Capitolo 4

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“E’ un grande onore per noi avere come ospite a questo tavolo l’illustre ingegnere del nostro amato Duca” disse la contessina Giulia.

Giacomo rimase in silenzio, metabolizzando questa nuova informazione, che apriva uno spiraglio sulla sua posizione sociale.

“Dunque io sono l’ingegnere del Duca? Di quale Duca?” ripeteva mentalmente prima di riacquistare la parola.

“Contessina Giulia, il piacere è tutto mio, sono onorato dalla vostra presenza e lusingato dal vostro invito”.

“Vi prego, messer Giacomo. Non chiamatemi contessina. Semplicemente Giulia” replicò arrossendo leggermente la ragazza.

“Come volete voi, dama Giulia”.

Poi allungò una mano verso l’altra donna nella speranza che si tradisse, dichiarando la sua identità.

Lui cercava di mascherare come ignorasse in quale anno si trovava catapultato a sua insaputa. Questo gli dava una sensazione di incertezza che lo rendeva insicuro nelle parole e nelle azioni. Il percorso della conoscenza era tortuoso e buio e non mostrava nessuna luce in fondo al tunnel. Solo qualche lampo a sprazzi.

Ragionando sull’informazione di prima, dedusse che doveva essere uno compreso tra il 1506 e 1598, quando la casata d’Este era stata costretta a traslocare a Modena.

“Quasi un secolo! Non è uno scherzo quanti avvenimenti si sono succeduti in quegli anni” rifletteva con un filo di apprensione.

“E voi, dama ..” e fece una pausa sperando nel soccorso di una parola amica.

“.. Perché portate i segni del lutto?” proseguì Giacomo, prendendole una mano per baciarla come si soleva fare nel porgere un omaggio deferente.

“Madonna Ginevra è rimasta vedova da pochi mesi. Io la ospito per riprendersi dal dolore”. Gli venne in soccorso la contessina.

“Sono profondamente addolorato per la grave perdita del vostro consorte. Dunque vi trattenete per qualche tempo a Ferrara. Spero che vi troviate a vostro agio”.

La donna annuì in segno affermativo e lo ringraziò per le buone parole che stava spendendo. Si limitava a parlare solo se sollecitata, ascoltando in silenzio il dialogo tra Giacomo e Giulia.

Giacomo, presa confidenza e sicurezza, propose di avvicinarsi al camino, dove bruciava un gran ciocco che scoppiettava allegro.

“Qui la vista è piacevole ma il calore stenta ad arrivare. Oggi è una rigida giornata invernale e si sta meglio accanto al focolare”.

Usava parole ambigue per non incappare in qualche svarione che lo avrebbe messo in difficoltà. Però non erano le parole o la conversazione che lo atterrivano ma piuttosto dove avrebbe mangiato a mezzogiorno e dormito stanotte. Ignorava completamente dove avesse l’abitazione o meglio lui conosceva dove abitava nella sua epoca  e non in questa, dove era finito.

Nel suo mondo c’erano diverse trattorie nei dintorni ma non era scontato che ce ne fossero altrettante anche in questo. Si guardò il polso sinistro come se portasse l’orologio ma non vide altro che lo sbuffo di pelliccia che fuoriusciva dalla manica.

“Chissà che ore sono? Qui le cadenze sono scandite secondo altri ritmi. Il levare del sole e il passaggio dalla luce al buio. Tra questi due estremi variabili giorno per giorno si dipana la vita quotidiana”.

Erano questi i pensieri di Giacomo mentre Giulia continuava a parlare. Si era perso altrove, non ascoltando quello che la donna diceva.

“Sta attento alle parole e non divagare su altri argomenti, perché ..”

“Cosa ne pensate, messer Giacomo?” furono le ultime parole che arrivarono come un fulmine a ciel sereno.

Lui deglutì a fatica e doveva ammettere che si era distratto.

“Vi prego, messer Giacomo, di essere nostro ospite alla cena di messer Cristofaro, il cuoco del nostro Duca” gli venne in soccorso Ginevra.

“Proprio il famoso cuoco Cristofaro Messi che organizzerà un banchetto nella mia dimora in Strada per San Francesco. Ci terrei molto alla vostra presenza” rimarcò Giulia vedendo l’occhio smarrito e dubbioso di Giacomo.

“Il vostro invito mi coglie di sorpresa e mi lusinga molto, dama Giulia. Ebbene, visto che avete perorato con molto calore che io presenzi con la mia persona nella vostra augusta dimora, sarò lieto di sedermi alla vostra tavola. A che ora?”.

“Due tocchi dopo il vespro inizia il banchetto. Ma voi potete anche essere nostro ospite prima”.

Un tocco forte risuonò nella stanza a indicare un botto dopo mezzodì.

Giacomo preso il coraggio a due mani, dopo avere fatto tintinnare le monete nel tascapane, chiese loro di fargli compagnia nel pranzo del mezzogiorno, qualora fossero libere da impegni. Per la trattoria sarebbe andato a caso.

“Bella idea, messer Giacomo! Mi hanno detto che nella via della Gatamarcia c’è una trattoria gestita da un’ebrea, Balebusta, dove si possono gustare i loro tipici piatti. Non ho mai avuto il coraggio di avventurarmi per quelle vie del ghetto, che dicono poco raccomandabili. Però con voi la percorro con animo sereno”.

“Ebbene, sento un certo languore e l’ora mi sembra propizia” disse alzandosi.

Con galanteria aiutò le due donne a sistemarsi. Salutato con la mano il paggio si diressero verso la trattoria continuando i discorsi interrotti.

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  1. Cautela e destrezza ci vuole, quando si è inconsapevoli persino del proprio passato personale.
    E noi tutti siamo – in gran parte – il nostro passato.
    Dev’essere una situazione tremendamente spiazziante!

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  2. Già non è per niente facile trovarsi in questa strana situazione,
    ma vedo che Giacomo è molto bravo a fingere…fino adesso
    sembra che tutto scorre senza intoppi … ce la farà a mantenere
    questo ruolo…
    Un abbraccio Gian Paolo
    Buona serata
    Trisch

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