e carina, dalla pelle dorata per il sole di Bahia.

Non capisco” disse mortificata.

Daniele rise, suscitando un moto di stizza nel volto della ragazza. “Non capisci? I due portoghesi ti hanno scambiata per tua sorella”.

Natalina si osservò di nuovo nello specchio. Doveva ammetterlo che una certa rassomiglianza c’era. Per lei era naturale e non ci aveva mai fatto caso. Non per nulla era sua sorella. ‘Ma questo Juan ha preso una cantonata! Come poteva supporre di seguire Natalia? E poi quando ha conosciuto mia sorella?’ Senza dubbio Daniele aveva una lucidità veramente fuori del comune. Solo un ingegnere è capace di collegare elementi tanto disparati tra loro, sorrise a questo pensiero. In effetti, ragionò, se mia sorella li ha conosciuti a Venezia, erano passati oltre nove anni da allora e forse il raffronto è più sincero.

Capisco dove vuoi arrivare. Juan e la misteriosa donna mi hanno scambiata per Natalia” fece Natalina.

Brava! Proprio così. Sicura che tua sorella non ti abbia mai parlato di Juan o di un tipo come lui?”

La ragazza aggrotto la fronte e poi inarcò le sopracciglia. Adesso che Daniele la spingeva a ricordare, affiorava un frammento di conversazione, un barlume su un uomo conosciuto alla prima festa di carnevale a Venezia.

La prima volta che Natalia ha partecipato a una festa di carnevale a Venezia ha accennato a un certo John. Disse vagamente che lavorava in una ambasciata. Era arrivata da poco a Venezia e quella fu il suo battesimo sociale”.

Daniele sorrise compiaciuto. Segnò sul foglio John, accanto a Juan. Poteva essere un addetto all’ambasciata, uno della sicurezza. Visto il fisico da body guard. “Ricordi la nazione?”

Natalina scosse in capo in segno di diniego. “No. Non credo che me lo disse. Anzi sono certissima che non ha specificato la nazionalità. Ero giovane e poco smaliziata…”.

Però eri già una fanciulla deliziosa” fece ammiccando Daniele.

Le gote di Natalina acquisirono un colorito roseo. La battuta aveva centrato il bersaglio, solleticando la sua vanità.

…Quindi non ho chiesto nulla. Ricordo di aver pensato che fosse americano o di una nazione anglofona” concluse Natalina, incespicando nelle parole per l’emozione del complimento. Era la seconda volta che lui si accorgeva di lei.

Daniele le strinse le mani, che sentì fremere. ‘Calmati. Lo so che vorresti accarezzarla più a fondo ma ora pensa a raccogliere indizi’.

Ma poi ha parlato ancora di questo John?” domandò Daniele, tornato a concentrarsi sugli appunti. Faticava sempre di più a mantenere la concentrazione sull’oggetto della conversazione.

No. Non mi pare” fece Natalina. Dopo una breve pausa riprese il discorso. “Però è strano che Sara abbia taciuto su questo dettaglio”.

Daniele sorrise. ‘Sei veramente ingenua, Natalì’ pensò il ragazzo, prima di affrontare il tema viaggi. “Hai detto che tua sorella ha compiuto numerosi viaggi. Ricordi qualche destinazione?”

Natalina socchiuse gli occhi, prima di spalancarli di nuovo. Daniele vi annegò dentro. ‘Sono stupendi’ pensò il ragazzo, sospirando. Un bel verde screziato. Si diede dello sciocco non averli notati prima.

Di sicuro ad Amsterdam più volte. In aereo con un volo Venezia Monaco e poi da lì fino in Olanda. Partenza venerdì sera e rientro lunedì mattina” disse la ragazza, fissando Daniele. ‘Quanto sei bello!’ pensò. ‘Ma dobbiamo parlare di questo tutta la notte?’

Daniele annotò accanto alla parola viaggi la destinazione Olanda. Adesso aveva la quasi certezza che Natalia servisse da copertura per importare droga. Doveva farle un’altra domanda, poi avrebbe messo fine al suo supplizio. Avere accanto una donna tanto desiderabile e non combinare nulla era proprio un delitto.

Andava da sola?” chiese, volgendo lo sguardo verso di lei.

Una breve risata, quasi di delusione, uscì dalla bocca di Natalina. ‘Sei sciocco. Se metti via quei maledetti fogli, mi sciolgo sotto le tue mani’ si disse, stringendo le cosce. Tra le gambe l’umido era davvero insopportabile.

No. Mi diceva che erano una bella squadra. Quanti non lo so ma di sicuro un paio di coppie” fece Natalina con gli occhi dolci.

Di cosa penso su quei viaggi, ne parleremo domani” disse Daniele appoggiando i fogli ben accatastati sullo sgabello.

La ragazza posò lo scialle da qualche parte, infilandosi sotto il piumone. ‘Ti aspetto’ e socchiuse gli occhi nell’attesa delle sue mani sul corpo.

