Capitolo 62

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Era venuto il tempo per dedicarsi alle due figlie, che erano cresciute in bellezza e in età. La maggiore aveva ormai diciassette anni, la minore quindici. Diverse come costituzione e temperamento avevano vissuto lontano da Giacomo. I due padri naturali erano spariti da tempo e non frequentavano più il palazzo. Lui, come padre di nome, doveva occuparsene e provvedere alla loro sistemazione.

“Mi ripugna costringerle a sposare persone che non amano. Alla fine finiscono come Costanza” rifletteva dopo il rientro nel settembre del 1526 nel suo palazzo. “Hanno ricevuto una buona educazione. Sono rispettose e cortesi. Dovrei trovare un buon partito che le possa rendere abbastanza felici. Un’impresa non facile da realizzare”.

Era una notte del novembre dello stesso anno, quando ne parlò per la prima volta con Isabella durante una delle rare visite nel suo letto da parte della moglie.

“Madonna” esordì mentre rifiatavano dopo qualche abbraccio passionale. “Madonna, le nostre figlie sono ormai grandi e pronte ad andare spose a qualche buon pretendente come è consuetudine in questa epoca ..”.

“Che volete dire, Messere” rispose irrigidendosi nell’ascoltare quelle parole.

“Nulla, Madonna. Semplicemente mi preoccupavo del loro futuro prima che qualche servo le deflorino o le mettano incinte”.

La donna si staccò da lui cercando nel buio di osservarne il viso. Rifletteva che in otto anni, da quella volta che le aveva rinfacciato la paternità delle ragazze, non aveva mai parlato di loro o si era preoccupato del loro stato.

“Come mai stanotte vi vengono questi pensieri?” chiese tra lo stupito e l’agitato.

“Così. Mi sembrava giusto parlarne con voi che ne siete la madre. Volete forse che finiscano male o tra le braccia di qualche pretendente poco attento alla loro felicità?”.

In questo periodo Giacomo faceva valere la sua personalità nei rapporti con Isabella, perché aveva la sensazione di dare troppo e di non ricevere molto in cambio. La percepiva lontana e distaccata come se volesse essere lasciata in pace. E forse questa sensazione corrispondeva al vero, perché negli ultimi due anni era diventate più casuale che ordinario il loro vivere insieme.

Isabella, sentendolo, comprendeva che la situazione si era capovolta: gli dava troppo poco tanto che ultimamente si era risentito più del dovuto. «Onde riuscire ad intrattenere una relazione positiva, soprattutto se comporta anche un lato sessuale, è necessario instaurare un fragile equilibrio tra le necessità ed i desideri di ognuno di noi e trovare un senso più profondo al nostro rapporto. Il parlare delle nostre figlie, che in realtà sono solo mie, rientra in questa logica. Giacomo si dimostra sensibile a attento, anche se so che non mi è molto fedele».

Questo equilibrio al momento era fragile ed instabile e a lei non conveniva romperlo bruscamente.

“Messere, avete ragione. Beatrice e Anna meritano maggiori attenzioni di quanto ne abbiamo dedicato finora. Ma ditemi come intendete procedere” chiese Isabella, stringendosi a lui.

“E’ questo il punto. Non so come procedere. Ho la sensazione di commettere degli errori” rispose ricambiando l’abbraccio e facendo scivolare le mani su quel corpo ancora piacente.

“E se ne riparliamo più tardi con maggior calma. Cosa ne dite” replicò la donna inarcando la schiena.

“Avete ragione, Madonna” disse l’uomo prendendola.

La passione fece dimenticare loro tutti i buoni propositi e l’argomento finì tra quelli che erano chiamati ricordi.

Delle tre dame che aveva frequentato con una certa assiduità in quegli anni, l’unica che gradiva le sue attenzioni nel 1526 era la sola Costanza, vedova e risoluta a non rimaritarsi con molta facilitò. Giulia aveva trovato un nuovo amante giovane e focoso, che si dedicava con cura alla sua persona senza farla sentire troppo vecchia coi suoi trentacinque anni. Eleonora era poco in città, perché aveva seguito il marito come ambasciatore a Venezia, dimenticando ben presto Giacomo e le sue cortesie. Nella città lagunare aveva incrociato un giovane moro che l’aveva stregata.

Dunque Giacomo aveva ripiegato sulla ancor giovane Costanza, che viveva sola nel grande palazzo di fianco al canale Naviglio.

