Daniele – parte nona

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La mia stella di Natale per il sesto anno rifiorisce - foto personale

La mia stella di Natale per il sesto anno rifiorisce – foto personale

Natalina osservava i due compagni. Un misto di curiosità e interesse. Il periodo veneziano di sua sorella l’aveva sottovalutato. Non aveva compreso pienamente cosa facevano loro a Venezia. L’aveva visto come un mondo incantato ma in realtà non lo era. Aveva sognato attraverso quei racconti che Natalia le faceva al telefono senza porsi nessuna domanda sulla loro fondatezza e sul loro contenuto. Tuttavia adesso Daniele aveva avuto il potere di riesumarli per consentirle di fare un’autopsia agli stessi. Doveva valutare cosa stava dentro a quelle narrazioni senza fermarsi all’esame superficiale, come aveva fatto a suo tempo.

Avrebbe voluto parlarne con Daniele ma la presenza di Sara la condizionava. Non poteva esprimere dei dubbi sul loro comportamento, sui motivi di quegli inviti che adesso le apparivano incongrui. Delle due sorelle portoghesi non sapeva nulla, anche sforzandosi a ricordare le parole di Natalia. Forse per pudore non ne aveva parlato, nemmeno al suo ritorno. Su questo punto Natalina comprendeva in questi istanti che la sorella aveva tenuto un comportamento singolare e ambiguo. Pareva nascondersi, rendersi invisibile. Un profilo basso, poche parole sul periodo veneziano. Come un’anguilla sgusciava via e si nascondeva, evitando discorsi imbarazzanti. Natalia non aveva terminato il corso di laurea né lo concluse a Roma. Sei mesi dopo il ritorno aveva abbandonato la casa paterna, sistemandosi in un quartiere popolare, anonimo, come se volesse rendersi invisibile. Si era chiesta più di una volta come facesse a vivere, visto che non lavorava. Tuttavia aveva rinunciato a scoprirlo. I loro rapporti erano a intermittenza, sfilacciati e talvolta impacciati. Per lunghi periodi, un mese o due, spariva nel nulla per poi ricomparire come se l’intervallo fosse di poche ore. Dove andava in questi lassi di tempo? È una bella domanda ora, si diceva, ma priva di risposte concrete. Forse conoscendo la risposta, sarebbe la chiave che avrebbe aperto il luogo dove Natalia si è occultata.

Natalina scosse il capo. Doveva riannodare quei fili che penzolavano nel vuoto e ricomporre cosa era avvenuto nei sei anni veneziani. Per i quasi sette romani successivi aveva ben presente tutti gli avvenimenti. Erano quelli di Venezia che doveva rivisitare col senno del poi. Sì, Daniele aveva ragione. In quel periodo era successo qualcosa che avrebbe spiegato quello che sarebbe avvenuto dopo. Daniele non aveva espresso ad alta voce questo ma dalle domande, dalle espressioni del viso, dai segni sui fogli era chiaro che lui puntava a trovarci un nesso con la scomparsa di Natalia.

Ebbe la tentazione di esternare la sua riflessione ma la presenza di Sara era ingombrante. I suoi dubbi, i suoi ragionamenti erano dettati da racconti di seconda mano, nei quali era coinvolta Sara. Formulare delle ipotesi, usando come fonte dei sentito dire rischiano di creare antipatiche polemiche. Era questo il suo convincimento. Non posso sbilanciarmi in ricostruzioni ardite mettendo insieme pezzi di puzzle che ho costruito io. Creo solo un castello di carte che non regge al minimo soffio. Devo rimandare a stanotte. Nel letto con Daniele. Adesso devo solo mettere insieme quei frammenti di conversazioni con mia sorella per cogliere i fattori essenziali.

Il primo carnevale di Natalia a Venezia venne a galla da solo. Un martedì grasso diverso da quelli fastosi che di recente per alcune settimane trasformano Venezia in un palcoscenico, dove gareggiano le maschere più originali. Quel martedì grasso è un ricordo nitido, rimasto impresso nella mia memoria di tredicenne, che fantasticava improbabili amori e fantasie impossibili. Natalia mi aveva raccontato di un ballo in maschera in un palazzo che si affacciava sul Canal Grande. Mia sorella affermò che si vedeva piazza San Marco illuminata a festa. C’erano personaggi famosi e persone comuni. Sara era vestita da Colombina e a un certo punto sparì. Natalia non mi ha detto come, né dove. Disse solo ‘sparì con un uomo mascherato’. Non ho chiesto a mia sorella dove fosse andata e lei cambiò argomento, come se si fosse pentita di averlo rivelato. Ricordo con quale enfasi mi ha descritto quella festa. Aveva conosciuto un John, un addetto a una ambasciata. Poteva essere di un paese anglofono ma forse no. Io non glielo ho chiesto. Forse ho fatto male ma ero talmente presa dal suo racconto, che trascurai questo dettaglio. Mi sono limitata a registrarne il nome. Questo John era alto e robusto. Coi capelli tagliati a spazzola. Non so il perché ma lo associai a quei militari americani tutto muscoli e poco cervello. La cosa curiosa è che in seguito questa persona non fu mai più nominata. Altre persone, altri uomini entrarono e uscirono dalla sua vita. Sembravano tutte meteore. L’unico che durò a lungo fu Carlo, il ricco imprenditore della Riviera del Brenta. Tuttavia lui comparve due anni dopo quella famosa festa.

Natalina si strinse nelle spalle. Non ascoltava più quello che diceva Daniele e Sara. Era immersa nel riportare in superficie quei frammenti di conversazione, ormai datati e levigati dal tempo. Erano adesso maturi, ripuliti dalle sue fantasie di adolescente sognante.

Ma come viveva mia sorella? Chi le pagava i conti? Non mi risulta che i miei genitori fossero entusiasti di Natalia in quel periodo ma nemmeno dopo il suo ritorno a casa. Eppure viveva alla grande. Feste nei palazzi più esclusivi di Venezia. Viaggi all’estero. Columbia, America centrale, Messico.

Il tarlo del dubbio cominciò a scavare nella sua mente. Forse Daniele aveva intuito giusto con quella battuta, che mi ha mandata in bestia, su Natalia prima dell’arrivo di Sara.

Natalina si mordeva il labbro nervosamente. Quel messaggio di aiuto di Natalia le aveva suonato il campanello di allarme. Non capiva adesso il motivo di quel contatto, visto che lei distava migliaia di chilometri, mentre Daniele e Sara erano più vicini e rapidi per intervenire in suo soccorso. Quando l’aveva ricevuto il suo unico pensiero fu quello di rientrare in Italia a precipizio. Aveva perso una settimana per organizzare il viaggio e il distacco da Bahia, senza porsi altre domande. Aveva dovuto arrivare a New York e da lì un volo fino alla Malpensa.

Però anche Sara sapeva che Natalia era sparita. Mi ha contattata alla vigila del volo per New York. Anche in questa occasione non mi sono posta la domanda di come lo sapesse o lo fosse venuto a conoscenza. Ero talmente agitata per le difficoltà del viaggio che non le chiesi nulla. L’unico che stranamente appariva ignaro di tutto era Daniele, come ho potuto appurare al mio arrivo in Italia.

