La mia storia – miniesercizio 6

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Eccomi col compitino settimanale. Scrivere una storia in 100 caratteri. Compito arduo questa volta. Una foto, due binari, un protagonista, un bimbo, un oggetto il cibo. Insomma roba da far tremare i polsi. E hanno tremato.

Dunque scrivere creativo ha proposto la solita sfida che ho raccolto.

ecco cosa ne è scaturito.

Luca era un bimbetto sveglio, molto sveglio. Aveva una passione sfrenata per i treni. Si appostava sulla collina prospiciente i binari e aspettava paziente. In una mano teneva la bottiglia di coke e nell’altra uno sfilatino al prosciutto. Osservava il pettirosso che timido cercava di rubare le briciole cadute tra l’erba. Luca pensava che da adulto sarebbe stato un grande chef. Cracco e Bastianich sarebbero spariti al suo cospetto. ‘Ma ci vuole poco’ osservò il bimbetto, addentando lo sfilatino. Sognò un rotolo di macinato di pollo e tacchino, rosolato nel forno. Un piatto semplice ma gustoso. Si svegliò. ‘Ho fame’.

 

Daniele – parte 2

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Interno Duomo - foto personale

Interno Duomo – foto personale

copertina dell'ultimo libro Racconti di Vita

copertina dell’ultimo libro
Racconti di Vita

«Non ho tempo di dirlo» strillò Natalina, mentre in sottofondo si udiva il classico avviso di imbarco immediato. «Ci sentiamo a Roma».

Daniele rimase con la cornetta in mano col laconico ‘Tuu, Tuu’ che gli ricordava che la comunicazione era stata bruscamente interrotta.

Un lampo. “Daniele sono tornata per questo!” uno schiaffo a mano aperta. “Daniele sono tornata per questo!” un pugno in pieno viso. “Daniele sono tornata per questo!” che, nella lingua di Natalina, significava “Daniele, cazzo! Stupido ragazzino viziato. Tu sai di Natalia e mi chiedi perché sono tornata?”

Daniele scosse la testa. Natalina era rimasta uguale a quella ragazzina impertinente, conosciuta tanti anni prima. La ricordava sempre attaccata alla sorella e Sara, come se fosse la loro ombra. Aveva un modo tutto suo per parlare. Daniele sorrise. “Sì. Gesticolava con le mani, che trasmettevano il suo pensiero con più chiarezza delle parole” pensò, mentre gli sovveniva un dubbio. Non le aveva confermato che sarebbe andata a prenderla all’aeroporto. Aveva perso tempo in inutili riflessioni e polemiche battute.

Tuttavia era quella frase finale ‘sono tornata per questo’ che continuava ad arrovellargli il cervello. “Ma cosa?” si ripeté un’altra volta. Proprio non ci arrivava. Doveva solo aspettare e pazientare tra non molto l’avrebbe saputo, se non l’avesse intuito prima.

Ormai era sveglissimo. Andò in cucina a prepararsi un caffè. Ci voleva dopo la brusca sveglia di Natalina. Meccanicamente riempi il filtro di caffè. Chiuse la moka e la mise sul fuoco. Ebbe un sussulto. Rise per la sua sbadataggine. Era talmente immerso nei suoi pensieri, che aveva dimenticato di riempire d’acqua il serbatoio. «Per fortuna che mi sono ricordato» esclamò, mentre procedeva al riempimento. «Sai che pessima riuscita sarebbe stata!»

Si appoggiò al tavolo nell’attesa. Un minuscolo ricordo affiorò nella sua mente. Daniele rifletté su quello che una volta Natalia si era lasciata sfuggire, nonostante l’impegno assunto con Sara. «Croce su cuore» aveva detto l’amica. «Sarà un segreto per sempre» aveva risposto Natalia e si era disegnata sul suo petto con le dita incrociate una piccola croce.

Però la promessa fatta da Natalia era stata disattesa. Lei gli aveva rivelato che Sara, dopo la partenza da Roma per Venezia aveva avuto una bella bimba. Lisa. Una bambina paffuta e ricciolona, come Daniele, con due fossette sulle guance che parevano la coppia conforme di quelle di lui.