Daniele si sdraiò di fianco e la baciò con dolcezza. Sollevò il babydoll, che Natalina si tolse con mossa rapida. Era solo d’impiccio. Le labbra del ragazzo sfiorarono i capezzoli che il freddo e la passione avevano reso duri. Lei inarcò la schiena per indicare che doveva togliere quelle inutili mutandine. Adesso era nuda ma il calore di Daniele spazzò via il residuo di freddo. Natalina gli tolse la giacca e i calzoncini, gemendo per il desiderio. Era la prima volta che faceva all’amore con la luce accesa. Questa era un’occasione speciale. In precedenza era stato solo un atto meccanico che non le aveva suscitato nulla. Stanotte no. Era qualcosa di molto di più. Un brivido di piacere le percorse il corpo.

Sussurri, parole appena accennate, gemiti e sospiri accompagnarono le loro mani e le bocche alla ricerca del godimento.

Ti amo” disse Natalina, mentre Daniele la penetrava con dolcezza.

[continua]

Daniele – parte tredicesima

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Il mio albicocco fiorito – Foto personale

Parentesi, una lampada a sospensione della Flos, illuminava il letto, già pronto per accogliere i due ragazzi. Due cuscini a colori vivaci e un piumone in tinta blu stavano sopra di esso. Daniele aveva cambiate le lenzuola con l’aiuto di Natalina. “Vanno bene anche quelle che ci sono” aveva tentato di opporsi ma lui era stato irremovibile. “Sono usate e vanno tolte”. La stanza era arredata in modo semplice. L’armadio bianco di lato alla porta stava di fronte alla finestra, che guardava la strada. Accostato alla parete opposta al letto faceva bella mostra un canterano con calatoia e cassettini, dallo stile lineare e rustico. Era un mobile della sua bisnonna Irma. Non era di gran pregio per via del legno di ciliegio ma aveva per lui una forte valenza affettiva. Fatto a mano da un falegname anonimo, come usava a fine ottocento, aveva contenuto la dote di Irma. Ereditato dalla nonna materna, Paola, adesso era passato a Daniele, il nipote prediletto. Sopra questo stava un specchio laccato in foglia d’oro, che aveva scovato in cattivo stato a Porta Portese e restaurato da un conoscente. Il letto non aveva comodini. Daniele, alla sera prima di coricarsi, posava tutto per terra oppure su uno sgabello. A chi gli faceva notare la stranezza, lui rispondeva che li aveva sempre odiati e non sarebbero mai stati in casa sua. In un angolo su una sedia stava il trolley di Natalina aperto.

Se ti fermi qualche giorno, c’è posto anche per te nell’armadio” la informò Daniele, facendo scorrere l’anta a specchio verso sinistra. Era tutta vuota o quasi. Lui occupava solo l’altra parte.

La ragazza scosse il capo. Ci avrebbe pensato il giorno dopo. Stasera aveva altri pensieri. Prelevò la pochette e si chiuse in bagno. “Non ci metto molto” urlò da dietro la porta chiusa. Lui ci credeva poco.

Incastrato tra l’armadio e la parete, non visibile entrando nella camera, stava un servomuto in legno, su cui Daniele posò gli abiti tolti. Indossò un pigiama leggero, nonostante fosse inverno. Pantaloni e maniche corte. Seduto sul letto aspettava che il bagno si liberasse. I fogli con gli appunti presi nel pomeriggio stavano sullo sgabello dalla sua parte, in attesa di essere consultati. Sospirò impaziente. Abituato da sempre ad avere tutto a sua disposizione in casa, sopportava a stento la presenza femminile di Natalina. Quasi era pentito di aver accondisceso alla sua permanenza. ‘Certo è meno invadente di Alice’. Alice era stata l’ultima donna a frequentare di notte il suo bilocale. Ricordava quanto lui fosse insofferente nell’attesa che si liberasse il bagno e quanti spazi lei occupasse con la sua roba. Stava delle ore dinnanzi allo specchio, mentre lui fremeva impaziente. Dopo la relazione burrascosa con Sara, terminata quando lei era partita per Venezia, aveva avuto come compagna in modo stabile solo Alice, che frequentava l’università con lui. Una bella ragazza senza dubbio ma gli aveva massacrato gli zebedei per le sue maniere possessive e gelose. Daniele aveva da poco ereditato dalla nonna materna il bilocale, dove abitava adesso, quando avevano deciso di convivere. Forse era più corretto dire che lei gli aveva forzato la mano. Un mese dopo erano di nuovo single. Da quel momento solo fugaci flirt di poco conto. Per fortuna la relazione è durata poco, pensò, sentendo aprire la porta.

