Capitolo 2 – I fantasmi

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Tolse dalla tasca il foglietto che aveva ripiegato con cura, leggendo le altre note che aveva scritto.

“Se le chiedo di portarmi anche questi volumi, credo che abbia un travaso di bile. Vediamo questo libriccino cosa dice. Poi si vedrà. Ha parlato di quattro pagine. Boh! cosa mai ci sarà scritto in così poche righe? Ma ..”.

Si abbandonò sullo schienale non troppo comodo, osservando con attenzione la sala. Sembrava restaurata di recente. I colori delle parti lignee erano risplendenti con grandi quadri appesi in alto. I tavoli, allineati lungo le pareti come in un grande refettorio, avevano alle spalle centinaia di libri, ordinati negli scaffali.

Il tempo comunque non passava mai così che cercò di ingannarlo prendendo appunti per riordinare le idee sulle prossime mosse e fissare una specie di percorso.

Estrasse dalla giacca un libretto rosso, chiuso con un elastico, tipo moleskine, che depose dinnanzi a sé, mentre da una tasca interna prelevò la fida Hastil dell’Aurora.

Cominciò a tradurre le idee in tanti flash sintetici, una sorta di brainstorming casereccio. Sperava che da questo nascesse un’idea vincente.

«Laura Dianti, Via Lollio 15, già via Spazzarusco ..».

Si fermò a pensare perché questa via in quei lontani anni si chiamava così. “Un nome singolare senza dubbio. Però pare che avesse anche un altro nome ..  Cagarusco. Beh! è meglio il primo ..” rifletté appoggiando la stilografica sul libretto rosso.

Alzò lo sguardo, perché aveva avuto la sensazione che qualcuno lo stesse osservando. Eppure erano solo in quattro nella sala: le due studentesse, che bisbigliavano tra di loro, la bibliotecaria, che pareva incurante della sua presenza, e lui, che riorganizzava le idee.

“Eppure quella sensazione era reale. Percepisco che qualcuno mi sta osservando. Ma chi?” disse scuotendo il capo e tornando all’occupazione precedente. Però quella percezione non lo abbandonava ma cresceva lentamente, mettendogli uno stato d’ansia.

Tornò a esplorare la sala: solo il brusio delle due ragazze e il discreto ronzio della postazione multimediale rompevano la quieta della stanza. Credette di sentire fantasmi del passato, perché gli stavano intorno per raccontare qualche storia. Era proprio quello che ignorava.

“No, no. Sono solo fantasie. Eppure ..” replicò a queste impressioni per scacciare i dubbi che lo stavano travolgendo.

Riprese il libretto rosso e continuò ad annotare altri punti.

“Palazzo delle rose, berrettaio, passaggi segreti, castello estense e poi? Amante, figli, il duca Alfonso .. Primo o secondo? Testamento .. Ma c’è stato? Boh! mettiamolo e poi vediamo ..” e si interruppe di nuovo.

Quella sgradevole sensazione di essere osservato o spiato era appiccicata alla pelle. Non riusciva a togliersela di dosso.

“Eppure non c’è nessuno oltre le due ragazze e il cerbero, mascherato da donna, in cattedra. Però questo senso non riesco a eliminarlo. Chi è? Chi sono? Dove sono?”.

Tornò a spaziare con la vista per l’ampia sala. Tavoli vuoti, sedie pure. Sempre e solo le persone che aveva menzionato.

Sollevò lo sguardo verso l’alto. Figure ammantate e riccamente vestite lo fissavano severe.

“No, non sono loro. Loro scrutano e basta. La sensazione è quella di qualche figura che galleggia nella sala. Impalpabile ed eterea. Insomma uno o più fantasmi. Che ne abbia risvegliato più di uno?”

Una breve risata, smorzata immediatamente, comparve sul suo viso. La fantasia non mancava a Giacomo, ma poteva giocargli dei brutti scherzi. Tornò al suo libriccino rosso senza troppa voglia. Ormai la sua mente era pervasa da queste emozioni che lo stavano ammantando in una tela che sembrava quella creata da un ragno gigantesco durante il corteggiamento nuziale.

Provò a concentrarsi sul libretto rosso senza troppa fortuna.