Natalina si mordicchiava l’unghia del pollice per il nervosismo. Aveva tralasciato molte domande che avrebbe dovuto fare e non fece. Tuttavia adesso doveva tornare al periodo veneziano di Natalia, che aveva vissuto con l’immaginazione di un’adolescente. Per i fatti più recenti c’era tempo per avere risposte.

Nuovamente il pensiero tornò a quella famosa festa di carnevale. In che modo Sara e mia sorella sono riuscite a farsi invitare in quella esclusiva serata nel palazzo sul Canal Grande? Erano da pochi mesi a Venezia e non credo che la vita universitaria di matricole possa aver aperto loro quel mondo dorato.

Natalina, ripensando alle informazioni fornite da Sara a Daniele, non aveva ascoltato una parola o un cenno alle frequentazioni di ambienti esclusivi. Aveva accennato solo a quel rapporto col le sorelle portoghesi. Eppure la sua conversazione con Natalia all’indomani della festa del martedì grasso in maschera ritornava a galla, anche quando era presa da altri ricordi. Non riusciva a comprenderne i motivi.

«A cosa stai pensando?»

Queste parole di Daniele la colsero di sorpresa. Non si era accorta di essersi estraniata dai loro discorsi.

[continua]

Daniele – parte ottava

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foto personale

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Daniele scelse una penna nera. Tracciò una scacchiera rudimentale, mettendo un titolo sulle varie colonne. Anno, luogo, persone, evento.

«Chi comincia?»

Sara guardò Natalina. Un balletto di sguardi, prima che cominciasse a parlare.

«Venezia, anno 1990, …» e iniziò a elencare date, luoghi e persone. Daniele meccanicamente riempiva gli spazi senza commentare. Registrava, prendeva nuovi fogli, tracciava nuove scacchiere. Un ricordo piacevole di molti anni prima.

Era in quinta liceo e doveva preparare la tesina. Aveva deciso contro il parere di Sara, che la teoria dei giochi sarebbe stato l’argomento. “Ma è palloso” protestò lei ma lui rimase muto e tirò diritto. Era l’analisi del dilemma del prigioniero. L’oggetto era banale. In un paese, dove la libertà individuale era un optional, due giovani erano stati rinchiusi e separati. In pratica una matrice a due ingressi e quattro possibili scenari. Alla fine doveva valutare cosa era conveniente. Daniele sorrise, perché non capiva il motivo di questa reminiscenza. Però adesso doveva concentrarsi su quello che stava facendo.

Daniele confrontò lo schema della tesina con lo stato attuale. Se quindici anni prima aveva preso in considerazione il dilemma della razionalità individuale, adesso era la logica di gruppo da prendere in esame. Loro erano i membri che perseguivano logicamente il proprio interesse, che era quello di scovare Natalia e portarla in salvo. Questo si scontrava con la volontà di altre persone che inseguivano un punto di vista opposto. “Quali sono le probabilità di riuscire nel nostro intento?” pensò Daniele, scrivendo l’ultima località. Osservò i fogli, che erano numerosi. Adesso veniva il difficile. Doveva dare un senso a tutte quelle informazioni.

Natalina non capiva dove Daniele volesse arrivare. Per lei era tutto astruso, come la matematica ai tempi scolastici. Se non fosse stata per Bianca, la secchiona che divideva il banco con lei, avrebbe rischiato la bocciatura tutti gli anni. Faticava a risolvere anche l’equazione più semplice. Al massimo era capace di ripetere a pappagallo l’enunciazione di un teorema ma se la prof le faceva una domanda appena fuori dal solco, entrava in crisi. Tanto brava nelle materie letterarie, quanto incapace in quelle scientifiche. Matematica in testa. Non osava porre una domanda agli altri due per non rischiare risposte che le sarebbero apparse incomprensibili. Si limitò a dire quello che conosceva.

«Dunque, ricapitolando, Natalia parte per Venezia quindici anni fa, nel 1990, insieme a Sara per frequentare la facoltà di lettere».

Daniele mise un numero e tirò una linea accanto a questa informazione. Scorse l’elenco finché non trovò un altro punto che secondo lui era importante. «Tre anni dopo, 1993, conosce Carlo, un facoltoso personaggio della riviera del Brenta» e contrassegnò con un nuovo numero il riquadro che riguardava questo dato, collegandolo all’altro.

Lentamente i fogli diventarono una ragnatela di linee e un inseme di numeri. Tratti colorati, quadrati evidenziati. Daniele non era soddisfatto. Era difficile raccapezzarsi in quell’intrico, seguire logicamente il loro andamento e creare un mosaico credibile. Doveva trovare il modo di semplificare, eliminare le informazioni ridondanti e inutili senza perdere dati importanti.

Avrebbe potuto rappresentare lo schema attraverso formule matematiche ma rischiava di incasinare il tutto. Doveva trovare in quel intrico di frecce una strategia che li avrebbe condotti a Natalia. “Ma dove?” pensò Daniele, socchiudendo gli occhi. “Qual’è l’informazione chiave? Noi siamo tre, ma gli altri quanti sono?”

«Quando siete arrivate a Venezia nel 1990, cosa avete fatto?» chiese Daniele, puntando gli occhi su Sara. «Avete cercato casa? Oppure l’avevate già? Oppure non avevate idea di cosa fare?»

Sara sorrise. Ricordava bene quel quindici settembre del 1990. Dopo un viaggio notturno sulla Freccia della Laguna erano arrivate a Venezia Santa Lucia di prima mattina.

Una giornata splendida. Cielo azzurro e acque verdi dove si specchiavano case e palazzi. Un’accoglienza formidabile.

«Insomma. Cosa avete fatto?» domandò Daniele spazientito.

«Avevamo un indirizzo. Ostello Santa Fosca, fondamenta Canal» precisò Sara.

La camminata con lo sguardo a cogliere i colori dell’estate morente. L’aria frizzante del mattino che odorava di sale. Ricordi, ancora ricordi. Una camerata da quattro posti con altre due donne, due sorelle portoghesi, che cercavano di imparare l’italiano. «Quante risate ma alla fine abbiamo legato. C’è stato feeling fin da subito. Due sorelle, più o meno nostre coetanee. Ana e Eliseu» precisò Sara, nascondendo che il rapporto era ben oltre quello dell’amicizia. Non poteva rivelare che avevano avuto una relazione saffica.

Daniele le lesse il pensiero e sorrise. «Ma poi che avete fatto? Le portoghesi sono ripartite per Lisbona?»

«Beh! Sì ma non subito. Noi abbiamo cercato qualcosa nel sestiere del Cannaregio. Senza fretta. Stavamo bene all’ostello con le nostre amiche». Una breve risata concluse la risposta.

Lo sguardo di Natalina era perso nei suoi ricordi. Allora aveva solo tredici anni e Venezia le era sembrata un posto misterioso e lontano. La località più distante da Roma era stata Ostia. Quindi anche il pensiero di fare un viaggio era per lei fonte di fantasticherie. “Ero veramente ingenua in quel periodo” sorrise, mentre riportava a galla le lunghe telefonate con Natalia, che le parlava di feste, di incontri magici e tanta allegria.

Su un foglio bianco Daniele tracciò uno schema. Sara allungò il collo per vedere cosa stava scrivendo. Era curiosa cosa avrebbe inventato la mente fertile dell’amico.

