Prologo – Malcesine 15 settembre 1786

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La vena poetica si è inaridita, seccata come i torrenti d’estate. Le immagini sono diventate acquerelli sfocati dai colori impastati. La parole muoiono prima ancora di essere scritte. Percepisco l’urgenza di respirare aria nuova, di conoscere nuovi mondi, nuove persone, di allacciare nuove relazioni amorose per sentire dentro di me stimoli innovativi e creativi che si sono esauriti nell’atmosfera ovattata di Weimar, dove sono stato in una gabbia dorata tra gli obblighi di governo e di corte e la gelosia di Charlotte. Come l’usignolo imprigionato nella voliera desidera cantare libero e volare senza vincoli nel cielo così anch’io voglio riacquistare la mia libertà. Perciò sono partito sulle orme di mio padre, Johann, e sto ripercorrendo le medesime strade alla ricerca del tempo perduto come tutti i grandi viandanti che mi hanno preceduto“.

Erano i pensieri amari di Goethe, ponderati nel buio di una cella, appena rischiarata dagli ultimi raggi del sole di fine settembre. «Le guardie veneziane mi hanno sorpreso a disegnare il castello di Malcenise. Non sapevo che fosse vietato e mi hanno trattato come se fossi una spia, rinchiudendomi in questa cella umida e buia del carcere di Verona». In attesa di comparire dinnanzi al magistrato di giustizia il poeta meditava sulla sua decisione repentina e inaspettata di lasciare Weimar e la corte ducale qualche settimana prima, ai primi di settembre del 1786, senza un saluto di commiato o un avviso della partenza. Si era avviato sotto falso nome verso Roma, accompagnato solo dai suoi ricordi giovanili. Anche se era incerto su come sarebbe finita questa imprudenza, era sempre più convinto che quella fosse stata una scelta saggia. «Dovevo cambiare aria. Ormai ero ripiegato su me stesso senza avere la forza di cambiare il mio quotidiano».

Con la testa appoggiata sulle mani e seduto su un pagliericcio sporco e puzzolente, aveva ben presente i racconti del padre, che venticinque anni prima aveva intrapreso un lungo viaggio in Italia arrivando fino a Napoli. Li aveva ascoltati da bambino tante volte. Il diario, scritto in un italiano approssimativo, era stata una lettura giovanile, che conservava in maniera nitida nella mente. Aveva ben presente dove andare e cosa visitare. Una mappa precisa e dettagliata del percorso da intraprendere era chiara nella sua mente.

Sperava che questa peregrinazione gli permettesse di riprendere il filo del discorso poetico ormai ridotto nei minimi termini. Molte erano le opere rimaste incompiute o appena abbozzate, mentre languivano e si ricoprivano di polvere, perché potesse accettare questo stato di inedia ancora a lungo. Nei dieci anni trascorsi a Weimar aveva scritto ben poco, perché era stato assorbito da altri impegni e distratto dall’amore verso Charlotte.

Assorto e con lo sguardo, che osservava inscurire quello spicchio di cielo che la bocca di lupo permetteva di vedere, Goethe ripercorse una fetta della sua vita.

“Avevo 25 anni quando ho conosciuto la notorietà con l’opera “Die Leiden des jungen Werthers”. La fama è arrivata troppo presto e ha rischiato di travolgermi. Sono cresciuto in un ambiente dove l’arte e la cultura erano di casa, respirandole come aria inebriante per la mente. Ho amato il bello e la raffinatezza delle opere classiche, che hanno nutrito la mia anima. Però la mia attenzione era rivolta anche verso altre forme di bellezza, che hanno rubato la mia libertà. Ma l’essere libero da vincoli cogenti è da sempre una componente del mio essere. A questa non ho mai rinunciato”.