“Messer Giacomo” gli disse una mattina dopo una notte di passione. “Messer Giacomo, non mi risposerò con altri se non con voi. Provo affetto e riconoscenza per voi, perché sapete donarmi istanti di dolce amore senza pretendere molto in cambio”.

C’era sintonia tra loro attraverso una spiritualità raffinata, l’assenza di egoismo e la stretta unione spirituale fra due persone che si rispettano. L’effetto era di far fantasticare la donna, aspetto di per sé piacevole e innocuo, finché si era mantenuto nei limiti della realtà. Però con la sua uscita aveva travalicato i confini, sconfinando in un mondo del tutto inesplorato.

“Cosa intendete dire, Madonna?” chiese Giacomo un po’ allarmato.

“Nulla di più di quello che avete inteso. Vi amo, anche se non sono sicura di essere riamata da voi. Ma non m’importa questo punto. Sto bene con voi e vi aspetterò con ansia per riabbracciarvi, ogni qualvolta voi vi presenterete alla mia porta”.

“Ma voi invecchierete nell’attesa” disse l’uomo guardandola nel viso.

“Sento che vi appartengo. E vi sarò fedele” tagliò corto Costanza, mentre con le mani frugava il corpo di Giacomo.

“Siete impertinente ma adorabile, Madonna Costanza” replicò l’uomo rispondendo alle sollecitazioni della donna.

Sempre più spesso passò le giornate con lei senza riprendere l’argomento della dichiarazione d’amore. Lei lo accettava come era senza pretendere nulla di più. Le era sufficiente essere posseduta e ricambiare con ardore giovanile la passione che le ardeva dentro

Una mattina di dicembre dello stesso anno Giacomo si risvegliò nel letto di Costanza in preda alla febbre.

“Madonna, non mi sento bene. Il corpo brucia ma provo freddo. Vorrei tornare nel mio palazzo” le disse mentre brividi gli squassavano il corpo.

“Messere, che avete?” rispose allarmata la donna. “Avete l’occhio lucido e il viso caldo bollente. Chiamo la carrozza per farvi condurre alla vostra dimora. Fattemi sapere qualcosa. Sono in ansia per voi”.

Arrivato al palazzo, Giacomo si mise a letto nelle sue stanze.

“Ghitta” disse alla serva. “Chiamate Madonna Isabella. La voglio accanto a me”.

La serva lo guardò sbigottita. Non l’aveva mai visto così bianco cadaverico, mentre tremava come foglia al vento sotto le coperte.

“Messere, come state” gli disse Isabella, accorsa preoccupata al suo capezzale.

“Brucio tra le fiamme dell’inferno, Madonna”.

“Non scherzate troppo. Non posso vedervi ridotto in questo stato. La vostra fronte arde come la legna nel camino. Chiamo Antonio, il nostro medico”.

Tra alti e bassi la salute di Giacomo peggiorò giorno dopo giorno, mentre la notizia della sua infermità arrivava fino al Castello. Alla porta del palazzo, nonostante il tempo inclemente, era una processione di servi, che venivano a informarsi sulle condizioni del malato. Il duca mandò il medico personale per un consulto ed era profondamente addolorato per la malattia che aveva colpito il suo ingegnere.

Giulia chiese a Isabella di vedere Giacomo. Eleonora mandò un biglietto augurale. Costanza rimase nell’ombra a struggersi con le pene d’amore.

Isabella era costantemente al fianco di Giacomo, avendo riscoperto quanto fosse importante per lei quell’uomo.

Il 17 gennaio del 1527 Giacomo spirò dolcemente fra le braccia della moglie, pianto dalle figlie, dalla fedele serva e dalle amanti storiche.

 

“Signore, signore”. Giacomo udì come in lontananza una voce che lo chiamava. “Signore, si è addormentato ma la biblioteca chiude”.

Si guardò intorno. Era in un angolo defilato e nascosto della sala di lettura. Fuori c’era buio e sentiva le braccia pesanti e intorpidite.

“Oh” fu l’unica parola che uscì dalle labbra, mentre lentamente si alzava. Aveva la testa greve e poco lucida, mentre infilava il cappotto per uscire.

Era rimasto tutta la giornata nella biblioteca a dormire, mentre aveva vissuto nove anni in un altra epoca molto remota. L’ultimo bagliore di quel mondo era stato il suo funerale.

“Mai vista una partecipazione femminile così numerosa” disse sorridendo dentro di sé.

