La notte di San Giovanni – parte sedicesima

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Deborah si guardò intorno. C’erano poche persone ad ascoltare quell’obbrobrio. Si allontanò e cominciò a girare fra i banchi. Aveva fame. Non aveva mangiato nulla da mezzogiorno. Si fermò presso un chiosco di piadine e ne ordinò una allo stracchino e rucola. Calmato lo stomaco, che smise di brontolare, riprese a girovagare un po’ annoiata per la piazza, dove maggiormente si stava accalcando la folla.

La ragazza era distratta. Pensava sempre alla storia del teschio di cristallo, perché aveva molti punti oscuri, che non riusciva a decifrare. Aveva vissuto diverse esperienze dal suo ritrovamento, la data non la ricordava, all’asta del 1943.

Ma ho solo sognato oppure sono stata una spettatrice autentica?” si domandava inquieta, mentre toccava un oggetto su un banco di vecchie cianfrusaglie in modo meccanico.

Questo era il dubbio che le frullava nella testa senza trovare una risposta soddisfacente. Adesso lei ne possedeva uno, ricevuto in maniera che non aveva una spiegazione logica.

Chi è in realtà quella signora dai capelli candidi che me lo ha venduto per cinquanta euro? Perché appare e poi scompare?” Domande alle quali Deborah faticava a trovare una risposta convincente.

Però gli aspetti più inquietanti, che la mettevano in apprensione, erano gli effetti che produceva la presenza del teschio. Erano eventi che avrebbe potuto catalogare come isterie o superstizioni, perché erano solo dei discorsi che aveva ascoltato, senza averli vissuti in prima persona. Si chiedeva se era corretto liquidarli sbrigativamente in questa maniera. Qualcosa di vero ci doveva essere, vista l’estrema cautela che usavano nel maneggiarlo.

Però era su un punto che rifletteva con attenzione. “Il mio teschio è autentico oppure una copia ben fatta?” Non si rendeva conto se avesse un grande valore oppure no. Considerato il prezzo di acquisto, era plausibile che fosse una semplice copia. Anche se lo fosse, sembrava un originale.

Ma il prezzo era solo simbolico oppure ero la reale destinataria del teschio?”

Era immersa in questi pensieri, quando si accorse che era finita in una casa, che già conosceva. Ebbe un sussulto, perché gli avvenimenti delle ultime ore erano come se lei varcasse una porta girevole, una sliding door, passando in un mondo parallelo che interagiva con quello presente.

Si trovava nuovamente a Londra in un epoca più recente rispetto l’ultima volta. Le tracce della guerra erano scomparse. La vita era caotica come il traffico in Bolton Street. Varcò la soglia dell’appartamento senza apprensioni. Sapeva cosa avrebbe trovato.

Mike era disteso sul letto, mentre Anna era al suo capezzale.

Chiama un notaio. Voglio fare testamento. Sbrigati!” disse con un filo di voce l’uomo.

Sì” gli rispose la donna.

Deborah osservò le due persone e notò come erano cambiate. Anna era sfiorita. Si era rinsecchita rispetto alla prima volta che l’aveva vista nella giungla americana. Non era in grado di attribuirle un’età ma sicuramente i capelli di un bianco ingiallito stopposo non contribuivano a migliorare l’immagine. Mike appariva sofferente. Sempre più magro e con un colorito del viso per nulla rassicurante. Il respiro affannoso era più un rantolo che un soffio di vento.

Deborah si sistemò sull’unica sedia libera e attese paziente il ritorno di Anna. Osservando il malato, si domandò se avrebbe resistito fino all’arrivo del notaio. Aveva forti dubbi, perché il respiro si era fatto più rantolante e gli occhi erano ridotti a una fessura. Sentì lo scalpiccio affrettato e il parlottare fitto di tre persone.

Mike. Ecco il notaio” disse Anna, entrando seguita da un signore austero e un giovanotto impomatato.

Mi dica signor Mitchell Hedges” fece compunto l’uomo, vestito con un tight nero, tenendo una tuba in mano. Sembrava più un personaggio delle pompe funebri che un notaio. Deborah guardava affascinata quel copricapo del tutto insolito ma si riscosse in fretta sentendo la voce del malato.

Vorrei fare testamento” fece Mike con un esile filo di voce.

L’uomo in nero, deposta la tuba sul tavolo coi guanti, fece un cenno al giovanotto che portava una borsa di cuoio. Estrasse dei fogli bianchi da una cartella chiusa con elastici. Si sedette su una sedia accanto al letto e cominciò col solito rito delle domande. Infine stillò il testamento, che fece firmare a Mike.

