Amanda 13

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Pietro si assopì sulla poltrona complice la tisana di Angelica. Il sonno era agitato e gli incubi si sommavano tra loro.
Non era più nella baita ma in una casa sconosciuta. Il posto gli sembrava di conoscerlo, ma non ne era sicuro.
C’era qualcosa di ripetitivo che gli metteva angoscia, ma non riusciva a collegare logicamente i pensieri.
Si muoveva e si agitava, ma la mente continuava a sfornare film sempre più cupi. Niente colori ma solo otto tonalità di grigio del tutto sfocato. Era un caleidoscopio di immagini che si inseguivano in maniera incessante.
“Amanda, dove sei?” ripeteva con voce lamentosa.
Come un eco in una valle sperduta della testa quel grido si ripercuoteva in maniera incessante.
Eppure vedeva delle figure femminili senza scorgere quella della figlia. Compariva sempre e solo quella donna che aveva visto molti anni prima accanto al letto della sua Amanda.
“Non cerco te!” soleva ripetere all’apparizione di quella figura.
“Cerco Amanda”.
“Perché forse non sono Amanda?” l’eco di ritorno gli percuoteva la mente.
Non era quella che cercava ma sempre l’altra appariva.
“Non sei Elisa?” le chiese alla ennesima visione dopo una sua richiesta.
“Perché dovrei essere Elisa? Chi sarebbe questa donna?” gli rispose con voce dura e alterata dall’ira.
“Tu fingi di essere Amanda, ma in realtà sei Elisa. Stessa voce, stesso viso, stesso comportamento” ribadì seccato Pietro.
E lui si trovava in una località che come il mostro di Frankestein era la composizione di molti posti.
La casa assomigliava stranamente alla quella di ringhiera di Milano.
“Esisterà ancora? Sono passati tanti anni..” ma il posto non era quello.
“Dove sono?” e si interrogava senza ottenere una risposta. Sembrava la calle di Venezia dove aveva giocato da bambino con l’antico squero che produceva ancora gondole.
“Ma quello squero sarà ormai solo un pallido ricordo. Morto Bepi, nessun’altro ne avrà proseguito l’attività!”
Però la sala era quella della casa di Belluno: ampia e confortevole sempre abitata solo da lui con la vista sulle Dolomiti.
E l’incubo proseguiva con lui che precipitava in un canalone oscuro inseguito da grida roche e di scherno. Un roteare rovinoso lo accompagnava verso l’abisso senza che lui potesse fermarlo. E finiva immancabilmente in una stanza buia e stretta senza finestre e dall’aria soffocante.
E l’incubo ricominciava con nuove immagini e le stesse persone senza che lui potesse variare l’epilogo.
Si svegliò madido di sudore che gli imperlava la fronte e con un forte dolore proveniente dalla mano sinistra.
Guardò intorno: tutto era familiare. Non era cambiato nulla a parte la luce del sole sostituita dal buio della sera.
Sentiva un forte peso sul braccio sinistro, che era tutto fasciato e steccato.
“Dove sono? Cosa ha fatto l’arto di sinistra?”
Pareva aver dimenticato il sibilo misterioso e inquietante, la caduta, l’aiuto di Angelica. Eppure erano passate solo poche ore. Era come se qualcuno avesse resettato la memoria, facendolo tornare fanciullo.
“Ma quello è il campo di San Trovaso!  La c’è la chiesa e lì Palazzo Nani Mocenigo! E quel giardino dove ho passato tanti giorni a giocare a nascondino con Giorgio, Maria Grazia, Loretta e … E il campo dinnanzi alla chiesa … quante partite interminabili di pallone a consumare scarpe e ginocchia! Sto ancora sognando o sono sveglio?”
La febbre era alta e lo faceva delirare.
Pietro era incapace di risvegliarsi definitivamente, mentre un fuoco ardente lo divorava.
Era sempre seduto sulla poltrona senza riuscire ad alzarsi per coricarsi nel letto.
La temperatura era salita mentre sudava copiosamente e ricominciava con i sogni popolati da fantasmi e certezze.
Inseguiva una donna dai capelli rossi.
“E’ Elisa o Amanda?” si interrogava dubbioso.
“Quale importanza ha se non conosco nemmeno i motivi per i quali la sto inseguendo?”
Eppure la curiosità era forte e ogni volta che era vicino pronto ad afferrarla, questa figura gli sgusciava dalle mani. Pareva un anguilla che scivolava viscida dalla mano inutilmente stretta intorno a quel corpo.
Aveva il fiatone e le forze erano ridotte a ben poca cosa. Si fermò sotto l’abete di fronte alla baita a rifiatare e riordinare le idee ma sprofondò di nuovo nel buio più assoluto.
Non vedeva nulla, gli altri sensi erano come evaporati lasciandolo senza sensazioni.
“Sto morendo” disse con un filo di voce.
“Solo e senza il conforto di un’anima amica” e il buio diventò totale.

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  1. Ci sono almeno due passaggi sensazionali in questo capitolo:
    Si muoveva e si agitava, ma la mente continuava a sfornare film sempre più cupi. Niente colori ma solo otto tonalità di grigio del tutto sfocato.
    “Solo e senza il conforto di un’anima amica” e il buio diventò totale.

    Chiaramente a questo punto attendo il seguito con grande impazienza.
    Un caro abbraccio 🙂

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