Il Viaggio – 4

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Luca si fermò un istante nell’osservare quello che accadeva intorno a lui, mentre sorseggiava il vino bianco ormai riscaldato dall’aria rovente.

Lo schiamazzo dei bambini rompeva il silenzio infuocato del pomeriggio, mentre si domandava ancora una volta perché aveva intrapreso quel viaggio.

Ersilia qualche mese dopo quell’incontro, nel quale lui era rimasto senza voce e senza pensieri, perché erano fuggiti timorosi di farsi udire chiaramente sparì con gli esami di maturità nella calura di un mese come quello che stava affrontando sudato e asfissiato in quel momento.

Era entrato in una veloce spirale che lo trascinava verso l’abisso senza speranze, perché aveva sprecato l’unica cartuccia per colpire la preda agognata, che era scappata a gambe levate, mentre lui era rimasto a masticare amaro la sua timida dabbenaggine.

Finì l’anno scolastico con una materia da portare a settembre. Era un ulteriore tassello del disgraziato innamoramento per Ersilia, che vedeva allontanarsi all’orizzonte senza speranza di riacciuffarla in extremis. Lei ormai era una donna matura che avrebbe affrontato il mito dell’università; con altre prospettive, mentre lui era un ragazzetto immaturo ed incostante, che avrebbe continuato il percorso al liceo. Due percorsi e due mondi distinti erano sotto gli occhi grigio-verde di Luca, che non capiva la sua infatuazione per una donna più vecchia di lui, più alta, più, più … più in tutto.

Adesso comprendeva che senza quel incidente fortuito di percorso non sarebbe maturato pronto a cogliere la mela matura, che qualche anno dopo sarebbe stata appesa al suo albero lesta nel cadere ai suoi piedi, rimanendo l’eterno bambino sognante e sognatore, che albergava comodo e soddisfatto dentro di lui.

La ragazza dai capelli raccolti girava inquieta tra i tavoli vuoti, sbirciando Luca, che aveva davanti da sé un mezzo panino ormai sfatto dal caldo, un liquido biondo nel bicchiere e la bottiglietta dell’acqua appena sorseggiata. Non osava avvicinarsi, perché lo vedeva assorto nei pensieri incurante dell’afa asfissiante e dei rumori che lentamente animavano la strada, ma lei tra qualche minuto terminava il suo turno e doveva incassare il conto prima di andarsene. Era indecisa, perché servire i clienti ai tavoli non le piaceva, le sembrava di rubare loro il tempo delle meditazioni.

Il fasullo richiamò l’attenzione di Luca, che domandò discreto: “Mi sono perso nei meandri della mente e non so dove sono”.

La ragazza si avvicinò rinfrancata e gli disse che a pochi chilometri c’era il mare, ma adesso si trovava sulle colline tra Appennino e mare Adriatico, “un posto meraviglioso”  ed aggiunse arrossendo “Tra qualche minuto è finito il mio turno e dovrei incassare il conto. Spero di non avere rotto l’incantesimo che aleggiava su di lei come un’aura di serenità”;.

“No, sono io in debito” le replicò mentre metteva sul piatto venti euro, accennando a tenere il resto.

“Come si chiama?” le chiese con dolcezza inaspettata osservando quegli occhi verdi da gatta. Si sorprese di tanto ardimento e ripensò che avrebbe dovuto averne altrettanto quella volta con Ersilia, ma invece era rimasto muto come un pesce che guizzava smarrito nell’acquario gorgogliante.

Si aspettava una risposta stizzita ma quando udì “Simona” sobbalzò sulla sedia perché si era rotto il silenzio dentro di lui.

“Pensa di fermarsi qui, stasera?” gli chiese Simona curiosa di conoscere questo sconosciuto che le sembrava che vivesse in un mondo incantato.

“Non so, Non ho ancora deciso”

“C’è festa stasera per il santo Patrono. Fuochi d’artificio a mezzanotte e tante bancarelle nel sagrato della chiesa” proseguì incalzante per convincerlo a rimanere.

Luca sorrise, perché erano suoni familiari, quando a maggio si festeggiava nella sua città, ma il sorriso sparì in fretta, perché non avrebbe saputo dove fermarsi per la notte.

“Le posso indicare un bed and breakfast  appena fuori dal paese, Anzi se aspetta qualche minuto la posso accompagnare io” continuò la ragazza sorridente e sparì velocemente dalla vista.

Lui era ancora incerto tra il fasullo che gli diceva di riprendere il viaggio verso l’ignoto e il malinconico felice che lo incitava a raccogliere l’invito, insperato quando Simona comparve dinnanzi in jeans e camicetta pronta a condurlo in posto sconosciuto.

“Andiamo”; le disse d’istinto, avviandosi verso la macchina, mentre lei lo seguiva spensierata incurante degli sguardi del gestore del bar.

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  1. Sei bravissima! E’ un racconto di grande profondità che mi ha avvinta. Ho pensato ad “Autogrill” di Francesco Guccini, ma lì albergava la tristezza del vivere: qui invece vedo una luce.
    Un caro saluto.

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