Fantasmi – parte seconda

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Scese un altro gradino, scivolando su quella poltiglia scura e viscida che li ricopriva. Stava per perdere l’equilibrio e precipitare verso il basso, anzi già si vedeva sette scalini più sotto, quando si sentì afferrare e rimettere diritto. Si fermò nuovamente col cuore che batteva a mille. La sensazione di ansia e angoscia era aumentata.

“Chi mi ha salvato?” si domandò, mentre cercava di regolarizzare il respiro e i battiti. “Senza quel provvidenziale intervento me la sarei vista brutta!”

Ruotò la torcia dall’alto verso il basso, da destra verso sinistra. Non c’era nessuno su quella scala sdrucciolevole. Era solo. Eppure aveva avvertito nettamente delle braccia che lo avevano sorretto, impedendogli di cadere. Cominciava a essere pentito della decisione di avere affrontato la discesa per vedere cosa c’era nel semiinterrato. Sapeva che non era curiosità la molla che lo spingeva a scendere ma la voglia di conoscere quella parte della casa che era rimasta sempre chiusa da quando si era stabilito lì. Le vecchie chiacchiere delle persone erano un ricordo indistinto. Lui era troppo piccolo per afferrarne le sfumature, i particolari che si erano arricchiti di altri dettagli fino a costruire una storia che era lontana dalla verità. Su quei tristi momenti del passato era calato l’oblio e nessuno aveva l’intenzione di riaprire le antiche ferite. Erano altri eventi che erano il fulcro dei ricordi di quei giorni tragici e sanguinosi.

Mentre i pensieri lo invitavano a valutare, se proseguire oppure no, un respiro caldo gli sfiorò la nuca. Fece un balzo che lo fece traballare pericolosamente.

“Chi c’è?” chiese a voce alta incrinata dalla paura.

Nessuna risposta. Una richiesta caduta nel vuoto.

“C’è qualcuno?” riprese a gridare per darsi quel coraggio che era volato via.

Udì solo l’eco delle sue parole che rimbalzava tra quei muri pieni di ragnatele. Non riusciva a trovare la serenità per una decisione.

“Risalgo o proseguo?” disse in un sussurro.

“Vai avanti” replicò una voce, che pareva provenire dall’oltretomba.

La paura si impossessò di Marco, incapace di ragionare lucidamente. Poi, come spinto da mille mani, ricominciò a scendere con maggiore cautela. Percorsi gli ultimi gradini si ritrovò a osservare attraverso una finestrella, opaca per la sporcizia, il terreno del giardino. Era in uno stretto corridoio, sul quale si affacciavano delle porte chiuse e rischiarato da quello stretto pertugio, dal quale filtrava la luce. Avvertì una mano che si insinuava sotto il suo braccio. Si fermò bruscamente, gettando il fascio della torcia di fianco. Nulla. Solo polvere e ragnatele.

Riprese cautamente a camminare ma udì dei lamenti provenire da dietro quelle porte chiuse.

“Suggestione o realtà?” si domandò, restando immobile e trattenendo il respiro.

Provò ad abbassare una maniglia ma non si muoveva, come se fosse inchiodata. Tentò con un’altra ma il risultato fu identico. Avanzò ancora e contò che c’erano tre stanze alla sua sinistra e quattro alla destra. Continuava a udire dei suoni che parevano dei lamenti di un moribondo. Un flash. Ricordò che aveva sentito parlare di voci provenienti dal sottosuolo, proprio da lì. Aveva riso, perché nella sua ingenuità di bambino non poteva credere che potessero arrivare dalle cantine di casa sua dei gemiti dolorosi. E non pensava che potessero esistere i fantasmi. “Sono tutte invenzioni! Servono solo a spaventare noi bambini” si era detto allora.

Eppure adesso li ascoltava e poteva toccarli con mano.

“Avevano ragione quegli anziani, quando dicevano che questa era una casa maledetta o degli spiriti” disse soffermandosi davanti a una porta. “Perché rimane chiusa con ostinazione?”

C’era poco da esplorare. Un corridoio stretto e sette stanze ermeticamente sigillate. Adesso percepiva altri odori. Urina ed escrementi mescolati a quello del sangue ormai rappreso. Un brivido percorse la schiena di Marco. L’aria era pesante. Quel tanfo di chiuso prendeva alla gola. Spense la torcia. “Tanto non serve” si disse osservando quelle porte che non volevano aprirsi. Continuava a percepire distintamente la presenza di qualcuno al suo fianco. Se muoveva un passo, anche questa lo muoveva. Se si fermava, anche lei si fermava. Sembrava la sua ombra.

Giunto sotto la finestrella vide dei piedi muoversi nel giardino. Ebbe un sussulto. Guardò l’orologio che aveva al polso. “E’ troppo presto perché rientrino i miei. Sono le appena le dieci. Non possono essere neppure mia sorella e suo marito. Chi è?” si disse dirigendosi verso la scala. Si fermò. Era interdetto. Quello, che aveva visto, non apparteneva al mondo attuale. Quegli stivali neri gli erano sconosciuti. Ritornò sui suoi passi ma non vide più nulla. Il giardino appariva immobile. Nessun stivale nero si scorgeva dalla finestrella.

“Mi sono sognato?” si disse, mentre alla sue spalle udì la porta di accesso alla cantina scricchiolare. Erano i cardini arrugginiti che cigolavano. Avevano necessità di una bella oliata.