Natalia era da sempre l’amica intima di Sara. Quell’amicizia non era stata minimamente intaccata dalla brutta fine della storia di Sara con Daniele. Quella partenza frettolosa, quel negare un’evidenza che era sotto gli occhi di tutti. Natalia aveva gestito in maniera esemplare la rottura assurda tra Daniele e Sara. Natalia aveva preso posizioni, dato giudizi, litigato, cazziato sia Daniele che Sara ma era rimasta vicina a entrambi. Solo una cosa non le aveva mai perdonato: la cattivissima gestione di Lisa. Non aveva accettato che lei si fosse rifiutata di dare alla bambina il cognome del padre, che secondo Natalia era Daniele. Su quello aveva continuato a battersi, fino allo stremo delle forze. Ma niente aveva potuto. Niente si può, se una storia finisce. Ed era finita. Secondo Sara invece no, non era terminata, perché Daniele l’avrebbe aspettata paziente. Natalia scuoteva il capo su questo punto, quando ne parlava con lei. Conosceva Daniele da una vita, prima ancora che Sara si imbattesse in lui. Natalia era un’intuitiva e, vedendo Daniele dopo la rottura, aveva percepito che lui, deluso e amareggiato, aveva chiuso il suo cuore. Una chiusura totale e definitiva. Daniele era caparbio e testardo al pari di Sara. Era stato questo anche uno dei motivi della rottura fra loro. Entrambi incapaci di fare un passo indietro. Decisi a mantenere le posizioni a costo di sfasciare tutto. Poi Natalia aveva osservato che Daniele si era ripiegato su se stesso. Chiuso a riccio, inaridito nei sentimenti. Non ci sarebbe stato più posto per Sara, quando lei era tornata dalla Germania e aveva provato a riprendere la storia, Natalia aveva compreso che la sua intuizione era giusta. Solo Sara si ostinava a pensare il contrario. Garbatamente aveva tentato di persuaderla, di non illudersi. Tutto inutile.

A Daniele venne in mente quella confessione, poi sempre negata da Natalia. E si chiese se c’era un collegamento tra la telefonata enigmatica di Natalina e il dubbio che Lisa fosse veramente sua figlia. Se così fosse, avrebbe dodici anni. Quasi una signorina o forse lo era già. Si domandò come sarebbe adesso e dove fosse. Natalia e Sara avevano eretto un vallo invalicabile come quello di Adriano nella gelida Britannia. Non avevano mai spiegato che fine avesse fatto Lisa. Sara aveva negato di avere partorito una bambina. Natalia si era trincerata dietro un mutismo, che valeva più di mille parole. Solo Daniele si era illuso di conoscere questa fantomatica figlia.

Daniele era convinto che queste tre donne, assai diverse tra loro, fossero le sue migliori amiche. “Ma sarà vero?” pensò, osservando il sereno della giornata di gennaio. Il cielo era ancora punteggiato di stelle. Le ritardatarie che tra non molto sarebbero scomparse nel rosato dell’alba.

Daniele sorseggiò il caffè, diventato freddo, preso com’era dai suoi pensieri. La sera precedente Sara aveva fatto irruzione nella su vita, dandogli del bugiardo. Secondo lei, lui doveva sapere cosa era successo a Natalia. “Ma come potevo conoscere il problema di Natalia” si disse, mettendo nel lavello la tazza sporca, “se sono settimane che non la vedo o la sento?”

Prese la moka per pulirla. Gesti meccanici, incondizionati. La giornata odierna era dedicata al relax. Rise, perché non era vero. Il sabato era dedicato alle pulizie del suo bilocale di Monte Mario. “Non credo che sarà così” pensò, andando in bagno a farsi una doccia.

