La passione brucia la carne

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“Kanntest jeder Zug in meinem Wesen,
  spaetest wie die reinste Nerve klingt,
  konntest
mich Einem Blicke lesen
  den so schwer ein sterblich Aug durchdringt.
  Tropftest Maessigung den heissen Blute,
  richtetest den wilden irren Lauf,
  und in deinen Engelsarmen ruhte
  die zerstoerte Brust sich wieder auf,
  hieltest zauberleicht ich angebunden
  und vergaukeltest ihm manchen Tag.”

Goethe declamava questi versi, mentre Angelica sistemava la propria persona prima di uscire dall’appartamento.
Lei rispose cantando con la sua bella voce forte, soave e molto sensuale un Lieder dolce, che parlava d’amore.
Il poeta la ascoltava in silenzio: “E’ veramente brava sia come pittrice, sia come cantante. Ha delle doti fuori del comune. Penso che trasformerò Ifigenia da opera di prosa in versi da potere essere rapresentata a teatro. Angelica potrebbe disegnare le scene. Sarebbe una bella idea”.
Il poeta osservava Angelica con gli occhi della passione mentre senza falsi pudori si rivestiva dopo il rapporto amoroso lungo ed inebriante.
“E’ bella e sa accendere il sacro fuoco della passione! E’ sensuale, misteriosa ed eccitante. Come ho potuto essere così cieco e sordo ai suoi richiami?”
Lei disse al termine del canto: “Wolfgang, questo Lieder l’ho cantato per te, per farti assaporare la soddisfazione che porto nel cuore. E’ stato tutto dolce ed inebriante dopo tanta astinenza! Vorrei che questi momenti rimanessero fermi per gustare con calma il calice dell’amore”.
Goethe si alzò e avvicinandosi la baciò con passione, mentre Angelica si abbandonava tra le braccia.
Con dolcezza la portò nuovamente sul letto perché sentiva ancora il desiderio di lei.
Angelica lasciò fare, perché non si sentiva ancora appagata, mentre pensava: “Il piacere è intenso, ma l’amore verso di te è sublime. Vorrei essere posseduta per godere le gioie dell’essere amata! Mi sento tua, ma il sacro fuoco dell’amore arde dentro di me! Mai prima d’ora ho provato sensazioni così intense. Mai prima d’ora ho desiderato un uomo!”
Era pomeriggio inoltrato quando i due amanti emersero dall’appartamento e si avviarono verso Trinità dei Monti, da dove potevano ammirare lo spettacolo di Roma illuminata dal caldo sole di Giugno.
Si sentivano felici come due ragazzini tanto era stato il loro appagamento.
Scesero la scalinata verso la sottostante piazza di Spagna tra i saluti dei passanti e dei conoscenti: Angelica era conosciuta da tutti per la sua fama e la sua bellezza.
Passeggiarono a lungo andando verso il Tevere e da lì a San Pietro, parlando fitto di poesia, di pittura e di musica.
La giornata volgeva al termine, mentre un bel tramonto incendiava la città. Non erano stanchi, né sentivano i morsi della fame, anche se non avevano mangiato nulla dalla mattina.
Stavano tornando indietro verso il Pincio, quando videro sotto un pergolato i tavoli pronti per la sera. Si sedettero e chiesero all’oste di servire loro qualcosa.
“Lo sappiamo che siamo molto in anticipo e voi non siete ancora pronti, ma ci va bene qualsiasi cosa abbiate pronta” disse Goethe alla moglie che con un grembiule bianco si era avvicinata per sentire cosa volevano quest’uomo e questa donna dall’aria distinta.
“Non c’è nulla sul fuoco” rispose la donna un po’ mortificata, “ma se avete pazienza possiamo prepararvi una cenetta a base di agnello ed erbette. Nel frattempo vi posso portare pecorino fresco, pane di giornata e un generoso vino rosso per ingannare l’attesa”.
“Va benissimo. Oltre al vino portateci anche una brocca di acqua fresca, perché abbiamo la gola secca per il caldo” rispose Goethe.
Angelica era radiosa e bella con i capelli scomposti per la lunga giornata trascorsa nell’appartamento, mentre guardava il poeta con intensità.
La donna rientrata in cucina parlò al marito, dicendo: “Quella signora, non ricodo dove l’ho vista. Il viso mi è noto, m non riesco mettere a fuoco chi è”.
“Non ti ricordi? E’ la famosa pittrice Angelica Kauffmann! Per noi è un onore averla al nostro tavolo! Dobbiamo preparare una cena coi fiocchi, perché chissà quando potremmo averla ancora qui!”
“Ora ricordo! Si, è proprio lei! E’ una donna bellissima ed affascinante! Però il suo accompagnatore è un bel giovane”, disse mentre preparava quanto richiesto.
I due amanti parlavano e ridevano, raccontandosi gli ultimi avvenimenti: ne avevano di eventi da descrivere.
Goethe ispirato dal luogo e da Angelica disse ad alta voce: “ Questi sono versi che scrivo in tuo onore”.

Du hast mich rein, und wenn ich’s besser wuesste
so gaeb ich’s Dir; ich tue was ich sage.
So schliesst sie
mich an ihre suessen Brueste
als ob ihr nur an meine Brustbe hange.
Und wie ich Mund und Aug und Stirne kuesste
so war ich doch in wunderbarer Lage:
denn der so hitzig sonst den Meister spielet
wiecht schuleraft zurueck und abgekuehlet.

“Mi lusingate, Wolfgang! Sono davvero belli e tutti per me!” rispose Angelica arrossendo leggeremente.
Era stata una giornata memorabile, da rimanere impressa nelle loro menti e così terminò.

(parte sedicesima)

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  1. Hai ragione, Dalloway, non c’è nulla di meglio che concludere una giornata cenando sotto il pergolato.
    Invidia o nostalgia? Da qualunque parte li esamini sono due vocaboli negativi, purtroppo, perché sono ricordi passati.

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