Romano – una vita – parte prima

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un calendario dell'avvento artigianale - foto personale

un calendario dell’avvento artigianale – foto personale

Romano andò a letto.

Mezz’ora dopo era ancora lì, a occhi aperti… no, non aperti, di più… sbarrati!

E come avrebbe potuto dormire, o anche soltanto assopirsi? Come avrebbe potuto rallentare il battito del suo cuore? In che modo avrebbe potuto cercare di placare il tremito che sentiva nelle vene, nelle arterie, il furore contro il destino che si era accanito in quella maniera incomprensibile verso il sangue del suo sangue?

Perché era Cristina! Finalmente Flora se l’era fatta uscire di bocca la verità, dopo quella bugia detta nella nursery in ospedale! Ma quella bugia… perché? Perché? Perché? La domanda continuava a ballonzolare nella sua testa.

Romano diede un’occhiata alla sveglia: segnava zero e ventiquattro. Si alzò dal letto. Inutile stare lì, meglio alzarsi, tanto non sarebbe riuscito a dormire. Se ne rendeva conto perfettamente.

Infilò una maglietta sopra gli slip che portava normalmente a letto. Estate e inverno dormiva solo con i boxer. Un abitudine contratta da quando aveva sei anni. Nemmeno Flora era riuscito a convincerlo a mettere il pigiama.

Faceva freddo. Il riscaldamento era spento. Non pensò di riattivarlo. Prese la felpa e i pantaloni della tuta dalla sedia per indossarli. Nei piedi nulla. Quelli erano abituati a stare senza nulla. “Ho i piedi sempre caldi” si disse, mentre finiva di vestirsi.

In cucina ignorò la caffettiera da tre, già pronta sul fornello per la mattina. Romano prese dal pensile quella da sei, che teneva per quando aveva ospiti. Sapeva che sarebbe stata una notte lunga. Molto lunga. Dopo averla preparata, la mise sul fuoco. Nell’attesa che l’aroma del caffè inondasse le sue narici andò in mansarda per accendere lo stereo.

Doveva stemperare l’inquietudine che aveva in corpo. Nell’alloggiamento accanto all’apparecchio passò in rassegna la sua collezione di CD di musica classica. Con un dito scorreva i dorsi con i nomi dei musicisti, ne estraeva uno per leggere cosa conteneva per poi riporlo nella stessa posizione. Era meticoloso e pignolo. Bach, Beethoven, Händel, Haydn, Mozart, Schubert, Schumann, Vivaldi. Tutti ordinati in ordine alfabetico per facilitare le ricerche.

Cercava un CD che avrebbe potuto aiutarlo a concentrarsi sui dilemmi che lo stavano attanagliando. Scosse la testa, mentre sentiva borbottare la moka. Doveva andare a spegnere il gas, prima di creare casini e rovinare caffè e Bialetti. Cosa ascoltare ci avrebbe pensato dopo esserselo versato. Scelta una tazza grande, di quelle da tè, la riempì fino all’orlo, zuccherandola pochissimo. Tornò in mansarda per sedersi davanti alla scrivania. L’impianto stereo era alle sue spalle. Sorseggiò il caffè. Era troppo caldo. Continuò la scansione dei titoli. “Schubert?” si disse, aggrottando la fronte. “No. Qualcosa di più morbido. Händel?” Pensò il concerto grosso. Quello londinese con strumenti originale. Un musicista straordinario per Romano, che adorava la musica barocca. “Ma forse non è adatto al momento” pensò, riponendo la custodia nello spazio rimasto vuoto. Passò oltre, fermandosi su Vivaldi. “Concerti per violino? O le quattro stagioni con molti stromenti?” Diede un’altra sorsata dalla tazza, prima di scegliere tra le due custodie.

Decise per un qualcosa di pacato, di tranquillo, qualcosa che avrebbe potuto calmare la sua agitazione, la sua frenesia. “’Le humane passioni’ vanno bene. Proprio quello che sto passando ora” fece sorseggiando il caffè che era intiepidito. “Sono cinque concerti per violino. Il solista è Giuliano Carmignola. Un eccellente violinista”. Inserì il cd nel cassettino e premette il tasto PLAY. Dale prime note del violino si acquietarono un poco i nervi.