Ana-Eliseu fanno la corte Ana-Eliseu solo amiche non fanno la corte

Sara-Natalia solo amiche non accettano la corte

Speranze infrante/rottura

Splendida amicizia

Sara-Natalia accettano la corte

simbiosi

Pericolo/incomprensioni

Sara sorrise. Daniele aveva capito tutto, anche se lei non aveva detto nulla. Natalina corrugò la fronte, perché non comprendeva il senso dello scritto. “Fare la corte?” rifletté. Dalle parole di Sara era emerso solo una solida amicizia. Le domande le avrebbe riservato per la fine. Eppure non ricordava, e la sua memoria era proverbiale, che sua sorella avesse parlato di queste due conoscenti. Le aveva raccontato di feste nei palazzi veneziani, di nuove amicizie e di allegria quotidiana. “No. Di queste due sorelle portoghesi proprio nulla” concluse, stringendo le labbra. Mentalmente si appuntò che avrebbe chiesto spiegazioni.

Lo sguardo di Daniele si concentrò sul foglio. Aveva scritto qualcosa di logicamente correlato alle parole di Sara ma forse non era esatto.

«Ma poi, quando le due sorelle se ne sono andate… Sono tornate in patria oppure hanno ripreso a girare per l’Italia?»

La fronte di Sara si aggrottò, come se cercasse di ricordare. «Non saprei» rispose la ragazza. Il timbro della voce era poco convincente.

Per Daniele era evidente che fosse successo qualcosa tra le quattro donne e Sara non voleva rivelarlo. “All’inizio lei e Natalia hanno intrecciato un rapporto che andava ben oltre le righe di una bella amicizia” pensò Daniele, che appuntò in un angolo del foglio questa impressione. “Poi è successo qualcosa che ha incrinato la loro relazione. Un uomo? Più uomini? Così si è consumata la rottura, che non è stata indolore”. Provò a scrivere un possibile schema per Natalia. Per Sara sarebbe stato lo stesso ma di certo c’erano altre condizioni e strascichi meno misteriosi.

Ana o Eliseu reazione violenta

Ana o Eliseu reazione normale

Natalia litiga come due innamorati

Si separano con minacce

Chiarimento e pacificazione

Natalia si innamora di un uomo

Rottura con litigio

Accettazione e separazione amicchevole

Giudicò inutile insistere sull’argomento, perché Sara si sarebbe chiusa a riccio. Sondò Natalina.

«Tu cosa mi racconti su questa amicizia». Daniele calcò la voce sulla parola ‘amicizia’. «Hai detto che sentivi tua sorella tutti i giorni, Di certo ti avrà parlato di Ana e Eliseu». Buttò con nonchalance, sperando che il pesce abboccasse. Il suo intuito gli faceva pensare che la dama bionda con ragazzina, che li aveva seguiti fin sotto casa, avesse a che fare con le due sorelle portoghesi conosciute quindici anni prima.

Un leggero sussulto, quasi impercettibile scosse Natalina, colta di sorpresa dalla domanda di Daniele. Non si aspettava questa richiesta. «Francamente non ricordo se Natalia mi abbia parlato di Ana oppure di Eliseu» precisò Natalina, cercando di usare un tono convincente nella sua risposta. «Allora ero una bambina. Abbiamo parlato di frivolezze». Non intendeva aggiungere altro. Meno parlava e meno rischiava di dire degli spropositi.

Daniele abbandonò l’argomento, che appariva più spinoso di quanto Sara aveva esposto. Il foglio con le tabella e le sue annotazioni venne accantonato, ben distinto dal mucchio, che stava disordinato sul tavolo. Però doveva rifletterci. Doveva trovare un nesso tra l’episodio di quindici anni prima e quello che era avvenuto poche ore fa. Era meglio proseguire nell’indagine. “I sei anni della loro vita a Venezia possono spiegare la sparizione di Natalia” pensò Daniele, grattandosi la leggera peluria cresciuta sulle guance. Stamattina non aveva avuto tempo di rasarsi.

Adesso doveva affrontare cosa era successo dopo che avevano abbandonato l’ostello per verificare se la sua intuizione era vincente. Ricordò che Sara era partita per Berlino, che da pochi anni era tornata unita. Un viaggio frettoloso e coperto di riserbo. Natalia aveva preferito tornare a Roma, adducendo come pretesto la non conoscenza della lingua. “Ma anche Sara non la conosceva” si disse, mentre prendeva un nuovo foglio bianco. “Però non le ha impedito di partire e rimanere per altri sei anni a Berlino”. Concluse che la loro partenza da Venezia avesse altre motivazioni che doveva scoprire. L’idea che la scomparsa di Natalia fosse legata alla loro separazione si faceva strada nella mente di Daniele ma stava incontrando strane reticenze e amnesie da parte delle due ragazze.

[continua]

La mia storia – miniesercizio nro 10

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Alba - foto personale

Alba – foto personale

Scrivere creativo questa volta propone un bel quadro o meglio una foto trasformata a quadro. Solite 100 parole e solite indicazioni vaghe per stimolare la nostra fantasia.

Ecco dunque il mio esercizio

Chai-son rimase a bocca aperta per lo spettacolo fantastico. “Ci devo entrare!” esclamò estasiato.

“Ma non puoi, 卡梅罗”esclamò Ai-ai, trattenendolo per un braccio.

“Non posso, Ai-ai. Devo entrare”. Si lanciò verso quello che vedeva.

Una guardia giurata si pose davanti, impedendo di avvicinarsi. Ai-ai con le lacrime agli occhi si avvicinò a Chai-son, che smaniava e urlava. Per le sue grida accorsero altri inservienti che lo circondarono. Lui era alto due soldi di cacio. Ben presto sparì sotto una selva di braccia.

“Mio caro 卡梅罗, non vedi che è solo un quadro” gemette Ai-ai.

Nota del traduttore. Non lasciatevi ingannare dai caratteri cinesi, Il nostro studente è un infiltrato. Un siculo di nome Carmelo.

Daniele – parte settima

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le mie melagrane - foto personale

le mie melagrane – foto personale

Le due ragazze si sedettero sul divano. Una tutta a sinistra, l’altra all’estremità di destra. Lo spazio intermedio non era enorme ma significativo. Se il sofà fosse stato a più di due posti, la distanza tra loro sarebbe stata maggiore. Non si guardavano, fingevano interesse verso ipotetici punti delle pareti opposte, dove c’era il nulla. Nemmeno un chiodo.

Il vassoio, che Daniele teneva tra le mani, conteneva tre tazzine vuote, una strana zuccheriera a più scomparti e la moka. Daniele sistemò il tutto sul tavolino basso dinnanzi al divano, mentre lui si posizionava su una sedia di fronte a loro. Versò nelle tazzine con cura il caffè che gorgogliava ancora nella caffetteria. Tutto in perfetto silenzio. Si udiva solo il rumore di sottofondo della strada, che giungeva ovattato attraverso le finestre.

Daniele scelse una tazzina, dove mise un cucchiaino di zucchero di canna, che mescolò a lungo con un movimento costanze del polso. Sara lo bevette amaro, mentre Natalina lo zuccherò con quello raffinato chiaro.