Rammentava che aveva mostrato fin da subito questi due lati del proprio carattere: la passione per le donne e l’insofferenza verso un qualsivoglia legame. Qualsiasi novità lo attraeva come la calamita col ferro ma sbollito il primo impulso, quando questa diventava routine o obblighi costrittivi, sentiva la necessità di recidere drasticamente questi lacci e tornare di nuovo libero.

“Ricordo con piacere la chiamata a Weimar come precettore e guida del duca Karl August, col quale ho condiviso il governo del piccolo stato sassone. L’iniziale entusiasmo di partecipare al consiglio segreto che dirigeva la città-stato è stata per me, appena trentenne, come toccare il cielo con un dito. Mi sentivo forte e potente. Credo di non sbagliare ma per questo motivo sono stato corteggiato da molte donne. Loro sono state sempre al centro dei miei pensieri, ovunque mi trovassi. Però l’incontro con Charlotte è stato travolgente sotto ogni punto di vista. Lei si era impegnata a trasformarmi da un giovane insofferente alle regole in un perfetto cortigiano rispettoso degli obblighi di corte. Ben presto il nostro rapporto si è tramutato in sodalizio amoroso. Questa relazione mi ha lasciato un segno profondo, una traccia che è rimasta indelebile nel mio animo”.

Governare uno stato non era per lui il massimo delle aspirazioni, tanto che presto cominciò a dare segni di insofferenza. Si sentiva come un animale in gabbia, perché non amava avere vincoli sia nella vita quotidiana sia nell’amore, e la cura dello stato e la passione per Charlotte rappresentavano proprio quei legami che doveva recidere senza tentennamenti per non cadere nell’inedia e nell’apatia.

Nel settembre 1786, avviandosi in segreto da Karlsbad sotto falso nome, decise di intraprendere il viaggio in Italia per completare il suo bagaglio intellettuale e per toccare con mano la cultura classica, come aveva fatto il padre molti anni prima e tanti altri artisti prima di lui.

Era stato proprio quel ricordo a risvegliare in lui il desiderio di ripercorrere le stesse strade e rifare la medesima esperienza paterna. Però la vera molla fu la voglia di interrompere il sodalizio amoroso con Charlotte von Stein, che ormai lo stava opprimendo, togliendogli il respiro. Lei era la dama di compagnia della duchessa Anna Amalia di Saxe-Weimar, tramite la quale lo aveva conosciuto. La donna si sentiva molto infelice e soprattutto sola prima dell’incontro col poeta, perché il marito era spesso lontano da Weimar al seguito del duca o in lunghe missione all’estero per conto dello stesso. Una passione travolgente li accomunò fino al momento della partenza per l’Italia che mise fine alla loro relazione turbolenta e appassionata.

Condotto qualche giorno dopo dinnanzi ala magistrato si difese con ardore dall’accusa di spionaggio, cercvando di fare leva sulla fama del suo nome.

“Sono Joahnn Wolfang von Goethe” esordì nel suo italiano stentato. “Sono un poeta e uno scrittore che ama viaggiare alla ricerca del bello. Mi piace associare i disegni delle località visitate ai resoconti dei miei viaggi. Sto ripercorrendo le strade battute da mio padre, che mi ha sempre decantato la loro bellezza. Non era mia intenzione infrangere una legge di questa repubblica ..”.

Il magistrato lo ascoltava in silenzio e prendeva nota di quel effluvio di parole, che con tanta foga cercavano di spiegare e di illustrare chi era. Ogni tanto lo interrompeva per porgergli qualche domanda.

“Messer Goethe credo che voi abbiate agito in buona fede senza intenzioni dolose nel dipingere il castello di Malcesine” disse al termine dell’udienza. “Pertanto vi lascio libero di uscire dal carcere con l’impegno di uscire entro due giorni dai confini della repubblica veneta. Qualora non rispettiate questa sentenza, sarete condannato a trascorre molti anni nelle nostre galere”. Con queste parole chiuse il processo, aprendo le porte del carcere al poeta.

