Bertrando – Una vita

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foto personale

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Quella voce…

Bertrando si irrigidì, non capiva. Non era possibile, a furia di pensarci, di immaginare, di sognare, di desiderare, ecco, certo, iniziava ad avere le allucinazioni, a sentire le voci. Si appoggiò allo schienale, scacciò con la mano dal viso qualcosa che solo lui poteva vedere, infastidito, quasi fosse sufficiente quel gesto per allontanare i pensieri, i desideri persi in un passato lontano. Ma poi la sentì nuovamente. “Sì, era lei” si disse Bertrando con lo sguardo che spaziava per la stanza, come se cercasse qualcosa che non vedeva. Un appiglio per non sprofondare nell’angoscia. “Oramai ne sono certo. Non posso sbagliare”. Si avvicinò alla porta esitante. Aveva paura di chi stava dietro.

Sconvolto non connetteva bene i pensieri. Gli pareva di avere preso una sbronza. Sì, una ciucca di quelle che ti mettono ko per due giorni, lasciandoti come biglietto da visita un’emicrania feroce. Stralunato, ubriaco da ciò che sentiva salirgli dallo stomaco tornò a sedersi sulla poltrona.

Si prese il viso tra le mani. Chiuse gli occhi, come se fosse sufficiente a non udire. “Non è possibile” sospirò Bertrando, stringendo le labbra. “Una voce dal passato si sta insinuando nella mia testa”. Eppure ricordava con nitidezza che l’aveva chiusa fuori. L’aveva scacciata dai suoi pensieri. Era stato troppo male tanti anni prima. “Cosa vuole?” si domandò incerto se tornare vicino alla porta o ignorarla. “Perché ritorna? Perché mi vuole fare ancora del male?”

Era stata una storia di grandi passioni ma anche di furibonde liti. Erano stati anni che non poteva cancellare. Però quello che gli aveva fatto male. Troppo. A Bertrando si inumidì l’occhio a quel ricordo. “Quello che mi ha fatto male” proseguì nel suo pensiero, “è stata quell’accusa”.

Un vulnus mai sanato. Anni trascorsi a nascondersi, inseguito dai media. Gli amici, se così si potevano chiamare, che gli avevano voltato le spalle come se non l’avessero mai conosciuto. Alla fine l’accusa era caduta ma nessuno se ne accorse. Nessuno gli chiese scusa. Nemmeno lei, accecata dalla sua vendetta.

Quale vendetta?” si chiese, mentre le mani passavano nervose nei radi capelli, che era incanutiti. “Quale sgarbo le ho fatto per accusarmi di quella infamia?”

Era difficile per lui dimenticare. Era impossibile cancellare quei sei mesi rinchiuso in una cella con altri quattro detenuti. Dei tagliagola, dai quali si era dovuto difendere. Era invecchiato di vent’anni, quando finalmente l’avvocato lo fece uscire. Tuttavia la sua vita era rimasta sconvolta. Solo, senza uno straccio di lavoro. Senza una casa, perché la loro era rimasta a lei. Come un barbone andava a dormire nel dormitorio pubblico e scroccava un pasto caldo alla mensa della Caritas. Poi decise che doveva andarsene ma non poteva fino al processo. La giustizia lo voleva giustiziare a fuoco lento. Rosolarlo come un tenero maialino. Un supplizio quotidiano. Un fantasma per tutti, fuorché per la giustizia. Non poteva avvicinarsi a lei, perché avrebbe rischiato di finire nuovamente dietro le sbarre. Non poteva vedere sua figlia, Dalila, perché…

Perché?” si domandò restando bloccato sulla poltrona, mentre quella voce lo torturava. ‘Apri. So che ci sei’.

Non poteva aprire. Doveva ripercorrere il suo calvario. Era riuscito tramite il suo avvocato ad avere un posto come guardiano notturno in una fabbrichetta.

Giorno dopo giorno come una formichina aveva messo da parte qualcosa, che gli avrebbe permesso di ricompensare Arturo, il suo unico amico, il suo avvocato, che aveva capito la sua sincerità. Il resto serviva per il bilocale dove abitava adesso, mentre continuava a frequentare quella mensa di diseredati per risparmiare.

Questo gli aveva permesso di ricostruire la sua identità e avere fiducia in se stesso. C’era ancora il vuoto intorno a lui ma di questo non gliene importava nulla. Poi finalmente arrivò il giorno della resurrezione.

Il signor Benforte è assolto per non avere commesso il fatto”.

Però nessuno lo seppe. Lei non si fece vedere quel giorno, conscia della bugia detta e incapace di osservare il crollo di quel castello di infamie che aveva costruito con pazienza. Arturo gli aveva suggerito di procedere contro di lei per calunnia e diffamazione ma Bertrando era troppo stanco per lottare ancora nelle aule di tribunale. Lasciò perdere. Quel modesto lavoro era sufficiente per sentirsi vivo.

