La notte di San Giovanni – parte sesta

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Deborah si trovò immersa in un ambiente che non conosceva ma che le appariva familiare. Stava dietro un uomo, alto allampanato e con la pipa spenta in bocca. Vestiva in maniera strana. Erano indumenti che le ricordavano certe fotografie ingiallite di inizio novecento. Poco distante stava una ragazza, molto giovane a giudicarla dal viso, con una gonna lunga dalla quale spuntavano degli stivali di cuoio.
“Non mi sembra l’abbigliamento adatto a quest’ambiente” si disse, osservando queste due figure.
“Questo era il mio regalo per il tuo compleanno, Anna” affermò l’uomo.
“Dunque la ragazza si chiama Anna” pensò, mentre si muoveva silenziosa alle spalle della coppia.
“Oh! Mike! É splendido!” esclamò entusiasta Anna.
“Ora conosco anche il nome dell’uomo” considerò Deborah.
“Però”.
“Ho capito. Lo dobbiamo dare a Milady, quell’arpia di donna, perché è la finanziatrice della spedizione”.
“Però possiamo evitarlo”.
“Come?” domandò Anna.
“Lo doniamo al capo degli indiani, perché lo custodisca per noi” rispose Mitchell Hedges.
“Ma poi se lo tengono” replicò amareggiata Anna.
“Vedrai che, quando ce ne andiamo, ce lo restituiranno”.
“Come fai a essere così sicuro?”
“Fidati di me, Anna” le disse con tono rassicurante.
“Mi fido” rispose la ragazza per nulla convinta.
Mike estrasse dalla giubba uno zaino ripiegato, dove infilò il teschio.
Deborah si interrogò per quali motivi gli indigeni avrebbero reso il teschio alla coppia. Si sforzò ma non riuscì a trovare un nesso tra il dono e la sua restituzione. Scosse il capo e continuò a seguirli senza essere notata. Era curiosa di conoscere come sarebbe finita.
Tornati all’accampamento, Mike disse che lui e Anna si sarebbero recati a San Pedro dal capo degli indiani per portare loro qualche vestito e dei medicinali, come avevano promesso qualche giorno prima.
Riempito lo zainetto con qualche indumento e alcuni medicinali, si incamminarono su un sentiero a malapena visibile, che in un paio d’ore li avrebbe condotti a San Pedro.
Arrivati nel misero villaggio, composto da poche case in pietra e molte di paglia e fango, andarono direttamente dal capo indiano per consegnargli il teschio.
“Salve, Balan Chac! Che gli dei siano con te” esordì Mike, salutandolo con deferenza. “Porto con me vestiario e medicine e questo dono”.
L’uomo estrasse dallo zaino qualche straccio colorato, un paio di scatole e il teschio di cristallo, che brillò sinistramente sotto il sole di mezzogiorno.
Intorno a Mitchell-Hedges e sua figlia si radunò in fretta tutto il villaggio. Non appena videro il teschio, si misero a pregarlo. Il capo maya disse che era il Dio a cui ricorrevano per essere guariti o per chiedere di morire e mostrò di gradire molto il regalo. Lo sollevò come un trofeo di guerra, mentre gli abitanti si prostravano per terra in segno di deferenza.
Balan Chac li invitò in casa a prendere una bevanda, come ringraziamento per i doni ricevuti.
“Ben volentieri ci sediamo accanto a te, grande e saggio capo” l’adulò Mike, trascinando dentro anche Anna.
“Dove l’avete trovato?” domandò il maya.
“Esattamente dove doveva essere. Come avevi detto tu” rispose calmo Mitchell-Hedges, mentre sorseggiava una bevanda forte e calda.
Balan Chac annuì col capo in segno di approvazione.
“Subito abbiamo pensato che doveva tornare tra le mani di chi ne era il legittimo padrone”.
“É molto generoso e giusto il grande capo bianco” disse l’indio.
Mike non replicò ma si limitò a un sorriso.
“Chi è questa graziosa fanciulla?” chiese Balan Chac.
“Questa è Anna, mia figlia, che compie proprio oggi il suo diciassettesimo anno. É stata lei a ritrovare il teschio e a decidere di donarlo a voi, anziché trattenerlo per sé”.
Il capo indiano sorrise, mostrando una bocca sdentata e nera, per gli effetti della masticazione delle foglie di coca.
Soddisfatti Mike e Anna fecero ritorno all’accampamento, senza dire nulla del dono fatto.
“Vedrai che alla nostra partenza Balan Chac ti omaggerà del teschio” le disse, mentre entravano nella loro tenda. Delle grida alterate si levarono all’improvviso.

