Un storia così anonima – parte quarantaseisima

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Tramonto - Foto personale

Tramonto – Foto personale

Monastero di Chiaravalle – 14 dicembre 1307 ora nona – anno secondo di Clemente V

Pietro la mattina del dieci dicembre si mette in cammino sotto una leggera nevicata. La strada è bianca e ghiacciata. Il frate ha seguito il suggerimento dell’oste, che gli ha consigliato di partire subito, senza indugi.

Se vi mettete sul sentiero che porta verso la pianura” gli ha detto, mentre depone sul tavolo latte e pane dolce per colazione, “in una giornata di cammino siete fuori dalle montagne. Da stanotte il tempo peggiorerà e rischiate di rimanere bloccato tra questi monti per non so quanti giorni”.

Il frate ha annuito, terminando di bere il latte di capra, appena munto, ancora tiepido. Ha chiesto qualche pagnotta dolce da mangiare durante il viaggio, prima di partire al primo albore sotto un cielo latteo.

Pietro, avvolto nel mantello bianco, mentre scende con prudenza verso fondovalle, riflette sulla missione che il Cardinale Caetani gli ha affidato. La sacca, di cui ignora il contenuto, ha un destinatario ben definito. Un monaco cistercense, Berthod de la Roche. Tuttavia le sue preoccupazioni sono rivolte verso la cassetta lignea, che conserva nella bisaccia. Non sa cosa farne. Non conosce la destinazione. ‘Conservatela con cura’ gli aveva detto il Cardinale. ‘Saprete riconoscere la persona a cui affidarla, quando si presenterà’. Una frase sibillina, che non dice nulla ma allo stesso tempo dà un’indicazione su chi la dovrà prendere in carico. Si domanda, se sarà in grado di portare a termine questo compito con successo. ‘Saprò riconoscere il destinatario di questo bene prezioso?’ si chiede Pietro, mentre continua la discesa verso la pianura di Lombardia. La neve scende a tratti copiosa e a tratti lieve.

‘Devo aver fede in Gesù, in Maria e in Maria Maddalena’ pensa il frate. ‘Non posso essere sopraffatto da pensieri negativi. Verrei meno al mio giuramento da Templare. Ogni missione sarà condotta a termine a sprezzo della mia vita’.

La giornata volge al termine, mentre le prime avvisaglie dell’oscurità incombono su di lui. L’oste gli ha detto che al termine del sentiero avrebbe incontrato un piccolo paese con una locanda pulita e accogliente. Però Pietro non ha incrociato anima viva, né abitazioni. Un cammino in piena solitudine in mezzo a un panorama spettrale. Non dispera. La fede lo sorregge mentre avanza con cautela lungo il sentiero tra due stretti contrafforti.

Pensa ai confratelli che ha lasciato nella magione di Bologna. Si domanda come se la sono cavata in questo mese. Il maestro era vecchio. ‘Sarà ancora in vita?’ si domanda il frate, mentre procede nell’oscurità sempre più densa. ‘Ma io riuscirò a tornare dai miei confratelli?’. Ancora un pensiero negativo. ‘Devo avere fede’ si disse, mentre gli pare di vedere delle luci in lontananza. Sprona il bardo, perché forse sono finite le sue ansie. É il villaggio che l’oste gli ha indicato, dove potrà trovare alloggio per lui e il suo cavallo. Una pioggia gelida ha sostituito la neve e le montagne sono alle sue spalle.

La mattina seguente al primo albore Pietro si rimette in cammino. Le strade sono un pantano vischioso che rallentano la marcia. Il bardo fatica ad avanzare e il Po è ancora lontano. Una pioggia silenziosa e battente lo accompagna nel suo viaggio verso il Monastero di Chiaravalle.

Tre giorni dopo verso il vespro Pietro è davanti al portone dell’Abbazia Sanctae Mariae Claraevallis Mediolanensis. Il complesso monacale è costruito per metà. Sono evidenti i lavori da compiere. La facciata della chiesa adiacente il monastero è incompleta, si notano delle impalcature nella zona posteriore. Intorno riaffiorano i vecchi acquitrini, che i monaci hanno bonificato nel passato e che il maltempo ha fatto riemergere. Il cielo è grigio, gonfio di pioggia. Picchia con energia il portone e attende con fiducia che qualcuno lo apra.

