Il Viaggio – 9

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Maria aprì la finestra e scorse sotto il fico Simona e Luca.

“Simona, mi porti un cliente e poi lo tieni sotto le stelle?” disse ironicamente la donna, che si era stupita di vederli seduti a chiacchierare tranquillamente sul dondolo.

Lei avvampò per il rimprovero senza dire nulla come una bambina colta con le mani sulla marmellata.

“Signora”; parlò per lei Luca “Simona mi ha fatto strada stanotte e poi ci siamo fermati a fare quattro chiacchiere. C’era un invitante cielo stellato stanotte”.

Maria sorrise e disse: “Scendo ad aprirvi il portone”.

La ragazza era in un tumulto perché aveva colto nella voce un rimprovero nemmeno troppo velato. Avrebbe voluto scappare, fuggire lontano, ma la mano di Luca la trattenne e le trasmise fiducia, mentre Il trambusto si andava placando come l’incendio veniva spento dall’acqua.

Dopo la notte di ragionamenti stava prendendo consapevolezza che non era più una ragazza, ma una donna di trent’anni e che era giunto il momento di crescere ed uscire dal proprio guscio come la crisalide diventava farfalla. Non era la fine del mondo nel quale finora si era rinchiusa, ma l’inizio di una nuova vita.

Ripensando con calma alle parole di Maria comprese che le aveva fraintese, sovraccaricandole di significati che non corrispondevano al messaggio che aveva voluto trasmettere. Questo contribuì a rasserenare la mente.

Il sole stava sorgendo illuminando il giardino, mentre i primi raggi inondavano il fico già carico di frutti che tra un mese sarebbero diventati dolci e saporiti.

Maria sul portone richiamò la loro attenzione: “Restate lì, che fra cinque minuti vi servo la colazione. Bombolone caldo e caffè bollente!”.

Un’altra ondata di ricordi sommerse come una fiumara Luca, mentre rammentava le veglie estive notturne che si concludevano nei bar della spiaggia tra l’odore dolciastro del bombolone appena sfornato e del caffè amaro che gorgogliava nella napoletana. Allora aveva il gusto della voglia pulita di divertirsi nelle balere, dove si ballava stretti e accaldati al suono delle melodie lente e sognanti, mentre adesso era il simbolo della trasgressione e dello sballo nelle discoteche, assordati da musica a tutto volume a bere e pasticcarsi fino allo stordimento.

C’era un turbinio di idee dentro la mente di Luca, che rendevano sempre più opaca la sua visione dopo la lunga notte insonne e chiacchierata. Avvertiva la necessità di sdraiarsi su un letto e di chiudere gli occhi per un po’, di staccare la mente dal corpo, ma doveva restare lì ad aspettare la colazione.

Maria portò un tavolo rotondo vicino al dondolo con alcune sedie  e si fermò un attimo con loro, mentre chiedeva alquanto curiosa quale argomento talmente interessante li avesse tenuti svegli.

“Nessuno. O meglio tanti piccoli racconti di vita vissuta” replicò prontamente Luca, impedendo a Simona di rispondere.

Il leggero moto del dondolo e i caldi raggi del sole li fecero assopire in un dormiveglia leggero e rilassante, che venne interrotto dal profumo zuccheroso del bombolone e da quello intenso e carico del caffè.

L’atmosfera si riscaldò improvvisamente come la temperatura della mattina che faceva presagire una giornata caldissima. Erano anni che non gustava una colazione così seducente e genuina, perché fino a pochi giorni fa consisteva in un caffè amaro condito da qualche biscotto insapore.

Nonostante il caffè l’avesse svegliato completamente, percepiva la necessità di raccogliere le idee e staccare la spina da tutti quegli avvenimenti che con frenesia aveva vissuto. Salutate le due donne, che continuavano a parlare fittamente tra di loro, si ritirò nella stanza a meditare in solitudine e al buio.

Si tolse i vestiti umidi di rugiada e di sudore per indossare pantaloncini e polo, mentre si sistemava su una poltrona di vimini. Aveva letto un libro, del quale non rammentava il nome ma aveva ben presente visivamente, alcuni anni prima che parlava della casa del tè giapponese ed era rimasto incuriosito da quella pratica tutta orientale per consumare una bevanda che per loro racchiudeva la visione della vita. Allora si era ripromesso che se un giorno si fosse recato in Giappone ne avrebbe frequentato una. Era uno dei tanti sogni desiderati ma che difficilmente avrebbe realizzato.

Adesso percepiva la necessità di riflettere o meglio di svuotare la mente e per concentrarsi ripeteva, come un mantra, tre parole, che ricordava in quella lontana lettura: vuoto, silenzio e meditazione. Però non riusciva a concentrarsi, perché era distratto da mille pensieri.

“Cosa faccio in questa stanza?” si domandava inquieto, perché il silenzio appena soffuso dal canto di un cardellino tardava ad arrivare.

“Perché mi sono lasciato coinvolgere emotivamente da una ragazza che mi ha scambiato per il padre che le manca?” si chiedeva inquieto, mentre tentava di sprofondare nel vuoto che era una dimensione sconosciuta per lui.

“Cosa vado cercando con questo viaggio senza meta?” si interrogava, mentre meditava sui motivi del suo vagabondare tra i ricordi del passato.

Luca si sforzava, ma silenzio, vuoto e meditazione erano un miraggio difficile da ottenere.

Poi lentamente la stanchezza prese il sopravento mentre scivolava dolcemente nel vuoto di un sonno senza sogni.

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