Spalancò gli occhi. La visione lo lasciò di stucco. Un babydoll trasparente, che non copriva quasi niente, anzi mostrava tutto. Bianco con un motivo ricamato appena accennato sul seno, che non nascondeva i capezzoli rosati, copriva a stento le mutandine, anch’esse lattee e diafane, che mostravano la peluria scura del pube. Gli sfuggì una specie di fischio a quella vista. Deglutì. ‘Calma Daniele’ si disse. ‘Niente pensieri impudici’. Natalina era per lui una sorella, quella che aveva sempre desiderato e che i suoi genitori non gli avevano donato. Però stasera la vedeva con altri occhi. Emanava una sensualità che quel babydoll accentuava. Era una donna desiderabile.

Natalina sorrise, mentre Daniele correva in bagno per lavarsi i denti. Aveva notato la sorpresa, quando era comparsa. I pantaloncini non avevano nascosto l’erezione. L’aveva sempre amato senza che lui si fosse accorto dei suoi sentimenti. Capì di essere stata maliziosa nello scegliere questo abbigliamento per la notte. Però voleva vedere le sue reazioni e rimase soddisfatta. Finalmente l’aveva notata. Stanotte non si fa nulla, pensò, dobbiamo pensare a mia sorella. Ma domani. E il pensiero sfumò, quando Daniele fece ritornò nella stanza.

Sono abituata a dormire sulla destra” disse infilandosi sotto le coperte dalla parte abitualmente usata da Daniele.

Lui sbuffò, spostando tutte le sue cose a sinistra.

Si sistemarono con la schiena sulla testiera del letto, mentre lui prese i fogli e una penna.

Spero che tu sia meno reticente di oggi pomeriggio” disse, sistemando il cuscino dietro di sé.

Natalina annuì col capo. Adesso era pentita di avere indossato un babydoll leggerissimo. Aveva freddo. ‘Pazienza. Mi scalderà dopo Daniele’.

Avevi paura di suscitare le ire di Sara?” insistette il ragazzo.

Sì. Non mi andava di avviare un litigio. Ti avrebbe fatto perdere il filo del ragionamento il nostro battibecco. Se lei, pur conoscendo i dettagli, non ne aveva voluto parlare, era inutile che io tentassi di farli emergere”.

Daniele lesse le sue carte, le sue annotazioni.

Parli del periodo veneziano?”

Sì. Ero giovane allora e certe affermazioni di Nati non le ho interpretate nel modo giusto” ribadì Natalina..

Daniele sorrise. Forse stasera sarebbe venuto a capo della sparizione di Natalia. Si concentro sulle tabelle e sui dati evidenziati.

Sentendoti, sono riaffiorati certi brandelli di conversazione con mia sorella”.

Daniele aveva appuntato su un foglio bianco un paio di punti. Le sorelle portoghesi, il ballo di carnevale, Carlo, il ritorno precipitoso a Roma.

Quali?” chiese il ragazzo, osservando la compagna di letto. Però prima che rispondesse, le disse. “Hai freddo. Prendo uno scialle di mia nonna Paola”. Aveva notato che i capezzoli ero duri per il freddo. Dal canterano estrasse un morbido scialle di lana nero, che posò sulle spalle della ragazza.

Grazie” disse Natalina, abbracciandolo. “Non osavo chiederlo”.

Daniele rise, stringendola a sé. “Sciocca. Volevi morire dal freddo? E io come facevo?”

Risero entrambi, mentre Natalina si avvolgeva nello scialle.

Bene. Salvata da ipotermia, torniamo ai nostri appunti”. Daniele riprese il foglio con le ultime annotazioni.

Quali brandelli hai scovato nella tua memoria?”

Non saprei da dove iniziare” fece Natalina, stringendo gli occhi come per concentrarsi su un punto specifico.

Sara ha parlato di due sorelle portoghesi. Ti dicono o ti ricordano qualcosa?” chiese Daniele, mettendo una spunta su quel nome.

Natalina rimase in silenzio, mentre lui la guardava con occhio languido. ‘Quanto è bella!’ si disse, prima di riscuotersi e concentrarsi sulla risposta.

No. Nati non me ne ha mai parlato. Nessun cenno di Ana e Eliseu. Sono rimasta sorpresa oggi quando Sara ha tirato fuori quei nomi”. Natalina chiamava la sorella o Nat oppure Nati in modo affettuoso.

Daniele annuì convinto. Ricordava l’espressione di Natalina sorpresa nell’udire quei nomi ma voleva avere la certezza di avere intuito giusto.

Cosa allora ti ha fatto scattare la scintilla su episodi a cui non avevi dato importanza” affermò il ragazzo.

Natalina strinse le labbra prima di cominciare a parlare. “Ero giovane a quell’epoca. Tredici o quattordici anni. Ascoltando le parole di mia sorella sulle feste in costume per carnevale, sui pranzi con persone altolocate, sui viaggi…”.

