Short stories – 2154

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Questa settimana presento un short stories messa su 20lines dove solo l’incipit non è mio. Diversamente dal solito la pubblico integralmente. Una storia al futuribile ma forse non troppo.

 

Giunse un’epoca in cui le disparità della nostra specie si acuirono nonostante tutte le lotte, tutte le ribellioni, tutte le conquiste dei secoli precedenti per abolirle. Giunse un’epoca in cui il mondo ripiombò nel caos, nel disordine e nella miseria e il 10% della popolazione si rifugiò su stazioni spaziali lussuose e paradisiache, nuovi ed autentici mondi lontani dal nostro, divenuto inabitabile e sovrappopolato. Il governo del pianeta stabilì nuove leggi sull’immigrazione cercando di fermare la fuga di molte persone che continuamente tentavano di arrivare su queste stazioni spaziali, per preservare il lusso e il benessere per i pochi privilegiati, senza guerre, senza povertà, senza malattie… (by Re Edoardo I)

 

“Dobbiamo imbarcarci per Minosse” disse Anna, una formosa donna al suo amante.
“Come” rispose spaventato.

“Non importa come, ma tu ci devi riuscire” replicò spazientita.

L’uomo si strinse nelle spalle, perché sapeva che era più facile passare dalla cruna di un ago che i varchi dell’astrostazione di Megalopoli, l’unica abilitata a voli interplanetari. Anna se ne era andato sculettando sotto gli occhi cupidi di diversi uomini dagli occhi arrossati per il continuo bere di sarkipede, una bevanda estratta dalle alghe del mare e che producevano effetti allucinogeni. Matt scosse la testa e pensò che uno di queste volte quegli uomini che bivaccavano giorno e notte sui marciapiedi e le panchine del Central Park se la sarebbero fatta lì incuranti delle persone che passavano. Lo sapeva ed era ben conscio che nessuno avrebbe mosso un dito. Quando finalmente la sagoma dai capelli rossi della sua amante scomparve all’orizzonte, si mosse per tornare a casa.
Era appena entrato, quando il videotelefono galattico prese a vibrare dicendo: «Per Matt Demon c’è una chiamata entrante. Il chiamante non vuole dichiarare la sua identità. Cosa faccio? Apro la comunicazione oppure la respingo?». “Chi sarà mai la persona che vuol mantenere l’anonimato?” si chiese gettando la giacca sul divano ad acqua. Il videotelefono continuava imperterrito la sua litania. Matt incuriosito da tanta insistenza gli comandò «Apri la comunicazione e metti il vivavoce con registrazione della chiamata». “Matt Demon apre in vivavoce con registrazione. Parlate” (by orsobianco9)

 

“Caro sono io” disse una voce che riconobbe subito.

“Cosa c’è?” le chiese.

“C’è un intoppo”.

“Quale?”

“Non posso venire su Minosse”.

“Hai cambiato idea?”

“A dire il vero, no. Ma per un gruppo di uomini, sì”.

Stava per dire qualcosa, quando udì una voce impastata di alcol «Fatti da parte. E’ il mio turno». Rabbrividì. Dunque le sue fosche previsioni si erano avverate prima di quanto immaginasse.

“Quando pensi di essere libera?” le domandò.

“La fila è lunga” rispose sconsolata.

“Dove sei esattamente?”

“Forse nelle viscere della metropolitana”.

“Il volo per Minosse è fra 6 ore. Prova a sveltire la coda servendone due o tre per volta”. “Ci proverò. Ma non so se sarò in condizioni presentabili” ammise sospirando.

Era arrabbiato con Anna. Voleva partire per Minosse subito, aveva smosso mari e monti per ottenere due pass d’imbarco per un volo diretto e adesso lei era quasi spacciata, perché dubitava che l’avrebbero lasciata libera tanto facilmente.

“Devo trovare un’altra compagna di viaggio e chieder il cambio del nome”.

Chiamò Lucia, l’amante di scorta, meno appetibile di Anna ma con prestazioni non male. “Ciao. Ho un pass per Minosse. Sei libera?”

“Per te mi libererei di tutto, compresa la prima pelle”.

“Prepara un bagaglio leggero. Max 20 once. Ti passo a prendere tra due ore”.

“Ma non porto nulla!” esclamò esterrefatta.

“Non importa. Comprerai il resto a Minosse”.

“Ma là mi dicono che tutto costa il doppio”.

“Pazienza”.

In effetti Anche per Matt era un peso ridicolo ma chi gli aveva fornito i pass era stato categorico. Chiamò il taxi-disco per raggiungere la astrostazioine. Aveva appena recuperato Lucia, quando il videotelefono galattico riprese a vibrare. “Una chiamata non dichiarata per Matt Damon”. (by orsobianco9)

 

“Matt!” udì una voce disperata, senza vedere nulla. “Aiutami!”.

“Non posso. Mi sto imbarcando per Minosse” e chiuse la conversazione.

“Chi era?” chiese Lucia.

“Anna” rispose l’uomo con noncuranza. “Ora prepariamoci all’imbarco” le disse.

“I signori astronavigatori in partenza per Minosse sono pregati di mettere il bagaglio nel cilindro 3 e entrare nella cabina di lievitazione 21”. Eseguite le istruzioni si ritrovarono col bagaglio fra i piedi e distesi in una capsula a due posti.