Quattro gironi dopo la sua morte in una giornata rigida e serena il suo corpo era stato trasferito nella chiesetta di San Lazzaro, che stava all’inizio del viale d’ingresso. Come era costume su un lato dell’unica navata stavano le donne, sull’altro gli uomini. Mentre i banchi occupati dalle persone di sesso femminile erano insufficienti a contenerle tutte, sull’altro c’erano molti vuoti. Il paggio in rappresentanza del duca, il fratello, qualche fattore, Bizzo, il fedele cocchiere e i servi e pochi altri.

Sul primo banco stava Isabella con le due figlie, che piangevano come fontane. Di fianco a loro Costanza e Giulia con gli occhi rossi di lacrime e di dolore. Dietro una moltitudine di donne, tra le quali spiccava Ghitta, che appariva come un’inconsolabile vedova.

L’arciprete officiò la messa funebre con grande commozione della popolazione femminile e la cauta indifferenza di quello maschile.

Cominciò l’orazione funebre con queste parole.

«Messer Giacomo, uomo di rare virtù e marito esemplare, fedele sposo di Madonna Isabella ..»

Nell’udire quelle parole Giacomo scoppiò in una grande risata, mentre osservava i visi delle donne che lo avevano accompagnato in quei lunghi anni alla ricerca di un minimo indizio di dissenso da quelle incaute affermazioni. Nessuna accennò al benché microscopico movimento del viso mentre continuavano a piangere silenziosamente e in maniera composta e signorile. Nessuna trovò da ridire su quelle parole che suonavano false alle orecchie di Giacomo.

Al termine della cerimonia, prima che la bara venisse sigillata e calata nella cripta della chiesa, Isabella, Giulia e Costanza deposero una rosa rossa con un minuscolo messaggio attaccato per dimostrare la loro devozione. Poi si abbracciarono calorosamente e restarono così finché la pesante lastra di marmo non sigillò la tomba.

L’unica assente era Eleonora, impegnata col suo moro, a dimenticare le attenzioni di Giacomo.

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  1. Colpo di scena finale!
    Sebbene la storia sia stata un po’ amputata (alla Gogol – “Le anime morte”), essa merita un plauso incondizionato per l’accuratezza delle descrizioni, la precisa documentazione storica, l’ottimo stile narrativo. E così in poche ore il nostro Giacomo ha vissuto quasi per intero un’altra vita.
    Da invidiare, direi.
    Mi piacerebbe sognare di essere stata Elena di Troia o Giovanna d’Arco, o anche Lucrezia Borgia.
    Un caro abbraccio.

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    • Più che amputata è stata sospesa proponendo solo il finale.
      Come Lucrezia Borgia ti vedo perfettamente. Come Giovanna d’Arco un po’ meno.
      Chissà se un giorno scriverò qualcosa con loro protagoniste.
      Un caro abbraxxio

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  2. E chi ci dice che non siamo qui, ma anche altrove? in fondo tutto è determinato dal tempo cronologico che per comoda convenzione abbiamo fatto nostro, ma se pensassimo ad un tempo circolare sparirebbero le nozioni di presente, passato e futuro…
    davvero un bel racconto, complimenti caro orso…
    un abbraccio

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  3. I sogni ci danno la possibilità di essere ovunque e chiunque.
    Giacomo dal canto suo ha viaggiato tutto sommato bene
    Grazie, Gian Paolo, mi hai tenuto abbracciata piacevolmente al tuo Sogno
    Bravo bravo bravo
    Baci
    Mistral

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  4. Così il nostro tenero Giacomo, chiude la sua vita parallela con un’uscita naturale e senza grandi clamori, se non quelli delle sue esequie. Più che altro per la catena di cuori infranati, a vario titolo e modo. E’ stata una cavalcata all’interno di un periodo, che studiato sui banchi di scuola, mi é sempre apparso un po’ farraginoso. Forse perché all’eèoca troppi avvenimenti e tutti importanti, si sono succeduti e quindi il ricordo é difficile se non pesante. Eppure vista così come ce l’hai presentata é stataun’epoca affascinante, soprattutto per i meccanismi sociali e cultirali e anche se per scelta, ancorché condivisibile, sei giunto alla fine in maniera così repenstina, ne conserverò un ottimo ricordo. Sia per la scrittura, agile e coinvolgente, sia per la cura storica dei fatti. Pochi ma ben esposti e non é poco. Assolutamente.
    Una storia da rileggere di quando in quando per la sua piacevolezza e avvolgenza.
    Chapeau.

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