Daniele appuntò ‘viaggi’ e la interruppe. “Viaggi? Non mi risulta che Sara ne abbia fatto cenno” disse, consultando i fogli sparsi sul piumone. “No. Proprio no”.

Daniele girò gli occhi verso Natalina. “Dove? Se ti ricordi”.

La ragazza inspirò aria, poi si schiarì la voce. “Dopo aver conosciuto Carlo ha fatto molti viaggi. Alcuni brevi, altri più lunghi”.

Daniele appuntò sotto viaggi ‘droga’, ‘prostituzione’ con diversi punti di domanda accanto. Stava per aggiungere che Natalia era una mantenuta di lusso ma si trattenne. Ricordò come si era arrabbiata stamattina, quando l’aveva detto.

Natalina, come se avesse letto il suo pensiero, affermò sincera. “Mi dovrai scusare se oggi sono stata scortese, quando abbiamo parlato di Natalia e Carlo. Avevo tutt’altre idee sulla loro relazione ma poi tu nel pomeriggio, facendo parlare Sara, ho capito che la mia visione era sbagliata. Quella relazione nascondeva qualcosa. Cosa non è ancora chiaro”.

Daniele adesso intuiva i motivi della reticenza di Natalina. Avrebbe creato un vespaio di polemiche senza approdare a nulla.

Hai parlato di feste oltre che di viaggi” soggiunse il ragazzo.

Sì. Ma non solo. Questo mi ha aperto gli occhi sul tenore di vita di Nati. Un anno dopo i miei genitori hanno smesso di passarle il mensile, perché in pratica non frequentava l’università. Eppure viveva nel lusso tra feste, cene e viaggi. Comprava vestiti costosi. Allora ascoltavo a bocca aperta i suoi racconti ma adesso capisco che era una escort di lusso. Avevi ragione quando hai detto che era una mantenuta di lusso. Anzi sei stato fin troppo gentile. Io avrei usato puttana, anche se è mia sorella”.

Daniele sorrise, mantenendo un profilo basso. Vedeva negli occhi di Natalina la vergogna di avere una sorella implicata in loschi affari, mentre lei si sbatteva per i meninos de ruha, rischiando anche la vita.

Anche dopo il suo ritorno non ho mai capito come facesse a vivere. Poi quelle assenze. Ora ripensandoci bene sono sospette. Troppo sospette” ammise con tono amaro la ragazza.

Pensi che possa esserci correlazione tra la scomparsa e quello che stai dicendo?”

Sì. Credo che tutto nasca nel periodo veneziano” mormorò Natalina con un filo di voce.

Daniele sottolineò droga e prostituzione. Erano due ambiti che potevano garantire a Natalia un tenore di vita sopra le righe. Però l’occhio passò su un nome. Subito scattò la domanda.

Conosci un certo Juan?”

Natalina lo guardò sorpresa. Di uomini con quel nome ne aveva conosciuto ma non comprendeva il senso del quesito. “Sì. È un nome comune in Brasile. Ma non capisco il perché”.

Hai fatto il viaggio con una persona di nome Juan?” precisò Daniele.

No, almeno delle persone che conosco con quel nome. A New York sono salite delle persone che parlavano portoghese e hanno fatto il viaggio con me. Ma erano sconosciuti. Mai visti prima dell’imbarco”.

Daniele accanto al nome Juan segnò Sara. Lei era rimasta sorpresa, quando le aveva fatto notare che sotto casa stazionava un uomo con quel nome. Non aveva reagito chiedendo chi fosse ma si era chiusa a riccio in silenzio.

Chi erano? Uomini oppure donne?” domandò Daniele.

Natalina non rispose subito come se stesse ricordando. “Almeno un uomo e una donna. Ma forse anche altri. Di quelli sono sicura. Erano pochi posti dietro di me. Il portoghese lo conosco bene” spiegò sicura la ragazza.

Daniele era incerto se parlarne oppure no. Poi optò per la chiarezza.

Lo sai che ci hanno seguiti fin sotto casa? Anzi Juan ha monitorato chi entrava e usciva”.

Natalina strabuzzò gli occhi. Era basita.

[Continua]

Daniele – parte dodicesima

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foto personale

La cucina era abbastanza ampia per permettere di tenere un tavolo per quattro al centro. Sulla parete opposta alla porta stava la porta-finestra, che dava sul piccolo balcone, affacciato sulla corte interna. Di fianco un frigorifero cromato doppio occupava quasi tutto il resto della parete.

Natalina lo aprì per esplorarne il contenuto. Non c’era molto, a parte i contenitori coi resti del pranzo di mezzogiorno. Una bottiglia di bianco, aperta da chissà quanti giorni. Un bottiglia di plastica con acqua minerale naturale. La vaschetta della verdura vuota con tracce dei vecchi contenuti, ormai secchi. Oltre a qualche rimasuglio di formaggio e delle mozzarelle non ancora scadute.