Dopo l’esperienza del carcere veronese, che nonostante tutto segnò in maniera positiva il suo umore, affrontò una lunga peregrinazione che sarebbe durata quasi tre anni. Goethe percorse la penisola da nord verso sud, toccando molte città lungo il cammino prima di giungere a fine ottobre a Roma.

Sono Philippe Moeller, commerciante e pittore in cerca del bello e del classico” si presentò così non appena era giunto alle porte daziarie di Roma. E in effetti sul biglietto da visita era proprio scritta questa frase.

Sistematosi in una locanda vicino a Castel Sant’Angelo, diede libero sfogo subito alla sua natura, partecipando alle feste popolari e frequentando osterie e donne di strada, comportandosi come un autentico popolano romano, intrecciando un rapporto amoroso con una serva dell’osteria dove abitualmente trascorreva le serate.

Quando ho scritto ‘Rõmische Elegien’, ho riletto la mia esperienza romana con gli occhi dei ricordi delle visite, delle feste e degli amori effimeri” diceva a chi gli chiedeva il senso di quelle liriche, piene di esuberante sessualità, che scandalizzarono il mondo chiuso e bigotto dell’epoca alla loro pubblicazione.

Pochi giorni dopo il suo arrivo a Roma iniziò a frequentare lo studio di Angelica, stringendo subito un solido rapporto di amicizia o forse qualcosa di più.

Lui era alto, di bell’aspetto e molto giovanile, lei era minuta e bassa di statura, ma proporzionata nella corporatura, dagli occhi mobili e vivi che le permettevano di parlare in modo eloquente attraverso lo sguardo.

L’atelier di Angelica era ormai diventato, per tutti i viaggiatori in transito nella città eterna, il punto di passaggio obbligato e di osservazione privilegiato per conoscere le ultime novità del mondo e non solo quelle.

Anche Goethe, come molti altri artisti e viaggiatori tedeschi, non seppe resistere al fascino e al richiamo misterioso, che quel posto esercitava. Voleva conoscere questa donna la cui fama si estendeva in tutta Europa sia per la bellezza sia per la bravura artistica.

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  1. Bello! Anch’io amo scrivere (e leggere) romanzi storici e sono curiosa di vedere come prosegue questo Italienische Reise.
    Interessante pure la ricostruzione della storia ferrarese di Laura Dianti e Alfonso d’Este, di cui purtroppo non si possono leggere tutti i capitoli…

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    • Grazie per il passaggio dal mio blog.
      Italienische Reise di Goethe è durato tre anni, ma ho colto solo lo spicchio della sua permanenza a Roma e del sodalizio con Angelica Kauffmann. Ovviamente nessuna pretesa di un saggio storico ma una ricostruzione romanzata di questa.
      Per quanto riguarda la storia di Alfonso I d’Este e Laura Dianti a malincuore l’ho tagliata per meri problemi di tempo, Avrebbe occupato ancora almeno quattro mesi il mio blog col rischio di annoiare che mi segue. Sarebbe mia intenzione trasformarlo in un ebook da distribuire gratuitamente. Quando lo farò? Non ho ancora le idee chiare.

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      • Naturalmente il romanzo non è un saggio storico, bisogna lasciare una certa libertà alla fantasia dell’autore! 🙂 E tu coniughi con maestria documentazione e immaginazione.

        Capisco che tu ti prenda del tempo per riflettere; tutti coloro che amano scrivere si arrovellano su come meglio distribuire il loro lavoro. In bocca al lupo!

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  2. Seguirti in questa tua nuova avventura “assieme” a personaggi che hanno dato lustro e bellezza alla storia dell’ umanità è per me uno stimolo in più per continuare a leggerti
    Grazie, Gian Paolo
    Un abbraccio
    Ombreflessuose

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  3. Ti stati specializzando nel romanzo storico, ci vuole un bel coraggio e molta pazienza, perchè oltre alla fantasia occorre una buona dose di credibilità per rendere tutto così reale, come sai fare tu! Complimenti…

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