Io, Frederick Albert Mitchell-Hedges, detto Mike, nato il 22 ottobre 1892 a Londra, nel pieno delle mie facoltà mentali dispongo che tutti i miei beni siano conferiti alla signorina Anna Mitchell-Hedges, ovvero Marie Guillon, nata Ottawa Canada il 1 gennaio 1907, mia figlia adottiva. In particolare le affido in custodia il teschio di cristallo di mia proprietà. Lo dovrà conservare sempre con lei, senza consentire che qualcuno lo tocchi. Quando sarà il suo turno di lasciare questa terra, lei saprà individuare la persona che custodirà il teschio.

In fede

Frederick Albert Mitchell-Hedges

Testimone signor Mark Smith

Notaio dottor John John Ludmille

Londra 1 giugno 1959

Il documento, controfirmato dal testimone e sigillato in un busta gialla, venne riposto nella borsa che Mark Smith portava con sé.

Deborah provò un brivido e un rapido pensiero attraversò la sua mente. Seguì con lo sguardo l’uscita di quel signore, che pareva uscito da un album di fotografie ingiallite, tanto appariva fuori moda.

Anna rimase accanto al letto per assistere il padre adottivo. Non l’aveva mai chiamato ‘padre’ ma sempre e solamente Mike. Lilian Agnes, la madre adottiva, era morta da diverso tempo ma era col padre che aveva il sodalizio più vincolante. Per lui avrebbe attraversato una barriera di fuoco o camminato sui carboni ardenti. Adesso che la sua vita era appesa a un esile filo, avvertiva il vuoto che la sua morte avrebbe portato dentro di lei.

Il piccolo appartamento di Bolton Street, che occupavano da oltre vent’anni, le apparve un deserto immenso e arido. Il pensiero dei lunghi inverni londinesi pieni di smog e freddi la fecero rabbrividire. Sapeva che avrebbe dovuto affrontare una strada lunga e solitaria.

Pochi giorni dopo la visita del notaio per il testamento, Mike se andò senza un lamento nella notte.

Anna, nominata erede universale, passò tutta l’estate a catalogare i cespiti dei quali era diventata la padrona.

Molti libri, diversi oggetti e un conto con qualche migliaia di sterline erano i beni che il padre adottivo le aveva lasciato. Non era molto ma le avrebbero consentito un’esistenza dignitosa per qualche anno. Poi col tempo avrebbe alienato qualcosa per sopravvivere alla povertà. Per fortuna l’appartamento era loro e non ci sarebbero stati problemi per avere un tetto sopra la testa. Si rendeva conto che i diversi libri che il padre adottivo aveva scritto gli avrebbero fruttato poche sterline l’anno come royalties. Tenne qualche conferenza sui maya, scrisse qualche articolo di giornale sui teschi di cristallo e sostenne qualche intervista. Però non accettò mai, come le aveva chiesto esplicitamente il padre, che qualcuno toccasse l’oggetto, che stava in una teca in salotto. Dunque l’oggetto rimase in possesso di Anna dopo la morte del padre adottivo e nessuno ne avrebbe contestata mai la proprietà.

Hewlett & Packard, nota azienda americana specializzata in strumentazioni elettroniche ed apparecchiature informatiche, riuscì a convincerla dopo una lunga trattativa a consentire che il teschio fosse trasportato presso i loro laboratori per essere sottoposto a una lunga serie di rigorosi esami, tesi a smantellare l’alone di mistero che lo accompagnava. In cambio riceveva un bel pacco di dollari, che le avrebbero permesso di vivere con minori angustie il resto della sua vita.

Il 27 Ottobre 1970 Anna e il prezioso oggetto arrivarono a Santa Clara, California, presso il laboratorio specializzato nell’analisi di quarzi e cristalli.

L’americano Frank Dorland, esperto di gemmologia, era stato artefice del miracolo e assistette a una serie di approfonditi esami, che furono pubblicati sulla rivista di HP. I risultati furono sconcertanti e lasciarono stupiti tutti quando l’esperto con accanto Anna tenne la conferenza stampa al termine delle analisi.

“Signore e signori. Buon giorno e grazie per essere intervenuti in modo massiccio a questa conferenza” esordì l’americano con la voce incrinata dall’emozione. “Con molto rispetto ringrazio Anna Mitchell-Hedges di aver consentito l’esame del teschio di cristallo di sua proprietà. Alla Hewlett & Packard, che ha fornito il supporto tecnico a questa indagine, va il mio più sincero ringraziamento. Senza di loro non potrei essere qui a illustrarvi gli esiti”.

Deborah era seduta in prima fila e ascoltava con attenzione quello che Dorland andava esponendo.

“Dal punto di vista tecnico il teschio è un oggetto impossibile, un manufatto che non avrebbe dovuto esistere”. Un mormorio di sorpresa si levò dalla sala. Erano affermazioni importanti e incredibili da udirsi.