Chi si fosse affacciato sulla porta avrebbe notato un’atmosfera surreale. Il rumore del caffè che scendeva nella trachea. E neppure troppo marcato. Il respiro profondo delle persone. I visi svagati, che faticavano a incrociarsi. Sembravano tre estranei immersi nei loro pensieri, mentre mostravano imbarazzo negli occhi e attendevano che qualcuno parlasse.

Come il rumore della rottura di una lastra di ghiaccio sotto il peso di una persona, le parole, che disse Daniele, ebbero lo stesso impatto. Un crack sordo e rumoroso.

«Bene» fece il ragazzo, mettendosi ritto con la schiena appoggiata allo schienale della sedia. «Abbiamo mangiato e preso il caffè. Per chi volesse posso offrire anche un superalcolico».

Una breve pausa che nessuna delle due donne riempì con la sua voce né per assenso né per dissenso. Era chiaro che Daniele doveva parlare per stanarle dal loro mutismo.

«Ci sono molti interrogativi. Si sono addensati nella mia mente da stamani alle cinque, quando una telefonata mi ha tirato giù dal letto» esordì, passando con gli occhi ora su una, ora sull’altra. «In realtà c’è stato anche un prologo ieri sera. Non lo avevo intuito subito ma ora ne sono certo».

Sara sobbalzò, colpita dalle ultime parole. Pensava di essere fuori dalla discussione ma Daniele glielo aveva impedito. L’aveva tirato dentro con quella precisazione. Nessun suono uscì dalla sua bocca, quando l’aprì e la richiuse subito. Qualsiasi affermazione avesse detto a sua difesa sarebbe stata stracciata in meno di un amen. “Meglio tacere” si disse Sara, abbracciandosi come se avesse freddo.

«Non sento o vedo Natalia da tempo» spiegò Daniele, tornando a fissare in modo alterno le due ragazze. «Forse un mese. Forse di più o di meno. Ma non importa quanto. Quello che conta è che ignoro dove sia».

Il silenzio calò nella stanza. Si udiva solo il respiro cadenzato dei tre ragazzi.

«Ammetto che non mi sono preoccupato di quel silenzio, che ora giudico col senno del poi anomalo» precisò Daniele senza increspare la fronte. «D’altra parte perché avrei dovuto mettermi in ansia per Natalia? I nostri rapporti sono sempre stati a intermittenza con intervalli più o meno lunghi».

Neppure il ronzio di una mosca interruppe la quiete della stanza. Gli sguardi muti delle due ragazze vagavano alla ricerca di qualcosa che potesse attirare la loro attenzione.

«Mi chiedete dove sia» incalzò Daniele, appoggiando il gomito al tavolo. L’occhio divenne intenso e cattivo. La mascella mostrava il muscolo muoversi con decisione e nervosismo. «Ma forse sarebbe opportuno che voi mi spiegaste il motivo di questa strana richiesta».

«Natalia è sparita» chiosò la sorella, Natalina. «Non si sa dove sia finita».

«D’accordo, Natali’» ammise Daniele con finto fare bonario. «Questo l’ho capito anche da solo. Tua sorella è sparita. E non sai dove sia in questo momento».

«Daniele devi trovare il modo per scoprire dove si trova» precisò Natalina, che si sistemò rumorosamente sul divano.

«Ah!» la interruppe Daniele, accennando a un sorriso ironico. «Certo. Ho la bacchetta di Harry Potter».

«C’è poco da scherzare» protestò Natalina con la voce incrinata dal pianto. «È in pericolo. Dobbiamo salvarla».

Daniele soffocò l’istinto di ridere. Non gli sembrava il caso. Avrebbe creato solo imbarazzo. Però giudicò l’affermazione di Natalina singolare, come se lui avesse a disposizione un’informazione che avrebbe potuto risolvere la questione.

«Tu cosa dici?» fece Daniele, rivolgendo lo sguardo verso Sara, che era rimasta in silenzio fino a quel momento.

«Certamente. Natalia è sparita da tempo ed è in pericolo» rimarcò Sara, senza modificare l’espressione del viso. Nessun muscolo facciale si era mosso.

Daniele allargò le braccia, prima di ripiegarle sui fianchi. Nessuna delle due dava delle indicazioni sul perché Natalia era sparita e sui motivi per i quali erano in ansia.

«Benedette ragazze» riprese Daniele, socchiudendo gli occhi. «Dite che è sparita ed è in pericolo. Ma se non vi spiegate, dubito che possa aiutarvi o suggerirvi qualche mossa per metterla in salvo. Dunque parlate».

Un nuovo gelo calò vistosamente nella stanza. Nessuna delle due intendeva parlare. Daniele intuì che dietro quella ritrosia a spiegare i motivi delle loro preoccupazioni stava una specie di falso pudore. Insomma c’era imbarazzo nell’illustrare il perché erano in ansia. “Assodato senza ombre di dubbio” rifletté Daniele, corrugando la fronte, “che Natalia sia sparita. Forse fuggita per sottrarsi alle ire di qualcuno a cui ha pestato i piedi. Rimane l’aspetto più misterioso. Ovvero perché è in pericolo”. Lui di certo non lo poteva sapere. Almeno questa era la sua convinzione. Oppure conosceva i motivi, ignorando la loro possibile associazione con la sua sparizione. “Il punto è capire, perché Natalina e Sara si comportano da avversarie, anziché collaborare per risolvere la questione” pensò Daniele. Gli balenò un’idea.

«Ok» esordì Daniele con uno smagliante sorriso, che destò lo stupore delle due ragazze. «Fatte attenzione».

Ad arte fece una sosta per catturare il loro interesse, prima di esporre il suo disegno. O meglio come intendeva procedere.

«Dobbiamo applicare la teoria dei giochi» proseguì Daniele, suscitando la loro incredulità.

Natalina spalancò gli occhi nocciola. Sara sorrise sconcertata.

«Cosa?» fece Natalina, rimanendo a bocca aperta per la sorpresa della sua sortita. Le sembrava una cosa assurda. Parlavano della scomparsa di sua sorella e del pericolo che stava correndo e lui esce con un’affermazione all’apparenza stravagante.

«Sì» confermò Daniele, deciso a prendere in mano le redini della questione. «Sto parlando di quella teoria che permette di raggiungere una soluzione, quando entrano in gioco conflitti di natura soggettiva con altri individui. L’analisi della situazione permette di ottenere la strategia vincente per conseguire i risultati sperati».

Un’ombra di dubbio si dipinse sul volto di Natalina, che mostrava incredulità e incertezze. “Teoria dei giochi?” si domandò, ignorando il significato di questo metodo. Le parole fumose, quasi criptiche da iniziato, non le dicevano nulla. Si doveva cercare una soluzione per portare in salvo la sorella, mentre Daniele si abbandona a teorie fantastiche e misteriose. Stava per chiedere in cosa consisteva questa panacea, quando Sara cominciò a parlare. Rimase ad ascoltare cosa diceva.

«Teoria dei giochi?» domandò Sara, che stava provando a interrogare i propri ricordi scolastici e universitari.

«Certo» fece Daniele con un sorriso beffardo sulle labbra. Mentre osservava il viso di Sara aggrottato. «Quella teoria matematica studiata da Blaise Pascal nel seicento sul calcolo delle probabilità del gioco d’azzardo».

