Capitolo 3

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«Dove sono finito?». Era questo il pensiero fisso di Giacomo. Tutto gli appariva antico, come se fosse stato proiettato in un mondo gestito dalla macchina del tempo a ritroso.

Sfogliava un libro vecchio di cinquecento anni, stampato con curiosi caratteri e scritto in un latino diverso da quello studiato sui banchi di scuola molti anni prima.

Però un particolare continuava a ballare nella mente.

“Come fa a conoscere il mio nome quell’inserviente, curiosamente vestito da paggio, che monta la guardia alla stanza?”.

Era quel «messer Giacomo» che continuava a torturarlo. E poi chi erano quelle due dame dell’apparente età di venticinque anni, che continuavano a fissarlo e a parlare sottovoce. Lui percepiva solo un brusio formato da minuscole parole. Sentiva sulla pelle il loro sguardo.

Per allentare la tensione guardò fuori dalla finestra e vide un enorme albero che campeggiava nel cortile. Dalle foglie gli pareva una magnolia, mentre il cielo era di un azzurro intenso senza nessuna nuvola appesa in alto. Eppure ricordava una mattina fredda e nebbiosa, mentre ora risplendeva un pallido sole.

I rigori erano quelli di gennaio ma l’anno non era quello della sua epoca. Tutto era fuori fase come la sua mente confusa e incerta.

“In quale anno sono finito? Sicuramente dopo il “ e osservo il dorso di cuoio dove era stampigliata una data in caratteri romani: MDVI.

“.. 1506 è l’anno di stampa. Quindi sono negli anni successivi. Ma quale? Due, tre o dieci anni? Oppure cento? A chi potrei chiederlo? Ma forse è meglio ignorare e fingere di saperlo”.

Chiuse il grosso volume e osservò ancora una volta la sala.

Le due dame continuavano a parlare sottovoce coprendo la bocca con un elegante ventaglio d’avorio e piume di struzzo, che lasciava scoperti solo gli occhi.

Giacomo pensò che stessero parlando di lui ma ne ignorava il motivo. Per lui erano due belle donne e nulla più. Pensò che fosse riduttivo il solo pensiero che fossero due belle ragazze, perché in effetti da quello che aveva intravisto erano due bellezze diverse ma che avrebbero acceso la passione di molti uomini. Rifletté che avrebbero potuto essere le sue figlie, se specchiandosi nel vetro della finestra non avesse visto la sua immagine molto ringiovanita.

Rimase sbigottito e perplesso. Il vetro leggermente imperlato di ghiaccio rimandava un viso giovanile con uno strano copricapo di velluto rosso. Gli ricordava quelli visti a Palazzo Schifanoia diversi anni prima. Si toccò la testa che effettivamente portava qualcosa che lui non sapeva. Lo tolse per esaminarlo. La foggia era pertinente a quella dei suoi ricordi. Lo rimise prontamente sul capo, perché il freddo nella sala era pungente. Il fuoco del camino era insufficiente a riscaldare la grande stanza.

Si toccò il viso per sentire la morbida peluria della barba non troppo lunga nemmeno troppa corta, esattamente come la ricordava. Qualcosa tornava e combaciava con i suoi ricordi.

Però erano troppi i quesiti irrisolti per risollevargli il morale. Le mani erano fredde, perché aveva tolto i morbidi guanti di capretto, foderati di agnello. Portava un farsetto rosso di raso rifinito sui bordi di calda pelliccia bianca e una pesante calzamaglia nera. Nonostante fosse ben coperto sentiva insinuare sotto gli abiti un senso di gelo che gli faceva accapponare la pelle. Un brivido percorse la sua figura.

A rifletterci gli pareva di essere ridicolo vestito così. Però forse sarebbe passato inosservato oppure sarebbe stato ammirato per la sua eleganza, perché tutto era fuori tempo come le dame, agghindate con una foggia cinquecentesca, e il paggio posto a guardia dell’ingresso.

Ancora una volta si pose il quesito in quale epoca era finito e il perché ci era finito. Però non trovava spiegazioni logiche a parte la fantasia che fossero stati quei fantasmi che aleggiavano intorno a lui prima di piombare in un secolo che non era il suo.

Si frizionò con vigore le mani che erano diventate dure come il ghiaccio prima di rimettere i guanti. Sistemò il giustacuore e il piccolo borsello legato in cintura, mentre si avvolgeva nel mantello di ermellino per meglio proteggersi dal freddo.

Tornò a osservare le due donne, che sembravano più a loro agio nel gelido ambiente. Uno sguardo complice scoccò tra lui e quella coi capelli scuri e il viso rotondo. Gli parve di riconoscere un implicito invito ad andare da loro.

“Fantasie, Giacomo. Fantasie” si ripeté continuando a fissarle.

“Perché mai dovrebbero aspirare alla tua compagnia? Loro ti guardano perché sei la sola persona presente in questa gelida sala”.

Distolse lo sguardo ma percepì il loro su di lui e tornò a osservarle, quando la più giovane avvolta in un mantello di volpe rossa si alzò muovendosi verso di lui.

La lingua gli pareva che si fosse seccata mentre deglutiva vistosamente.

“Messer Giacomo” disse con tono lieve la dama.

“Sì” fu l’unica risposta che gli uscì dalle labbra.

“Messer Giacomo, la contessina Giulia la invita al suo tavolo” e allungò una mano per pregarlo a seguirla.

Giacomo si alzò e con un inchino omaggiò la dama.

Adesso conosceva il nome della sconosciuta. Era ancora poco ma un passo alla volta e avrebbe scoperto dove si trovava e il perché.

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  1. L’amicizia è come un casteLLO di sabbia !!..
    DifficiLe da fare faciLe da distruggere !!..
    BiLLissimo da Ricostruire , Sei Forte , Grazie !.
    # *°*°*°*°*°*°*°* ( Abbraccio ) *°*°*°*°*°*°*°* #

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  2. Ferrara. Gli Estensi. Piatto ricco, mi ci ficco. e meno male che é pronto il quarto capitolo.
    Con una scrittura giustamente fluida ed essenziale. leggere é un vero piacere.
    Ora che Giacomo, non è più quell’amabile e curioso vecchietto, che abbiamo conosciuto all’inizio, bensì un giovin dabbene, la cosa si fa sempre più interessante..

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    • Lo vedevi un vecchietto saccebte coi capelli bianchi a fare il galletto con due dame del cinquecento, per di più giovani e belle? Quindi l’ho dovuto ringiovanire alquanto .. per renderlo appetibile.
      Grazie per i complimenti.
      Spero che il menù sia conforme alle aspettative.
      Un saluto

      Mi piace

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