capitolo 28

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Arrivato in città, Giacomo passò una magnifica serata con Giulia. Andarono a teatro per presenziare alla recita del Eroticon di Vespasiano Strozzi. Ebbe un grande successo suscitando i desideri dei due amanti. Forse non c’era la necessità di ascoltare quei sonetti ma sicuramente diede un bel impulso alla nottata.

Di buon mattino, salutando con un certo dispiacere la donna, raggiunse la propria abitazione. Non poteva rimandare ulteriormente l’avvio dello studio di quei cunicoli. Ghitta aveva il broncio che crebbe, annusando le vesti del padrone: non avevano il consueto odore, che lei conosceva bene. Giacomo non tentò di rabbonirla, perché doveva imparare che non le doveva spiegazioni.

“Ghitta” le disse con tono serio, quello delle occasioni importanti. “Non desidero essere disturbato per nessun motivo, anche se fosse il nostro amato Duca. Voi, se volete, potete stare ma in silenzio”.

La serva annuì e l’aiutò a dispiegare le carte sul tavolo, mentre osservava con curiosità quei disegni poco familiari. Avrebbe voluto porgli molte domande cosa erano quei tracciati, quei disegni colorati e cosa c’era scritto ma si trattenne per non suscitare la collera del padrone. Erano mappe della città che, per essendo approssimative e quasi ingenue, rappresentavano quanto di meglio esisteva in quell’epoca.

Giacomo tracciò dei segni, seguì l’andamento di una strada, fece più di uno schizzo della sezione di un buco sul retro della mappa. La ragazza scrutava incuriosita e ammirata i disegni il cui significato le era ignoto, mentre il malumore lentamente si scioglieva, lasciando il posto al sereno. Gli portò una brocca di acqua fresca e qualche frutto di stagione sempre senza proferire una parola, finché non ce la fece più a resistere e iniziò a parlare.

“Messere ..” cominciò Ghitta, contravvenendo le disposizioni di Giacomo, rompendo il silenzio assoluto della stanza.

“Ghitta, cosa vi ho chiesto?”.

“Silenzio, Messere”disse sorridente e per nulla impacciata.

“Dunque tacete e non distraetemi” concluse l’uomo.

Aveva un certo impaccio nel mettere le misure. Lui ricordava solo quelle in metri mentre in quest’epoca si usavano altre unità per nulla familiari e senza possibilità di convertirle in qualcosa che conosceva.

“Piede? Braccio? O ..? Ma poi quanto equivalgono in metri. Un uomo armato quanto è alto? Mi sembra di impazzire non riuscire a dimensionare un buco perché non ho un’idea delle misure che si usano”.

Si guardò intorno alla ricerca di un campione ma nella stanza non c’era altro che Ghitta. Sconsolato in mancanza di alternative ripiegò su di lei, che in realtà era bassettina ma che poteva costituire una buona pietra di paragone.

“Ghitta, mi sono sempre chiesto quanto siete alta. Non intendo ironizzare sulla vostra statura ma ..”

“Uffa!” esclamò la ragazza rabbuiando in viso. “Sono piccola, lo so. Mia madre non è riuscita a fare niente di meglio”.

“Non inquietatevi. Mi interessa per certi conti. Ha importanza comprendere la differenza esistente tra voi e un uomo armato”.

“Un abisso! Io si e no gli arrivo alla pancia. Sapete all’altezza giusta per ..” cominciò ridacchiando.

“Ghitta! Non vi ho chiesto di scendere a questi particolari!” l’interruppe prima che concludesse il discorso. “Mi interessa conoscere quanti piedi o braccia siete alta. Poi se vuoi affrontiamo anche questo altro aspetto del problema”.

“Ma non lo so. Nessuno mi ha mai misurata! Un uomo armato sarà un poco più alto di voi” concluse sorniona la ragazza.

“Bell’aiuto mi date! Devo fare tutto da me”.

“Però se vado da Zelinda, lei dovrebbe avere un asta che usa per misurare le dimensioni delle tende” e detto questo sparì velocemente.

Giacomo si rilassò in attesa del ritorno di Ghitta e rifletté sulla costruzione del terzo cunicolo.