Non era possibile che Daniele si prendesse gioco di lei, quando udì la risposta alla domanda di Sara.

«Ma qui stiamo discutendo della vita di Natalia!» esplose Natalina, mentre imporporava il viso per la collera.

Daniele a stento si trattenne dal ridere. Non avevano ancora associato l’idea di applicare un principio matematico per risolvere il caso di Natalia.

«Capisco le vostre perplessità» disse Daniele, piegando il capo di lato. «Questa teoria matematica è stata pensata per i giocatori allo scopo di massimizzare le loro vincite. Tuttavia è stata impiegata anche durante la seconda guerra mondiale per migliorare la strategia di combattimento tra americani e giapponesi. Nel dopoguerra gli economisti l’hanno utilizzata per descrivere matematicamente il comportamento umano, quanto l’interazione tra più soggetti comporta il raggiungimento di un obiettivo complesso».

Sara scosse la testa, mentre qualche incerto ricordo affiorava nella sua mente. Sì, ricordava qualcosa ma in modo confuso.

«Sara» fece Daniele, sorridente. «Spero che tu non abbia dimenticato le nostre discussioni per cooperare al raggiungimento dell’obiettivo della maturità. Quella tesina che abbiamo portato all’esame».

Natalina con lo sguardo torvo e incattivito guardò gli altri due compagni di avventura. Non capiva un accidente di quello che Daniele stava dicendo. Sara pareva avere capito dove lui voleva andare a parare. Insomma avvertiva di essere il classico pesce fuori dell’acqua, incapace di seguire i loro ragionamenti. Era tagliata fuori e avrebbe dovuto subire passiva le loro teorie.

«Se spiegate anche a me di cosa parlate» sbuffò Natalina. «Forse riesco a comprendere quello che intendete eseguire per cercare Natalia e salvarla».

«Dobbiamo creare una matrice delle decisioni…» cominciò Daniele con calma, disegnando nell’aria con le mani un qualcosa che era chiaro solo a lui. «Una sorta di grafo… ad albero…».

Natalina spalancò occhi e bocca. Non capiva un accidente di quello che Daniele spiegava.

«Matrice delle decisioni?» disse Natalina sconcertata, come se l’amico parlasse una lingua aliena. «Un grafo? Se stai prendendo gioco di me, io non ci sto».

Sara sorrise. Daniele non era cambiato. Bravissimo nel risolvere modelli matematici complessi ma altrettanto incapace nello spiegare con parole umane quello che aveva in mente a chi non capiva nulla di matematica. Era il suo limite e non era migliorato con la maturità.

«Daniele non farla lunga» disse Sara. «Prova a spiegarti in modo comprensibile per Natalina».

[continua]

Daniele – parte sesta

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Daniele passò lo sguardo prima su Natalina poi su Sara. “Ora o mai più”. Inspirò più aria possibile nei polmoni prima di cominciare a parlare.

«Forse dovrei ascoltare quello che avete da dirmi» iniziò con cautela Daniele, osservando dritto negli occhi Natalina, che li abbassò prima di tornare a reggere il suo sguardo. «Ma pare che non sia così».

Sara si strinse nelle spalle come a dire ‘non ho nulla da riferire’. Una mossa difensiva che non sfuggì a Daniele. “Che bugiarda!” pensò, scoccandole un’occhiata velenosa, subito ricambiata.

Natalina sussultò ma serrò le labbra per impedire alle parole di uscire.

«Visto che tacete» fece Daniele, sedendosi a tavola. «Propongo di mangiare, prima tutto diventi freddo e immangiabile. Poi ci trasferiamo di là con la speranza che le nostre lingue si sciolgano» aggiunse dopo una pausa a effetto.

Pensava di impressionarle ma rimasero chiuse nel loro mutismo.

Visto l’esito della sortita, Daniele, senza curarsi delle due ragazze, attaccò il primo per poi passare al resto.

Sara rimase incerta se alzarsi e andarsene oppure restare, guardandoli a mangiare. Non aveva fame ma forse un boccone l’avrebbe gradito. Gli occhi indugiarono sulle teglie nel forno per poi passare davanti al posto dove sedeva. Niente tovaglietta, niente piatti. Solo il calice macchiato sul fondo dal residuo del vino.

Daniele colse il messaggio nello sguardo incerto di Sara. Si alzò per permetterle di stare a tavola con loro. “Se loro tacciono” si disse, alzando le spalle, “sto zitto anch’io”.

Natalina assaggiò con diffidenza le sue porzioni, come se avesse pudore e riserbo nel prendere il cibo, e in silenzio piluccò qualcosa. Non che le mancasse appetito, perché il lungo viaggio notturno da New York e il rapido aperitivo glielo avevano messo ma aveva un pensiero fisso ‘devo parlare oppure no in presenza di Sara?’. Non era un problema di lana caprina perché coinvolgeva Natalia e Sara e questo non le andava particolarmente a genio.

Daniele rimuginava su quel poco che conosceva. Si sentiva coinvolto in una storia dai contorni torbidi. E questo senza che nessuno gli avesse chiesto se intendeva parteciparvi. Poi quel quartetto che stazionava sotto, davanti al portone della casa. Non sapeva nulla perché avessero seguito Natalina né riusciva a intuirlo se non a grandi linee. “Forse è legato all’attività di Natalina con le ONG. Quel progetto tanto intrigante quanto pericoloso. Ma potrebbe essere altri i motivi” si disse Daniele, nettando le labbra con una salvietta di carta. “Ma questo potrebbe spiegare la presenza di Juan e dell’amico. Ma quella donna bionda con la ragazzina cosa c’entrano? Che legame hanno con Natalina?” Dubbi irrisolti che si intrecciano con la storia di Natalia. Le due donne sedute al tavolo con lui dovevano spiegargli molti aspetti e farlo con la massima sincerità se volevano il suo aiuto.

«Volete un caffè o un digestivo?» propose Daniele, alzandosi dal tavolo per mettere i suoi piatti nel lavello, che era già colmo.

Natalina non aveva mangiato quasi nulla. Osservò dove erano stivate le stoviglie e scosse il capo. “Daniele ha bisogno di una mano” pensò. “Sarebbe opportuno lavare o…”. Lo sguardo corse al posto della lavastoviglie. C’era ma intuiva che veniva usata di rado. Sorrise. Si avvicinò e apri lo sportello. Sgranò gli occhi. Non poteva crederci. Era piena di stoviglie e tegami. Lì da diversi giorni in attesa che qualcuno la mettesse in moto.

«Dove tieni il detersivo» chiese Natalina, rivolgendosi a Daniele, senza fare alcun commento sulla stupefacente scoperta.

«Credo…» rise il ragazzo, che aveva capito le intenzioni dell’amica. Aprì lo sportello sotto il lavello e gli mostrò il contenitore del detersivo.

Sara osservava curiosa Natalina e Daniele, che avevano deciso di lavare i piatti ormai incrostati di vecchi residui. Rimase immobile tanto non sarebbe mutato nulla, né avrebbe potuto aiutare.

«E il caffè?» fece Sara con un sorriso ironico sulle labbra.