Marco fu preso dal panico. Si sentiva come un topo in trappola in procinto di affogare. Le stanze non era agibili ma poi si sarebbe messo nella condizione di non potere fuggire. La finestrella era sufficientemente grande per lasciarlo passare. Non era un colosso, anzi era piuttosto mingherlino. Però c’era un impedimento difficile da rimuovere. Delle solide sbarre impedivano qualsiasi fuga da lì.

Decise coraggiosamente ma non troppo di affrontare quella persona che era riuscita a entrare in casa, nonostante la porta d’ingresso fosse chiusa. Si avviò verso le scale per affrontare l’intruso. Udì il battere secco dei tacchi sui gradini e si ritrovò di fronte a un soldato, che pareva uscito da un libro di storia contemporanea.

“Chi siete?” gli domandò, parandosi davanti.

“Lei prigioniero. Keine Fragen!” gli rispose con un tono che gli ricordava i fumetti di Bonvi, Sturmtruppen. Li leggeva da una vita e li trovava straordinari

Stava per scoppiare a ridire fragorosamente, quando si ritrovò dentro una stanza, legato come un salame a una sedia. La risata era diventata una bolla di sapone che fa ‘puf!’ e diventa il nulla.

“Wobei sono i Banditen?” riprese con quella cantilena ridicola, avvicinandosi con un ferro rovente al viso.

“Quali banditi?” domandò ingenuamente Marco, mentre avvertiva che se la stava facendo sotto e non solo metaforicamente.

“Keine Fragen!” gli urlò a pochi centimetri dal viso. “Dire a me dove sono i tuoi amici Banditen!”

“Non saprei” rispose titubante il ragazzo, che avvertiva l’odore di urina e feci che aveva rilasciato.

“Io perdere la pazienten. Dire dove si nascondono i Banditen!” gli disse avvicinando quel ferro rovente a sfiorare il petto nudo di Marco.

Il ragazzo tremava per la paura che quel pezzo incandescente lo marchiasse per tutta la vita come aveva visto fare con le mandrie tante volte nei western americani. Si domandò se stesse sognando oppure fosse tutto reale. Di certo la puzza, che emanava, era inequivocabile. C’era e non poteva negare che nelle sue mutande non ci fossero delle feci.

Stava per replicare ancora, quando udì quella caricatura di soldato chiamare un sottoposto.

“Untersturmfuehrer Otto Wolf. Der Gefangene ist sein!“

‘Che cacchio sta dicendo’ si disse, cercando di vedere il nuovo arrivato.

Osservando intorno la stanza, illuminata da una lampadina che andava a intermittenza, notò vistose chiazze di sangue ormai seccato sulle pareti e sul pavimento, brandelli di carne umana necrotizzata.

“Questa è una stanza di tortura! E Otto è il becchino. Ma che vogliono da me?“ si domandò stupito. “Eppure la seconda guerra mondiale è finita da sedici anni!“

A Marco pareva essere piombato in un incubo allucinante. Era sceso in cantina per vedere cosa c’era e si era ritrovato prigioniero, anche se all’epoca aveva solo tre anni, e rischiava di morire torturato da un sadico che amava scuoiare vive le sue vittime.

Era in preda al terrore, quando udì dei colpi di mitraglietta e degli spari di una pistola. Non comprendeva cosa stava avvenendo alle sue spalle, quando si ritrovò libero.

Scappa!” li disse una voce dal forte accento ferrarese.

Non se lo fece ripetere due volte. Di gran carriera salì le scale e si richiuse con fragore alle spalle la porta. Aveva il fiato grosso e il cuore batteva all’impazzata.

Stava riprendendosi dallo spavento e dalla folle corse, quando avvertì una grande puzza e vide le gambe imbrattate di merda. Senza perdere tempo si tolse calzoncini e mutande sporche e maleodoranti, prima di infilarsi nella doccia.

Si stava asciugando davanti allo specchio, quando vide la sua immagine riflessa.

Non poteva crederci.

Sono bianchi!”

 

F I N E

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  1. Questo racconto mi sta catturando e a parte la mia “paura” sono molto incuriosita
    Stivali in giardino, porte cigolanti, voci invisibili: soldati
    Avanti tutta, la storia è bellissima, e tu,empre, eternamente bravo
    Un caro abbraccio
    Mistral

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  2. Ciao, Gian Paolo!
    Grazie per la visita e auguri! 🙂
    La verità è che mi sento molto bene con l’azienda Simona Halep,
    Romance con me così tanto orgoglio! 🙂 🙂
    Spero che il prossimo torneo WTA di raggiungere più in alto (in finale)
    e guadagnare almeno WTA FINALE! 🙂 🙂 🙂
    Fino ad allora, mi permetta auguro una bella notte di Sabato
    e Domenica in compagnia di cari quelli splendidi punti! 🙂 🙂 🙂
    Un sincero benvenuto e caldo! 🙂
    Aliosa.

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  3. Maravilloso!!!!!!!!*****con un final que no esperaba*****
    si me pongo en el lugar de Marcos*tendría miedo ***
    buenas noches
    mi cariño*
    Felicitaciones por el cuento*y su habiladad al narrar*********

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  4. e quando la paura si impossessa di noi, riusciamo a sentire anche quello che non c’è.
    bravo, sei riuscito a creare ‘tensione’ 🙂
    dolce notte

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