Amanda 28

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Pietro era appoggiato con la testa sul tavolo e dormiva profondamente, mentre le braccia facevano da cuscino. Un sibilo rauco usciva dalla bocca semisocchiusa come il gracchiare di un corvo.
La tavola era ancora ingombra di piatti e bicchieri e tre sedie vuote erano leggermente scostate. Non c’era nessun’altra presenza oltre la sua. La stanza pareva disabitata come se gli abitanti l’avessero abbandonata in fretta.
Il rumore secco del battente della porta d’ingresso lo fece sobbalzare. Con l’occhio ancora annebbiato dal sonno sollevò la testa alla ricerca dell’origine del frastuono. Non riusciva comprendere perché si trovasse lì e perché la tavola era apparecchiata. L’ultima immagine che conservava era diversa da quella che la sua vista poteva osservare in questo momento.
“Dove sono gli altri commensali? Perché ci sono solo tre sedie vuote?” si chiese a voce alta, mentre a fatica si metteva ritto sulle gambe.
Osservò la mano sinistra che appariva sana, ma nei ricordi era fasciata e dolorante. Toccò il pane che stranamente era ancora caldo, e ne prese un frammento che portò alla bocca. Troppe stranezze erano incomprensibili e troppe discrepanze c’erano coi suoi flashback perché fossero solo il frutto dell’immaginazione. Tre donne erano comparse e tutte con due particolari in comune: i capelli rossi e l’iniziale del nome. Con loro comunicava solo con la mente mentre si prendevano cura di lui.
“Chi sono?” si domandava mentre gustava con piacere quel pezzo scuro e croccante di pane.
“Uhm!” mugugnò mentre lo masticava con cura e con calma.“Deve essere miracoloso, perché mi sento già meglio”.
Immediatamente il pensiero corse a Alice, che ne aveva decantato i poteri.
“Ma chi è in realtà? Perché nella visione ho visto tante ragazze coi capelli rosse, tutte vestite con una tunica bianca fermata appena sotto il seno da una cintura con uno strano fermaglio?”
Però rifletteva ancora una volta su queste strane percezioni, sulle immagini che conservava nella mente: erano il frutto della sua fantasia oppure era una realtà che appariva inverosimile.
Osservò con attenzione il tavolo, che ai suoi occhi era il solito di tutti i giorni, mentre invece nella memoria era impressa una lunga tavolata affollata da tanti visi allegri e capelli rossi. Anche la stanza pur dalle dimensioni generose era quella che da quasi trent’anni frequentava. Eppure nel ricordo visivo sembrava dilatata, senza pareti e adatta a ospitare quella festosa comitiva. Osservò il piatto e gli altri sul tavolo. Nessun simbolo strano era disegnato sul fondo ma solo il consueto decoro. Li conosceva bene, perché erano quelli che utilizzava tutti i giorni da molto tempo. Non li aveva mai cambiati. Facevano parte di lui e della baita.
Più tornava indietro con la mente a quelle immagini straordinarie, più adesso vedeva solo quello che era abituato a maneggiare nella quotidianità. Niente di strano, niente di anomalo, ma solo e semplicemente i normali oggetti che usava da anni. Però qualcosa continuava a frullare incessantemente nella testa, come le pale di un mulino a vento agitate da raffiche impetuose.
“Che cosa era inciso sul fondo dei piatti? Nel mio mi era sembrato di vedere qualcosa che assomigliasse a una ics. Però era come sbilenca. Anche gli altri piatti avevano dei segni come se fossero stati vergati da una mano infantile. Chissà quale significato hanno. Però ora vedo solo i miei piatti col disegno di una calla gialla. Bel mistero! Sembra che queste giornate siano piene di eventi inspiegabili che richiedono una soluzione. Ma chi mi può fornire la chiave di lettura giusta? Credo che dovrò cercarla dentro di me”.
Però non era il solo quesito che continuava a bussare nella sua mente. Era uno dei tanti che meritavano un’indagine e la ricerca di risposte adeguate.
Però doveva eseguire un’operazione, perché quel rumore lo stava distraendo, e, alzandosi dalla sedia, andò a chiudere la porta.
“Chi ha mangiato .. Ma l’ho fatto veramente? Non rammento nulla. Eppure osservando i piatti, sembrerebbe di sì. Chi ha fatto compagnia, a quanto pare, se ne è andato insalutato ospite, lasciandomi piatti da lavare e la baita da sistemare. E poi la cucina come sarà ridotta?” e si avviò lentamente.
Lo spettacolo che si presentava era desolante: pareva che avessero cucinato per un esercito affamato.
“Dunque non eravamo solo in quattro ma .. Ma quanti eravamo in realtà?” si domandò osservando desolato pile di piatti sporchi, tegami coi resti del pranzo, cartacce e residui di cibo in ogni angolo.
Si sedette per fare mente locale da dove iniziare.
“Ma da dove sbucano tutte queste stoviglie? Non mi pare di ricordarne in numero così cospicuo”.
Era intento a riflettere amaramente sulla fatica che lo aspettava, quando udì dei passi che si avvicinavano.
Si voltò verso la porta e vide comparire una donna con una tunica azzurra, legata in cintura con una corda , alla quale era appesa una curiosa B appuntita. Una veste differente da quella dei ricordi.
Il viso gli era sconosciuto e pareva che avesse la sua età.
“Chi sei?” le chiese con cipiglio guerresco, mentre percepiva chiaramente la presenza di altre persone nella sala.
“Non mi riconosci? Sono Angelica. Non fare quella faccia sorpresa. Ci siamo incontrati giorni fa dopo che ti ho medicato la mano sinistra. A proposito come va?”. La prese e l’osservò con cura.
“E’ guarita perfettamente. Dunque Ur può essere cancellato”.
Lui la guardò smarrito, perché parlava una lingua sconosciuta.
“Ah! dimenticavo che possiamo colloquiare solo con la mente” sentì risuonare nella testa.
Continuò a divagare senza dare modo a Pietro di organizzare e preparare una qualsiasi domanda per risolvere tutti i misteri, mentre si guardava intorno, perché la cucina doveva essere rigovernata.
“Siediti mentre io comincio a lavare le stoviglie. Così possiamo chiacchierare un po’ tranquillamente. Dicevo che la mano è guarita perfettamente e posso cancellare il simbolo di Ur” disse mentalmente mentre con gran velocità strofinava, risciacquava e asciugava piatti e bicchieri.
“Ur?” chiese stupito Pietro. “Il simbolo di Ur da cancellare? E da dove? E cosa rappresenta?”.
Un’allegra risata risuonò argentina mentre compariva per incanto una tazza.
“Da qui. Indicava che presto la salute sarebbe stata con te. E la mano è guarita come puoi ben vedere”.
Stava per replicare quando percepì scivolargli accanto due persone.
E un «Oh!» di stupore affiorò sulle labbra.

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  1. Sempre più misterioso e affascinante. E' questo, un racconto davvero particolare e intrigante, da gustare come Pietro gustava il pane croccante.
    Da leggere con calma per assaporare ogni particolare.
    Un caro abbraccio 🙂

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