Sono un viandante che chiede riparo presso di voi” fa Pietro, quando il monaco guardiano apre uno spiraglio per vedere chi bussa.

Entrate” gli dice, spalancando il portone.

Che il Signore sia con voi” esclama Pietro che entra a piedi col cavallo.

Sempre sia lodato” è la risposta.

Il frate sistema il bardo nelle stalle, prima di recarsi nella cella che gli hanno offerto per la notte. É piccola e stretta, illuminata debolmente da un grosso cero. Addossato alla parete c’è un tavolaccio di legno con un pagliericcio, mentre da una minuscola finestra entra un po’ d’aria. L’umido delle pareti si confonde con l’umidità delle vesti, zuppe di acqua.

Pietro è stupito che nessuno lo presenti all’abate dell’abbazia. Conosce le regole ma pare che si siano dimenticati di lui, finché non ode i rintocchi di una campanella che invita i monaci nel refettorio. Esce dalla sua cella e raggiunge i monaci. Sono in fila indiana e passano davanti a una fontana, da cui zampilla un getto d’acqua sotto cui ognuno deterge con forza le mani. Pietro li osserva e aspetta con pazienza il suo turno. L’acqua è gelida ma nessuno ha un moto di brivido. Il frate raggiunge il refettorio, che è un’ampia sala rettangolare, suddivisa da due file di colonne, spoglia e scarsamente illuminata. Tre tavolate di solido legno di noce formano una U e stanno nel centro della stanza. I monaci prendono posto sul lato esterno. Pietro si siede in mezzo a loro. Il cibo è già servito in una scodella di stagno. Davanti sta una piccola brocca di terracotta, di cui il frate riconosce la misura di una hemina. É un’usanza di sua conoscenza. Vino o sidro di mele al posto dell’acqua, non sempre buona da bere. Una pagnotta di pane bianco sta accanto alla scodella. Una zuppa calda di verdure è il sommario pasto serale. Non si sente un fiato. Tutti in silenzio, mentre un monaco, posto nel mezzo dell’apertura della U, legge ad alta voce alcuni versetti della Bibbia alternati ai sermoni de Il Cantico dei Cantici di Bernardo di Chiaravalle. Pietro prima di iniziare a bere dalla tazza si osserva intorno. Sa che gli usi cistercensi nel refettorio hanno quasi un carattere liturgico e non vuole stonare. Afferra la scodella con le due mani per iniziare il pasto serale. ‘C’è tempo per chiedere di Berthod’ si dice, mentre beve un liquido dal colore informe. ‘Domani con le dovute cautele mi informo’. Pulisce con coscienza la stoviglia con un boccone di pane, finché non appare come se fosse stata lavata. Si pulisce la bocca con una pezzuola di ruvido cotone su cui sta appoggiata la pagnotta, dopo aver finito il contenuto della tazza oppure avere bevuto il vino dalla brocchetta.

Tre tocchi della campanella invitano i monaci nella piccola chiesa accostata al chiostro per le orazioni serali di ringraziamento del pasto serale. Tutti in silenzio si alzano e in fila indiana si avviano fuori da refettorio. Pietro li segue, anche se avrebbe voluto sistemarsi presso un camino acceso per asciugare i panni che indossa. Segue con devozione le lodi serali, si confessa e assume l’ostia consacrata. Adesso si sente più sollevato dopo essere rimasto per troppo tempo lontano dai sacramenti. Al termine della cerimonia tornano silenziosi nell’unica stanza, che funge da dormitorio comune, in attesa della sveglia del mattino. Pietro conosce bene la vita del monastero e senza fretta si ritira nella propria cella. Prima di distendersi sul tavolaccio sotto una ruvida coperta, si volta verso levante per ringraziare Gesù, Maria e Maria Maddalena per la giornata odierna. La stanchezza del viaggio vince la durezza del legno e il freddo umido che penetra nelle ossa.