Si accoccolò sulla sua amata poltrona, senza accendere il computer.

Finì di bere il caffè. Cominciò a ragionare da persona razionale come si considerava. Prese un blocco di carta riciclata per appuntare qualche nota. Cominciò a scrivere.

Uno: Cristina è davvero mia figlia. Due: Flora, dopo vent’anni che non ci vedevamo, ha mandato qualcuno con l’incarico di comunicarmi la sua morte e consegnarmi una lettera. Tre: l’ha fatto per necessità, quindi non mi devo fare pippe mentali sui motivi del suo silenzio e comportamento. Quattro: la lettera dice una cosa che mi ha lasciato di sasso. Cristina è stata abbandonata in orfanotrofio. Tra quindici giorni scade il termine per poterla riconoscere. Cinque: la vorrei riabbracciare, anche se so che è stata adottata da quando aveva sei mesi. Sei: ce la farò?

Il violino continuava in sottofondo a diffondere le note di Vivaldi. Romano non l’ascoltava ma gli serviva per raccogliere le idee.

Rilesse il blocco e la lettera. Questa conteneva una verità lapalissiana. In realtà non sapeva ancora nulla, cosa avrebbe dovuto oppure potuto fare. Flora nella sua disperazione prima di morire non era stata affatto chiara, se la situazione era davvero senza speranza oppure no.

Intanto il tema del CD era rimasto tranquillo, pacato, rilassante, quasi coinvolgente. Si fermò un attimo ad ascoltare prima di riprendere le riflessioni.

Rilesse la lettera e gli venne un moto di rabbia. Nemmeno in punto di morte aveva avuto un ripensamento verso di lui.

Quando leggerai questa lettera, io non ci sarò più. Sarò sepolta in un cimitero di campagna, che non ti rivelo. Chi ti porterà notizia e lettera, ha fatto voto di silenzio e so che lo manterrà

Quando ti ho lasciato, ero incinta ma questo lo sai anche tu. In ospedale ho negato che Cristina fosse nostra figlia e ti ho allontanato da me. Non intendevo rivederti mai più. Ho sofferto troppo la tua vicinanza. Ti odiavo perché mi avevi messo incinta.

All’inizio volevo tenere Cristina ma poi… Era troppo te. Quando si attaccava al seno mi sembrava di vedere la tua bocca che mi succhiava i capezzoli. Era troppo uguale. Stessi capelli castano chiari. Stesso taglio degli occhi obliqui, Stessa forma della bocca con labbra sottili e appena accennate. Ma quelle due fossette mi ricordavano te. Avrei finita per odiarla.

Romano fece un sorriso amaro. Adesso i capelli erano bianchi. Il corpo di cinquantacinquenne era appesantito da un pizzico di pancetta. Gli occhi e le fossette, no quelli erano rimasti uguali.

Non capiva quell’odio, quel rancore. Eppure le aveva chiesto di sposarla.

«No!» gli aveva urlato in faccia con rabbia. «Niente nozze riparatrici. Dovevi pensarci prima».

Romano fu travolto dai ricordi. Accantonò la lettura.

Il giorno dopo il suo primo incontro con Flora pareva tutto ritornato alla normalità. Gli scontri tra gli studenti e la polizia si era conclusi con una grande retata. Erano rimaste solo le tracce del selciato parzialmente divelto e le carcasse di auto bruciate. Per il resto c’erano più poliziotti che studenti, che frettolosi entravano nella facoltà di Matematica. Romano entrò in Istituto e si avviò direttamente verso il suo studio per prendere alcuni testi per la prossima lezione. Aveva però l’impressione che sarebbe stata rinviata a data da destinarsi.

«Ciao Romano!» echeggiò nel corridoio dietro di lui una voce, che conosceva bene.

Si voltò e vide Giuseppe, un suo collega e carissimo amico.

«Oh, Giuse’, come va, che fai?» rispose Romano, dandogli una pacca sulla spalla.

«Niente oggi» rispose Giuseppe, prendendolo sotto braccio. «Lezioni sospese fino a nuovo ordine. Siamo in vacanza forzata!»

