Capitolo 6 – La prima volta

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La lunga passeggiata aveva lasciato dentro di lei delle sensazioni di meravigliosa leggerezza, perché aveva capito che il loro rapporto travalicava la semplice amicizia. Angelica, sempre combattuta tra la rigida educazione cattolica ricevuta dalla madre e la voglia di trasgredire, di dare respiro alle emozioni che crescevano impetuose dentro di lei, non sapeva come poteva esternarle senza avvertire quel peso che le ipocrite convenzioni dell’epoca le imponevano.

Pagato il fiaccheraio per la lunga corsa, Goethe prese la mano di Angelica e la baciò con passione, mentre si accomiatò da lei senza proferire parola.

A passo svelto si diresse verso piazza di Spagna, sparendo ben presto dalla vista della donna, che salita nello studio si abbandonò su un divano piangendo a dirotto.

Ormai l’incanto è svanito e nulla più potrà ricreare l’atmosfera precedente. Sono stata troppo fredda nei suoi confronti e questo mi ha persa. Ahimè, come potrò finire il ritratto di lui?” disse ad alta voce tra i singhiozzi guardando il quadro appena abbozzato, che stava triste sul cavalletto “Che ne faccio di questa tela?”

Un bellissimo tramonto romano illuminava di rosso la stanza, creando effetti ottici e cromatici insoliti sulle pareti ma per lei era come se ci fosse buio, sprofondata com’era nella tristezza dell’abbandono.

Angelica si riscosse, si asciugò le lacrime, si mise il mantello e si preparò a uscire per il ritorno a casa, quando sentì picchiare con decisione alla porta.

Chi sarà quel cavaliere che bussa a quest’ora? Non aspetto nessuno e la giornata volge al tramonto. Devo aprire per guardare chi è oppure fingere che qui non ci sia nessuno” pensava, mentre qualcosa la incitava a dischiudere l’uscio.

Il bussare divenne più insistente, mentre le parve di udire una voce ben conosciuta.

Non è possibile!” pensò. “Se ne è andato senza proferire parola! Forse la stanchezza della lunga passeggiata mi fa udire dei suoni familiari che non lo sono. Apro oppure no?”

Si avvicinò alla porta e con voce tremula chiese: “Chi bussa alla porta?”

Sono Wolfgang. Vi scongiuro di aprirmi. Vorrei porgere le mie più devote scuse per essere stato così villano poco fa, andandomene senza salutarvi adeguatamente”.

Col cuore in tumulto e la mente offuscata dall’ansia aprì il battente della porta e lo vide lì immobile avvolto dall’ampio mantello bianco con l’immancabile cappello a tesa larga in testa.

Angelica si precipitò fuori baciandolo sulla bocca, mentre il poeta la strinse a sé e la spinse con dolcezza, ma con fermezza dentro lo studio, chiudendo la porta.

Lei, senza opporre resistenza, si lasciò sfilare il mantello, che fu gettato su una sedia insieme a quello di lui e al suo cappello, mentre la conduceva all’ampio divano posto dinnanzi ad una finestra.

Fromm sind wir liebende, still verehren wir alle Dämonen,

Wünschen uns jeglichen Gott, jegliche Göttin geneigt.

Und so gleichen wir euch, o römische Sieger!

Goethe pronunciava queste parole mentre si accomodavano sul divano. Angelica rapita si lasciava trasportare dai sensi e lo baciava con ardore, dicendo dolci parole amorose.

Così i due amanti, incuranti del buio incipiente, consumarono il rapporto carnale tra baci, sussurri appena accennati e dolci promesse di amore senza sentire né i morsi della fame, né il freddo pungente della stanza.

Era ormai sera inoltrata quando uscirono dallo studio avviandosi verso la trattoria per consumare la cena serale.

Entrati si sistemarono in un tavolo d’angolo appartato e discreto, lontano dagli altri commensali, mentre un grande frastuono sovrastava le loro voci. Erano suoni allegri e alterati dalle abbondanti libagioni, mentre nel camino accanto ai due amanti la legna scoppiettava piacevolmente, riscaldando l’ambiente.

I loro cuori erano caldi, come i corpi, mentre i sensi erano appagati.

Parlavano sottovoce della giornata trascorsa, mentre lei ripeteva i versi che il poeta aveva declamato durante la passeggiata e nello studio.