Sei tocchi della campanella lo svegliano per ricordargli che le preghiere del mattino stanno per iniziare. Pietro si leva indolenzito ma riposato. Inginocchiato verso levante recita le sue solite orazioni prima di recarsi in chiesa. Osserva quei monaci, cercando di di individuare l’abate, il capo spirituale di questa comunità monacale. ‘Non sarà facile’ si dice Pietro, passandoli in rassegna. Sono vestiti tutti uguali nelle loro tuniche bianche. ‘Dovrò chiedere dell’abate a qualcuno. Da solo non sono in grado di individuarlo’. La regola di Bernardo è chiara. L’abate non consuma i pasti col resto della comunità, né dorme con loro. Ha una cucina che serve lui e i suoi ospiti e non partecipa alla vita comune. Quindi è difficile che sia fra i monaci in chiesa.

Pietro però non dispera che sia tra loro. Individua un monaco dalla lunga barba bianca, che si confonde con la tonaca. Si avvicina per assumere informazioni.

Siete l’abate di questa comunità?” domanda Pietro, quasi certo che non lo sia.

No” risponde stupito il monaco. “Lo cercate?”

Sì” fa Pietro, abbassando gli occhi con umiltà. “Pensavo che foste voi”.

Il monaco sorride, lusingato dall’accostamento. Gli fa un cenno di seguirlo, riprendendo la regola del silenzio che ha interrotto per rispondere. Usciti dalla chiesa, entrano nel chiostro del monastero e percorrono un lungo corridoio per arrivare alla sala capitolare. Durante il tragitto Pietro ammira l’eleganza delle colonnine e osserva i lavori che stanno facendo per erigere il campanile di fianco al tiburio. Al suo arrivo non ha compreso a cosa servissero i ponteggi che ha notato dall’esterno.

Ecco” fa il monaco, accennando col capo una porta socchiusa. “Qui trovate l’abate, Gerardo da Giussano. Sta aspettando i fratelli per il capitolo dopo le lodi mattutine”.

Pietro lo ringrazia, mentre bussa alla porta semiaperta. “Entrate” dice una voce dal tono fermo. Il frate spinge con cautela la porta di noce, varcando la soglia. La stanza è spaziosa, illuminata da grandi vetrate poste in alto. É di forma semicircolare, addossati alla parete stanno degli stalli con dei sedili di legno molto rustici e spartani. Al centro della stanza c’è lo scranno, alto e imponente, dove siede l’abate.

Avvicinatevi” dice il monaco, osservando Pietro.

Sono Pietro da Monte Acuto, perceptor della magione di Bonomia et Mutina” fa il frate, inginocchiandosi di fronte all’abate.

Il monaco gli fa cenno di alzarsi. “Vi ascolto” dice, appoggiando il capo sulla mano.

Sono qui” inizia Pietro, “su commissione del Cardinale Caetani, dovendo consegnare un oggetto al fratello Berthod de la Roche”.

L’abate rimane in silenzio, riflettendo sulle affermazioni del templare. La regola impone che qualsiasi oggetto destinato a un monaco debba essere consegnato a lui. Tuttavia c’è un impedimento che lo trattiene dal richiedere la consegna.

Fratello Berthod non è qui” dice l’abate.

É morto?” si informa Pietro sbigottito.

No. É in viaggio per il monastero di Valvisciola” fa l’abate. “Ma l’oggetto…”.

Non so cosa sia” lo interrompe Pietro. “É custodito in sacchetto, di cui ignoro il contenuto. Il Cardinale Caetani mi ha ordinato di consegnarlo nelle mani di fratello Berthod”.

Mentre Pietro sta parlando con l’abate, in silenzio la stanza si popola di monaci che si siedono negli stalli accostati alla parete. Capisce che è un momento di raccoglimento per la comunità e accenna ad allontanarsi. Non vuole creare disturbo con la sua presenza.