Natalina chiuse lo sportello superiore con sconforto. Si abbassò per verificare la consistenza dei contenitori del freezer. C’erano buste e confezioni surgelate in discreto numero. Pasta per pizza, verdure precotte, patate al forno. Tirò un sospiro di sollievo. Qualcosa si poteva preparare senza perdere molto tempo.

Ad angolo, addossate alla parete, stava il resto del mobilio della cucina. Pensili rossi e sotto il piano di lavoro coi fornelli. Di fianco Un forno a microonde sopra uno elettrico a colonna. Daniele armeggiava col cestino del pane, mentre Natalina si chiedeva se ci fosse qualcosa di utile per la cena.

Hai del pomodoro?” gli chiese, avvicinandosi. Non aveva molte speranze. Il contenuto del frigo era tipico del maschio single, abituato a mangiare fuori o con cibo da asporto.

Non saprei” fece Daniele, prendendo dal pensile piatti e bicchieri da disporre sul tavolo.

La risposta confermava i suoi timori. Natalina rise, scuotendo la testa. Più per nervosismo che per ilarità. ‘Serviranno a poco, se non prepariamo qualcosa. Forse Dani pensa di finire gli avanzi del mezzogiorno’. Aprì gli sportelli per un rapido controllo. Non pensava di trovare nulla di utile per la cena. Esaminato con cura l’interno, si imbatté in una ricca dispensa, che la sorprese. Non immaginava di vedere tutto quel bendidìo. Trovò pelati e passata di pomodoro adatti alla preparazione della pizza. Prelevò dal freezer la pasta che scongelò col microonde, prima di distenderla nella teglia rotonda.

Aiutami” disse Natalina, accennando col capo che intendeva parlargli, senza essere udita da Sara.

Dimmi” sussurrò Daniele, accostando le labbra al suo orecchio.

Manda via Sara. Vorrei parlarti liberamente senza lei tra i piedi” mormorò con un filo di voce Natalina. Lui più che sentire le lesse il labiale.

Sara si stava agitando, come se volesse piombare in cucina. Il suo tono era di oltre due ottave rispetto al solito. “Cosa state tramando, voi due?”

Un leggero risolino uscì dalle labbra di Natalina, mentre Daniele si affrettava a rispondere. “Invece di tenere il culo sul divano, alzalo e vieni a dare una mano in cucina”. La sua speranza era di sortire l’effetto opposto. Ovvero che Sara continuasse a rimanere nel soggiorno.

Lei grugnì e non si fece vedere. “Che preparate per la sera?” domandò con tono strafottente.

Pizza” rispose pronta Natalina.

Si udì un profondo respiro proveniente dal soggiorno. Quasi un grugnito. Era chiaro il suo disappunto. Natalina ghignò soddisfatta. ‘Se non le va, può togliere gli ormeggi’. E continuò nella preparazione.

Quanto abbiamo detto oggi pomeriggio, mi ha acceso qualche lampadina” sussurrò Natalina, mentre infornava la pizza. “Mi piacerebbe ragionarci su”.

Daniele annuì per conferma. Aveva intuito giusto che la ragazza avesse ricordato qualche discorso della sorella, che adesso il senso le era più chiaro. Prese dal porta bottiglie la bottiglia di rosso, comprata nel pomeriggio e la stappò con un sonoro schiocco.

La tavola era pronta. I piatti, le posate e i bicchieri erano sistemati con cura. Mancavano solo loro.

Niente birra?” chiese Sara, quando i due ragazzi tornarono nel soggiorno.

Niente. Solo vino”.

Una smorfia di disgusto si dipinse sul volto di Sara. Daniele non ci fece caso, raccogliendo i fogli sul tavolo. Forse stasera avrebbe capito qualcosa di più ma doveva liberarsi della presenza di Sara, poco intenzionata ad andarsene.

Dove si mangia” chiese petulante la ragazza.

Daniele aggrottò la fronte. “In cucina. Sul divano no di certo”.

Ma si sta comodi, qui” insistette Sara, stringendo le ginocchia con le braccia.

Il ragazzo fece intendere con chiarezza che si sarebbe cenato in cucina. Era inutile insistere.

Natalina si alzò per controllare lo stato di cottura della pizza. L’aspetto era invitante. Soffice e non troppo alta si stava rosolando per bene. Sul piano di lavoro una seconda pizza, più piccola di quella in forno, aspettava il suo turno. ‘Tempo di finire la prima e anche la seconda sarebbe diventata pronta’. Si sedette a riflettere. Non riusciva più a sopportare la petulanza e la spocchia di Sara. Da quando è arrivata a sorpresa non ha smesso un secondo di rompere, pensò Natalina, ha raccontato balle a Daniele sulla loro permanenza a Venezia. Ha finto di ignorare i motivi della loro precipitosa fuga in direzione opposte. Insomma non ha fatto nulla per aiutare a rintracciare mia sorella.