Daniele prese tra le mani l’orologio: le sei e quarantacinque. Se avesse preso la macchina non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare a Fiumicino in tempo. A quell’ora il Grande Raccordo Anulare diventava il Grande Parcheggio Anulare. Tutti fermi. Tutti in fila. Sempre così tutti i giorni. Avrebbe preso il trenino a Roma Tiburtina. In quaranta minuti sarebbe arrivato. “Devo sbrigarmi” si disse, perché tra poco più di venti minuti doveva essere alla stazione. Aveva perso tempo in elucubrazioni inutili nel tentativo di risolvere un enigma su Natalia. Chiuse la mente a questi pensieri ma era ugualmente tardi. Doveva fare in fretta. Indossò un paio di jeans e un maglione e chiuse la porta alle spalle. Afferrò al volo il bus, che l’avrebbe scaricato dopo dieci minuti alla stazione. Imprecò perché gli sembrava una lumaca. Guardò in continuazione l’orologio, contando i minuti che mancavano alla partenza del trenino. Una corsa, uno sprint da centometrista. Gli pareva di essere Mennea. Con un balzo salì sul treno, mentre le porte si chiudevano alle sue spalle.

Si sedette accanto al finestrino. La carrozza era praticamente vuota. A quell’ora i romani dormivano dopo il venerdì di sballo. Solo quei pochi pendolari che assonnati andavano al lavoro in aeroporto.

Daniele calmò il respiro dopo la lunga volata per prendere il trenino. Un momento senza pensare a nulla. Tuttavia la calma durò poco.

Il viaggio per Fiumicino gli sembrò lunghissimo. I pensieri cattivi lo distruggevano. Natalina, in Italia, Natalina a Roma. Per cosa non lo sapeva, anche se lei dava per scontato che ne conosceva i motivi. Sara l’aveva insultato dandogli del bugiardo. “Ma io non so nulla di Natalia” si disse, osservando il paesaggio che scorreva veloce sotto i suoi occhi, che non vedevano. “Eppure si ostinano a pensare il contrario”. Poi quel pensiero verso la fantomatica figlia. Lisa aveva detto Natalia. “Ma sarà vero?” si disse sbuffando Daniele. “Oppure è una delle solite bufale che si inventano le donne?”

Più pensava, meno scorgeva il motivo di tanta agitazione in Natalina e Sara. “Natalia è incinta?” si disse, appoggiano il mento sul palmo della mano. “Sarebbe una non notizia. Né Natalina avrebbe compiuto quel lungo e faticoso balzo da New York a Roma. Né Sara sarebbe apparsa ieri sera così inferocita”.

La scartò subito, perché sarebbe stata il frutto di una violenza su Natalia e non gli risultava una cosa del genere.

Natalia morente?” scosse la testa Daniele. Ipotizzò che Sara non gli avrebbe dato del bugiardo, né sarebbe arrivata a casa sua ieri sconvolta. Forse era questa la chiave per decifrare i motivi dell’agitazione di Sara, della sua eccitazione e delusione, quando ieri sera aveva bussato alla sua porta. “Quale evento o causa avrebbe potuto sconvolgere Sara al punto che si è presentata alla mia porta con gli occhi sbarrati e preoccupati?”

Non ebbe il tempo di analizzare questa prospettiva dell’apparizione di Sara, perché il trenino stava rallentando per fermarsi.

Daniele si alzò dal sedile per avviarsi verso la porta. Si fermò al centro con le spalle curve, lo sguardo perso oltre un punto sulla parete. Come un ubriaco si infilò il giaccone, senza guardare, preparandosi a uscire.

Erano ormai già le otto passate quando entrò nell’area aeroportuale degli arrivi. Il solito movimento delle persone in attesa a scrutare il pannello informativo. La voce gracchiante che annunciava decolli, atterraggi e ritardi. Il volo AZ da Milano non era ancora landed. Era in ritardo. Almeno trenta minuti. Si avviò verso il punto di ristoro. Avrebbe dovuto aspettare almeno tre quarti d’ora prima di scorgere Natalina, che compariva dal corridoio degli arrivi domestici, come sono chiamati in gergo i voli nazionali.