Natalina lo guardò di sbieco, mentre completava immissione del detersivo. «Aspetta» la rimbeccò con tono sgarbato, mentre corrugava la fronte.

«Tempo di trovare tazze pulite e lavare la moka» soggiunse morbido Daniele, per smorzare l’accenno di polemica litigiosa tra le due ragazze, mentre voltava le spalle a Sara. “Impresa non lieve” pensò Daniele, visto lo stato del lavello, stracolmo di stoviglie sporche. Trovata dopo una ricerca leggermente affannata la caffetteria, svuotò il filtro pieno di fondi di caffè e sotto il getto d’acqua diede una sommaria lavata al tutto. “Le donne si impicciano sempre degli affari altrui” si disse, mentre udiva armeggiare Natalina intorno alla lavastoviglie. “Proprio ora le è venuto in mente di farla funzionare”. Finse di non vederla, mentre accendeva il fornello per preparare il caffè.

Natalina osservò schifata il lavello ma sarebbe stato il secondo carico per la lavastoviglie. Tornò a sedersi in attesa del caffè, mentre guardava Sara, che prese dalla borsetta un pacchetto di Marlboro. Un rumore di qualcosa che cadeva attirò la sua attenzione. Una tazzina stile inglese era in frantumi sul pavimento, mentre Daniele imprecava sotto voce. Le veniva da ridere ma si trattenne. Non era simpatico una risata in un momento topico come quello.

Il caffè gorgogliò, mettendo fine alla tensione che si era creata nella cucina.

«Sedetevi in sala» suggerì Daniele, che armeggiava tra tazzine e moka. Il rumore di un oggetto metallico, che rovinava al suolo, distolse lo sguardo di Sara, notando un vassoio d’acciaio sul pavimento. “È proprio una frana Daniele” sussurrò Sara con un sorrisino sarcastico sulle labbra. “Prima una tazzina. Adesso il vassoio. Poi cosa?” Si alzò per andare in sala nell’attesa del sospirato caffè.

[continua]

La mia storia – miniesercizio n.ro 9

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foto personale

foto personale

Oggi niente foto solo una frase intrigante, che ho sviluppato così

“Se non sono io al centro dell’universo…” continua tu, dice beffarda una voce anonima. ‘Ma vorrei anche vedere, se non sono al centro del tuo universo’ esplode veemente Marco verso Lia. Lui la fronteggia deciso a rimarcare la sua superiorità.

‘Parla, dì qualcosa se ci riesci’ continua Marco, fissandola cocciuto in attesa che lei risponda. ‘Non hai argomenti. No, neppure uno’.

Marco agitato e congestionato nel viso, rosso come un pomodoro maturo, osserva il suo volto, che resta impassibile. Non batte nemmeno un ciglio.

Sta per scagliarsi su di lei, quando due braccia lo afferrano.

‘Marco è solo una fotografia’.

Spam? Marketing? Autopromozione?

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All'alba il cielo si tinge di rosa - Foto personale

All’alba il cielo si tinge di rosa – Foto personale

Spam? Marketing? Autopromozione? Chiamatela come volete tanto non cambia la sostanza. Parlerò di me e delle mie pubblicazioni. Immagino che tutti dicano “Uffa! Non se ne può più! Tutti a elogiare se stessi”. E smettono di leggere. E fate bene a cambiare blog. Sono proprio noioso in determinate circostanze.

Per quei curiosi, che hanno retto il primo paragrafo, ce la metto tutta per farli desistere a continuare.

Dunque. Primo assioma. Non sono uno scrittore. No, non lo sono. Scrivo ma non sono scrittore. Mi piace scrivere ma passare per scrittore ce ne vuole. E non poco. Dunque nessun titolo che non merito.

Come? Vedo qualcuno agitarsi sulla sedia. Scrivi e non sei uno scrittore? Certo. Nessun editore mi vuole e ci credo che sia così. Però nemmeno io cerco un editore. Uno a uno e palla al centro.

Piccola bugia. Perché? In effetti un solo tentativo l’ho fatto ma è finito male. Da qui la decisione di essere editore di me stesso. Decido cosa pubblicare, come pubblicare e quando. Non vendo? Vuol dire che non merito di essere letto. Che fanfaronata hai scritto! Mi rode l’anima che nessuno mi legga ma fingo di indifferenza. Vuol dire che i non lettori hanno perso l’opportunità di leggere qualcosa di mio. Qualcosa di valido.

Leggo sui giornali che la ministra Sereni, quella chiacchierata, vuol far leggere quotidiani e libri a scuola, così i ragazzi imparano l’italiano. Mai sentita una corbelleria più grossa. Articoli scritti come parliamo, libri pieni di refusi. Ergo se non conosciamo l’italiano dopo la cura andrà peggio. Un rimedio ci sarebbe. Leggete i miei libri. Almeno sono scritti in un passabile italiano.

Adesso basta con le sbruffonate e facciamo i seri. Sento qualcuno ridere. A ragione. Si può essere seri con gli argomenti che sto affrontando? No. Quindi procediamo senza altri proclami.

Dunque l’editoria in proprio, traduzione italiana del selfpublishing, è stata una scelta voluta ma non obbligata.

Quando a ottobre del 2015 ho deciso per il selfpublishing, dovevo scegliere piattaforme e cosa pubblicare. Finalmente un qualcosa di serio. Scelta delle piattaforme da usare.

Esaminate quelle italiane, che forse mi avrebbero dato più visibilità, non ero molto convinto che fossero quelle giuste. Se devo auto pubblicare, lo voglio fare a costo zero, al netto di eseguire a pagamento qualche editing per sistemare i testi. Zero per copertine, zero per ISBN, zero per la creazione. Ma in Italia questi tre zeri insieme non c’erano. Chi chiede qualcosa per la copertina, chi deve comprare una copia per avere ISBN, chi chiede qualcosa per la creazione. Insomma ognuno cerca un contributo minimale – e non ho nulla da obiettare su questo. Anche questi devono pur vivere ma non a spese mie – per gestire la tua auto pubblicazione. Quindi sono volato oltre oceano e ho scelto due piattaforme. Amazon per ebook formato Kindle -KDP – e il cartaceo – createspace – Smashwords per gli ebook formato epub. Dopo un anno e mezzo di esperienza ritengo soddisfatto dei risultati. I diritti sul poco che ho venduto saldati puntualmente con report trasparenti e tanto di segnalazione via mail. Non so come funzionano quelli nostrani ma nonostante le rimesse arrivino dal paese stelle e strisce e per pochi centesimi di euro li vedo nel mio conto bancario. Bella soddisfazione.

Finora ho pubblicato in proprio quattro volumi, di cui uno con una coautrice, sia cartaceo che ebook. Previsioni per il futuro? Forse altri due o tre per il 2017. Due sarebbero quasi pronti. Il terzo ci dovrei lavorare un po’. Vediamo cosa farò, tempo permettendo.

L’ultimo nato è una raccolta di racconti a quattro mani.

copertina dell'ultimo libro Racconti di Vita

copertina dell’ultimo libro
Racconti di Vita

Diamine un convertito al racconto? No. Era tempo che meditavo di raccogliere in un unico volume una serie di scritti, pubblicati nel web. Sono diciassette in tutto. Vedo qualcuno storcere il naso, perché è un numero di solito scarognato. Ma un diciottesimo non c’era. Quindi di necessità si farà virtù. Ogni racconto ha un protagonista. Cinque al femminile e non sono stati scritti da me ma da Veronica Sgrulloni. Il resto al maschile e sono opera mia. La particolarità del volume è la presenza di disegni che precedono ogni racconto. L’autore è Veronica Sgrulloni, sempre lei!

