Una vita – parte nona

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Luca era interdetto per la determinazione della ragazza nel volerlo accompagnare al casale senza trovarne le motivazioni.

Un pensiero fisso gli tormentava la mente, come il martello del fabbro sull’incudine: “Perché?”. Gli sembrava una ragazza seria, affidabile ma dallo sguardo smarrito come se cercasse disperatamente di estrarre dal proprio petto dei segreti, senza trovare l’ardire di farlo. Eppure non si era dimostrata timida quando lo aveva invitato a fermarsi per la sera e neppure poco prima con l’invito di trascorrere insieme la giornata al mare. Vedeva in lei la figlia e null’altro.

“Vediamo cosa vuole dirmi” pensò Luca, mentre continuava a parlare di mille altri argomenti.

«Perché ha intrapreso questo viaggio?» domandò Simona all’improvviso, mentre imboccavano il viottolo che conduceva al casale. «Non mi sembra che abbia una meta precisa».

Luca si fermò di colpo e rise allegro. «Si nota?» chiese con lo sguardo serio. «Quel darmi del lei, mi invecchia oltre misura».

Ripresero a camminare, salendo lungo la ripida salita.

«Ci provo ma non contarci» fece Simona, accennando un mezzo sorriso.

Luca non rispose, perché aveva il fiatone per la fatica di percorrere quel tratto di sentiero che portava all’aia del casale. Si riscoprì vecchio, perché qualche anno prima avrebbe fatto di corsa la salita.

La parte razionale si rammaricò di questi pensieri negativi, perché le mettevano tristezza ma doveva portare pazienza senza lasciarsi prendere dallo scoramento.

Giunti dinnanzi al portone chiuso, Luca si guardò attorno smarrito e perplesso. ”E adesso come faccio?” pensò. Non aveva le chiavi, né poteva importunare la proprietaria, perché non l’aveva avvertita che avrebbe fatto tardi. Lo sguardo si posò sulla vecchia Punto, che avrebbe potuto ospitarlo per la notte. Stava per salutarla, quando Simona lanciò una proposta.

«Ci fermiamo sul dondolo sotto le stelle a parlare» fece la ragazza con un bel sorriso sulle labbra. «Poi apriamo il portone!»

Luca non capiva come avrebbe potuto entrare senza suonare la campanella. Però non comprendeva quel plurale “noi”, perché lui era regolarmente alloggiato lì ma lei no.

Rinunciò a cosa volesse intendere Simona con “poi apriamo il portone”, perché la serata piena di stelle e con un falcetto di luna sembrava invitare alle chiacchiere.

Un brusio appena discreto si levò dal dondolo, mentre ognuno narrava qualcosa di sé. Capì che Simona era di casa nella cascina, che Maria l’aveva accudita come una madre e tanto altro ancora. Tuttavia il vero motivo per il quale aveva voluto restare sotto le stelle non lo aveva ancora rivelato.

Quel dondolarsi nell’aria frizzante di una notte di luglio risvegliò il guardiano dormiente dei ricordi, che prese le chiavi per aprire la stanza della memoria.

E la mente tornò a quella ultima notte trascorsa con la francesina con la quale tra coccole e baci aveva atteso il sorgere del sole prima nella tenda poi sulla spiaggia illuminata da piccoli fuochi.

“Cosa ci siamo detti?” ripensò Luca, rapito da quel ricordo lontano. Non aveva importanza rammentarlo. Sorrise al pensiero di quel mix di inglese, tedesco e dialetto per capire la metà di quello che volevano dirsi. Certe sensazioni non avevano bisogno di parole, perché l’intesa era perfetta, come può esserlo, quando si ha diciotto e sedici anni. La mente vagava libera senza ascoltare il frinire delle cicale e il cupo richiamo del gufo nascosto nel folto del noce.

Simona si fermò a guardarlo incantata dallo sguardo sognante di Luca.

L’improvviso silenzio ruppe il brusio delle parole, mentre lui ritornava sul dondolo ad ascoltarla come se quell’interruzione non fosse mai avvenuta.

Adesso Simona aveva la certezza di essere pronta a raccontare il segreto della sua infanzia, celato con cura dentro di lei. Ebbe un momento di sbandamento, perché non sapeva da dove cominciare. “I ricordi sbiaditi dal tempo o le sensazioni dolorose che portavo dentro?” si domandò, prima di prendere il coraggio a due mani.

La voce era incrinata per l’incertezza. Balbettò qualcosa che lasciava intuire la sua volontà di narrare. Luca la soccorse.

«Racconta. Sono in attesa di conoscere il tuo segreto».

Questa spinta la sbloccò, mentre metteva in fila tutti i ricordi.

«Devo tornare indietro nel tempo» disse Simona rinfrancata per la sicurezza, che Luca, che avrebbe voluto come padre, le infondeva. E aprì la cassaforte di un passato molto remoto.

Di zia Lina e Maria aveva già raccontato, quindi estrasse dal cuore il dolore di non avere avuto un padre, a parte quello nominale.

«Non riesco detestare i miei genitori, perché non sono mai riuscita odiare nessuno. Però quando ho compreso i motivi per i quali mi volevano sempre nel letto con loro, ho chiuso tutto in una cassetta, che ho sepolto in questo giardino» disse tutto d’un fiato Simona.

Adesso riusciva anche a sorridere a quanto era avvenuto tanti anni prima. Si sentiva più leggera, come sgravata da un figlio indesiderato. Un fiume di parole uscì dalla sua bocca.

Raccontò di essere cresciuta senza una figura maschile di riferimento, perché zia Lina e Maria erano rimaste single, disdegnando la compagnia degli uomini. Su questo punto in paese correvano molte dicerie, perché affermavano che dormissero insieme e che facessero all’amore tra loro.

«No, non era vero» negò con forza Simona. «Ognuna dormiva nel proprio letto. Ma questi pettegolezzi mi hanno sempre ferita nell’anima, perché dicevano che anch’io amavo solo le donne».

«Ti credo, Simona» la consolò Luca, cingendole le spalle con atteggiamento protettivo.

Una piccola lacrima scese furtiva dai suoi occhi, mentre sperava che Luca non si fosse accorto per l’emozione e la stizza, legati a questi ricordi.

«È vero» ammise Simona, avvertendo il calore dell’abbraccio di Luca. «Ho avuto pochi amori, se si possono chiamare così i brevi flirt, che duravano il tempo di un battere di ciglia».

Lei, quando stava con un ragazzo, cercava in lui una figura maschile che non aveva mai avuto, mentre a loro interessava solo il sesso.

«Come potevamo trovare quella empatia che fa nascere un sentimento?» recriminò Simona con forza.

Luca annuì col capo. Erano due mondi incomunicabili tra loro.

«Tomaso, l’ultimo, sembrava diverso, mentre io mi sforzavo di vederlo sotto una luce differente» si accalorò Simona. «Però mi accorsi che dopo il periodo iniziale aveva smesso di amarmi e chiusi la relazione».

Avvertiva dentro di lei un vuoto sentimentale, perché a trent’anni non aveva avuto un amore degno di questo nome, senza conoscere nemmeno cosa fosse il sesso.

Il cielo stava colorandosi di colori pastello per annunciare la nascita del sole.

parte ottava parte decima

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