“Anche con le strumentazioni odierne sarebbe estremamente difficile realizzarlo. Vi ricordo, ma credo che sia superfluo visto l’auditorio qualificato che ho di fronte, che l’indice di durezza del quarzo è di poco inferiore a quello del diamante. Pertanto costruire un qualcosa di così rifinito è cosa tutt’altro che agevole”.

Per illustrare la prima sorprendente conclusione del laboratorio Hewlett-Packard mostro una diapositiva a colori.

“Il teschio è stato inciso, procedendo in senso contrario rispetto all’asse naturale del cristallo, ovvero all’orientamento dei suoi piani di simmetria molecolari. Questo procedimento è molto rischioso, anche se consente una lavorazione più fine e la realizzazione dei piccoli particolari con molto più dettaglio, perché significa un costante pericolo. Un colpo non preciso dello strumento, usato per sbozzare l’oggetto, causerebbe la sua frammentazione. E non lo sfaldamento in lamelle”.

Gli astanti si guardarono stupiti e mormoravano la loro sorpresa nell’udire queste informazioni. Dorland, dopo una brevissima pausa, riprese il suo discorso.

“É per questo motivo che gli intagliatori attuali rispettano sempre i piani di simmetria dei cristalli. Appare ovvio ritenere che l’oggetto non sia stato scolpito di recente”.

“Ma se non è stato realizzato di recente, come i Maya avrebbero potuto crearlo con le scarse cognizioni della loro epoca?” domandò una studiosa seduta accanto a Deborah.

“Grazie, signore, per aver posto questa domanda, perché mi permette di accennare alle analisi dei tecnici della Hewlett-Packard. Questi hanno esaminato con accuratezza al microscopio la superficie del teschio senza che siano riusciti a trovare tracce di graffi, che comprovino l’uso di strumenti meccanici per la levigazione e lo sbozzo del blocco quarzifero. Questa circostanza mi meraviglia molto e mi incuriosisce. Non riesco a darmi spiegazione razionale quale tecnica di lavorazione sia stata utilizzata. Ricordo che i Maya era una popolazione che non conosceva l’uso del ferro. Ai giorni nostri questo sarebbe stato possibile con l’uso della tecnica laser, che sappiamo era del tutto sconosciuta a quel popolo”.

Nuovi mormori di incredulità si levarono dalla sala. Quello che Dorland stava dicendo rasentava la pazzia.

“Dunque lei afferma che non ci sono tracce di lavorazioni meccaniche, come se si fosse usata una tecnica laser, che solo da pochi anni è uscita dai laboratori sperimentali. Cosa ipotizza come procedimento di lavorazione?” domandò un signore grasso, qualche file più indietro di Deborah.

Lei si stupiva che era in grado di capire quel linguaggio tecnico, come se fosse un’esperta. Ancora una volta si ritrovava delle capacità del tutto sconosciute.

Dorland bevve un sorso d’acqua prima di rispondere.

“Sono giunto all’ipotesi che il blocco sia stato dapprima sgrossato con diamanti e che poi sia stato levigato pazientemente con della sabbia quarzifera bagnata”.

Il gelo calò su l’auditorio, finché un signore non prese la parola.

“Ma se davvero è andata come immagina lei, mister Dorland, allora scolpire questo teschio dovrebbe essere stata un’impresa titanica! Sarebbe dovuta durare svariati anni!”

“Sì, ha ragione perfettamente. Ho calcolato che l’operazione di taglio e rifinitura avrebbe richiesto fino a trecento anni di lavorazione continua!” Fece Dorland, sollevando un oh! di stupore da parte di tutti.

“Ma le sorprese, miei pazienti ascoltatori, non sono finite. Altro elemento incredibile è che l’oggetto sembra avere al suo interno una serie di lenti e prismi che gli consentono di riflettere la luce in modo particolare quando ne viene attraversato. Il quarzo allo stato naturale non riuscirebbe a produrre i giochi di luminosità che il teschio riesce a generare. Un lavoro enorme, quindi, che rivela una grandissima padronanza tecnica. Un lavoro che lascia senza parole quelli che lo hanno esaminato. Al termine di queste analisi non abbiamo compreso a pieno quali procedimenti siano stati utilizzati. Signore e signori vi ringrazio a nome della Hewlett&Packard per la paziente cortesia che avete usato per ascoltarmi”.

Dorland abbandonò il palco seguito da Anna, mentre Deborah rimaneva seduta al suo posto.

Stava pensando a tutto quello che aveva udito e alzandosi spinse la sua personale sliding door e si ritrovò in piazza nel pieno della festa, mentre camminava accanto a Alex.

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