Questo ha fatto lievitare il costo del cartaceo a 21,81 euro disponibile su Amazon Italia. Tuttavia credo che sia possibile ordinarlo anche in libreria. La versione ebook per Kindle costa molto meno. Solo 3,31 euro, che potete trovare sempre su Amazon Italia. Se siete abbonati a Kindle unlimited il costo è zero. Per chi vuole il formato epub deve andare su Smashwords oppure su Kobo, lo store di Mondadori. Il costo è sempre modesto: 1,99 euro.

Lo scorso anno ho prodotto due volumi. I tre cunicoli, un romanzo storico, e Un paese rinasce, una storia visionaria di un gruppo di ragazzi.

I tre cunicoli - carteaceo

I tre cunicoli

Qui i costi del cartaceo sono più contenuti. Nessun disegno o altro. Solo parole, parole.

I tre cunicoli costa 11,55 euro.

copertina_un_paese_rinasce_v2

Un paese rinasce 10,21 euro.

Gli ebook Kindle per I tre cunicoli è 3,88 euro. Per Un paese rinasce 2,99 euro.

Su Smashwords, Kobo in formato epub è di 1,99 euro

Infine quello che ha fatto da apripista, il primo nato. Le linee parallele si incrociano. Quello che ha ottenuto le attenzioni maggiori.

Il cartaceo costa 8,30 euro. Il formato Kindle ebook 1,99 euro – sempre zero per gli abbonati Kindle unlimited -.

Per chi desidera il formato epub lo trovate su Smashwords e Kobo a 1,99 euro.

E così la promozione è finita.

Pensavate che fosse finita? Invece no. 😀 Vi metto il mio link sulla pagina dell’autore e su quella di Smashwords.

Ringrazio chi è riuscito ad arrivare fino in fondo. Non era semplice.

Daniele – parte 5

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foto personale

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Dunque Natalia è sparita all’improvviso” si disse Daniele, che si muoveva per la stanza in modo irrequieto.

Il suo sguardo vagava sulla libreria, soffermandosi su quello che stava sulle mensole. Sorrise, pensando che era davvero disordinata. Libri sistemati casualmente. Alcuni in piedi, altri appoggiati a mostrare il dorso. Polvere che brillava in controluce. Poi i suoi occhi tornarono su Natalina, che era sul divano con le mani appoggiate sulle cosce. Pareva serena, per nulla preoccupata.

«Non capisco» sussurrò Daniele, che si era fermato innanzi a lei. «Non capisco proprio nulla di questa storia. Forse se cominciamo dall’inizio, avrò le idee più chiare».

Natalina si strinse nelle spalle, come se tutto questo non la riguardasse. «Vieni» sospirò la ragazza, allungando un braccio per afferrare la mano di Daniele. «Siediti. Qui accanto a me».

Lui si accomodò sul divano accanto a Natalina. La guardò fisso negli occhi e aspettò che cominciasse a parlare. Doveva spiegare molte cose. Il mistero di Natalia, la presenza dei due sudamericani, i collegamenti con la signora bionda e la ragazzina al seguito. A dipanare tutte le questioni avrebbero fatto notte con l’intermezzo del pranzo. Questo a dir poco.

«Una storia lunga. Vecchia di molti anni» iniziò la ragazza, tenendo le sue mani tra le sue. «Risale al tempo in cui Sara partì per Venezia. Una partenza senza arrivederci ma con molti rimpianti…».

«Ricordo bene quel giorno» interruppe Daniele la narrazione di Natalina. Un groppo alla gola lo colse, impedendogli di proseguire.

«Natalia la seguì» precisò la ragazza, come se il discorso non fosse stato interrotto dalla sua esternazione. «Erano amiche intime. Dove andava l’una, c’era anche l’altra. Io le seguivo come un cucciolo fedele. Però quella volta io rimasi a Roma. Avrei voluto seguirle ma ero troppo giovane per farlo. Sentivo mia sorella tutti i giorni. Lunghe telefonate e tanta nostalgia. Mi raccontava le sue giornate e quelle di Sara».

«Allora saprai di Lisa» balzò in piedi Daniele.

Natalina lo guardò con occhio stranito, come se qualcuno avesse bestemmiato in chiesa. «Lisa?» domandò, allargando i suoi occhioni nocciola. «Chi sarebbe Lisa?»

Daniele si sedette di nuovo accanto a lei. Ancora una volta non riusciva a ottenere notizie sulla fantomatica figlia. “Che sia solo il frutto di una mia fantasia morbosa?” si chiese, ben sapendo che non avrebbe trovato risposta.

«Nulla» replicò Daniele con occhio deluso. «Una mia fantasia. Un sogno ricorrente. Un desiderio inespresso».

«Natalia si confidò con me» riprese la narrazione Natalina. «Si era innamorata di un uomo. Molto più vecchio di lei. Una persona ricca. Viveva in una villa cinquecentesca sulla riviera del Brenta».

Daniele si irrigidì. Qualcosa non tornava. Corrugò la fronte. Sara era rimasta via circa tredici anni. Natalia molto meno. Con precisione non lo ricordava. Sapeva solo che non aveva seguito Sara in Germania. “Che relazione c’è tra quello che sta raccontando Natali’ e la sparizione di Natalia?” si domandò Daniele. Un altro pensiero si affacciò nella sua mente. Felice Maniero, faccia d’angelo. Il mitico criminale della mala del Brenta. Daniele lo scacciò quasi subito. Non poteva immaginare Natalia tra le braccia di questa persona.”No, non può essere!” si disse, scuotendo il capo.

«Insomma una concubina di lusso» sbottò Daniele, che non era riuscito a reprimere le parole e a frenare la lingua. Si pentì subito della sua affermazione ma ormai l’aveva detto.

Natalina lo guardò col viso accigliato e lo sguardo torvo. Stava dando della mantenuta a sua sorella. Se non di peggio.

«Che dici!» sibilò Natalina con gli occhi ridotti a fessura. «Era vero amore! E non mercenario!»

Daniele fece una faccia contrita, da autentico attore drammatico. Lui di solito misurato nelle parole, questa volta aveva smesso il suo aplomb, lasciandosi sfuggire una frase oltraggiosa. Stava per scusarsi, se le scuse avessero una valenza per calmare le acque, diventate tempestose, quando il trillo del campanello annunciò l’arrivo del pranzo.

Daniele si alzò per aprire il ragazzo e pagarlo. Avvertì che l’aria era diventata calda e il clima era mutato.

Di malumore Natalina seguì il padrone di casa in cucina, dove avevano apparecchiato il tavolo. Niente tovaglia ma un set all’americana in tinta. Piatti di porcellana bianca che spiccavano sul blu della tovaglietta. Daniele stappò il vino che versò nei calici colorati. Avrebbe voluto fare un brindisi per il ritorno di Natalina ma ritenne opportuno soprassedere. C’era poco da brindare dopo la sua uscita infelice su Natalia.

