La notte di San Giovanni – parte ventottesima

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basket fimminileMancavano pochi minuti alle sedici, quando Deborah abbandonò il gruppo per salire in camera. Doveva concentrarsi ma si sentiva stanca. Lo sforzo della sera precedente non era stato smaltito completamente, anzi si faceva sentire ancora di più dopo il lungo viaggio e per il necessario adattamento del fisico al nuovo fuso orario.

Miao si strofinò con vigore sulle sue gambe e poi si fiondò sul letto, come per indicarle cosa dovesse fare.

“Dici che mi dovrei sdraiare qui?” domandò Deborah con lo sguardo interrogativo.

Miaouuoo” le rispose il gatto.

“Ho capito. Ora lo faccio”. E si mise supina sul letto.

“Però mi sento stanca, come se fossi stata svuotata dentro” fece Deborah, provando a rilassarsi. Il cuore batteva forte e un forte cerchio oppressivo le fasciava la testa.

Chiuse gli occhi. Si concentrò ma desistette. Raddoppiò l’intensità di uscire dal proprio corpo e volare a Milano per il rito della candela.

“Non posso mancare alla promessa!” si disse, mentre crollava esausta sul cuscino.

Alex aveva aperto il frigo e prese un pacchetto. Doveva contenere del prosciutto di Parma. Non l’aveva acquistato ma sapeva che c’era. Tolse un set all’americana dal cassetto della cucina e lo dispose sul tavolo con l’affettato, acqua, vino e pane. Mangiò di buon appetito, anche se rimpiangeva le piadine di Romagna. Guardò l’ora. Doveva sbrigarsi per non farsi cogliere da Deborah, mentre era ancora a tavola. In un batter d’occhio rassettò la cucina, mise sul candelabro la consueta candela rossa e si mimetizzò in un angolo. Le ventuno stavano scoccando.

Simone era riuscito alla fine a sbloccare Gaia dalle sue posizioni di chiusura e di rifiuto. Dopo quasi un mese di inutili tentativi ce l’aveva fatta: l’aveva convinta a uscire. La meta era un club privato ed esclusivo nel centro di Milano.

“Finalmente insieme! Non sai quanto mi sei mancata” disse il ragazzo, enfatizzando le parole.

Gaia lo guardò scura in volto e poi proruppe in un’allegra risata.

“Non dire sciocchezze, Saimon! Non credo di esserti mancata più di tanto. Se fosse come dici, saresti stato più assiduo nel cercarmi” fece la ragazza, mettendo un dito sulle sue labbra. “Parliamo d’altro. É meglio”.

La ragazza aveva letto proprio stamattina su La Gazzetta dello Sport che il club della EX, si rifiutava di chiamarla per nome, era partito la sera precedente da Malpensa diretto a Rio per una tournée sudamericana, che sarebbe durata un mese. Questa informazione l’aveva messa di buon umore e l’aveva indotta a rispondere alla chiamata di Simone. Il pensiero di vedersela piombare all’improvviso, come l’ultima volta, l’atterriva. Sospettava che fosse una strega, capace di materializzarsi quando lei non se lo aspettava. E poi quel gattaccio nero, che dicono porti sfiga, nella sua camera da letto! Le mancava solo la classica scopa e poi il quadro era completo. Si sentiva più rilassata, sapendola lontana, quando entrarono nel club privato per mangiare e per ascoltare il piano bar in completo relax.

Deborah si sarebbe messa a piangere, perché comprendeva che questa sera, come le prossime, non sarebbe riuscita a trasferirsi a Milano nel suo bilocale.

Sajana le aveva detto che Alex, per punizione, sarebbe stato costretto a vivere per tutta la trasferta sudamericana nel suo appartamento. Tuttavia ieri sera non l’aveva visto né aveva percepito la sua presenza. Cercava di rallentare i battiti cardiaci per affrontare l’ennesima prova di uscire dal corpo e trasferirsi altrove. Si domandò, se Simone avesse fatto la pace con quella donna, che aveva intravvisto la notte di San Giovanni. Tutti questi pensieri non funzionavano questa volta per volare a Milano. Lei continuava a rimanere distesa sul letto. Guardò la sveglia digitale sul comodino e fu colta dal panico. Mancavano pochi minuti all’appuntamento delle ventuno, mentre lei era sempre lì, a Rio, e non là, a Milano. Avvertì sul petto il morbido pelo di Miao e lo abbracciò.

“Concentrati” si disse e sentì fluttuare il suo corpo.

Sull’orologio della sua cucina scoccavano le ventuno e lei, leggera con Miao stretto al petto, si avvicinò al quel candelabro sghembo, dove troneggiava una candela rossa. Prese la scatola e accese un fiammifero. Una fiammella guizzò dinnanzi a lei.

Si guardò intorno. Eppure qualcuno doveva aver provveduto a mettere una candela nuova al posto di quella consumata la sera precedente. Ricordava che ne aveva scelto una argentata. Eppure l’appartamento appariva silenzioso e vuoto. Non si avvertiva la presenza di qualcuno. Si chiese dove fosse nascosto Alex, visto che lo doveva custodire. Non poteva indugiare di più: il tempo stava per scadere e ritornò nella stanza dell’hotel a Rio.

Alex rideva sotto i baffi. ‘Mi sono mimetizzato bene’ si disse, riprendendo l’aspetto abituale. Si era trasformato in fiore di iperico, del tutto improbabile sia come momento di fioritura che come collocazione. Tuttavia Deborah era rimasta ingannata. Adesso poteva tornarsene in sala a leggere qualcosa.