La vetrata dava sulla pista di atterraggio. Una caligine rendeva tutto più irreale. L’ora, il luogo, la situazione. Daniele stentava a riconoscere le sue stesse mani, strette attorno alla tazzina del caffè, aspettando che il volo atterrasse.

[continua]

Daniele – parte 1

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foto personale

Il trillo del telefono lo fece sobbalzare e lo riportò alla realtà che aveva senso di esistere solo perché tempestata di ricordi. Guardò istintivamente la vecchia patacca, ereditata da Gaetano, amico fraterno del padre. Le cinque e dieci. “Chi poteva essere a quell’ora?” pensò, accendendo la luce. “Solo qualche scocciatore che ha sbagliato numero”.

«Pronto?» soffiò nella cornetta del telefono fisso, vecchio retaggio di molti anni prima.

Nessuna risposta. Pareva muto. Eppure avvertiva che dall’altra parte c’era qualcuno. Un leggero soffio, come un ansimare represso arrivava al suo orecchio.

«Pronto?» ripeté Daniele, che stava perdendo le staffe. «Chi è? Chi sei?»

Se era qualcuno che si divertiva a svegliare il suo prossimo per gioco, cascava male. Pensò Daniele. Un pensiero bizzarro questo, perché non aveva nessuna idea per la testa al riguardo. Dunque stava per riporre la cornetta sul suo supporto, quando udì una voce femminile. Non era la solita ragazzina arrapata, che molestava gli amici di papà. Il tono era da persona adulta.

«Ciao Dani» sussurrò impacciata. «Non dormivi, vero?»

Scaricò la tensione con una risata. “Alle cinque del mattino che fa un cristiano normale?” pensò Daniele, sistemandosi meglio il cuscino dietro la schiena. “Dorme di certo. A meno che…”. Scosse la testa. Non era il suo caso. Non lo era da diverso tempo. Meglio non ricordare quando, pensò contrito.

Riconobbe immediatamente la voce roca e morbida di Natalia. Natalia o meglio Natalina. Natalia o meglio sua sorella, Natalina. Due ragazze che si facevano fatica a distinguere al telefono. Però era certo, questa volta. Nessun dubbio.

«Ciao Natalina!» disse sbadigliando rumorosamente per far capire che era in braccio a Morfeo prima della sua telefonata poco opportuna. «No? Non dormivo, secondo te? Qui sono le cinque e dieci del mattino».

Udì una leggera risata, come se fosse stata soffocata con la mano. Di Natalina l’infastidiva questo humour macabro, fatto di domande cretine. Ricordò una volta che aveva fatto un capitombolo da Guinness sul ghiaccio. E lei tutta calma gli chiese “Sei caduto?” L’avrebbe strozzata, se non avesse usato quel tono vagamente ingenuo e spontaneo, che le era proverbiale.

Natalina l’ultima volta che l’aveva sentita era a New York. “Se fosse ancora lì” pensò, sistemandosi più comodo nel letto. “Sarebbe sera da lei. Ma sono passati tre mesi. Quindi chissà da dove telefona”.

«Sì. Lo so» precisò Natalina. «Sono in Italia…».

Bella scoperta!” si disse innervosito Daniele. “Dove pensa che io sia?”

«Certo che lo so. Sei in Italia» precisò Daniele, interrompendola.

«Sono a Malpensa» proseguì Natalina, ignorando il suo sarcasmo. «Sono appena atterrata da New York. Tra tre ore arrivo a Fiumicino. Mi vieni a prendermi? O devo prendere un taxi?»

Daniele rimase senza voce. Attonito e basito. “Ma che domanda mi fa?” borbottò sconcertato. “Da quando in qua, mi devo scomodare per lei?”

Non l’aveva mai fatto e non aveva intenzione di cominciare proprio stamattina. Questo fu il suo primo pensiero, che represse senza indugio. Però erano passati mesi, forse un anno abbondante dall’ultima volta che l’aveva vista. “Posso lasciarla in balia di quei buzzurri alle otto del mattino?” si disse, preparandosi mentalmente alla levataccia.

