Capitolo 17 – Il ritorno a casa

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Venne l’autunno e poi l’inverno. Il tempo passava veloce, troppo velocemente secondo Angelica, mentre la relazione proseguiva tra alti e bassi. Il loro rapporto si stava raffreddando, come la stagione incipiente, pur continuando a frequentarsi con regolarità.

Lei aveva trovato il tempo per completare l’autoritratto tra una pausa e un incontro amoroso. Questo era rimasto a lungo sotto un candido telo di lino malinconico e triste, mentre quello del poeta giaceva impolverato e negletto in un angolo, coperto da un velo trasparente. Pareva che la stagione autunnale si fosse posata sui due quadri, avvolti dalle brume appena mitigate da un pallido sole.

Goethe sentiva che era giunto il momento dell’addio: la nostalgia della patria, di Weimar, di Charlotte stava diventando troppo insopportabile da sostenere per potersi fermare ancora a lungo a Roma.

Angelica aveva capito che la storia stava terminando e che non sarebbe riuscita a trattenerlo. Da quando a giugno era tornato dal lungo viaggio in Sicilia, aveva percepito che era solo una questione di tempo ma poi sarebbe fuggito da lei per inseguire i suoi fantasmi. «Quanto tempo? Qualche mese o un anno?» si interrogava quasi tutti i giorni senza trovare una risposta. Poi ricacciava in gola le lacrime e scacciava questi pensieri dalla mente.

Sento un vuoto dentro di me” rifletté un giorno di dicembre più triste degli altri giorni. “L’amore mi consuma ma Wolfgang non lo alimenta più col necessario vigore. Anche se non lo dice apertamente, ha deciso di partire, di tornare in patria. Riuscirò a sopravvivere alla sua partenza? Riuscirò a colmare il vuoto che si produrrà dentro di me?”

L’angoscia si impadroniva di Angelica, che aspettava con ansia la decisione del poeta, che tardava ad arrivare. Come la goccia incide anche la pietra più dura, così questi pensieri scavavano nella sua mente giorno dopo giorno un solco che non era colmabile. Si consumava lentamente in uno stillicidio di vane speranze e tristi presentimenti, mentre lei continuava a trascurare i numerosi lavori di cui era oberata.

All’inizio del 1788 Goethe cautamente cominciò a parlare del suo possibile rientro a Weimar, adducendo come pretesto certe lettere del duca Karl August, che gli chiedeva di riprendere il governo del minuscolo ducato.

Angelica, mia cara“ diceva il poeta, “non vorrei lasciarvi qui, ma prendervi con me! Non riesco a decidermi nella risposta al mio Duca, perché vorrei restare accanto a voi. Anche la duchessa Anna Amalia mi scrive chiedendomi di tornare con urgenza, perché vuole ascoltare dalla mia voce il racconto di questo viaggio alla scoperta dell’Italia e del bello, dove ho trovato una donna meravigliosa sia per bellezza sia per capacità artistiche”.

Angelica sapeva che erano solo lusinghe che laceravano la ferita che si stava aprendo dentro di lei.

Wolfgang, non mentirmi” gli rispose con la voce rotta dall’emozione. “Non mentirmi. Stai preparando l’addio e non sai come dirmelo”.

Il poeta capiva che l’innamoramento stava svanendo, come già in passato era capitato più di una volta. “Forse questo viaggio non è stato programmato per sfuggire alle insistenze di Charlotte?” rifletteva mentre osservava il viso delicato e pallido della donna.

Non posso mentire a me stesso,” pensava con apprensione mista ad ansia. “Non posso mentire nemmeno a lei, che ha capito. Però ho la necessità di riacquistare la mia libertà psicologica, di non avere legami stabili. Poi è sposata, ho conosciuto il marito, Antonio Zucchi, le chiacchiere sulla nostra relazione stanno serpeggiando tra gli amici comuni. Posso trattenermi ancora qui? No. Me ne devo tornare a Weimar”

Si avvicinò ad Angelica, stringendola a sé per fugare quei dubbi, sapendo che era un atto inutile. Lei lasciò fare senza opporre resistenza. «Vuole convincermi che le mie paure sono infondate, ma tutto è inutile. Lo so. Vuole tornare libero, andarsene di soppiatto come oltre due anni fa ha fatto partendo da Karlsbad! Però ora godiamoci questi ultimi sprazzi d’amore. Dopo sarà il vuoto dentro di me, dentro la mia vita. Saprò dimenticarlo? Saprò cancellarlo dalla mia esistenza?»