Il poeta chiese all’oste della carta e una matita per trascrivere quelle rime prima che svanissero dalle loro menti.

Lei era felice per il rapporto amoroso appena consumato, essendo ormai da molto tempo che il suo corpo non aveva goduto delle gioie del sesso.

Tutti i dubbi erano svaniti e i timori per il tradimento compiuto si erano disciolti nel piacere della carne, lasciando il posto alla volontà di continuare questa relazione amorosa anche nei prossimi giorni, nelle settimane successive, finché la comunanza degli affetti non sarebbe cessata. Angelica era talmente presa da quel fiume di pensieri straripante che faticava ad ascoltare Goethe e quello che le diceva.

Rispondeva a monosillabi, generando in lui stupore ed incredulità, perché non si aspettava una simile reazione, come se non ascoltasse le sue parole.

Ob ich Dich liebe weiß ich nicht;

Seh ich nur eimal dein Gesicht,

Seh Dir in’s Auge nur einmal,

Frei wird mein Herz von aller Qual;

Gott weiss, wie mir so wohl geschicht!

Ob ich Dich liebe weiß ich nicht.

Questa breve poesia l’ho composta quando avevo 21 anni e ora la dedico a Voi, che mi fate compagnia e allietate la mia vista. Voi siete splendida e dolce, dalla personalità intensa e forte, come tanti amici comuni vi avevano descritta”.

E’ bella. Come s’intitola? O non ha nome?” chiese Angelica, “Siete veramente bravo e ispirato nelle composizioni poetiche. Sapete dove cogliere i fiori del bello nel mio giardino!”

L’oste guardava di sottecchi i due amanti, che invece di gustare i suoi piatti parlavano fitto tra di loro in una lingua che non capiva. Aveva visto lui altre volte in compagnia di uomini e di donne, ma lei era un volto sconosciuto.

E’ bella quella donna!” pensava l’oste appoggiato al bancone ben attento a correre per servire i commensali, “Chi sa da dove viene. E’ la prima volta che entra nella mia osteria. Ha un tocco di classe ben superiore a lui, che mi sembra più giovane. Però sono una bella coppia affiatata da come parlano e si guardano”.

Non avevano appetito, toccando a malapena i cibi preparati, perché la fame era stata appagata prima nello studio di Angelica.

La serata svolgeva al termine mentre nella sala fumosa erano rimasti in pochi: loro e un paio di persone alticce per il molto vino bevuto, che parlavano a voce alta coi toni striduli e impastati dell’ubriaco. Chiamato l’oste per pagare il conto, Goethe si alzò aiutando Angelica a indossare il mantello e l’ampio cappello ornato di fiori.

La donna accettò volentieri che il poeta l’accompagnasse verso la casa, perché la strada era mal illuminata da lampioni ad olio, che emettevano luce fioca e spettrale.

Come fantasmi scivolarono via lasciando una pallida ombra sui muri, finché giunti sull’uscio di casa si scambiarono l’ultimo bacio della giornata prima che il portone si chiudesse alle spalle di Angelica.

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  1. Ho seguito dai capitoli precedenti il lento progredire verso il rapporto amoroso che hai costruito, con grande bravura, in un crescendo di aspettative qui finalmente appagate…
    ma la traduzione dei versi? sono parte integrante del racconto ed io di tedesco non capisco nulla purtroppo…
    un forte abbraccio

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    • Si, Angelica getta la maschera e si abbandona ai piaceri della carne.
      Le traduzioni? Dal prossimo capitolo sono delle annotazioni. Per i vecchi versi le metterò come appendice all’ultimo capitolo.
      Non l’avevo mai fatto in precedenza, ma forse è più corretto così.
      Baci
      Gian Paolo

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  2. Spettacoloso! Forse il miglior capitolo per intensità, urgenza ed esposizione. Lui è grandissimo, come lo sono i suoi versi che forse meriterebbero una traduzione, sebbene sia assai difficile rendere la lungua tedesca in italiano. Bravissimo, amico mio!
    Un caro abbraccio.

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    • Per i versi ripeto quello che ho scritto in precedenza, dal prossimo capitolo aggiungerò la traduzione. Non sarà perfetta ma ritengo buona. Per i pregresso sarà un’appendice.
      Grazie per i complimenti.
      Un grande abbraccio

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