“Non è eccessivamente lungo. Ma per chi serve? In quella X chi ci abita?”. Ricordava che nella sua epoca su quel angolo c’era un palazzo rossiccio con un bel parco. “Domani vado a vedere cosa c’è e mi rendo conto bene delle distanze”. Era immerso in queste riflessioni, quando udì la voce della serva che stava rientrando con un bastone nodoso, lucido per essere stato toccato da molte mani.

“E questo cosa sarebbe? La vostra unità di misura?”.

“Penso di sì. Quando viene Abramo, sapete quel commerciante ..”

“Ghitta, ho capito. Quello che mi mette le corna. Non c’è la necessità di spiegarlo ancora una volta” replicò tagliando corto le maldicenze, che lo stavano disturbando non poco. Ironizzare che le figlie non gli assomigliavano poteva starci come battuta spot ma poi gli subentrava una sensazione di fastidio sapere che la moglie lo tradiva. In lui non c’era nessuna forma di gelosia nei confronti di Isabella, che gli era totalmente indifferente, ma il solo pensiero gli causava una percezione di banale seccatura e di malumore che faticava a controllare.

“Dunque questo Abramo usa questo bastone?”

“No, no! Zelinda dice che le serve stoffa per cinque volte il bastone. Ma lui estrae da un fodero di cuoio un po’ consunto un’asta di ferro e ne taglia sei volte. Dice che .. Non ricordo cosa dice, perché l’ho visto solo armeggiare senza udire le parole”.

“Fa niente, Ghitta. Questo bastone è prezioso. Ora vieni qui che ti misuro”. A occhio era poco meno di un metro, circa quattro palmi.

Con buona approssimazione scrisse dei numeri che avevano un significato solo per lui. Il giorno dopo avrebbe ispezionato il cunicolo della Porta degli Angeli e si sarebbe fatta un’idea più precisa.

“Ghitta, questo bastone mi serve nei prossimi giorni. Zelinda ne farà senza ..”

“Ma mi bastonerà se non glielo riporto” esclamò terrorizzata.

“Ah! Ah! Sono o non sono il padrone di casa? Tutto mi appartiene, bastone compreso. Se ha delle rimostranza mandala da me” e il bastone finì sul tavolo.

Erano passate poche ore dalla battaglia con la madre, quando spuntarono puntuali le amiche. Laura le accolse nella bottega e continuò a lavorare. Sperava che la presenza del padre e la scarsa attenzione fiaccasse la loro resistenza ma fu tutto inutile. La bombardarono di domande come se la volessero lapidare. Una sassata dopo l’altra senza sprecare un colpo.

La ragazza si difese con ordine senza perdere mai la pazienza, replicando quando c’erano i motivi, glissando sui quesiti più insidiosi. Poi al tocco se ne andarono per nulla soddisfatte e il martirio finì. Il resto della giornata filò liscio senza altre curiosità morbose da parte di qualcuno.

Nei giorni seguenti non successe nulla di nuovo, togliendo alla notizia quel pizzico di curiosità pruriginosa che c’era stata dopo che la voce sulla mitica carrozza ducale e sulla ragazza si era spara nel rione. Lentamente le chiacchiere si smorzarono mentre si dimenticarono della giornata trascorsa nella delizia di Belfiore.

Laura rifiatò e riprese le consuete attività di levarsi al canto del gallo e di coricarsi dopo l’imbrunire. L’assedio delle amiche divenne più blando, meno ossessivo, mentre lei copriva con la polvere dell’oblio quel piacevole ricordo. Non desiderava cullarsi nelle fantasie di aver centrato il cuore del Duca, per poi riaprire gli occhi e scoprite che era stato un bel sogno.

Erano passate due settimane e qualche giorno, quando un messo ducale le recapitò un nuovo messaggio. Questa volta passò quasi inosservato, perché solo poche persone notarono il suo arrivo senza che la notizia si diffondesse a macchia d’olio in un amen. Non era stato così sfrontato da catturare l’attenzione di tutti, come il precedente ma discreto e felpato, quasi in sordina. Il paggio assomigliava più a un servitore che si recasse dal berrettaio per ordinare un nuovo capello da cerimonia per il padrone che a un messaggero ducale. Senza troppe fanfare consegnò la missiva chiusa dal sigillo ducale direttamente nelle mani di Laura, che casualmente era sola nella bottega.

Con un misto di trepidazione e di curiosità aprì il messaggio senza l’impicciona di Paola dietro le spalle. Poteva leggerlo senza apprensione o sotto le domande incalzanti della madre

“Madonna Laura!

