Micol e Konnie

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Konnie era un ragazzetto di sei o sette anni, quando lo conobbe, frequentava la scuola elementare, dove aveva imparato qualche rudimento di italiano, che non aveva avuto molte occasioni di usare prima dell’arrivo di Micol.

Era biondissimo con occhi azzurri slavati, molto più alto di lei, che era di statura bassa e fragile come una sopramobile di cristallo. Lei aveva i capelli nerissimi con due splendidi occhi verdi che davano luminosità ad un viso anonimo.

Suo padre, Rubens, si domandava da quale componente della famiglia avesse acquisito quegli occhi, poiché loro e i parenti li avevano nocciola o una tonalità leggermente più scura. Rideva quando diceva questo a Vittoria, sua madre, che si rabbuiava in viso prima di esplodere come un vulcano in eruzione. Micol allora non capiva perché la madre alzasse il tono della voce prima di andarsene di sopra nella sua stanza sbattendo le porte.

Adesso che era vecchia, ripensando a quelle esplosioni di ira, capiva che suo padre pensava che lei avesse un genitore sconosciuto, perché la madre avrebbe avuto una relazione con un altro uomo. Eppure ritornando su questi episodi vecchi di molti anni, era convinta che il suo vero padre fosse proprio lui, perché aveva percepito sempre, fino a quando non l’aveva lasciata per sempre, un amore autentico, intenso ed incondizionato. Inoltre doveva riconoscere che molti tratti della sua personalità si combinavano alla perfezione con quelli di lui, come aveva ereditato dalla madre la determinazione a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Quando Micol arrivò in paese, Konnie la adottò immediatamente e la impose agli altri bambini, che vedevano in lei un’intrusa, un corpo estraneo alla loro cultura.

Lei lo ricambiò con altrettanta devozione e pur essendo piccola in tutti i sensi lo difendeva dagli attacchi verbali di chi lo canzonava, perché si sforzava di parlare in un italiano corretto e decente.

Divennero presto due compagni inseparabili: dove c’era l’uno, c’era anche l’altra. Si divertirono a sfidare il vecchio Kurt salendo sul melo posto nell’orto per rubargli le poche mele agre e piccole che produceva. Micol stava di vedetta per avvertire Konnie, quando avvistava il vecchio che urlando ed agitando un bastone nodoso minacciava chi sa quali supplizi per i due bambini, perché lei sentiva solo strepiti inarticolati senza capire una sola parola.

Come due gnomi dispettosi sparivano col loro carico di mele rubate nel bosco, che circondava la parte bassa del paese, dove non visti ridendo per avere beffato ancora una volta Kurt le mangiavano tutte con voracità e soddisfazione.

Più di una volta vide il vecchio bussare alla porta di casa per parlare animosamente con sua madre, che rispondeva con altrettanta fermezza, mentre Micol, non vista, sbirciava curiosa attraverso la fessura dell’ingresso, cercando di cogliere inutilmente qualche frammento. Parlavano un linguaggio sconosciuto per le sue orecchie, mentre loro si capivano perfettamente. Poi sua madre, ancora rossa in viso ed alterata nella voce per la litigata feroce sostenuta e combattuta senza esclusione di colpi, le diceva che avrebbe fatto i conti con suo padre, perché rubava le mele di Kurt. Non aveva mai capito se lo diceva per incuterle paura o per burlarsi di lei, perché l’argomento non veniva più ripreso fino alla prossima visita del vecchio.

Tra i due bambini cominciò un gioco strano diverso da quello che facevano con gli altri bambini, ma era molto divertente, perché consisteva nel trovare il vocabolo giusto per ogni oggetto che avevano in mano. Naturalmente Konnie doveva pescare dal suo dizionario di italiano scarso e sdrucito, Micol da quello di tedesco parimenti deficitario. E il pegno da pagare per ogni errore era una manciata di liquerizie, che abbondavano sempre nelle loro tasche, mentre il premio consisteva in un casto bacio sulle labbra. Questo permise di migliorare la conoscenza della lingua più ostica per loro e di far sbocciare un tenero amore infantile.

Micol cresceva ed era sempre più integrata nel tessuto del paese, perché non era considerata più una forestiera venuta dal profondo sud, ma una di loro che ragionava in tedesco e parlava la loro lingua. Per i paesani tutto quello che stava al di sotto delle montagne verso sud erano persone che minacciavano la loro tranquillità, che li volevano italianizzare, quindi erano i nemici da combattere, da tenere lontani dalle loro case.

Micol faticava ad inquadrare i motivi di tanto astio, non tanto verso lei o i genitori, che dopo un primo approccio di diffidenza erano entrati a far parte della comunità a pieno titolo, ma verso i turisti che nel periodo estivo sciamavano nei boschi rumorosi e chiassosi lasciando dietro di sé carte e altro sudiciume.

