Una voce africana interessante Chimamanda Ngozi Adichie

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Tratta da Wikipedia

Tratta da Wikipedia

Non conoscevo la scrittrice nigeriana, Chimamanda Ngozi Adichie, prima che Miriam Translature con una recensione della sua ultima fatica, Americanah, non alzasse il velo su di lei. Incuriosito dalle belle parole ho comprato il romanzo e l’ho cominciato a leggere.

É suddiviso in sette parti. Un libro tosto, 494 pagine, scritte fitte. Le prime sei parti sono un lungo flash back, dove Ifemelu, la protagonista assoluta del romanzo, rievoca in un lungo flashback la sua vita prima in Nigeria poi negli Stati Uniti, mentre è Trenton per farsi le treccine. Ha tutto il tempo per rievocare la sua vita, perché l’operazione dura sei o sette ore. Ifemelu ha deciso di tornare alle origini, in Nigeria, per ricontattare il vecchio e inesausto amore, Obinze. La settima e ultima parte riguarda proprio questo rendez-vous, questo ritorno alle origini.

Dunque se le prime sei parti sono veramente notevoli per come descrive prima la sua vita in Nigeria, poi la sua esperienza americana, non sempre esaltante, perché sperimenta sulla sua pelle cosa vuol dire la pelle scura. Molto interessanti sono le considerazioni delle differenze razziali tra i neri non americani, i neri afroamericani e gli altri non bianchi. Molto curioso è anche come il blog su WordPress le consenta di fare soldi a palate. Beh! Siamo in America!

In mezzo ai ricordi di Ifemelu ci sono due incisi, piuttosto lunghi, che riguardano Obinze. Il primo ci mostra Obinze nella realtà. Si è sposato, ha avuto una bambina, è ricco e potente. Il secondo ci descrive l’avventura di Obinze in Inghilterra da clandestino fino alla sua espulsione. Se il primo inciso è in un qualche modo un’anticipazione della settima parte. Il secondo è proprio avulso dalla storia. Presente o non presente non avrebbe alterato il testo.

Comunque queste sei parti sono il meglio dell’intero romanzo. Fresche le pagine, che si leggono velocemente per sapere cosa avviene. Di piacevole lettura, ben dosate nello stile e nel tono. Se avessi visto la parola fine al termine del dialogo tra Ifemelu e il cugino Dike, che ha tentato il suicidio, avrei detto che era un romanzo di livello elevato. Anche se c’era un piccolo neo: non era stato spiegato le motivazioni del gesto del cugino. Ma pazienza non era un cosa grave.

Quello che proprio non è andato giù è la settima parte. Il rientro a Lagos di Ifemelu. Sono cento pagine poco incisive con una narrazione frammentaria e incongruente, come se si fosse tagliato con la mannaia questa parte. Manca la coralità delle parti precedenti. I personaggi minori appaiono e scompaiono nel nulla. La narrazione diventa caotica e veloce. Insomma mi ha lasciato molto perplesso. Gli stessi protagonisti, Ifemelu e Obinze, appaiono sbiaditi, delle caricature di quelli che abbiamo avuto il piacere di conoscere prima. L’impressione è che si volesse chiudere la storia per non trasformarla in una mega storia.

Un vero peccato.

Ma chi è questa scrittrice? Nata a Enugu il 15 settembre 1977 da genitori di etnia igbo. É la quinta di sei figli. Cresce a Nsukka nella casa dello scrittore nigeriano Chinua Achebe. Il padre era professore universitario nell’Universita di Nsukka. Completati i primi studi universitari, a diciannove anni si trasferisce in America. Qui inizia un prestigioso percorso accademico. Un primo titolo accademico in Comunicazione alla Drexel University a Philadelphia, che trasformò in una laurea in scienze politiche e della comunicazione nella Eastern Connecticut University. Seguì un dottorato in scrittura creativa alla Johns Hopkins University di Baltimore. É stata membro accademico a Princeton University e ha conseguito un MA – Master Accademy – in studi africani a Yale University.

Attualmente si divide tra la Nigeria e gli Stati Uniti.

Per avere appena trentotto anni non c’è dubbio che la sua preparazione culturale sia notevole.

Questo si nota ampiamente nel romanzo Americanah, che leggendo queste note biografiche fa intuire come abbia trascritto molte delle sue esperienze nel romanzo Americanah.

Ovviamente non competo con Miriam, che ha presentato un quadro molto più completo e articolato.

Da leggere i due post di Miriam Translature

Storie, identità, voci e colori per Chimamanda Ngozi Adichie: non siamo tutti uguali

Amore, razze e capelli in ‘Americanah’ di Chimamanda Ngozi Adichie

»

  1. Aspettavo questo responso! 🙂 Molto, molto curioso, anche perché non ho avuto la tua stessa impressione sulla parte finale del romanzo. Prima ancora della conclusione, io credo di aver interpretato il disagio del giovane cugino Dike che lo portano a tentare il suicidio (non menzionato esplicitamente nel libro): un disagio sociale e razziale, affiancato al problema della diversità. Ed è proprio quest’ultima la chiave di tutto, la diversità. Ecco, occhi diversi portano a galla interpretazioni diverse di Americanah. Grazie di cuore per la tua voce e anche per aver menzionato e condiviso il mio piccolo spazio virtuale.

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    • L’episodio di Dike non è stato preceduto da adeguata informazione. Di sicuro la tua interpretazione è corretta ma potrebbe avere anche chiavi di lettura differenti. E’ chiaro che la mia è l’impressione di un lettore, almeno sulla parte finale, mentre la tua è un’analisi più dettagliata e accurata da studiosa.
      Ho messo tutti i riferimenti al tuo spazio perché è giusto darci visibilità.

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  2. Algo conocía de su historía pero no tantos detalles como me cuenta*

    de lo que estaba informada que dos de sus grandes armas para luchar son la escritura y la voz

    Comparto que su cultura es admirable por ser tan Jóven,***

    buenas noches**

    mi cariño***
    Excelente información

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  3. Pingback: Visita al Museo: “West Africa: Word, Symbol, Song” | Translature

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