Romano – una vita – parte seconda

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tramonto - foto personale

tramonto – foto personale

La prima parte la trovate qui.

Un rumore nella notte interruppe il suo flashback. La magia di quel giorno era svanita. Si guardò intorno alla ricerca della fonte senza trovarlo. Provò a ricalarsi nei ricordi.

Romano ebbe un gesto di stizza ma non c’era nulla da fare se non riprendere la lettura della lettera.

Gli occhi si posarono su un verbo. Un moto di rabbia lo colse, leggendo quel ‘odiarla’ inserito accanto a sua figlia. “Sì, Cristina è mia figlia” disse Romano irritato per il comportamento assurdo di Flora, riprendendo in mano il foglio.

Niente. Non c’erano alternative. Dovevo abbandonarla. Scelsi l’orfanotrofio delle stelline, in via dei mille. Discreto e riservato. Gestito da personale laico. Firmai tutti i documenti perché potesse essere adottata in fretta. Avevo tempo fino al ventunesimo compleanno per conoscere la sua destinazione. Poi sarebbe calato il silenzio. Tutto quello che la legava a me sarebbe stato cancellato per sempre. Il destino mi ha punito. Un male maligno mi sta portando rapidamente alla tomba. Ho ancora poche settimane di lucidità o forse anche meno poi…

Si chiama Cristina ed è nata il giorno di Natale. Se vuoi conoscerla, devi recarti presso quella struttura, che ignoro se esista ancora, entro il ventiquattro dicembre prossimo. Dovrei allungarti una chiave ma l’ho smarrita.

Addio

Flora

30 novembre.

Romano gettò la lettera sulla scrivania con rabbia. Senza quella chiave non avrebbe concluso nulla, ammesso che esistesse ancora quel orfanotrofio. Sembrava volesse prendersi gioco di lui. Una volta di più Flora lo voleva punire.

Punire di cosa?” urlò in silenzio la sua disperazione. “Perché l’ho amata?”

Quel dubbio scavava nella sua mente come un tarlo. Non era per nulla convinto della sincerità della lettera. Dopo vent’anni riemergeva attraverso un messaggero anonimo, parlando di una figlia finita in adozione come se fosse un oggetto da mandare in discarica. “È davvero morta?” si domandò. Appoggiando il mento sul palmo aperto. “Perché mi vuole torturare ancora?”

La sua razionalità lavorava a pieno regime. Faceva mente locale se esistessero ancora strutture di quel genere, tanto care agli scrittori dell’ottocento. Ricordava la famosa ‘ruota degli esposti’ ma da tempo era stata chiusa. Di certo negli anni settanta non operava. “Il brefotrofio?” pensò. “Uhm! Forse no”. Qualcosa non lo convinceva. Sembrava uno scherzo di cattivo gusto.

Accese il PC. Doveva controllare se quella struttura esisteva. Aveva molti dubbi. Fece qualche conto. Erano gli anni delle rivolte studentesche, delle occupazioni e forse qualche residuo di orfanotrofio era sopravvissuto. “Ma ne siamo sicuri?” pensò, grattandosi la guancia. La barba che stava spuntando ispida gli dava noia, prurito.

Si riscosse. Non poteva perdere tempo. Mancavano due settimane al day after e poi avrebbe ignorato il viso di sua figlia, cosa stava facendo. Non avrebbe potuto trasmetterle nulla che potesse ricordarle chi era.

Avviò il motore di ricerca. Pareva sparita. C’era solo un riferimento a Milano, il famoso orfanotrofio delle Stelline, in corso Magenta, che adesso era diventato un centro congressi. A Roma ne aveva pescati due. “Ma sono per caso gli eredi di quello di vent’anni fa, dove è finita Cristina?” si domandò, grattandosi la guancia ruvida per la peluria che stava crescendo. Si annotò gli indirizzi. Domani ci sarebbe andato di persona. Però il tarlo era ‘senza chiave, mi diranno qualcosa?’.

Aveva trovato un edificio, alla Bufalotta, ora in sfacelo, che fino al 1973 era un orfanotrofio femminile. “La lettera parla di Stelline, non di Bufalotta” si disse, scorrendo l’elenco fornito dal motore di ricerca. Quello, che cercava, doveva essere una struttura che accoglieva i neonati, visto che Cristina aveva poche settimane, forse mesi di vita. Qualcosa non tornava nella lettera. Un’indicazione palesemente sbagliata. Informazioni nebulose o quanto mai incerte. L’assenza di un qualsiasi strumento per accedere alle notizie riservate su sua figlia. Scosse la testa.

Se per caso Flora mi ha raccontato un’altra bufala?” rifletté Romano, appoggiandosi allo schienale della poltrona. “Ne sarebbe capace. Però non la capisco. Non comprendo il senso di questa lettera. Una sottile perfidia nei miei confronti. E quel misterioso messaggero chi è? Che rapporti ha con Flora?”