Vi aspetto per rinnovare la piacevole giornata di Belfiore. Questa volta siete attesa ai Giardini del Cavo, nella Pescheria. Domani passerà un messo a raccogliere il vostro messaggio di risposta.

Ditemi dove la carrozza vi dovrà attendere. Circolano molte lingue maligne si voi, si di me e non voglio alimentarle. E’ stato imprudente il mio solerte segretario nell’organizzare l’incontro precedente. E di questo me ne dovrà rendere conto. Avevo richiesto cautela e discrezione ma si è mosso con goffaggine, disattendendo le mie disposizioni.

Vi aspetto.

Vostro Alfonso”

Dunque era lei ad organizzare il punto d’incontro fuori dagli occhi indiscreti delle persone del rione e forse della madre.

“Qual’è un punto sufficientemente vicino da essere raggiunto a piedi e abbastanza lontano per non essere visto da persone del rione? Ma il giardino del Cavo dove si trova con precisione?” si domandava incerta la ragazza.

Porre delle domande poteva suscitare la curiosità di qualcuno. Vagamente aveva sentito dire che era un posto incantevole, parzialmente sotterraneo dove scorrevano acque fresche e corroboranti tra fiori e frutteti. Uno dei posti prediletti dalla Duchessa e la sua corte di dame.

“Non è stato forse imprudente, il nostro amato Duca nel proporre questo nuovo incontro?”.

Scosse la testa mentre stringeva al petto quella missiva come se fosse il suo amore. La felicità cresceva ad ogni istante ma doveva pensare alla risposta.

“In fondo a via della Rotta potrebbe essere una buona locazione. Non dista molto dalla bottega. Difficilmente qualche persona che conosco passa da quelle parti. E poi c’è l’ospedale di Santa Giustina a pochi passi. Mi pare il luogo giusto. Visibile ma sufficientemente anonimo da passare inosservato”.

Laura aveva deciso per la piazzetta antistante la chiesa di Santa Giustina, dove avrebbe acceso un cero per Santa Giustina, la protettrice delle ragazze nubili.

Il problema era scrivere il messaggio per il Duca, perché non aveva un’idea di come impostarlo e metterlo in forma corretta.

“Stasera porto in camera qualche carboncino e qualche pelle per esercitarmi prima di mettere tutto sulla carta in maniera definitiva”.

Allegra e sorridente infilò il messaggio nel corpetto tra la stoffa e la pelle per sentire il calore che emanava.

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  1. E’ strepitosa la parte relativa alle misure, segno di attenzione e di assoluta mancanza di superficialità – non che questa sia una novità, beninteso.
    Ho apprezzato anche l’umorismo nel colloquio seguente.
    Bene! Un altro ottimo capitolo.
    Un abbraccio.

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  2. Concordo con Alessandra a proposito delle misure (bravo) e del delizioso e spassoso siparietto.
    Laura mi è sempre pù simpatica e mi sa tanto che l’amore ha iniziato a far breccia nel suo cuore
    Bel capitolo davvero
    Un abbraccione
    Mistral

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    • Non diciamo che sono bravissimo. Cerco di cavarmela nel migliore dei modi.
      Sotto aspetti, nella bacheca o dashboard (per la versione i inglese), c’è widget, dove sono riportate le opzioni disponibili del tuo tema. Nel mio era sotto la voce statistiche del blog. Non conosco il tuo tema quali opzioni sono disponibili. Prova a dare un’occhiata.

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  3. dal Giardino delle Delizie al capitoloo delle delizie. Non c’é che dire: vedere il tenero Giacomo alle prese con le equivalenze, mi ha riportato indietro di … troppi anni. Ciò aggiunge quel valore che fanno di un racconto un buon racconto e le trepidazioni di Laura sono lo specchio che anche questa volta nulla e nessuno é lasciato come sospeso all’incertezza della antasia creatrice.
    Se da una parte il Duca si rende conto dell’errore fatto dal suo segretario e mostra un po’ di pudore, non di maniera, dall’altra laura non vuole lasciare che la sorte giochi una mano così importante.
    L’accenno a Santa Giustina e il desiderio di provare a scrivere e per bene una risposta al Duca stesso, indicano come in lei quelle qualità che già erano emerse, siano non frutto casuale, ma generate da una coscenza di se ben profonda..

    Avvincente e curato come sempre.

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