Capitolo 30

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Naturalmente fu un fiasco colossale all’inizio. Aveva deciso di trascorrere la notte con Isabella ma se ne pentì non appena varcò la soglia della camera da letto. Giacomo si spogliò con gran fatica, sudando copiosamente in una stanza laterale. Non c’era Ghitta ad aiutarlo nell’opera Quando s’infilò nel letto ampio e non troppo comodo, la donna era già sotto le lenzuola, fingendo di dormire.

“Cominciamo bene” sussurrò a denti stretti.

Allungò una mano e avvertì una pesante stoffa, che l’avvolgeva come un sarcofago. Si avvicinò, ma lei si allontanò.

“Se ti muovi ancora, cadi per terra” ridacchiò l’uomo e si avvicinò ancora.

Non cadde, ma con mossa improvvisa si arrotolò nel lenzuolo come una mummia. Era ancora più inaccessibile.

“Bene!” esclamò alzandosi. “Preferisco il mio letto, più confortevole, e ..” e lasciò sfumare le ultime parole. Tanto era chiaro che la servetta ruspante gli dava più soddisfazioni della moglie che si negava con sdegno.

“Dove andate?” chiese Isabella con una voce che pareva venire dall’oltretomba.

“Madonna, qui non si fa nulla. Torno nella mia camera più accogliente e meno ostile. Almeno dormo senza disturbare nessuno. Poi non lamentatevi se …” e raccolti i suoi indumenti sgattaiolò nel corridoio, senza preoccuparsi di essere vestito di nulla.

La donna rimase basita. Non si aspettava un simile comportamento, perché Giacomo le appariva diverso nelle reazioni da quello, che conosceva da quindici anni, e per di più le pareva che fosse anche più giovane ma forse era solo in apparenza. «Sarebbe montato su tutte le furie. Mi avrebbe strappato di dosso tutto con furia, montandomi con furore e senza troppi riguardi e gentilezze». A lei questo piaceva moltissimo, anche se non le dava nessuna soddisfazione e talvolta le procurava dolore. Tuttavia durante l’amplesso carpito con la forza riusciva a liberare le proprie fantasie erotiche. Per il soddisfacimento personale c’erano molti pretendenti da Abramo a Alì, sempre pronti ai suoi richiami. «Però è differente quello dei miei ricordi. E’ come se avesse fatto una inversione a U, tanto è mutato il comportamento». Si pentì quasi subito del proprio atteggiamento, perché percepiva un umidiccio strano tra le gambe e un certo stimolo, che non aveva conosciuto fino a quel momento.

“Come potevo immaginare che Giacomo era così cambiato? Che sia merito delle cure assidue della Ghitta o delle donne che frequenta a Ferrara?” rifletté, mentre la curiosità e una certa stimolazione sessuale la fecero alzare. Indossata una vestaglia da camera si diresse verso la camera del consorte.

Senza bussare entrò sicura e nella penombra si tolse tutto rimanendo nuda. Stava infilandosi nel letto quando udì la voce ironica di Giacomo che la raggelò fermandola.

“Mi spiace ma sono occupato. Tornate più tardi, quando sarà il vostro turno. Sempre che ne abbia ancora voglia”.

Era sempre più basita che infuriata, perché ancora una volta era riuscito a farsi beffe di lei in modo garbato ma deciso. Riconobbe il risolino di scherno di Ghitta dopo che Giacomo aveva pronunciato quelle parole. Provò umiliazione piuttosto che adirarsi, perché riservava alla serva maggiori attenzioni rispetto a lei. Mentre restava immobile nuda nella penombra, rifletteva indecisa se restare lì in attesa o tornarsene nelle proprie stanze.

“In fondo me lo sono meritata. Lui era venuto ma io mi sono negata”.

Percepiva che rimanendo significava assistere al rapporto tra il marito e la serva, ma andandosene equivaleva ammettere la sconfitta. Era incerta e combattuta tra i due pensieri, quando udì nuovamente la voce di Giacomo.

“Vedo che avete avuto la pazienza di aspettare. Quindi se volete infilarvi nel letto, Ghitta vi farà un po’ di posto, spostandosi più in là- Il letto è ampio e comodo anche per tre persone”.

L’umiliazione era forte, ma lo stimolo ancor di più. Così senza dire una parola si trovò tra l’uomo e la serva. Una posizione insolita e inedita che la eccitò ulteriormente.