“La biblioteca di Deborah è ben fornita. Un bel mix di grandi autori e altri semi sconosciuti” fece prelevando un libro dallo scaffale.

“Chi sarà mai questa Alessandra Bianchi? Eppure qualcosa mi dice che sarà interessante la lettura”. Cominciò a sfogliare Alex Alliston.

Gaia avvertì un brivido correrle lungo la schiena. Il pranzo era stato ottimo e l’atmosfera era rilassata e allegra. Eppure aveva avvertito qualcosa di strano. ‘Non sarà mica ancora quella strega che ha deciso di farmi andare di traverso la cena?’ si disse, stringendo la mano di Simone.

Il ragazzo la guardò sorpreso.

“Qualcosa che non va?” chiese premuroso.

“No. La cena era veramente eccellente ma ho avuto una sensazione strana. Un attimo. Ma è stata chiara e netta” disse Gaia, cercando il conforto del ragazzo.

“Non mi dirai che..” aggiunse, aggrottando la fronte.

“Dici la tua ex?”

“Sì, proprio lei”.

“No. Non ho avuto visioni. Ho percepito un’ombra che mi scivolava di fianco” fece Gaia, sottolineando col tono della voce il suo disagio.

“Ancora un fantasma!” esclamò Simone, cercando di dissimulare la tensione. L’ombra di Deborah pareva incombere nuovamente su di loro in maniera spettrale e angosciante.

“Non so, se era un fantasma o un banale spiffero. Quello, che so per certo, è che ho avvertito lo sfioramento di qualcosa di etereo” disse Gaia.

“Cambiamo posto. Spostiamoci più verso il centro. Forse siamo troppo vicini a una bocchetta dell’aria condizionata” fece Simone per chiudere la vicenda senza creare troppe perplessità.

Dopo essersi spostati, Gaia pensò che c’era troppo stress dentro di lei. Questa le faceva percepire delle sensazioni false. Nonostante questi pensieri distensivi rimase in tensione, finché non rincasarono.

Deborah si ritrovò esattamente dove aveva lasciato il suo corpo. Stringeva ancora Miao al petto e respirava con affanno. Doveva calmarsi prima di scendere nella hall per unirsi alle compagne e poi trasferirsi nel palazzetto per la partita allenamento. Tuttavia la respirazione non aveva nessuna intenzione di tornare alla normalità, come il battito cardiaco, che era fuori controllo. Lo stress era stato quasi insopportabile.

Aveva gli occhi chiusi col respiro ancora ansimante, quando sentì bussare alla porta.

“Deb, tutto bene? Mi apri la porta?” chiese Anna.

“Sì. Mi alzo e ti apro” disse Deborah, faticando a mettersi eretta.

La compagna l’osservò e non disse nulla. ‘Beh’, pensò, ‘non mi pare proprio’. Si avvicinò e notò il viso grigiastro di Deborah.

“Sei sicura di sentirti bene?” tornò a chiedere Anna.

“Sì”.

“Ma ti sei vista allo specchio?”

“No. Ma non mi sono ancora ripresa dal cambio di fuso orario” specificò Deborah.

“Vuoi che dica al coach che non ti senti bene e resti in camera?” fece Anna, aiutandola a sedersi su una poltroncina.

“No! Una rinfrescata al viso e un tè mi rigenereranno perfettamente” assicurò Deborah.

“Se lo dici tu” replicò la compagna in tono dubbioso.

“Se mi aspetti, tempo un minuto e sono pronta”.

“Ah! Mi stavo scordando. Nella hall ci aspetta anche quell’uomo.. sai quel giornalista..”.

“Marco?” esclamò stupita Deborah.

“Sì, credo che sia proprio lui”.

“Che vuole?”

“Ha chiesto e ottenuto di seguirci in questa settimana a Rio. Dice che vuol ricavare del materiale per un prossimo articolo ‘Al seguito di una squadra di basket femminile. Voci e riflessioni durante una tournée‘. Più o meno questo il titolo. Visto il genere di settimanale, c’è da aspettarsi di tutto” concluse Anna, scuotendo il capo.

“E il coach cosa dice?” domandò Deborah, mentre si umettava il viso.

“Ha storto il naso e stava per dire di no, quando Alberto, il general manager, ha detto un sì pieno di entusiasmo. Afferma che il main sponsor sarà contento della pubblicità gratuita su una rivista che tira cinque milioni di copie”. Anna fece una smorfia di disgusto, quando finì di parlare.

“Bene, sono pronta. Possiamo scendere” disse Deborah, che pareva essersi ripresa.

Aveva appena messo piede nella hall, quando un flash l’accecò.

“Finalmente sei arrivata!” disse Marco, andandole incontro.

Sul viso di Deborah si stampò un sorriso stirato, accettando la mano dell’uomo.

Il coach guardò l’orologio e fece una faccia che non prometteva nulla di buono. Si avviò senza profferire verbo verso l’uscita, dove un pulmino stazionava in attesa della squadra e degli accompagnatori.

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  1. Gran furbetto il nostro Alex 🙂
    Ho sorriso per l’intrusione di Deborah avvertita da Gaia, non dev’essere affatto piacevole trovarsi in una circostanza del genere.
    Aspetto di leggere il dialogo tra il bellimbusto di Marco e la ragazza ma non perdo d’occhio tutte le sensazioni di Miao.
    Articolato molto bene, scorrevole nella lettura, sta prendendo una buona forma questo racconto. 😉
    Un abbraccione da Affy

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