Restate” gli dice Gerardo, accompagnando le parole con un cenno della mano. Pietro resta in piedi alla destra dello scranno. Un monaco si alza per leggere il martirologio del santo del giorno. Oggi è San Giovanni, uno dei tanti Giovanni celebrati dalla chiesa. A seguire Pretiosa, l’orazione monastica mattutina, e una regola di Bernardo del loro ordine. Al termine della lettura l’abate la spiega ai confratelli, affinché la possano seguire senza errori.

Chi ha mancato oppure ha trasgredito le nostre Regole” disse l’abate con voce ferma nel silenzio assoluto della sala, “si faccia avanti per accusarsi”.

Pietro percorre con lo sguardo in modo circolare quel consesso che siede tacito, notando che qualcuno si agita leggermente rispetto al resto che rimane perfettamente immobile. Nessuno si leva per autoaccusarsi, nonostante sia chiaro la presenza di monaci, colti in flagranza di peccato.

L’abate ripete la formula di autoaccusa tre volte, prima di chiedere a qualche fratello se è a conoscenza di monaci sospetti di avere trasgredito le regole.

Pietro trova disgustoso questo modo di procedere, perché la delazione è più peccaminosa della trasgressione stessa. Nello stesso tempo capisce che questi monaci, che non hanno il coraggio di proclamare i propri errori, sono altrimenti da biasimare con fermezza. Ascolta in silenzio, continuando a muovere gli occhi circolarmente per osservare i loro visi.

Si alza un monaco che con voce ferma accusa un giovane monaco, Adalberto, di avere mancato la regola de Humilitate del fratello anziano, Bertrando. Nella sala non si sente nemmeno il respiro. L’abate corruga la fronte e chiede al giovane di alzarsi.

É vero?” gli domanda.

Sì” sussurra il monaco, con lo sguardo rivolto a terra.

Più forte” gli intima l’abate.

Sì” dice Adalberto con voce alta appena incrinata dalla vergogna.

Al giovane monaco vengono impartite tre vergate sulla schiena. Pietro assiste in silenzio alla punizione, che trova eccessiva per l’infrazione.

Nessun altro ha infranto le regole di questa comunità?” domanda l’abate, mentre con lo sguardo passa in rassegna gli stalli.

Un monaco si alza, incapace di guardare l’abate. “Io” dice.

Che regola avete infranto?” gli chiede.

Quater. Quae sunt instrumenta bonorum operum” confessa il monaco senza alzare gli occhi, aggiungendo. “Sesta, non concupiscere”.

Un leggero mormorio si leva dagli stalli, subito represso dall’abate. Dopo una breve riflessione gli comunica che per tre giorni starà in prigione e a digiuno con solo una brocchetta di acqua.

Pietro scopre che in una parte nascosta del monastero ci sono alcune celle adibite a carcere.

É quasi l’ora sesta, quando il capitulum viene sciolto e ci si prepara per il pasto di metà giornata.

Fratello Pietro” gli dice l’abate, “è usanza che gli ospiti mi facciano compagnia nel pranzo. Siete mio ospite. Così possiamo parlare con più calma. Quanto pensate di fermarvi presso di noi?”

Se non vi creo disturbo” risponde il frate, “pensavo la giornata odierna e la notte e riprendere il cammino domani dopo il primo albore”.

E così sia” concluse l’abate, alzandosi dallo scranno e avviandosi verso la propria cella con Pietro.

Apua, 14 dicembre 1307 ora nona – anno secondo di Clemente V

Louis percorre tutta la costa ligure verso la Tuscia. Il mare in tempesta ruggisce alla sua destra come un leone ferito. É grigio come il cielo e biancheggia contro la costa. Gli Appennini sono imbiancati fino quasi alla costa e solo le parti più basse si possono osservare, mentre il resto è avvolto nella nuvolaglia che si muove sospinta dal vento. Il percorso non è agevole e il tempo non aiuta la marcia. Il cavaliere è costretto a frequenti soste per ripararsi dagli scrosci di pioggia gelida che in certi momenti diventa nevischio. Chiede informazioni se il frate è passato o ha sostato in qualche locanda. ‘No, nessun monaco templare è passato o ha sostato qui’ è l’invariante risposta che riceve. Non riesce a capire dove sia finito. Pare che si sia volatilizzato, anche se gli sembra impossibile.