“Sono emozionata” disse Lucia.

“Primo viaggio?” le domandò.

“Primo in tutto. Non vedo l’ora di arrivare” rispose entusiasta. Dalle cuffie sentirono il messaggio di benvenuto del comandante e le ultime istruzioni. “Allacciate le cuffie stereofoniche, restate distesi e respirate con molta lentezza. La partenza è prevista tra 3 nanosecondi e l’arrivo, salvo tempeste intergalattiche tra 9 anni luce”. Un brivido percorse la schiena di Matt. Nove lunghi anni immobile e disteso. Tacque e ascoltò la musica cacodeifonica del 2154 fino allo sfinimento. Lucia gli teneva la mano ma rimase in perfetto silenzio per i nove lunghi anni. Se non fosse stato per le cuffie sarebbe stato perfetto. Nessun suono a ottundere la mente e le orecchie. In un lampo si domandò se Anna fosse riuscita a tornarsene a casa con le sue gambe. Al rientro da Minosse l’avrebbe saputo.

“Il comandante vi saluta. Siete arrivati su Minosse in perfetto orario. Buon soggiorno. Vi aspetto per il prossimo viaggio intergalattico”. Un perfetto sistema di lievitazione mentale sbarcò Matt e Lucia sul pianeta più distante dalla Terra. Una città futuribile apparve ai loro occhi. (by orsobianco9)

 

La città era avvolta in una cupola trasparente e tutti viaggiavano col pensiero. Ogni tanto c’erano degli scontri mentali e qualcuno ne usciva ammaccato. Si chiamava il 3018 e una elilevoambulanza li raccoglieva. Li intubavano e li sparavano direttamente al futuro-hospital, dove robot femmine fungevano da assistenti. Le infermiere erano sconosciute. Robot etero o ermafroditi operavano col laser. La malasanità esisteva anche su Minosse. Ogni tanto il software si avariava e sbagliavano o diagnosi o interventi. Se ti andava male rimanevi storpio con una pensione da fame, così morivi prima. Se ti andava bene, avevi un funerale interspaziale di lusso. Tutto a carico del IGAMSI.

“Cosa significa quella sigla strana?” chiese un giorno Lucia passeggiando per i giardini volanti di Minosse.

“E’ meglio non saperlo. SI ovvero Salute Infausta” le rispose, sedendosi su una panchina sospesa a 3000 piedi.

“E’ possibile uscire da Minosse per visitare il pianeta?”

“Certo ti infili nel taxi-tubo. Metti quattro galli e mezzo nella feritoia e punti il dito sulla carta planetaria. In un amen ci finisci”.

“Potremo andarci un giorno” gli disse.

“Certamente, Lucia. Prendiamo un duotaxi-tubo a due posti”. A Matt cominciava andare stretto Minosse, perché essere sempre in contatto telepatico era faticoso come fare sesso. Fare sesso era davvero complicato. Dovevano tenersi stretti, anzi legarsi con apposite cinture. Non ci poteva dimenare troppo o urlare, né fare petting. Solo una sveltina veloce veloce e poi a rifiatare. Morale non si faceva nulla.

“Torniamo sulla terra” le disse un giorno. “Sono stanco di questa vita monotona. Mai nulla di interessante”. Detto e fatto. Furono sparati per nove lunghi anni luce verso Megalopoli. (by orsobianco9)

 

Tornato sulla Terra, a Matt parve che non fosse cambiato nulla, come se fossero passate poche ore da quando Anna gli aveva richiesto aiuto. Molti runner continuavano a correre imperterriti per i viali di Central Park, venditori ambulanti di cianfrusaglie erano sempre fermi agli angoli. Robot-poliziotti si aggiravano per le strade. Insomma tutto immutato. Eppure aveva fatto un lungo viaggio verso Minosse, aveva soggiornato per un tempo indecifrabile e aveva rifatto il tragitto inverso. Si chiese se avesse fatto un lungo sogno. “Ciao, Lucia” le disse al videotelefono.

“Ciao! Quale misterioso motivo ti stimola questa chiamata?”

“Volevo sapere …”.

“Cosa? E’ un secolo che non ti fai vivo e vuoi sapere qualcosa da me?”

Matt deglutì vistosamente, perché qualche conto non quadrava più. Stava per dirle «Ma come ci siamo lasciati all’astrostazione di Megalopoli non più di 2 ore fa», quando balbettò qualcosa, una scusa puerile. “Niente. Volevo invitarti stasera al ristorante Exoticum per una cena in stile vintage”.

Una bella risata risuonò nei timpani. “Mi vuoi prendere in giro? Sono secoli che fai vita ritirata. E poi Anna … Non è questo il motivo della telefonata”.

“In effetti …” cominciò balbettando. “Mi sento strano come se vivessi un sogno …”.

“Fa una seduta psicoanalitica. Potrebbe risolvere i tuoi problemi”.

Matt incapace di connettere era seduto sul divano dei pensieri, quando il videotelefono cominciò a vibrare. “Anna Moore chiama Matt Damon. Apro?”. “Sì” rispose vedendola sul display arrabbiatissima. “Dove sei stato disgraziato? Sono due ore che ti aspetto alla porta Est di Central Park”. Fu il colpo di grazia. (by orsobianco9)

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