Le vivande erano quasi fredde. Daniele le infilò nel forno a colonna per riscaldarle. La pasta fredda non gli era mai piaciuta. Si appoggiò con un gomito sul piano di lavoro. Doveva trovare il modo per ricucire lo strappo.

Natalina scura in volto era seduta al tavolo. “Si vede che manca la presenza femminile” si disse per calmare il nervosismo, causato dalla battuta infelice di Daniele. Avrebbe voluto alzarsi e andarsene. Però le serviva il suo aiuto, se voleva rintracciare la sorella. Solo Daniele sarebbe stato in grado di farlo. Non comprendeva in base a quale elemento lo riteneva capace ma intuiva che era così.

Prese il calice e lo agitò con dolcezza, come fanno i sommelier per degustarlo. Lo depose con delicatezza davanti a lei. La mano tremava ancora per l’ira repressa. Daniele aveva il viso addolorato. Almeno era quello che lei gli leggeva sul volto. Le labbra stirate e chiuse. Gli occhi con un velo di autentico rammarico. Avrebbe voluto alzarsi per abbracciarlo e dirgli “La tua è stata una battuta pesante ma non è il tuo pensiero” ma si trattenne. Non era ancora il momento. Si concentrò sulla stanza che necessitava di essere sistemata. Niente di particolare. Quel tegame che spuntava dallo scolapiatti andava lavato e sistemato nel mobile. La caffettiera aveva bisogno di essere pulita a fondo. I residui di tanti caffè l’avevano resa quasi nera.

«È pronto il pranzo» annunciò Daniele con voce appena percettibile.

Aveva appena diviso il primo in due porzioni, quando il trillo del campanello li fece sobbalzare.

«Chi sarà?» domandò Daniele, che pensò subito a quelle due coppie che li avevano seguiti dall’aeroporto. Un’associazione istintiva ma poco plausibile. Vedeva troppe fiction televisive. Calmò il tumulto interno e guardò Natalina come a chiederle cosa fare.

«Vai al citofono» suggerì Natalina per nulla impensierita da quella intrusione. «Così lo saprai».

Lo sentì confabulare, mentre con la forchetta pasticciava con gli spaghetti. Udì alla fine “Sali” senza capire chi fosse. Di certo non era un estraneo.

Daniele rimase accanto alla porta, finché non spunto la chioma riccioluta di Sara. “Sembra che abbia il radar” sospirò Natalina, facendo il viso di circostanza. Anche se si erano riavvicinate, tra loro non correva buon sangue. Si sopportavano a malapena. Per Natalia, se fosse servito, avrebbe ingoiato anche le frecciate più pungenti di Sara. Rimase seduta. Tanto bastava Daniele ad accoglierla.

«Ciao» disse Daniele, baciandola sulle guance.

Natalina fece una smorfia di disgusto e subito dopo un sorriso di circostanza. «Ciao» fece anche lei, accennando ad alzarsi.

Sara rispose con un cenno del capo. Mostrava in viso il suo disappunto per la presenza di Natalina. Il sorriso era morto sulle labbra. Gli occhi cercarono il volto di Daniele.

«State mangiando?» chiosò ironica Sara, come se non fosse chiaro dai piatti in tavola.

«Metto un altro coperto per te?» domandò cortese Daniele, mentre Natalina si stringeva nelle spalle. Doveva controllarsi e fare buon viso a cattiva sorte.

Sara scosse il capo in segno di diniego. «Però un bicchiere di vino lo bevo volentieri» disse, prendo una sedia per sedersi.

«Sei tornata, Natalina?» fece Sara, sapendo che era una domanda oziosa. Se era lì, voleva dire che era tornata. «Quando?»

Natalina annuì col capo.

«Stamattina» la informò Daniele, mentre riempiva il calice col vino. «Non gradisci nulla, Sara? Nemmeno una porzione di dolce?»

Daniele si interrogava sui motivi di quella irruzione. Ieri sera si erano lasciati un po’ burrascosamente e nulla era cambiato nel frattempo.

Sara scosse la testa, poi ingollò il vino in una sola sorsata. Si deterse le labbra con una salvietta presa dal tavolo. Avrebbe voluto fare un certo discorso con Daniele ma la presenza di Natalina la frenava. Riguardava sua sorella e non sapeva come l’avrebbe presa. Se i loro rapporti in apparenza erano cordiali, in realtà nel loro intimo si odiavano, si detestavano. Una vecchia ruggine di molti anni prima, quando Natalina era sempre tra i piedi.

Daniele comprese ma forse intuì più che capire, che Sara non era venuta in visita di cortesia. Le leggeva negli occhi un messaggio muto ma inequivocabile. ‘Ho necessità urgente di parlarti da solo, senza la presenza inopportuna di Natalina’.

Quel muovere gli occhi da destra a sinistra, accompagnati da un gesto del capo non sfuggirono a Natalina, che strinse le labbra e si accigliò. “Si tratta di Natalia” pensò, mentre stava rigida sulla sedia. “Da qui non mi schiodo. Se vuole parlare, lo farà in mia presenza”.

Daniele era preso tra due fuochi. Da un lato avrebbe voluto ascoltare Sara. Dall’altro non intendeva mancare di rispetto a Natalina. Doveva giocare una partita sporca per portare a casa i risultati. “Ma come?” si domandò inquieto, tornando a osservare la cucina. Il lavello con quella pila di stoviglie da lavare non faceva un grande effetto. I tegami con tracce delle cotture precedenti facevano bella mostra nello scolapiatti. Distolse lo sguardo per concentrarlo sulle due donne che si fronteggiavano mute. Gli venne d’istinto di ridere. Senza motivo.

«Cosa c’è di comico?» fece Sara indispettita.

«Nulla» rispose Daniele con lo sguardo da candido angioletto.

«Allora perché ridi?» insistette Sara, che non comprendeva lo scoppio ilare di Daniele.

Lui si fece serio. “Se non ha capito, non capirà” rifletté Daniele, che doveva togliersi dall’impaccio nel quale era finito. Doveva aprirsi con schiettezza e affrontare i problemi senza aggirarli come era sua abitudine. “Ma comprenderanno le mie parole?” si disse, riflettendo sulle prossime mosse.

[Continua]

La mia storia – niniesercizio 8

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foto personale - Dalla mostra 500 anni di Ariosto

foto personale – Dalla mostra 500 anni di Ariosto

Eccoci col consueto appuntamento con scrivere creativo, che propone una bella sfida.

Questa è l’immagine

foto-miniesercizio-8

Non so se l’ho interpretata bene ma questa è quella che ho scritto.

Aveva la testa fra le nuvole. Un giorno decise che si sarebbe buttato dalla rupe come gli amici. Fatto il sentiero che a volte aveva percorso in compagnia, si preparò per il lancio col parapendio. Uno, due e via. Che bello! Volare libero, sospinto dal vento. Passò sul ponte, osservando il luccicare dell’acqua che scorreva placida. Ancora più a valle verso un gruppo di case. Il vento stava calando e l’ansia pure. Il torrente era sempre sotto. Rischiava di finirci dentro. Quanta adrenalina in corpo.

Sentì un gomito e il rumore di una chiave.

“Forza delinquenti! Il giudice non aspetta”.