Una vita – parte seconda

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Luca spense il telefono, perché non voleva essere disturbato. “Chi mi chiamerà?” si domandò, mentre prestava attenzione al traffico nervoso che scorreva attorno a lui. A parte Ersilia, che di certo non aveva nessuna intenzione di ascoltare durante il viaggio, non c’erano altre voci da incrociare via etere. Quindi era meglio che tacesse.

Girò a destra, poi a sinistra, infilando una via che non conosceva. Non lesse i cartelli che indicavano la direzione. Una strada di cui ne ignorava l’esistenza. Aveva deciso, in un momento di lucida follia, che avrebbe inseguito quello che per quaranta anni non aveva fatto: seguire l’istinto, dimenticando chi era.

Luca avvertiva dentro di sé malinconia. Ne ignorava il motivo, perché in realtà doveva essere felice. Doppiamente felice. Era in pensione e stava affrontando un viaggio che aveva sempre sognato. Sapeva di essere un introverso che la mascherava, mostrando un lato della sua personalità che non gli apparteneva. Tutti lo credevano estroverso, perché parlava in continuazione di ogni argomento, anche talvolta a sproposito. Si inseriva, non gradito, in qualsiasi conversazione, dispensando suggerimenti e consigli gratuiti. Era un esperto di ogni cosa ma i colleghi e gli amici lo ignoravano, lasciandolo parlare a ruota libera. Qualcuno avrebbe potuto affermare che aveva una personalità bipolare, ammesso che si potesse definire così il suo carattere, scisso in maniera dicotomica in due parti. Quella da mostrare al mondo e quella che cullava durante i sogni notturni.

Luca amava la seconda, quella vera, quella che gli dava tutte le soddisfazioni, che la prima gli negava. Durante il sonno immaginava di inseguire la Gloria. Se qualcuno avesse sentito quel nome, avrebbe pensato a quella dolce ragazza che aveva condiviso giochi e avventure da bambino. No, sarebbe stato fuori strada. Era la prima pagina della rivista letteraria ‘Il sabato’, dove gli autori famosi venivano intervistati. Si domandò dubbioso, se sarebbe riuscito rispondere alle domande, perché un conto era sognare, ben diverso parlare su qualcosa che non conosceva.

“Ma quali domande mi avrebbero rivolto?” continuò a interrogarsi. In sessantasei anni non ho scritto un rigo di nulla”. Luca sognava a occhi aperti che avrebbe vinto il premio Pulizter o il Nobel per la letteratura con un romanzo, grosso come una torta nuziale a sette piani, dal titolo indefinito e dalla trama inconsistente.

Era un autentico sogno il suo, nel senso che sarebbe stato irrealizzabile. Sorrise compiaciuto. “Mi dovrei mettere a piangere?” pensò, mentre a uno svincolo si immise un una nuova via ignota. Seguiva il filo dei suoi pensieri, senza sapere verso quale destinazione stava andando.

“Non ha importanza” diceva tutte le mattine a quella parte di Luca, che, svegliatasi con quella esterna fasulla, si abbandonava alla malinconia del nuovo giorno. Però era bello lasciarsi cullare nel sonno da quelle visioni piene di luccicanti mondi da prime pagine patinate, anziché stare accanto alla grigia Ersilia, che ronfava pesante vicino a lui.

Era affezionato alla moglie, che lo sopportava da molti anni.

Mentre guidava guardingo, attento a non infilare un senso vietato e alle trappole del traffico, ripensò con malinconia quanti anni erano passati da quando l’aveva conosciuta.

“Sono passati troppi anni” disse alla sua controfigura, seduta sul posto del passeggero, mentre la musica dei Rolling Stones invadeva il suo spazio mentale, entrando in contesa con la concentrazione.

Era stato un giovane di belle speranze, neppure troppo bello, un po’ grassoccio e imbranato quel tanto che bastava per sembrare a volte un tontolone. Lei era una bella ragazza dai capelli biondo stoppia e gli occhi nocciola. Lo superava in altezza di poco, dalle lunghe gambe, dritte come un fuso, e con un fisico longilineo, che la faceva apparire come se fosse molto più alta del reale. Aveva un paio d’anni più di Luca.

Mentre armeggiava impaziente con l’autoradio alla ricerca di qualcosa di piacevole da ascoltare, si domandò, perché tornava sempre a quel punto di cinquanta anni prima, quando ne aveva solo sedici.

La parte falsa di Luca fingeva di non saperlo, perché era talmente abituata a simulare, che il vero gli pareva falso.

“Come puoi non conoscere i motivi?” gli rinfacciava il suo lato sognatore, che con malinconia inumidiva l’occhio al semplice ricordo di quegli anni dorati.

Luca era in terza liceo con viso butterato da una fastidiosa acne e gironzolava speranzoso nei paraggi della V A, la classe dove Ersilia imponeva la sua bellezza. Ci voleva poco, visto che le altre ragazze erano tanto scorfani quanto secchioni da fare invidia a Pico della Mirandola. Insomma erano tanto brave quanto inversamente apparivano graziose. “Beh!, dei mostri inguardabili proprio no” rise Luca ripensandoci. “Di certo non facevano concorrenza a Miss Italia. Magre, ossute, con seno inesistente, qualche brufolo mal coperto dalla cipria erano il campionario migliore del loro aspetto”. Dunque Ersilia era la Nefertiti della classe, che attirava i compagni come un fiore, preso d’assalto da api e farfalle.

Luca non aveva speranze di essere notato perché, quando lei gli rivolgeva la parola, lui diventava rosso come un gambero e si impappinava come un principiante. Tutti i discorsi che aveva preparato con cura, qualora l’agognata preda si fosse degnata di un uno sguardo o di una parola, finivano in monosillabi incomprensibili e balbettanti, mentre la testa si svuotava d’incanto come un cestello saccheggiato dall’orso Yoghi.

Rimaneva lì impallato a bocca semi socchiusa con l’occhio spento e perso nel vuoto, finché Ersilia ridendo non si allontanava sotto braccio a quell’antipatico di Roberto. Allora si ridestava come la bella addormentata nel bosco mentre i pensieri, che erano fuggiti o si erano nascosti tra le pieghe della mente, ritornavano allegri e beffardi a popolare la sua testa. Era un copione quotidiano, al quale non riusciva a trovare un rimedio.

Quello che più lo feriva erano i commenti dei compagni. Riferivano che quel tontolone di Luca aveva fatto girare la testa alla maliarda, così era chiamata la bella Ersilia, ma che quell’imbranato restava muto come un pesce o farfugliasse parole senza senso.

I sensi suonarono un campanello per avvertirlo che c’era un pericolo imminente a cui prestare attenzione.

Il fiume dei ricordi si essiccò o meglio sparì tra le rocce carsiche della memoria in attesa di ricomparire spumeggiante e limpido dopo il percorso sotterraneo, quando tutto era tornato in sicurezza.

parte prima parte terza

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  1. Great writing… the character seems clever and sensitive at the same time… and love the way we hear his thoughts through your voice… there are many powerful metaphors and beautiful lines here.. the ending is very moving…
    Sending love and best wishes. Aquileana ;D
    PS. sorry for the delay to visit… I am in Mendoza, Argentina for a little vacation

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