Il Viaggio – 6

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Camminò a lungo, tornando spesso sui suoi passi alla ricerca del paese. Tutti gli incroci sembravano uguali, tutte le strade avevano una singolare comunanza familiare, come se avesse abitato sempre in quel posto, ma alla fine stabilì che si era perso.

Rise di gusto, perché il fasullo gli aveva giocato un bello scherzetto, cancellando ogni ricordo del pomeriggio.

“Segui l’istinto” gli raccomandò il malinconico e girò a sinistra, poi a destra, poi ancora a sinistra e vide le strade ingombre di macchine: “Sono arrivato”.

La chiassosa vitalità di giovani ed anziani gli infuse nuova linfa a gettarsi nella mischia della sagra tra mille odori sgradevoli di olio bruciato e suoni sgraziati di chi arringava la fiumana a comprare lozioni miracolose.

Un certo languore lo informava che lo stomaco reclamava la sua parte, perché l’aveva tenuto a digiuno. Si guardò intorno alla ricerca di qualcosa che non fossero wurstel bruciacchiati con cipolla stracotta e stantia o patatine in stick unte e bisunte finché non scorse un chiosco assediato da una moltitudine di giovani dove veniva cotta della piadina.

Fu un nuovo tuffo nel passato, quando trascorreva qualche settimana in tenda con gli amici sulla riviera romagnola. Piadina a mezzogiorno, piadina alla sera erano i suoi pasti, perché riempiva lo stomaco togliendo il senso della fame e perché doveva risparmiare per allungare la permanenza nel campeggio. Quando voleva fare bisboccia, sostituiva la piadina con fagioli borlotti semiliquefatti e tonno scadente in scatola. Però erano tempi dalla felicità irriflessiva ed istintiva che lo riempiva di gioia e voglia di vivere sopra e sotto le righe, ma si sarebbe rifatto nel mangiare una volta che sarebbe tornato a casa, mentre il desiderio di divertirsi sarebbe stato soddisfatto lì.

Nuovi ricordi lo assalirono a tradimento, mentre la mente ritornava a quando aveva diciotto anni. Aveva terminato la maturità scientifica superata brillantemente nonostante la cornacchia del prof di lettere, che aveva faticato a dargli la sufficienza in italiano. Il risultato fu una bella media del sette, non male per quell’epoca, quando il sette era l’eccellenza. Partì il primo di agosto, dieci giorni dopo la fine degli esami, su un vecchio treno a vapore, che costringeva a tenere chiusi i finestrini per non finire affumicati dalle polveri di carbone.

L’arrivo al campeggio avvenne su una carrozzella, perché un taxi era troppo costoso, ma era più dandy ed eccentrico scaricare tenda e borsone da questa piuttosto che da un’anonima vettura verde di piazza. In una delle tante balere scalcinate e chiassose della costa incontrarono un gruppo di ragazze francesi con le quali fecero subito comunella e coppia fissa. A Luca venne da sorridere per questo ricordo, perché ovviamente gli toccò in sorte la più scorfano o meglio gli era rimasta di scegliere solo quella. Era il più imbranato del gruppo e quando vedeva una ragazza andava in tilt e la mente segnalava ‘Game over’. Dunque passavano gli anni ma le regole erano sempre le stesse.

Il fasullo maliziosamente gli chiese il nome, che aveva regolarmente dimenticato. Che importanza poteva avere un nome per un’effimera storia, che morì con la partenza di lei per Parigi? Piccoli brandelli di memorie riaffioravano qua e là dal pozzo dei ricordi: un viso sempre sorridente, un carattere dolce e tranquillo, chiacchierate con un mix di lingue improbabili e ridicole e l’ultima notte trascorsa nella sua tenda teneramente abbracciati. Un velo di malinconia scese per un attimo sugli occhi, subito spazzato via dal ricordo di Ersilia nuovamente incrociata dopo il ritorno dal campeggio con ben altri risultati. Era stato forse l’effetto vacanza? Non lo sapeva, ma ricordava tutto perfettamente.

Mentre questi ricordi lontani emergevano e poi sfumavano nel buio della notte stellata di luglio. stava sgranocchiando una piadina con spinaci, niente male diceva a se stesso, quando una voce familiare gridava “Luca, Luca!”.

Si guardò intorno, ma non vide nessun volto familiare e tornò alla piadina, convinto di essere stato suggestionato in quel bailamme di suoni cacofonici e sovrapposti. Un’ombra si materializzò dinnanzi a lui, mentre alzava gli occhi per mettere a fuoco l’immagine.

“Simona” fu l’unico rumore che la sua bocca emise, perché adesso ricordava che si era scordato di lei. Era troppo distratto dai molteplici ricordi, che affioravano ovunque come i funghi nel bosco dopo un violento temporale estivo, per tenere a mente l’appuntamento con la ragazza. Mentre il malinconico si affannava ad estrarre dal cilindro tanti scampoli di vita vissuta, il fasullo malignetto e geloso dell’altro si divertiva a confondere le idee a Luca.

“Ti ho aspettato dinnanzi al bar dove lavoro” disse tutto d’un fiato come se avesse corso la maratona.

“Sono mortificato” riuscì solo a dire contrito ed imbarazzato “ma mi sono perso” ed ordinò una piadina per la ragazza, che si accomodò felice davanti a lui.

Cominciarono a chiacchierare come se fossero due vecchi amici che si ritrovavano dopo molti anni, mentre finivano le piadine ordinate innaffiate dall’albana secco. Luca ascoltava ed annuiva alla valanga di parole che Simona riversava su di lui come una grandinata fuori stagione. Però la sua mente era altrove, perso nei ricordi di Ersilia e rammaricato che il viaggio si stesse consumando con l’assenza della moglie.

Si domandava se lei avesse accettato un lungo viaggio senza mete e senza obiettivi, solo guidato dal suo istinto, perché per lui era la traversata sul lago della memoria alla ricerca del tempo passato.

“Ma un passato esiste ancora?” si domandò incuriosito, mentre la ragazza narrava di come avesse smarrito molti anni prima le proprie radici.

“Andiamo a fare un giro tra i banchi” gli disse alzandosi allungando le braccia, come se volesse prenderlo stretto a sé.

Lei gli prese la mano facendola passare sulla spalla. Sembravano padre e figlia che passavano in rassegna bancarelle e stand di giochi in attesa dei fuochi di mezzanotte.

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