Il timer del forno squillò, segnalando che la cottura era terminata. Natalina per scrupolo controllò il bordo, dorato e croccante. La mozzarella si era sciolta senza bruciarsi. “La pizza è pronta” disse, mentre infornava la seconda.

La pizza fumante stava nel centro tavola già divisa in tre parti uguali. Aspettava solo i commensali. Col viso appoggiato al vetro Natalina scrutava il buio dell’esterno, rotto dalle luci del palazzo accanto.

Eccellente cuoca” si complimentò Daniele al termina della cena.

Natalina divenne rossa. Il complimento le faceva piacere. Sara mugolò qualcosa di poco intellegibile, mentre si appoggiava allo schienale della sedia. Pensò che non aveva molta voglia di tornare nel suo appartamento e lanciò la proposta. “Mi fermo per notte”. Si era auto invitata. Daniele la guardò di sbieco, sconfessando la richiesta col capo.

Quando vuoi ti accompagno a casa. Oppure preferisci il taxi?” Era la sua controproposta, lasciando attonita Sara. In altre parole le aveva trasmesso chiaramente che prima se ne andava, meglio era. Per lei non c’era posto. Stava per ribattere, quando Daniele si alzò per prendere chiavi e giubbone.

Sono pronto”. Oltre a liberarsi della presenza di Sara, che aveva messo a dura prova la sua pazienza, poteva controllare, se Juan e il suo compare stazionavano ancora davanti al portone.

Adesso la cucina era da rigovernare. Piatti e bicchieri erano rimasti sul tavolo. La bottiglia di vino andava chiusa con un tappo. Le due teglie dovevano essere lavate. Natalina sgombrò il tavolo, mentre udiva Sara protestare. Sorrise. Se avesse tenuto ben altro atteggiamento, forse la sua presenza sarebbe stata utile, pensò mentre versava il detersivo liquido per piatti. Così è solo d’impiccio e rompe i coglioni. Poi il rumore di una porta che si chiudeva e il silenzio rotto solo dall’acqua sulle stoviglie.

Pensò che anche stanotte sarebbe stata di veglia, più o meno come quella precedente. Però domani era domenica e avrebbe potuto recuperare un po’ di sonno.

Nell’ascensore Sara protestava ma Daniele restava muto, tenendola per un braccio.

Perché mi cacci?” gridava Sara rossa in viso.

Voglio dormire sereno, stanotte, senza una rompiscatole tra i piedi”.

La ragazza ebbe un grido strozzato. Oltre a metterla alla porta le dava della rompiballe. Questo era troppo. “Me ne vado a casa da sola” fece inviperita.

Daniele rise. Sapeva che non era vero. “Ti accompagna Juan?” le disse per ferirla. Una sparata al buio, immaginando una risposta piccata.

Sara aprì la bocca ma non riuscì a dire nulla. Rimase spalancata come gli occhi per la sorpresa. ‘Come diavolo sa che Juan era davanti al suo portone?’ si chiese stupita. ‘E poi come fa a conoscerlo?’

La porta dell’ascensore si aprì con un rumore di ferraglia ma Sara era sempre impietrita dallo sconcerto dell’affermazione di Daniele.

Vieni” e la prese per un braccio, trascinandola verso la porta a vetri.

Sara non oppose resistenza. Non si era ripresa dallo stupore. Lo seguì senza fiatare. Da quando aveva messo piede lì era la prima volta che taceva.

Daniele fece strada verso i posti auto interni, tirandosela dietro come un corpo morto. ‘Dunque conosce quel Juan, la stronza’ e non gli aveva detto nulla. ‘Come fa a conoscerlo? Venezia o Berlino?’ La domanda premeva nella sua mente. Tuttavia la tenne per sé. Troppi dettagli gli aveva negato oppure spiegato in modo confuso. ‘Se domani osa presentarsi alla porta, non se ne va, prima che abbia chiarito tutto. Se pensa di prendermi per il culo, si sbaglia. E di grosso’.

Avviata la macchina, dopo aver aperto il cancello col telecomando, si immise sulla via. I fari illuminarono la faccia di Juan sorpresa. Daniele rise, accelerando.

[continua]

Daniele – parte undicesima

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Foto personale

Foto personale

Daniele rovistò nel mobile basso alla ricerca di qualcosa da offrire alle due ragazze. Toccò una scatola di ferro. “Toh! Biscotti danesi! Da dove sbucano?” disse, mentre controllava la scadenza. Ancora un paio di mesi alla data. Non gli garbava offrire un prodotto scaduto.

Biscotti e bevande per tutti” era l’affermazione allegra, mentre disponeva sul tavolino il vassoio.

Il pensiero di Daniele era rivolto a quelle persone che lo avevano seguito dall’aeroporto. Dalle finestre del bilocale la visuale era molta ridotta. Quindi doveva scendere in strada per controllare. ‘Devo trovare una scusa’ pensò il ragazzo, finendo di bere il caffè.