La mattina li colse abbracciati con vigore.

“Madonna” disse Giacomo. “Spero che sia stato di vostro gradimento la nottata. Che ne dice la nostra Ghitta?”

“Certamente, Messere. Con voi non ci si annoia mai” replicò la serva.

Isabella grugnì più di soddisfazione che di disappunto ma non voleva umiliarsi ancora con qualche affermazione di gradimento. La notte era passata in maniera piacevole e soprattutto fuori dell’ordinario ma aveva dovuto dividere il letto e l’uomo con la serva. Questo lo riteneva intollerabile ma si controllò.

“Ghitta” disse Giacomo serafico. ” Abbiamo fame. Preparaci la colazione. Oggi sarà una giornata intensa e laborioso. Dobbiamo iniziarla bene”.

Ghitta uscì velocemente dal letto, infilandosi il solito camicione e sparì alla loro vista. Le sarebbe piaciuto ascoltare i loro discorsi ma sapeva che l’uomo si sarebbe infuriato se avesse disatteso il suo ordine. Inoltre non poteva raccontare in cucina che aveva trascorso la notte con i propri padroni nello stesso letto, perché avrebbe rischiato una bastonatura coi fiocchi.

“Ghitta sembrate una gattina dopo che ha mangiato un topolino, tanto siete soddisfatta” le disse Geltrude.

“Niente, niente” replicò ammiccando. “Una piacevole nottata. Ma non ho tempo per raccontarvi i particolari. Messere Giacomo ha ordinato una colazione sostanziosa per lui e Madonna Isabella. Però ha fretta per via di certi impegni in città”.

La cuoca sollevò un sopracciglio e stava per replicare, quando la ragazza la gelò.

“Niente chiacchiere. Datevi da fare. Messere Giacomo mi ha minacciato una bastonatura se tardo troppo”.

Senza aggiungere altro preparò il tavolino portatile con piatti, posate e teli di lino, togliendosi dagli impicci. Era ben conscia che nel tempo di una Ave Maria tutto il palazzo avrebbe saputo che Madonna Isabella aveva trascorso la notte col marito, con qualche presenza inquietante. Tutti erano a conoscenza che Ghitta dormiva negli appartamenti del padrone e quindi era in una posizione privilegiata come osservatrice.

Per qualche giorno sarebbe stata ricercata e interrogata sulla notte degli amori da parte del resto della servitù.

“E’ vero che non posso raccontare come sono andate le cose ma con un po’ di fantasia e qualche elemento reale mi divertirò tantissimo a descrivere quello che hanno fatto Messere Giacomo e Madonna Isabella” rifletteva gongolante, mentre portava la colazione ai padroni.

“Se sapessero ..”.

Maggio era il mese delle partenze. La duchessa era partita con la sua piccola corte per le consuete vacanze estive, che giungevano benedette dopo il lungo inverno.

Il Castello era animato dai consueti caroselli delle guardie ma era privo della presenza femminile, che aveva seguito Lucrezia alla delizia di Belriguardo. Solo i suoni scanditi dai passi dei soldati ducali sul selciato del cortile d’onore si udivano, mentre alla domenica dopo la messa mattutina nella cappella del Castello non c’era più quel passeggio che aveva animato quelle precedenti. I pettegolezzi e le chiacchiere erano più smorzate, la curiosità cortigiana, alimentata dagli umori dei funzionari di corte, dai soldati, si scioglieva con la calura estiva nell’aria rarefatta e afosa del porticato, che sarebbe tornato ad animarsi tra qualche mese, quando la Duchessa avrebbe fatto ritorno. Adesso c’era solo lo stanco movimento dei funzionari e delle guardie ducali, che cercavano riparo nelle zone d’ombra del cortile.

Alfonso era libero di muoversi senza l’assillo psicologico della presenza della Duchessa e dei figli, ammesso che ci fosse stata questa sudditanza. Riceveva nello studio ducale il segretario, i magistrati dei savi e tutti dignitari che curavano il governo del ducato ma molto spesso si trasferiva o nelle delizie cittadine o nel casale del Verginese dove aveva incontri galanti lontano da occhi indiscreti. Non erano certamente appuntamenti segreti, perché era difficile sfuggire all’attenzione dei cortigiani e dei ferraresi ma avvenivano nel chiuso delle stanze delle delizie, impenetrabili a coloro che non potevano accedervi. Solo paggi fidati o persone di fiducia potevano avvicinare il duca e chi sgarrava diventava un personaggio non gradito e bandito dalla corte ducale, quando andava bene.