Romano fece una faccia strana come di sorpresa. In effetti lo immaginava. Troppa tensione per riprendere la normale attività didattica.

«Vado di fretta, Giuse’» disse Romano, sottraendosi alla stretta dell’amico.

«Vabbe’ Romano, se vedemo dopo da Toio?» strinse l’occhio Giuseppe.

«Sì, po’ esse… anzi no» fece Romano, pensando a Flora. «Devo vede’ se riesco a trova’ ‘na ragazza, una de’ lettere».

«Una?» lo rimproverò Giuseppe, stringendo gli occhi e aggrottando la fronte. «A Roma’, ecché fai… abbandoni l’amichi? Non presenti le nuove amiche?»

«Nooo» esclamò facendo un viso contrito. «L’ho conosciuta ieri… nun zò… boh… me piace… ma io je piacerò? Vabbe’, po’ esse che vengo co’ lei… Ciao Giuse’!»

Romano si sfilò dall’amico per chiudersi nel suo ufficio, per non dare troppe spiegazioni. Si diede del somaro per essersi lasciato sfuggire quella frase.

Rimase una buona mezz’ora, fingendo di cercare i due libri, che sapeva perfettamente dove erano nel caso che quel impiccione del suo amico avesse messo dentro la testa.

Uscì dall’istituto e si avviò verso la facoltà di lettere.

“Dunque… letteratura slava, aveva detto…” ricapitolò le informazioni. “Sì, sì, russo, polacco, ceco… cazzo ma ‘ndo trovo ‘sta slavistica?”

Fatto quattro gradini si trovò in atrio deserto.

«Scusi, il dipartimento di slavistica dov’è?» fece Romano, avvicinandosi a una bidella, che stava pulendo il pavimento.

«Al primo piano, le scale di là» indicò a sinistra la bidella col braccio teso.

Romano salì i gradini e la vide di spalle in fondo al corridoio.

«Flora!» gridò da venti metri di distanza.

Lei si voltò col suo splendido sorriso che le illuminò il volto.

«Romano!» disse, avviandosi di corsa a piccoli passi verso di lui.

Si abbracciarono, mentre lui cercò le sue labbra.

Lei non si ritrasse.

A Romano sembrò che in quel momento l’intero universo si fosse fermato, meno il suo cuore, che batteva a trecento al minuto. Sperò che il bacio non finisse mai ma dovette riprendere fiato.

«Flora!» disse, guardandola negli occhi.

«Romano!» fece lei con una sguardo che parlava più di mille parole. Luccicava per la felicità.

«Andiamo!» la esortò, trascinandola per un braccio.

«Sì, aspetta… un attimo!» oppose resistenza la ragazza. «Ciao Chiara, Vado. Poi ti chiamo»

Flora fece un cenno di saluto all’amica, che la guardò con gli occhi basiti. Si chiese chi era quell’uomo di certo più vecchio di loro. Aveva l’aria di uno che ci sapeva fare con le donne. Loro giocavano a esserlo con i loro vent’anni.

«Dai Romano. Andiamo!» disse Flora, facendosi abbracciare da lui.

Romano pensò che di certo avrebbe evitato Toio, dove avrebbe trovato Giuseppe. L’altro locale era Marco. Anche qui c’era il rischio di incrociare qualche rompiscatole.

«Andiamo, dove siamo stati ieri?» domandò Flora, che ricordava quel locale nella zona universitaria, dove Romano le aveva accompagnate.

«Ok. Va bene!» concordò Romano, fingendo di essere contento.

Dopo dieci minuti erano nel locale di Marco, il quale, appena li vide entrare, apostrofò Romano.

«Oh, Roma’, ciao! Me presenti ‘sta bella signorina, eh?, visto che ieri sete scappati manco foste evasi da Rebbibbia?»

«Uh, Marcoli’, me dispiace, manco t’ho pagato» borbottò Romano col viso contrito. «Flora, Marco».

«Piacere!» fece allegra la ragazza, allungando la mano.

«Er piacere è mio, Signori’» e le strinse con calore la mano.