Rise isterico a questo pensiero. Non erano domande banali. Dentro era racchiusa tutta la sua ansia. Vivaldi era terminato da un pezzo ma non aveva nessuna voglia di inserire un nuovo CD.

A quell’epoca Flora abitava in un monolocale nella zona degli antiquari. Piccolo ma caldo. Era sera, quando lo raggiunsero. Fecero all’amore con passione tutta la notte. Romano la lasciò al mattino con la promessa di sentirsi in giornata. Iniziò così la loro storia. Era lui che andava da lei e mai il viceversa.

«Qui sono a casa mia» fece Flora un giorno per ricusare le insistenze di Romano.

«Ma la mia è anche casa tua» specificò Romano.

«No. Casa tua è tua» precisò Flora con puntiglio. «Casa mia è mia».

Lui rinunciò a controbattere. Lei era un tipetto tosto ma riservato. Non aveva mai detto di quale località fosse originaria. Solo il cognome che non diceva nulla. Gli aveva confidato che il suo sogno era diventare una brava interprete o una traduttrice.

«Mi piace girare il mondo» gli aveva confidato Flora, mentre era accoccolata su di lui dopo una maratona amorosa.

«Dove?» le aveva domandato.

«Il mondo» rise Flora con quella risata allegra, mostrando una fossetta nella guancia destra.

Per un anno andò tutto bene. Lei studiava con profitto. Lui teneva un corso nella facoltà di matematica. Poi qualcosa si incrinò. “Cosa?” si domandò Romano, preso nel vortice dei ricordi. “Una sera mi disse che non mi voleva a a casa sua. Così senza spiegazioni. Pensai che avesse trovato un altro più giovane di me”.

Romano scosse la testa, ricordando quella volta. Non era da lui fare scenate di gelosia. Quindi non replicò. Per una settimana non si fece vedere, né sentire. Sembrava volatilizzata. L’andò a cercare in facoltà ma nessuno era in grado di dirgli dove fosse finita. Continuò le ricerche senza arrivare al nulla. Le compagne di corso alzavano le spalle e ridacchiavano dietro, quando se ne andava. Decise di dimenticarla ma inutilmente. Era sempre presente davanti agli occhi.

Passò l’estate e arrivò l’inverno. Romano aveva cominciato a non pensare più a lei. Era assorbito dalle lezioni all’università, dagli esami. Insomma Di lei solo un bel ricordo.

Era il 20 dicembre e il giorno dopo sarebbero iniziate le vacanze di Natale. Era fermo alla buvette dell’università, quando incrociò un collega, che conosceva di vista.

«Ciao, Romano» lo apostrofò Alberto. «Hai sentito?»

«Cosa?» fece Romano, guardandolo negli occhi.

Alberto sorrise, appoggiando la tazzina del caffè sul bancone.

«Ieri è successo un casino» proseguì, prendendo una sigaretta dalla tasca. «Una ragazza del secondo anno di slavistica per poco non partoriva in aula»,

Romano sbiancò. Per una curiosa associazione di idee pensò a Flora e alla sua sparizione misteriosa.

«Ma no!» esclamò poco convinto Romano. «Ci credo che sia scoppiato un casino. Ma come è finita?»

«È arrivato il 118 per portarla in ospedale» concluse Alberto, salutandolo per uscire a fumarsi la sigaretta.

Romano intrecciò le mani dietro la nuca. Ricordò bene quei giorni. Fece il giro di tutti gli ospedali, finché non scovò Flora al Bambin Gesù. Il resto lo sapeva. Guardò l’ora erano quasi le sette.

«Papi, papi» lo riscosse una vocina. «Ero preoccupata perché parlavi nel sonno. Flora, Cristina. Chi sono?»

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  1. Feliz año nuevo querido amigo!!!!
    Doce meses, cuatro estaciones, un corazón alegre y unos ojos soñadores… Feliz Año Nuevo 2017!
    Por cada día del nuevo año, un nuevo anhelo por el que luchar y esmerarse… Bendiciones en tus nuevos proyectos!

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  2. Due soli capitoli per racchiudere vite intere ma è bastata una notte per riportare alla luce un incubo mai sopito e che finalmente sembra trovare nuova certezza.
    Come in un puzzle la realtà di Cristina s’incastra nella vita di Romano, un fiume in piena di ricordi e passione per un amore ormai perso nel tempo.
    L’atmosfera di una musica classica che rimbomba nella stanza, l’aroma del caffè che si disperde nell’aria, la genialità di un romanzo che riga dopo riga mi ha tenuta col fiato sospeso.
    Un padre che ritrova una figlia, una notte che lava via il passato … ed un racconto che ancora una volta mi fa apprezzare il tuo talento. Complimenti! 🙂
    Un abbraccio da Affy

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