Deborah si riscosse dal torpore nel quale era caduta. Erano state delle voci note a interrompere quello strano sogno a occhi aperti. Si voltò verso Alex ma lui era sparito senza dire una parola. La ragazza si sentiva frastornata. Troppi misteri inspiegabili si erano succeduti senza che lei avesse fatto qualcosa.
Si stava alzando, quando udì Gina, che diceva. “Non mi va di fare all’amore qui sul prato”.
“Dove?” domandò Raul, che le aveva sollevato il miniabito.
“Non c’è in questo buco di paese una pensione?” disse la donna, allontanando la mano che si stava insinuando tra le cosce.
“Sì. Non è molto distante da qui”.
“Bene. Andiamoci. La notte è ancora lunga”. Si alzò, sistemandosi l’abito, mentre passavano accanto a Deborah, senza notarla.
Lei avrebbe voluto seguirli ma come per uno strano incantesimo rimase immobile sulla panchina, mentre stringeva forte al petto il teschio, come se fosse un bambino. Li vide allontanarsi nel buio ma aveva l’esatta percezione, dove fossero diretti. Non ne avvertiva la necessità: era come se la sua vista si fosse acuita per effetto del contatto con l’oggetto che abbracciava.

“Avete una stanza libera per questa notte?” domandò Raul all’uomo alla reception.
“Sì. Quando partite?”
“Domani mattina presto” rispose pronto il ragazzo.
“Senza bagaglio?” domandò inutilmente, sollevando un sopracciglio per sottolineare di aver compreso la natura della notte.
Raul stava per ridere a questo quesito superfluo, mentre Gina in un sussulto di vergogna avrebbe voluto andarsene e tornarsene in albergo a Cattolica.
“No” replicò secco, mentre prendeva la chiave della stanza.
Abbracciò la donna e la condusse su per le scale. Tutti gli alberghi sono uguali.

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  1. Está parte me parece muy romántica!!!!!!!

    cuándo la abraza y la lleva por la escalera******

    es extaordnario como escrbe******que elegancia en esas letras

    para narrar y describir situaciones de la vida!!!!!!

    mi cariño*****

    buen amigo****
    buen fin de semana*******

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  2. Devo ammettere: mi è sempre piaciuto leggerti, ma in questo racconto trovo un qualcosa ancor più avvincente, aria da feuilleton che mi avvince alla parola….del resto, il ritmo è incalzante come quello di un film
    Un caro saluto, caro GP

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  3. Di teschio in teschio, di mano in mano. La povera Deborah è frastornata non poco da tutti questi accadimenti che mescolano la realtà ad un sogno. Sogno che però si allaccia verosimilmente al reale trasportando informazioni allo stesso filo narrativo.
    Rimango sorpresa della sua capacità di ricordare alla lettera un sogno ad occhi aperti, segno evidente che è un sogno che cattura parecchio.
    Un pò come questo romanzo, ogni parte è un capitolo che si snoda mostrando la sua trama.
    Leggo e ad occhi aperti mi auguro che il sogno non finisca 🙂
    Alla settima parte dunque …
    un abbraccio Gian Paolo
    Affy

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    • Leggo il tuo lungo commento e concordo con le tue parole sul sogno che Deborah sta vivendo.
      Mi da soddisfazione pensare che quello che vedo con l’immaginazione lo riescano a percepire anche i lettori.
      Per la settima non manca molto. E’ già pronta.
      Un abbraccio e a presto, Affy

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  4. Bella la trovata del teschio che cattura l’interesse di chi legge e segue questa storia. Forse per un aspetto , il suo, per nulla rassicurante. Avvincente come sempre anche negli altri capitoli che ho letto con piacere. Del resto la tua immaginazione naviga parecchio coinvolgendo sempre. Un forte abbraccio caro amico mio. Isabella

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