Dunque Natalina è in Italia” rifletté con un bel sorriso. “Natalina a Roma!” Senza preavviso. L’aveva contattata un paio di giorni prima senza risultati. Il telefono squillava a vuoto, prima di attaccare la solita litania della segreteria, che nessuno ascolta.

L’ultima volta che l’aveva sentita era appena sbarcata nella grande mela, a New York, alla caccia di finanziatori. Gli era sembrata felice, tranquilla, totalmente presa dall’ultimo progetto della scuola itinerante per i ninhos de rua dell’assurda Bahia. Un’utopia costosa affrontata col sano entusiasmo degli incoscienti.

«Devo trovare un milione di dollari» gli aveva confidato.

«Pfiu!» aveva esclamato Daniele. «E come pensi di trovare quella montagna di denaro?»

Natalina era rimasta per qualche secondo in silenzio prima di rispondere. «Non lo so» aveva ammesso candidamente. «Ma li devo trovare entro trenta giorni».

Adesso era Daniele basito. Aveva provato in tutte le maniere a farla recedere da quel progetto impossibile. Creare una struttura per accogliere i ninhos de rua di Bahia, farli studiare, trasformarli un uomini e donne autosufficienti. La classica mission impossibile, un’utopia, che superava i limiti dell’assurdo. Servivano fondi, sponsor e personale. Però non c’era stato nulla da fare. Un anno prima era partita per il Brasile piena di entusiasmo e con tanti sogni nel cassetto. Si erano sentiti regolarmente fino a tre mesi prima. Poi era calato il silenzio. Non sapeva se la sua raccolta fondi fosse andata a buon fine, se era tornata a Bahia oppure era rimasta a New York. Nessuno sapeva nulla, nemmeno sua sorella Natalia.

E adesso era in Italia e fra tre ore a Roma. Pronta per essere abbracciata.

«Come sei qui?» fece Daniele sorpreso dalla telefonata. «Che ci fai qui?»

Silenzio. Solo un sibilo di un respiro affannato.

«Natali’?» domandò Daniele allarmato. «Sei sola? Non tenermi sulle spine».

«Dani» fece Natalina, interrompendosi subito.

«Dimmi, Natali’» disse paziente Daniele.

Nuovi rumori di fondo, come se stesse camminando con un altoparlante che gracchiava qualcosa.

Daniele trattenne il respiro. Natalina gli avrebbe provocato di certo un infarto per il suo modo di parlare a strappi, senza mai concludere il discorso.

«Hai sentito Sara?» riprese quella voce affannata. «Hai parlato con Sara?»

Daniele rimase in silenzio. “Certo che ho parlato con Sara” pensò. “Altra domanda idiota”. Si morsicò un labbro, facendo uscire una stilla di sangue.

«Dani, hai parlato con Sara?» ripeté Natalina la domanda.

«Sì, ieri sera» rispose laconico Daniele. “Ma che te ne importa di Sara? Non l’hai mai potuta sopportare” si disse, storcendo il naso.

Quello che gli aveva detto Sara gli bruciava ancora. Non poteva dimenticare quella voce rissosa e alterata, che lo aveva accusato di non pensare a lei.

Si erano conosciuti sui banchi del liceo. Avevano fatto coppia fissa fino alla maturità. Poi Sara era partita per Venezia. Voleva fare l’architetto. Daniele era rimasto a Roma a laurearsi ingegnere. Due percorsi distinti con esiti diversi. Lui brillante laureato, lei fuoricorso con pochi esami alle spalle. Lui l’aveva aspettata per qualche anno ma alla fine aveva capito che tutto era finito. Lei aveva girato per l’Europa come una hippy senza pensare a Daniele.

Natalia era l’amica del cuore di Sara. Natalina era sua sorella, di sette anni più piccola di lei. Daniele aveva visto in lei il ruolo di sorella minore, sempre appiccicata a loro. Fin da piccola. Sembrava essere la loro coscienza. Dove c’era Natalia e Sara, c’era anche lei. Daniele aveva vista Natalina come una bimbetta buona e ubbidiente con le trecce e il vestitino sempre in ordine. Poi crescendo una ragazzina diligente e attenta. Un’adolescente senza grilli per la testa, senza bravate.