I due bambini d’estate avevano il loro punto segreto d’appuntamento: il nocciolo enorme posto sulla biforcazione tra il sentiero 1 e 1b. Lì pazientemente aspettavano l’arrivo dell’altro, prima di correre felici per mano tra rovi di more selvatiche e grandi felci verdi alla ricerca di una spiazzo al sole, dove potevano distendersi e chiacchierare spensierati su cosa fare il giorno dopo.

Micol quando era con Konnie si sentiva librare leggera come un pappo dondolante nell’aria, mentre lo osservava dal basso verso l’alto. Percepiva sicurezza e serenità, esattamente come all’interno della sua casa, era pronta a seguirlo in qualsiasi prova temeraria nella quale lui voleva cimentarsi. Lo seguiva scalando con incoscienza alberi che si piegavano pericolosamente sotto il peso lieve dei due bambini, scendendo per dirupi sdrucciolevoli per il fitto muschio verde ed umido fino sul limitare del ruscello che scorreva placido nella forra.

Una lacrima salata scivolò lieve sulla guancia di Micol, mentre ricordava Konnie e lei bambina quel giorno di agosto di molti anni prima, quando aveva sette od otto anni senza rammentare quanti erano con precisione.

Come tutti i giorni lei aveva raggiunto quel misterioso posto segreto, che poi segreto non era, ma per loro era come se lo fosse, ed aveva atteso con pazienza l’arrivo dell’amico.

Passò del tempo, che sembrò una giornata intera, mentre lei era seduta su un piccolo masso sporgente ad osservare i movimenti del bosco. Si sentiva inquieta perché era la prima volta che Konnie tardava ad arrivare, quando sentì in lontananza portata dall’eco la voce angosciata e stridula della madre “Micol! Dove sei?”.

Nessuno sapeva, tanto meno sua madre, che loro si incontravano il quel punto del bosco e si domandava perché la cercava con tanto impeto ed affanno. Si alzò per andare incontro a quel suono, che non sapeva con precisione da dove provenisse, perché ogni anfratto, ogni roccia rifletteva quel rumore di parole affannate e dolenti in tutte le direzioni.

Dopo aver vagato alla ricerca della sorgente per il bosco, la vide in una radura che correva ad abbracciarla. Non comprendeva il senso di quell’agitazione e il motivo per cui la stringeva al petto come se avesse il timore che volasse via col primo refolo di vento.

Le lacrime adesso scendeva sfacciatamente copiose e numerose sul viso di Micol, mentre riandava col pensiero all’atmosfera di casa tesa, nervosa ed agitata, alla cappa di inquietudine che aleggiava fra le abitazioni del paese, al andirivieni di persone note e sconosciute che si affacciavano sull’uscio.

La madre la teneva abbracciata, mentre suo padre, insolitamente tornato presto, le accarezzava i capelli neri, senza che lei comprendesse il motivo di tutte le premure ed attenzione di cui era oggetto. Aveva la testa confusa perché Konnie aveva mancato l’appuntamento, perché i suoi genitori la coccolavano in maniera inusuale, perché percepiva un silenzio carico di dolore.

Frastornata ed intimidita prese il coraggio di chiedere: “Konnie doveva venire..”, ma la madre le chiuse la bocca e disse:”Micol, sii forte. Konnie è volato via..” prima che la voce si incrinasse per l’emozione.

Si divincolò, urlò e si rifugiò nella sua stanza nel sottotetto, mentre in Micol adesso il singhiozzo divenne un urlo di dolore.

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  1. Era da molto che non passavo qui, ed è stato molto bello immergersi nuovamente nel flusso delle tue parole, che come sempre hanno saputo catturarmi e farmi provare emozioni molto intense. continua sempre cosi =)
    Ambra

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  2. Molto bella l’ultima parte dove nei comportamenti della mamma c’è tutto il dolore della conoscenza concentrato sul gesto d’affetto in anticipo, che cerca di mitigare il dispiacere che deve dare alla figlia… e nello stesso tempo chi riceve tutte queste attenzioni non riesce ad accoglierle come un toccasana perché ancora non conosce gli eventi…
    complimenti e un abbraccio

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  3. Dalloways, ho cercato di immaginare con la fantasia di un adulto quale reazione avrebbe avuto una bambina di sette anni alla notizia della perdita del compagno di giochi.
    Dal tuo commento intuisco che mi sono avvicinato all’obiettivo.
    Grazie.

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  4. Sorpreso e lusingato dalle tue parole che mi hanno piacevolmente rallegrato.Perché la scelta del nome MIcol? Nulla in particolare, semplicemente mi sembrava adatto alla storia che avevo intenzione di scrivere.Pubblicare qualcosa? Boh, forse, non so. Quello che piace ai lettori del mio blog non sembra suscitare particolari entusiasmi presso gli editori. Quindi o autopubblico oppure restano nel cassetto.Un abbraccio

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