una vita – parte decima

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Alba - foto personale

Alba – foto personale

Maria aprì la finestra e scorse sotto il fico Simona e Luca.

«Simona, mi porti un cliente e poi lo tieni sotto le stelle?» disse ironicamente la donna, che si era stupita di vederli seduti a chiacchierare sul dondolo.

Lei avvampò per il rimprovero senza rispondere. Pareva una bambina, colta con le mani nel vasetto della marmellata.

«Signora» rispose Luca, vedendo la ragazza con le guance rosse e la bocca chiusa. «Simona mi ha fatto strada stanotte. Poi ci siamo fermati a fare quattro chiacchiere. C’era un invitante cielo stellato sopra di noi».

Maria sorrise, scuotendo il capo per la precisazione di Luca, che riteneva superflua.

«Scendo ad aprirvi il portone» disse, chiudendo la finestra.

Simona era in preda all’agitazione, perché aveva colto nella voce di Maria un rimprovero. Avrebbe voluto scappare, fuggire lontano ma la mano di Luca la trattenne e le trasmise fiducia. Il trambusto interno si placò, mentre dentro di lei avvertiva calma dopo la tempesta per le parole di Maria, comprendendo che le aveva fraintese. La aveva sovraccaricate di significati che non corrispondevano al messaggio che lei voleva trasmettere.

Simona dopo le riflessioni notturne acquisì la consapevolezza che non era più una ragazza. Aveva trent’anni. Era una donna adulta. Era giunto il momento di crescere e uscire dal proprio guscio. Non poteva rimanere chiusa nel suo mondo limitato, nel quale aveva vissuto fino allora. Doveva intraprendere un nuovo cammino per ricominciare a vivere in maniera differente.

Il sole stava sorgendo illuminando il giardino, mentre i primi raggi inondavano il fico già carico di frutti che tra un mese sarebbero diventati dolci e saporiti, mentre le gocce di rugiada diventavano vapore.

Maria sul portone richiamò la loro attenzione. «Restate lì» intimò a Luca e Simona. «Fra cinque minuti vi servo la colazione. Bombolone caldo e caffè bollente!»

Queste parole scatenarono in Luca un’altra ondata di ricordi. Rammentava le veglie estive notturne che si concludevano nel bar della spiaggia tra l’odore dolciastro del bombolone appena sfornato e del caffè amaro che gorgogliava nella napoletana. Allora aveva il gusto della voglia pulita di divertirsi nelle balere, dove si ballava stretti e accaldati al suono delle melodie lente e sognanti. Adesso era il simbolo della trasgressione e dello sballo, assordati da musica techno a tutto volume, a bere e prendere pasticche fino allo stordimento.

C’era un turbinio di idee dentro la mente di Luca, che rendevano sempre più opaca la sua visione dopo la lunga notte insonne e chiacchierata. Avvertiva la necessità di sdraiarsi su un letto e di chiudere gli occhi, di staccare la mente dal corpo ma doveva restare lì ad aspettare la colazione.

Maria portò un tavolo rotondo vicino al dondolo con alcune sedie e si fermò un attimo con loro per soddisfare la curiosità di conoscere gli argomenti interessanti che li avevano tenuti svegli.

«Nessuno» replicò con prontezza Luca, impedendo a Simona di rispondere. «O meglio tanti piccoli racconti di vita vissuta. Nulla in particolare».

Maria si allontanò insoddisfatta senza insistere ulteriormente.

Il leggero moto del dondolo e i caldi raggi del sole li fecero assopire in un dormiveglia rilassante, interrotto dal profumo zuccheroso del bombolone e da quello intenso del caffè.

L’atmosfera si riscaldò come la temperatura della mattina che faceva presagire una giornata caldissima. Erano anni che non gustava una colazione così genuina, perché fino a pochi giorni prima consisteva in un caffè amaro condito da qualche biscotto insapore.

Nonostante il caffè l’avesse svegliato completamente, percepiva la necessità di raccogliere le idee e staccare la spina da tutti quegli avvenimenti che con frenesia aveva vissuto nelle ultime ventiquattro ore. Salutate le due donne, che continuarono a parlare, si ritirò nella stanza a meditare in solitudine e al buio.

Si tolse i vestiti umidi di rugiada e di sudore per indossare pantaloncini e polo, mentre si sistemava su una poltrona di vimini. Aveva letto un libro, del quale non rammentava il titolo. Aveva presente visivamente solo la copertina e ne ricordava il contenuto. Trattava della casa da tè giapponese. Era rimasto incuriosito da quella pratica orientale per consumare una bevanda, che per loro racchiudeva la visione della vita. Si era ripromesso che, se un giorno si fosse recato in Giappone, ne avrebbe frequentato una. Era uno dei tanti sogni desiderati ma difficili da realizzare.

Adesso percepiva la necessità di riflettere, o meglio di svuotare la mente, per concentrarsi. Ripeteva, come un mantra, le tre parole, che ricordava di quella lontana lettura: vuoto, silenzio e meditazione. Però non riusciva a concentrarsi, perché era distratto da mille pensieri.

“Cosa faccio in questa stanza?” si domandò inquieto, perché il silenzio appena disturbato dal canto di un cardellino tardava ad arrivare.

“Perché mi sono lasciato coinvolgere emotivamente da una ragazza che mi ha scambiato per il padre che le manca?” si chiese, mentre tentava di sprofondare nel vuoto che era una dimensione sconosciuta per lui.

“Cosa vado cercando con questo viaggio senza meta?” si interrogò, mentre meditava sui motivi del suo vagabondare tra i ricordi del passato.

Luca si sforzava ma silenzio, vuoto e meditazione erano un miraggio difficile da ottenere.

Poi lentamente la stanchezza prese il sopravento mentre scivolava nel vuoto di un sonno senza sogni.

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