Le loro strade si erano divise. Lui all’università, lei ai primi anni del liceo. Natalia dapprima aveva seguito Sara a Venezia ma presto era ritornata a Roma. La lontananza di Natalia aveva allontanato Natalina. Qualche volta si incrociavano ma niente era come prima.

Natalina era cresciuta. Era diventata un bella ragazza dai capelli castano chiari. Era fisicamente distinta dalla sorella ma dalla voce straordinariamente uguale. Natalia aveva forme robuste, che erano esplose nel periodo veneziano. Natalina aveva conservato forme minute e snelle.

Un giorno di sei anni prima il destino mise Daniele e Natalina sulla stessa strada. Lui era in segreteria per ritirare diploma di Laurea e l’abilitazione alla libera professione. Lei si iscriveva a lettere. Ripresero a frequentarsi, a uscire insieme. Per lui era una sorella ma lei lo vedeva come un amante, che si negava.

Natalina confermò quello che era sempre stata. Un’universitaria impeccabile, brillante e straordinaria. Chiuso il ciclo della laurea quinquennale, Natalina in una sera di ottobre aveva dato appuntamento a Daniele in pizzeria. Lui pensava per festeggiare il diploma di laurea in lingue straniere. Con sua grande sorpresa gli annunciò che aveva un biglietto per il Sud America e che sarebbe partita dopo due giorni.

«Io, qui, non so cosa fare» disse Natalina, guardando con i suoi occhi blu un Daniele tramortito dalla notizia. «Vado in Sud America. Faccio un viaggio, che ha una data d’inizio ma non di fine. Voglio esplorare questo terzo mondo di cui tanto si parla. Forse lì saprò che fare!»

Al suo arrivo in Brasile Natalina gli aveva comunicato del suo progetto sui ninhos de rua. Un qualcosa di grandioso se fosse andato a buon fine ma anche pericoloso per la sua vita. Laggiù le violenze, specialmente sulle donne, erano all’ordine del giorno. A nulla valsero le sue reiterate richieste di tornare in Italia.

Qualche mese prima della partenza di Natalina, Sara ricomparve nella sua vita. Era una Sara diversa da quella che ricordava dodici anni prima. Più dura, meno incline al lato romantico della coppia. Gelosa e irascibile. Aveva provato più volte di interrompere il legame tra Daniele e Natalina. Tra le due donne si era consolidata quella sorda e muta antipatia, che aveva radici lontane. Sara vedeva in Natalina la potenziale nemica, che sarebbe stata in grado di strapparle Daniele. Poi Natalina era partita e distava un giorno di viaggio da loro. Un tragitto aereo lunghissimo e faticoso. Tuttavia l’astio era rimasto immutato. Anzi si era consolidato in odio.

Ieri sera Sara era piombata nella sua casa come un tornado. Aveva accusato Daniele di tradirla.

«Mi disprezzi» aveva urlato paonazza in volto. «Non mi ami».

Lui era rimasto allibito da tanta furia. Per lui Sara era solo un’amica in questo momento. “No di certo” aveva ragionato, tentando di calmarla, “non la considero la mia compagna”. Il filo che li aveva uniti si era spezzato dodici anni prima, quando lei era partita per Venezia. Un legame che non poteva essere riannodato come se tutti quegli anni di silenzio non fossero mai esistiti.

Prima di congedarsi Sara aveva rivelato il vero motivo di quella rumorosa irruzione.

«Hai sentito di Natalia?» aveva esploso Sara, mentre infilava la giacca per uscire.

Daniele aveva aperto la bocca ma l’aveva richiusa subito. Non sapeva nulla di Natalia, che erano settimane che non la sentiva. “Che cazzo ha combinato questa volta?” si era chiesto. “L’ultima volta era entrata in coma etilico. Ora cosa?”