Dopo l’incontro alla Castellina, nei Giardini del Cavo, che lasciò estasiata Laura, la mitica carrozza ducale faceva la spola col casale del Verginese, una grande casa di campagna immersa nel verde della campagna ferrarese.

Era diventata il loro nido, dove trascorrevano le lunghe giornate di giugno nella pace e nel silenzio del fondo agricolo, rotto solo dal frinire delle cicale e dal ronzio delle zanzare. L’ampio podere che circondava il casale era un enorme frutteto dove si coltivano molte varietà di frutta alternate a essenze arboree imponenti. Era il brolo o l’orto annesso al casale dove l’effetto scenico era meraviglioso. Il grande viale d’ingresso contornato da melograni, sorbi e noccioli accoglieva i due amanti ma era l’enorme chioma del noce il punto preferito da Laura e Alfonso.

“Madonna” diceva il Duca seduto sul prato all’ombra del noce. “Voi siete di una grazia che non mi stancherei mai di osservarvi”.

“Mio Signore” replicava la ragazza arrossendo per il complimento.

“Non chiamatemi mio Signore. Per voi sono semplicemente Alfonso”.

“Non so se ci riuscirò, anche se mi sforzo di pensarlo”.

“Ebbene provateci. Non costa nulla!” replicò un divertito Alfonso.

“Ci proverò ma non garantisco i risultati” disse Laura sorridente.

I giorni passavano veloci insieme all’estate. Era una sera di luglio, calda e afosa, quando Alfonso le lanciò una proposta.

“Stasera non ho voglia di tornare in città. Qui si sta bene al riparo del noce o dell’acero, ammirando le aiuole fiorite. Fermiamoci per la notte, che si annuncia calda”.

“Mio .. Alfonso. Mi aspettano in città. Mia madre sarebbe preoccupata non vedendomi tornare alla solita ora”.

“Quale problema insolubile c’è? Manderò un paggio per avvisare la vostra signora madre che non sarete con loro stanotte. Ma ditemi com’è la vostra madre?”

Laura si schernì e rispose con garbo.

“Vedete, mia madre è come tutte le madri. Si preoccupano per le figlie e ..”

“Cos’ha da temere da me? Il sono il Duca e non un messere qualsiasi che frequenta le figlie solo per piacere” rispose piccato.

“Non volevo offendervi con le mie parole. Mia madre è come tutte le madri. Sono sempre in ansia per le figlie. Ebbene mandate un paggio per avvertire che non sarò di ritorno stasera”.

Il duca fece approntare il banchetto sotto il pergolato della vigna, allietato dal suono del liuto.

Quella fu una sera importante per Laura.

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  1. …anche il triangono amoroso! in questa storia non manca proprio nulla, c’è un sottofondo erotico, ma non volgare, che aleggia e muove le fila dei vari intrecci. Mi è piaciuto molto questo capitolo, direi che stai acquistando una certa sicurezza, l’editing è perfetto! Comque, a proposito di pubblicazioni e cose varie, mi sto informando sul discorso degli Ebook, ho visto che parecchi autori iniziano ad autopubblicare e a mettere in condivisione sui siti specializzati le loro opere…ci sto facendo un pensierino, secondo me, tu potresti tentare, una volta concluso questo tuo bel romanzo. Sono sicura che daresti a tantissime persone il piacere di conoscere il tuo lavoro, non credi?(l’editoria tradizionale sta cedendo il passo alla tecnologia)

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  2. Il tenero Giacomo, non é poi così tanto tenero come vuol darci a bere.
    Anzi sa trasformarsi in un astuto lupetto e riesce ad ottenere ciò che vuole. Anzi con l’aiuto di Ghitta oltre al “danno” sa aggiungere una “beffa”, ben congeniata. L’erotismo di questo capitolo, si stempera in una ironia di buon spessore, che rende godevolissima la lettura. Il gossip che si scatenerà nelle ore successive sarebbe tutto da ascoltare e goderne.

    Altrettanto ben congeniata la seconda parte del capitolo. Le schermaglie tra Alfonso e Laura, si mantengono proprio nel solco del lento innamoramento tra due anime così diverse. Una preda che sa eludere e un predatore che pare incerto sul da farsi.
    Un gioco delle parti ben equilibrato ed emozionante.

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