‘Eppure’ si dice dopo l’ultima risposta negativa, ‘da qualche parte deve essere transitato. Forse ha trovato rifugio da qualche parte in attesa che il tempo migliori. Non credo che abbia scavalcato gli Appennini dalle parti di Janua sotto una tempesta di neve. Sarebbe stato un pazzo. E lui non lo è. Inoltre facendo così, avrebbe allungato il viaggio di ritorno in modo considerevole’. Scuote la testa, mentre si avvolge ancora più stretto il mantello per ripararsi dalla pioggia insistente. Fa attenzione al sentiero fangoso per evitare di azzoppare il cavallo, il cui manto fuma per il sudore.

É l’ora sesta quando entra in Apua, uno snodo importante sulla via Romea. Infreddolito e affamato Louis cerca una locanda per riposare e una stalla per dare respiro alla cavalcatura, che accenna a zoppicare, perché nell’ultimo tratto ha perso il ferro del posteriore destro.

Pensa solo a riscaldarsi e a mangiare. Per le domande c’è tempo. Non ha fretta, perché ha capito che il frate ha seguito un percorso alternativo al suo. ‘Forse’ pensa, mentre col cucchiaio porta alla bocca tocchi di pane di segale e di maiale, ‘ha scavalcato gli Appennini più a nord per raggiungere la pianura di Lombardia. Ma dove?’ Ritiene inutile cercare di capire il punto, perché ormai gli è sfuggito e non c’è tempo per rimediare.

‘Devo arrivare al più presto a Pisae per parlare con frate Giovanni, l’arcivescovo, come mi ha suggerito il cardinale Colonna’ si dice, mentre pulisce la scodella con un pezzo di pane. ‘É un ecclesiasta fidato, che parteggia per il cardinale contro la fazione opposta. Di certo mi potrà dare delle indicazioni preziose o attivarsi contro quel frate’.

Comunque non rinuncia a chiedere se per caso il frate fosse passato di lì.

No” è la risposta in pratica uguale alle precedenti, “nessun forestiero è transitato da qui da diversi giorni. Né verso la Tuscia, né verso Sce Moderanne. Il tempo inclemente consiglia prudenza anche ai più temerari dei pellegrini”.

Dunque la sua intuizione è giusta. Non gli resta che parlare con l’arcivescovo di Pisae e poi decidere cosa fare. ‘Ormai il frate’ riflette Louis, ‘mi è scivolato tra le mani. É stato più abile di me’.

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  1. Eres mi amigo escritor al que admiro!!!!! Un beso enorme, has descripto detalladamente, ( por lo que puedo entender via traductor) las costumbres,!! las puedo imaginar al leerte! Un beso gigante mi admirado y querido escritor!!!

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  2. Capitolo ricchissimo di ricerca intereressante e mai noiosa
    Da te, caro Gian Paolo, non si apprezza solo la scrittura della tua bravura ma l’ originalità, l” impegno, la storia, la passione che metti nei tuoi scritti

    Complimenti vivissimi, grazie

    Abbraccio mega
    Mistral

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  3. Accuratezza di particolari regalano ad ogni scena la dovuta credibilità.
    Sembra di vederlo frate Pietro al cospetto del monaco, si respira proprio l’aria del convento.
    Louis sembra aver perso le tracce del frate, speriamo sia così!
    Un abbraccio da Affy 🙂

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  4. neve, umidità, atmosfera cupa e austera. Medioevo in pieno. Mi hai reso bene l’idea delle gerarchie cristiane del tempo, si avvertono bene le emozioni di paura e timore, misto a vergogna tra i fedeli al momento delle punizioni. Ottima la scelta di usare il latino ed inserire riferimenti al periodo e all’anno, lo rende completo..

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