«No» aveva risposto secco Daniele. «Sono settimane che non la sento».

Sara lo guardò di sbieco, lanciandogli occhiate torve.

«Sei un bugiardo!» gli aveva mollato in faccio l’insulto. «Certo che lo sai!»

Daniele aveva scosso le spalle. Sapeva che era fatica inutile contraddirla. Avrebbe potuto dire di tutto. Compreso che Natalia era diventata il nuovo presidente della Repubblica. Lui non sarebbe stato capace di scalfire le sue idee. Non aveva la minima idea di cosa avesse combinato Natalia, né era curioso di saperlo.

Rimase muto, mentre Sara continuava a tempestarlo di insulti. Oramai viaggiavano su mondi separati. Adesso era Natalina che riesumava la questione.

«Di cosa avrebbe dovuto parlare Sara?» domandò cauto Daniele. Avvertiva un senso di disagio e temeva di essere coinvolto in complicazioni gratuite e pericolose.

«Daniele, sono tornata per questo» disse Natalina, che aveva il fiato roco per la veloce camminata.

«Questo cosa?» rimbeccò Daniele sempre più stranito. Tutti parlano per indovinelli cifrati e lui deve trovare la chiave di cifratura.

-FINE PRIMA PARTE-

La mia storia – miniesercizio 5

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foto personale

foto personale

Eccomi alle prese con una foto in bianco e nero. La solo sfifa di Scrivere creativo che pungola l’immaginazione di noi pseudoscrittori.

Ecco i miei 100 caratteri spiattelati di sotto.

Nel buio luminoso, che non è alla fine oscurità totale, si muove felpato un felino. Ma non lo vedo o almeno mi sembra così. Lo sento e come lo sento. Le sue zampe si muovono silenziose sul pavimento lucido di cera. È un gatto nero con due bottoni dorati. Non li vedete? Ma diamine inforcate gli occhiali! Guardate bene l’immagine e di certo, come in un video virale, non potete non notare che due puntini dorati si muovono agili nella stanza. Una sinfonia discorde produce il nostro gatto, mentre spunta la coda dietro lo zaino. Raspa oppure sgranocchia un croccantino?

La mia storia – mini esercizio 4

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foto personale

foto personale

Anno nuovo sfida vecchia. Scrivere creativo propone questo interessante quesito. Scrivere una storia al femminile tratta da una immagine anonima. Sfida che ho raccolto.

Questa è la foto

Angela si infila nel pertugio con la carrozzina. Aggirare l’impalcatura non ci pensa. ‘Rischio di finire arrotata’. La piccola comincia a strillare. «Calma, gioia» la rabbonisce, sfoderando un bel sorriso, il migliore che possiede. Del tutto inutile. A metà del passaggio si ferma per farle una carezza. Neppure un secondo dopo si ritrova con le chiappe per terra e la carrozzina sulle gambe. Solleva lo sguardo smarrita alla ricerca di spiegazioni. Vede solo il viso di una ragazzina abbarbicata sulla capotte, che ride con le lacrime agli occhi. La piccola strilla paonazza, Angela congestionata non riesce a dire neppure ‘Deficiente!’

Buon anno!

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il mio presepe - Foto personale

il mio presepe – Foto personale

Non riuscendo a raggiungere tutti per augurare loro un 2017 felice e sereno, pubblico qui i miei auguri per tutti quelli che passeranno di qui.

Un 2017 ricco di prosperità e serenità.

Romano – una vita – parte seconda

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tramonto - foto personale

tramonto – foto personale

La prima parte la trovate qui.

Un rumore nella notte interruppe il suo flashback. La magia di quel giorno era svanita. Si guardò intorno alla ricerca della fonte senza trovarlo. Provò a ricalarsi nei ricordi.

Romano ebbe un gesto di stizza ma non c’era nulla da fare se non riprendere la lettura della lettera.

Gli occhi si posarono su un verbo. Un moto di rabbia lo colse, leggendo quel ‘odiarla’ inserito accanto a sua figlia. “Sì, Cristina è mia figlia” disse Romano irritato per il comportamento assurdo di Flora, riprendendo in mano il foglio.