Adesso lei era lì, dietro una porta chiusa. “Cosa vuole ancora da me?” si disse con l’angoscia che montava impetuosa nella sua mente. L’unico modo era aprirle per sentire cosa gli doveva dire. Si alzò, mentre quella voce aveva un filo di implorazione, un qualcosa di anomalo. Non era la solita voce di Nicole, altera e dispotica. Sembrava implorare qualcosa. “Ma cosa?” si domandò, sapendo che la risposta era farla entrare.

Esitò davanti alla porta chiusa. Avvertiva che quella presenza lo avrebbe destabilizzato. Percepiva che non avrebbe portato nulla di buono. Questa sensazione negativa la sentiva nonostante il portoncino fosse chiuso e lui al riparo dietro di esso.

Emanava una forza esiziale verso di lui. La personalità di Nicole lo aveva tormentato nel passato, gli aveva rubato i sogni. Però non era riuscito a cancellare le sensazione che le aveva dato nei cinque anni burrascosi trascorsi con lei.

Tolse la catenella. Sentì il respiro affannoso di Nicole. La mente voleva obbligare la mano a non aprire ma il cuore spingeva nella direzione opposta. Girò il chiavistello, che produsse un frastuono incredibile. “Solo io sento questo rumore?” si chiese ansando per l’emozione. Apri piano. Una piccola fessura.

Nicole era lì, immobile, che sbirciava con i suoi occhi nocciola il viso di Bertrando.

Ti sei deciso ad aprirmi?” fece con un ghigno, storcendo al bocca.

Bertrando scostò il battente quel tanto per vedere il suo viso. Era sempre intatto. Affilato come una lama di coltello. Una piccola fossetta sul mento. I capelli biondi come l’oro vecchio. Un tuffo al cuore. Un ritorno a dieci anni prima, l’ultima volta che l’aveva vista. Era dinnanzi a lui, aspettando che aprisse completamente la porta. Sapeva che lo avrebbe fatto.

Non mi fai entrare?” sussurrò Nicole, come faceva un tempo. “Devo parlarti. Non mi va che tutti sentano le nostre parole”.

Bertrando spalancò l’uscio mettendosi di lato per farla entrare. Poi chiuse con dolcezza la porta.

Si guardarono in silenzio. lui era rigido, ghiacciato. Il suo cuore si era quasi fermato, perché l’emozione gli aveva chiuso la gola. Avrebbe voluto dirle qualcosa, qualunque cosa ma nessuna gli uscì dalle labbra. Non riusciva a staccare gli occhi dal suo viso. Quel viso, quello sguardo, quella pelle, quelle labbra che aveva imparato a memoria. Erano come le poesie che bastava un abbrivio per ricordare ogni parola e inflessione della voce, mentre le declamava con sicurezza.

Sapeva che poi sarebbe stato male ma volle imprimersi tutto nella mente. Per altri giorni, per nuovi ricordi, per notti insonni.

Era bella, magrissima per nulla sfiorita dal tempo. Sembrava che si fosse scordato di lei, che l’avesse solo sfiorata, accarezzata piano, lieve, temendo di sciuparla. Gli occhi erano cambiati, diversi. Più tristi e profondi. Vi si leggeva un dolore radicato in profondità, impossibile da alleviare. Occhi asciutti, senza più lacrime.

“Nicole” mormorò Bertrando.

La lingua sembrava arrotolata, impedendo alle parole di uscire. Avvertiva nel petto un macigno che lo schiacciava, lo opprimeva. Si odiò. Avrebbe voluto prenderla tra le braccia, stringerla, accarezzarla, cullarla, lavare tutto quel dolore che sentiva emanare dalla sua persona. Invece non riuscì a dar voce ai pensieri, rimanendo muto.

“Non mi fai accomodare?” fece Nicole, muovendo per la prima volta gli occhi con filo di curiosità. Girò lo sguardo su quella stanza che fungeva da sala e cucina. Spoglia ma ordinata. “Non è cambiato” si disse Nicole con un sorriso che mostrò le fossette sulle guance. Però immediatamente ridivenne spento, senza luce.

A lui parve che la voce fosse stanca, rassegnata, priva di calore. Intuì che gli doveva annunciare qualcosa, come se stesse compiendo un servizio, qualcosa che non voleva ma che doveva fare.

Bertrando si scostò e la fece accomodare sulla poltrona. Nicole si fermò accanto al tavolo senza sedersi. Diede una nuova occhiata circolare, senza soffermarsi su nulla, indifferente.

Si girò verso quell’uomo, che aveva amato e poi odiato con tutte le sue forze. Le costava fatica e dolore essere al suo cospetto. Fissò il suo viso. Uno sguardo che ricordava Nicole di quell’epoca lontana, quando vivevano insieme. Mandò bagliori, che parevano sfidarlo prima di spegnersi di nuovo.

“Bertrando… tua figlia… nostra figlia… Dalila sta morendo!”

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