«Embe’?» disse, volgendosi verso Romano. «Ieri nun hai pagato? Che c’è probblema? Tanto c’ho so’… si nun è oggi, sarà domani, Roma’, de te me fido. Che volete oggi?»

«Come ieri, Marcoli’, come ieri» rispose Romano e, visto che era libero lo stesso tavolo del giorno prima, si accomodarono lì.

«Questo sarà il nostro tavolo!» fece Flora, sedendosi.

«Ah, perché, hai intenzione di venire sempre qui?» la guardò sorpreso Romano.

«Beh, se va a te» sorrise, prendendogli la mano.

«A me? Con te verrei dappertutto!» esclamò Romano con gli occhi che brillavano per la felicità. Non avrebbe mai immaginato di averla conquistata in solo due incontri.

«Non correre, Romano» fece Flora, ammiccando. «Vola basso. Ci conosciamo da poco».

«Dici?» disse Romano, mostrando le sue fossette. «A me sembra di conoscerti da una vita, Flora. Me lo fai un altro sorriso? Quelli dei tuoi».

«Che ha di speciale?» domandò Flora con lo sguardo stupito.

«Mi piaci quando sorridi» fece Romano. «Mi sembra di annegarvi dentro».

Flora sorrise con un leggero rossore sulle guance. Era la prima volta che un uomo le chiedeva di sorridere. Ripensò ai coetanei solo pronti a sbavare, toccare, senza mai un complimento gentile.

Arrivò Marco, con i soliti stuzzichini, le patatine, naturalmente, e le birre.

Iniziarono a parlare fitto, quasi sottovoce, raccontandosi le loro vite, i progetti per il futuro ma Romano più che ascoltare Flora, continuava a guardarla, beandosi dei suoi sorrisi.

Finito di mangiare e bere, si alzarono.

«Marcoli’, grazie de tutto, me fai er conto?» disse Romano, alla cassa. «Oh, pure quello de ieri, eh?»

«No, quello de ieri considera che sia omaggio. Te l’ho offerto io» rispose Marco, battendo lo scontrino. «Oggi so’ cinquemila, Roma’».

«No, Marco, no» fece Romano, scuotendo la testa.

«Di’, voj litiga’?» disse Marco quasi offeso. «Ieri ho offerto io».

«Vabbe’, vabbe» concluse Romano, pagando la sola consumazione odierna. «Basta che nun t’encazzi!»

«Ebbravo, o vedi che quanno voj sai puro esse intelligente?» salutò Marco, incassando il biglietto da cinquemila lire. «Va’, va’, annatevene regazzi’, che c’ho da fa’»

Romano e Flora, appena usciti dalla porta del locale, non resistettero. Si abbracciarono stretti, mentre lei cercò le sue labbra.

Fu un limone coi fiocchi. Lingue che si cercavano, saliva che si mescolava. Era quello bello. Quello de core, de panza, de tutto. Quello che aveva gli ingredienti giusti al posto giusto, esattamente dove devono essere. Quello che si faceva in due e ci si trovava in due. Le labbra, le lingue, le salive e i corpi diventarono un unicum di curiosità e desiderio, di grazia e sostanza, di poesia e carne ma lasciava presagire orizzonti di piacere a breve termine. E fece venire voglia di continuare.

Sembrò durare un’eternità.

«Flora».

«Romano?».

Un scambio di sguardi mise fine a quel botta e risposta.

«Andiamo?» disse Flora, prendendolo per mano con il suo sorriso che toglieva il fiato. «Vieni da me?»

«Sì» rispose Romano, mentre si incamminarono.

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  1. Ciao Gianpaolo, ti faccio i miei migliori auguri per un allegro natale.oramai le corse stanno x terminare e le bocce sono quasi ferme. Gustiamo domani 23 dicembre che è il preludio ai due GG importanti. Io ho terminato quasi tutte le venditem e le consegne, ora riposo e spero di partire dopo il natale per le terme di rito. C’è però un però…mamma Bianca è finita sabato in ospedale con un ‘altra polmonite. Sta comunque reagendo molto bene agli antibiotici, ha pur sempre 93 anni! Un grande augurio affettuoso.

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