Goethe la trascinò sul divano. “Wolfgang, no! Non qui! Andiamo di sopra!” gli disse.

Salirono in silenzio e giacquero sul letto sempre pronto ad accoglierli.

I giorni passavano, mentre la primavera si avvicinava. In silenzio il poeta cominciò a raccogliere le sue cose: i manoscritti delle opere, le bozze delle poesie, gli appunti del viaggio, i disegni delle scenografie teatrali e tutti i ricordi accumulati in oltre due anni di permanenza a Roma.

Durante le sue visite aveva visto a Villa Ludovisi uno splendido busto di Giunone, decidendo di farne una copia da tenere nella sua stanza romana. Adesso che la partenza si stava approssimando stava coltivando l’idea di lasciarlo a lei come ricordo della loro relazione, anche perché sarebbe stato troppo ingombrante da trascinare in viaggio.

Continuò a frequentare Angelica, a girare per Roma con lei, che al suo passaggio suscitava sguardi di ammirazione e saluti dai passanti.

Angelica soffriva il distacco annunciato in silenzio, ma non dichiarato da Goethe.

Mein Gott!1 Perché devo patire questi tormenti dell’anima? E’ forse la punizione divina del tradimento verso il marito? Vorrei che il giorno non arrivasse mai! Ma arriverà e deflagrerà con la sua forza immane dentro il mio cuore!”

Ormai il tempo volgeva al bello stabile e si annunciava favorevole all’inizio del viaggio di ritorno. Un pomeriggio di fine marzo 1788 Goethe arrivò allo studio di Angelica, che stava lavorando con la morte nel cuore al quadro di Virgilio per non pensare al distacco, che percepiva ormai prossimo.

Angelica, mia adorata!” esordì, “Stamani ho ricevuto una pessima lettera dal mio Duca, che mi ordina di tornare sollecitamente a Weimar per riprendere le cure del governo del ducato. Mi è crollato il mondo addosso! Sono rimasto affranto tutta la mattina. Quindi in fretta e furia devo preparare i bagagli e partire”.

Angelica prese a piangere silenziosamente senza voltarsi verso di lui: “Wolfgang, non mentire, ne siete incapace! E’ arrivato il momento dell’addio tanto annunciato, tanto negato tenacemente da voi. Concedetemi l’ultimo afflato d’amore senza dire nulla. Venite, Saliamo per l’ultima volta quelle scale, che hanno conosciuto il nostro amore. Vi prego, restate in silenzio e in silenzio uscite dalla mia vita”.

Deposti i pennelli, si avviò verso quelle stanze dove si era consumato un amore impossibile, aspettandolo di sopra. Si era chiusa una parentesi della sua vita.

Questa parentesi avrebbe lasciato un ricordo doloroso e incancellabile per Angelica, che aveva sperato fino all’ultimo di non sentire quelle parole di commiato.

Però le udì.

1Mio Dio! Tipica esclamazione tedesca

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  1. Anche per le più belle e passionali storie d’amore (purtroppo) arriva la tanto odiata parola Fine
    C’ è sempre uno che si stanca per primo e cerca con scuse mal (come Goethe) riuscite di allontanarsi per sempre dall’ amante.
    Mi dispiace per la povera Angelica, ma da un uomo come il poeta che aveva fama di abile seduttore, il finale non poteva che essere questo.
    Grazie ancora, caro Gian Paolo
    Ci fai vivere le tue belle storie con tanta partecipazione da farci palpitare assieme ai
    personaggi
    Abbraccione
    Mistral

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  2. Però le udì.
    Strepitoso finale.
    Certo che Goethe non ne esce molto bene. D’altra parte – e anche questo dovrebbe essere lo scopo di un blog – ho svolto ricerche su di lui, che confermano appieno il tuo modo di descriverlo.
    Capace di grandi impulsi, ma fondamentalmente egoista.
    Un caro abbraccio.

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  3. Hai disegnato splendidamente i tentennamenti, la malinconia, l’impossibilità di trovare parole che possano lenire quei sentimenti che intravvedono già l’orizzonte della loro fine. Splendida e toccante questa tua pagina

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