Una vita – parte quarta

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tratto da wikipedia

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Luca aveva sei anni. Vedeva la corte irregolare, sommersa da assi e legname, recuperato dalle vecchie case, bombardate dalla guerra. C’erano due pezzi di marmo tondeggianti un a volta bianchi, adesso inscuriti dal tempo e dalla polvere. Forse facevano parte di vecchie colonne, che non sapeva dove fossero collocate.

“Erano la parte superiore o inferiore?” si interrogò senza troppa fretta, né curiosità, perché erano il mondo dei giochi assieme a due sedili di marmo rosato butterati dal tempo.

Salire, scendere, saltare era il mondo della fantasia di bambino, che immaginava quali avventure dovesse affrontare. Un lampo. Un urlo di dolore era uscito dalla bocca, mentre la gamba sanguinava come una fontana. La corsa disperata al pronto soccorso, i pianti e le paure erano immagini vive e reali, che scorrevano sullo schermo in tre dimensioni della mente.

La mente razionale se ne stava in un cantuccio ben nascosto ma pronto a uscire allo scoperto infingardo e falso, quando la fantasia avrebbe finito la pellicola.

Il filmato era irregolare, a strappi quasi singhiozzante, perché era consunto e annerito dal tempo.

Luca stava su un lettino del Pronto Soccorso, molto diverso da quelli attuali. Vetrinette con dentro i medicinali, un lavandino di ferro smaltato bianco con qualche traccia di ruggine su una parete, un medico con un camice non immacolato che osservava la sua ferita. Luca guardava fuori dalla finestra un giardino ricco di magnolie imponenti dalle foglie verdi lucide, mentre piangeva in silenzio. La ferita era infetta, perché nella fretta della medicazione avevano lasciato dentro una garza. L’uomo scuoteva la testa e diceva «Speriamo».

Quali pensieri potevano essere frullati nella testa di Luca bambino? Adesso non lo sapeva, né lo ricordava ma quale importanza poteva avere. Mentre ripensava a quegli anni lontani, era sicuro che il terrore di perdere la gamba era stato immenso, sovrastato solo dall’incoscienza di avere sei anni.

Avrebbe rivisto quelle magnolie altre volte, mentre lentamente la ferita diventava una lucida cicatrice ben evidente nel ginocchio, che ancora adesso era in bella mostra.

I fotogrammi scorrevano veloci davanti agli occhi, mentre Luca bambino scendeva in strada dalla finestra della camera da letto o scivolava incosciente sul corrimano delle scale. Era un discolo irrequieto sempre pronto ad arrampicarsi ovunque pensando a Tarzan e trascinava con se Gloria, che lo ammirava con due occhi dolci e immensi.

Sorrise a quei lontani ricordi. “Forse sono cambiato?” si chiese, tenendo in mano il calice di vino. Scosse la testa, perché era conscio che era stato sempre fuori dal coro, perché stonava e rovinava l’armonia delle voci. “D’altra parte non sono tagliato per la musica” si concesse, sorseggiando il vino fresco.

Era solo nel dehor immerso nel caldo asfissiante di luglio e aspettò qualche attimo prima di mangiare un boccone del panino che aspettava nel piatto.

Si chiese perché si era immerso nel flusso dei ricordi, che gorgogliavano sicuri nella mente, mentre la razionalità timidamente si affacciava fuori dal luogo segreto nel quale si era rintanato.

“Vergogna!” gli gridò la fantasia stizzita per la codardia dell’altra parte.

“Avete finito di litigare?” li riprese Luca irritato del continuo battibeccare delle due personalità che albergavano dentro di lui. “Voglio ricordare e basta”.

La pellicola si era spezzata e doveva riattaccarla, se voleva proseguire a vedere il prosieguo del film della sua vita. Non era facile ma testardamente ci provava.

Il suo occhio stanco per il viaggio, mentre il sudore scivolava tra le ciglia, vide in lontananza dei bambini che disegnavano qualcosa sul marciapiede infuocato prima di iniziare un gioco chiassoso e allegro.

“Un gioco di strada di certo” fece Luca affascinato da quel vociare infantile tra note acute e timidi sussurri. “Ma dove sono, se i bambini usano la fantasia per giocare?” Si guardò in giro alla ricerca della ragazza che lo aveva servito ma era sparita.

Non vide nessuno e così, come per magia, si sentì trasportare nella corte senza erba con un sicomoro frondoso e qualche aiuola maltenuta addossata ai muri. Era il suo regno da maggio a ottobre con i giochi aiutati dalla fantasia, annaffiati da secchi d’acqua gelida, che dalle finestre venivano gettati con abbondanza per raffreddare la turbolenta gioiosità dei ragazzini.

Poi si concentrò su quel gioco tanto affascinate quanto inadeguato per le dimensioni della corte.

“Come si chiamava?” chiese aiuto alla fantasia, perché la mente si era nuovamente nascosto.

“Ah! Bac e Pandon!” replicò lei con immediatezza.

Era un gioco ricavato da un elemento povero: un vecchio manico di scopa, messo in un angolo in attesa di finire nella caldaia in minuscoli pezzi. Il pandon era una piccola scheggia di legno appuntita da entrambi i lati, che doveva essere colpita dal bac, il manico tagliato. La scheggia si alzava roteando prima di essere colpita al volo e mandata lontana. Vinceva chi riusciva a mandarla il più distante possibile. L’abilità consisteva nel prendere il pandon. quando roteava veloce in modo imprevedibile. “Mica era semplice” pensò Luca, appoggiando le spalle allo schienale della sedia. “Riflessi e colpo d’occhio erano necessari, perché il pandon doveva essere colpito nel punto centrale per farlo volare lontano. Altrimenti cadeva miseramente ai tuoi piedi”. Però, c’era sempre un però nel gioco, perché se finiva su un vetro erano dolori.

Luca sorrideva beato e felice ma era tempo di tornare a Ersilia.

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