“Speriamo che questo libro arrivi presto, se non voglio diventare matto, inseguendo improbabili fantasmi”.

Come per magia si sentì trasportato in un’altra dimensione. Era sempre in questa sala ma le ragazze erano vestite in modo strano: un corpetto bianco che stringeva sul seno fino quasi a debordare, una gonna ampia e ingombrante come se fosse impacchettata. I capelli erano raccolti in una treccia che formava un curioso nido. Ridevano e parlavano protette da un vistoso ventaglio di piume di pavone.

Il cerbero era sparito come la relativa postazione. Solo un uomo vestito con una foggia che non conosceva stava rigido dinnanzi all’ingresso. La postazione multimediale era diventata uno scrittoio antico. Ingombro di fogli bianchi e di un calamaio che gli ricordava quello che usava alle elementari.

Giacomo si domandò dove era capitato. Le pareti erano ricoperte di libri più antichi di quelli che la sua mente rammentava con rilegature in cuoio scuro e scritte dorate.

Alzò lo sguardo verso il soffitto e non vide più i quadri con quei visi severi.  Ce ne erano degli altri a lui sconosciuti. Un grosso candelabro con grosse candele di cera troneggiava nel centro del soffitto. Sui tavoli c’erano lumi a olio al posto delle lampade verdi. Nel camino ardeva della legna per riscaldare l’ambiente. Però il freddo era pungente appena mitigato dal fuoco.

Si guardò intorno smarrito e frastornato. Gli pareva di essere finito in un’altra epoca, molto distante dalla sua. Il cappotto era sparito. Sulla sedia stava un elegante mantello di ermellino. Lui sembrava un paggio dentro un vestito che non riconosceva come suo. Avvertì un brivido di freddo e si avvolse nella pelliccia.

Osservò le ragazze che gli parevano ora più vecchie di quello che ricordava. Erano sempre giovani ma più mature. Anche loro avevano sulle spalle un prezioso capo rossastro, che assomigliava tanto a una pelle di volpe, per proteggersi dai rigori invernali.

Si alzò deciso a scoprire dove si trovava e si avvicinò alle due dame, che continuavano nel loro chiacchiericcio.

“E poi cosa chiedo loro? Dove sono? E quando l’ho saputo, cosa faccio?”.

Cambiò traiettoria e si avvicinò a una grande vetrina dove erano riposti grandi volumi di cuoio scuro.

L’uomo che stazionava vicino alla porta si approssimò chiedendogli cosa desiderasse.

“Quel volume, lì” disse Giacomo indicando un grosso tomo dove campeggiava una scritta in latino «Vita Beati Ioannis Tosignani Episcopi Ferrariensis» e MDVI come anno.

“Subito, messer Giacomo” replicò estraendo un robusto mazzo con molteplici chiavi.

Lo osservò stupito con quanta destrezza avesse scelto la chiave giusta.

“Dove glielo metto, messer Giacomo?”.

Indicò un tavolo vicino a una finestra che dava sul cortile interno. Si sedette e cominciò a sfogliarlo con lentezza senza curarsi di leggere le pagine, che si muovevano come mosse dal vento.

La mente era in subbuglio. Qualche conto non tornava ma doveva esplorare quella nuova dimensione. Quel numero romano gli dava molto da pensare.

“Dove sono finito?” si interrogò confuso.

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  1. Mi piace tutto del nuovo capitolo, il tempo e il ritmo lento, mi piace moltissimo l’idea, adoro i salti in dimensioni diverse…solo una cosa, se posso umilmente permettermi, il titolo, mi ha tolto qualcosa, non so…a rileggerti presto ;)…

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    • Grazie per gli apprezzamenti su questo secondo capitolo.
      Per il titolo in realtà non c’è nello scritto. E’ stata un’aggiunta poiché l’avevo messo nel primo.
      Concordo con te che spesso suono fuorvianti.
      Un sorriso e a presto

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  2. Confesso che questo tuo giocare con il tempo, saltabeccando tra le epoche, mi affascina e mi diverte e questa volta sono arrivato giusto nel secondo capitolo, senza essermi perso il prmo, s’intende.
    Ora che la bocca ha un buon sapore non aspetto che il terzo e i successivi.
    Poi questo Giacomo mi é già simpatico.

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