Vado all’enoteca all’angolo” disse Daniele, infilandosi il giaccone. E sparì alla loro vista.

Alzò il bavero per ripararsi da un vento pungente. Delle due donne non c’era traccia, mentre rimaneva uno dei due uomini. Juan sembrava sparito o forse si era infilato in un bar delle adiacenze per ingannare il tempo. L’altro, seduto in macchina con un giornale aperto, sbirciava le sue mosse. Daniele si diresse verso l’enoteca, seguito dallo sguardo curioso dell’uomo. Sapeva di essere seguito ma finse di ignorare la sua presenza.

Nell’attesa che Mario, il proprietario, incartasse le due bottiglie di rosso comprate, Daniele rifletté sulla situazione. In strada una, o forse due persone, sorvegliavano il suo portone. Chi fosse il sorvegliato aveva poca importanza. Non era simpatica la cosa, né poteva contrastarla. Per il momento doveva subire. Nel suo bilocale c’erano due ragazze, un tempo amiche, ma adesso in contrasto tra loro. Per quali motivi? È Natalia che le divide? Inutile scervellarsi. Doveva avere pazienza. Però un dubbio affiorò nella sua mente. Era Sara. Non se ne sarebbe liberato facilmente. ‘Non posso invitarla a restare. C’è già Natalina, che deve parlarmi’. Distrattamente pagò il conto, salutando Mario, prima di avviarsi verso casa.

Nel bilocale rischiarato da un abatjour, che formava strane ombre sulle pareti, sui lati opposti del divano stavano le due ragazze, sempre attente a non incrociare gli sguardi o a sfiorarsi. Nemmeno per sbaglio. Con calma finirono di bere tè e cioccolata, piluccando qualche biscotto al burro. Più per inerzia che per fame. Nessuno o pochi rumori arrivavano dalla strada. Un sabato sera stranamente silenzioso come la stanza dove stavano le due ragazze.

Sara ricordò quanto fosse stato turbolento il periodo veneziano. Rivide il viso di Juan, dal naso affilato come una lama. Lo aveva diviso con Natalia per la disperazione di Ana, la più vecchia delle due sorelle. ‘Vecchia?’ Un sorriso si increspò sulle sue labbra. Aveva solo due anni più di loro. Quello che però non comprendeva in Daniele era la sua ostinazione a rinvangare quel lontano periodo. ‘Cosa c’entra con la sparizione di Natalia?’ si domandò senza trovare una risposta convincente. Non era certamente in quegli anni la chiave per risolvere l’enigma, che poi tale non era.

Altri flash illuminavano la sua mente. Nella camera d’ospedale rivedeva Ana e Natalia chine, l’una sull’altra, quasi a schermarsi da una minaccia oscura che traspariva dagli sguardi dei medici. Si chiese quando avesse cominciato a sbagliare. Tuttavia si sa che ammettere gli errori non è umano e si persevera nel tempo, fece Sara. In un modo o nell’altro tutti e tre erano finiti lontani dalla sua vita. Erano vissuti senza di lei e avrebbero continuato a farlo, se qualcuno non avesse deciso di sviare il corso della sua vita.

Sara rifletteva curiosa e stanca sui motivi per i quali era lì, su quel divano. ‘Natalia? Forse. Dell’amica non mi importa nulla’. Un senso di frustrazione o forse di colpa adesso faceva capolino nella sua mente. Lisa subito dopo la nascita era stata affidata ad Ana, che era volata a Coimbra. Di loro non aveva saputo più nulla. ‘Di Juan non so. L’ho perso di vista. È sparito dalla mia vita. Mi è sembrato di averlo intravvisto sotto casa di Daniele. Ma forse è qualcuno che ci assomiglia. Non è possibile che dopo quasi quindici anni abbia la medesima fisionomia, come se il tempo si fosse cristallizzato. Non sembra avermi riconosciuta e questo mi fa pensare che non sia lui. Ma francamente non capisco cosa ci faccia lì’. Lisa doveva avere quasi quindici anni ormai. Aveva ingannato Juan, dicendogli che era figlia sua. In realtà era il frutto dell’ultima notte d’amore con Daniele, prima di partire per Venezia. Lui lo ignorava. Natalia aveva giurato di non rivelare il segreto. Un medico compiacente l’aveva registrata come figlia di Ana. Tuttavia adesso avrebbe voluto rivederla, stringerla ma non poteva. Era nei patti con la compagna portoghese. ‘Io prendo Lisa. Ma tu non dovrai mai cercarla, né vederla’. ‘E se lo facessi?’ provò a sfidarla Sara. ‘Te ne pentiresti’ era stata la secca risposta di Ana, mentre si imbarcava a Tessera con quel tenero fagottino tra le braccia. Però il richiamo era forte. Forse un giorno lo farò, si disse mentre cambiava argomento di riflessione.

Daniele non avrebbe mai potuto immaginare con quanta imperiosità sapeva farsi avanti la voce del sangue. Lei lo stava subendo. Lui ci provava. Dalla sua ex compagna cercava di strappare quel segreto custodito per quindici anni. Lei era decisa a non rivelarlo. ‘Per quanto?’ Scosse la testa come per scacciare tutti questi pensieri che si affollavano dentro.

Natalina nel frattempo si dava dell’ingenua. Non aveva mai voluto aprire gli occhi. Aveva ascoltato tutto quello che le raccontava sua sorella senza battere ciglio. Eppure era stato sufficiente ascoltare la lucida razionalità di Daniele per capire tutti i suoi errori nel dare credito alla sorella. Però adesso doveva rintracciare Natalia e metterla al sicuro, sperando di non arrivare troppo tardi.

Mentre in silenzio ascoltava le parole di Daniele, brandelli di conversazione affioravano nitidi nella mente. Natalia le aveva raccontato di feste in maschera durante il carnevale, di pranzi e cene nei locali più esclusivi tra Venezia e Padova, delle spese faraoniche di vestiti. Non ho mai chiesto come facesse avere tutta quella disponibilità. Rimanevo a bocca aperta e sognavo con lei. Ammise che era stata troppa ingenua, perché la realtà balzava agli occhi diversa. Eppure quando sua sorella si era fatta viva dopo quasi due anni di silenzio assoluto, non si era posta nessuna domanda. Sono partita, piantando tutto e tutti. Ho sentito che era in pericolo mortale. Chi, se non Daniele, mi avrebbe potuto aiutare? Convenne che era stata reticente di fronte alle domande di Daniele ma la presenza di Sara la condizionava. Sperava che se ne andasse in fretta per poter parlare apertamente con lui. Adesso si sentiva frenata. Quando prima di partire si era messa in contatto con lei, l’aveva percepita fredda e irritata, come se la cosa non la riguardasse. Eppure in questo momento non aveva dubbi sul suo coinvolgimento nella storia di sua sorella. ‘Sì, ha ragione Daniele. Tutto è cominciato in quegli anni veneziani. Avrei dovuto incolpare Sara di tutto quello che è capitato a Natalia. Con quali argomentazioni?’ Non aveva appigli, né prove che Sara avesse traviato e plagiato sua sorella. Di certo avrebbe detto che invece era dipeso tutto da Natalia. Ricordava bene, come se fosse avvenuto da pochi secondi, che al suo ritorno aveva farfugliato una scusa incoerente. ‘Ero stanca di stare lontano da voi, da Roma’ aveva detto ai suoi genitori. Niente di più falso. E poi quel Carlo chi era? Aveva ragione Daniele con quella battuta velenosa sulla mantenuta di lusso. Aveva colto nel segno. Lui era sempre lucido nelle sue affermazioni.

Sussultò sentendo la porta d’ingresso aprirsi e chiudere. Immersa nei suoi pensieri Natalina aveva perso il senso del tempo. Quasi non ricordava che Daniele fosse uscito. ‘Quanto tempo è passato?’ Lo sentì armeggiare in cucina.

Sara non si mosse. La finestra divideva il mondo della stanza da quello esterno. Il buio della sera mostrava il lieve chiarore dei lampioni stradali.

Che fate al buio?” domandò Daniele, accendendo la lampada centrale per illuminare il soggiorno. Guardò l’ora. Erano quasi le diciannove. Le ore erano volate. Lui non sapeva come mandare via Sara. Sperava che fosse lei a deciderlo senza nessuna sollecitazione.

La vista di Natalina si posò sulla libreria, mentre Daniele lanciava la sua proposta. I libri appoggiati sulla mensola, ricoperti da un velo di polvere che riluceva sotto la luce artificiale del lampadario. Avvertì la mancanza di una donna in quella casa per la seconda volta. La pulizia e l’ordine erano optional costosi, dei quali Daniele aveva fatto a meno. Vagamente ascoltò le sue parole.

Facciamo un salto da Toio a Torre Argentina?” stava dicendo il ragazzo, passando lo sguardo da Sara a Natalina.

Sara strinse le labbra, mentre esplorava con l’occhio la parete. Erano i quadri o meglio le riproduzione di celebri dipinti a incuriosirla, come se lei fosse in una bolla di sapone. Il soggiorno non era enorme, come pure il resto dell’appartamento, ma c’erano troppe cose non ben amalgamate stipate lì dentro. Una tipica casa da single. La proposta di Daniele non le faceva né caldo né freddo. Era indifferente. Visto che Natalina era Roma, non capiva il motivo per il quale non era a casa dai genitori. Avrebbe voluto chiederlo ma rimase in silenzio.

Ho capito. Nessun passaggio in trattoria”.

Natalina raggiunse Daniele in cucina.

[Continua]