Niente. Non c’erano alternative. Dovevo abbandonarla. Scelsi l’orfanotrofio delle stelline, in via dei mille. Discreto e riservato. Gestito da personale laico. Firmai tutti i documenti perché potesse essere adottata in fretta. Avevo tempo fino al ventunesimo compleanno per conoscere la sua destinazione. Poi sarebbe calato il silenzio. Tutto quello che la legava a me sarebbe stato cancellato per sempre. Il destino mi ha punito. Un male maligno mi sta portando rapidamente alla tomba. Ho ancora poche settimane di lucidità o forse anche meno poi…

Si chiama Cristina ed è nata il giorno di Natale. Se vuoi conoscerla, devi recarti presso quella struttura, che ignoro se esista ancora, entro il ventiquattro dicembre prossimo. Dovrei allungarti una chiave ma l’ho smarrita.

Addio

Flora

30 novembre.

Romano gettò la lettera sulla scrivania con rabbia. Senza quella chiave non avrebbe concluso nulla, ammesso che esistesse ancora quel orfanotrofio. Sembrava volesse prendersi gioco di lui. Una volta di più Flora lo voleva punire.

Punire di cosa?” urlò in silenzio la sua disperazione. “Perché l’ho amata?”

Quel dubbio scavava nella sua mente come un tarlo. Non era per nulla convinto della sincerità della lettera. Dopo vent’anni riemergeva attraverso un messaggero anonimo, parlando di una figlia finita in adozione come se fosse un oggetto da mandare in discarica. “È davvero morta?” si domandò. Appoggiando il mento sul palmo aperto. “Perché mi vuole torturare ancora?”

La sua razionalità lavorava a pieno regime. Faceva mente locale se esistessero ancora strutture di quel genere, tanto care agli scrittori dell’ottocento. Ricordava la famosa ‘ruota degli esposti’ ma da tempo era stata chiusa. Di certo negli anni settanta non operava. “Il brefotrofio?” pensò. “Uhm! Forse no”. Qualcosa non lo convinceva. Sembrava uno scherzo di cattivo gusto.

Accese il PC. Doveva controllare se quella struttura esisteva. Aveva molti dubbi. Fece qualche conto. Erano gli anni delle rivolte studentesche, delle occupazioni e forse qualche residuo di orfanotrofio era sopravvissuto. “Ma ne siamo sicuri?” pensò, grattandosi la guancia. La barba che stava spuntando ispida gli dava noia, prurito.

Si riscosse. Non poteva perdere tempo. Mancavano due settimane al day after e poi avrebbe ignorato il viso di sua figlia, cosa stava facendo. Non avrebbe potuto trasmetterle nulla che potesse ricordarle chi era.

Avviò il motore di ricerca. Pareva sparita. C’era solo un riferimento a Milano, il famoso orfanotrofio delle Stelline, in corso Magenta, che adesso era diventato un centro congressi. A Roma ne aveva pescati due. “Ma sono per caso gli eredi di quello di vent’anni fa, dove è finita Cristina?” si domandò, grattandosi la guancia ruvida per la peluria che stava crescendo. Si annotò gli indirizzi. Domani ci sarebbe andato di persona. Però il tarlo era ‘senza chiave, mi diranno qualcosa?’.

Aveva trovato un edificio, alla Bufalotta, ora in sfacelo, che fino al 1973 era un orfanotrofio femminile. “La lettera parla di Stelline, non di Bufalotta” si disse, scorrendo l’elenco fornito dal motore di ricerca. Quello, che cercava, doveva essere una struttura che accoglieva i neonati, visto che Cristina aveva poche settimane, forse mesi di vita. Qualcosa non tornava nella lettera. Un’indicazione palesemente sbagliata. Informazioni nebulose o quanto mai incerte. L’assenza di un qualsiasi strumento per accedere alle notizie riservate su sua figlia. Scosse la testa.

Se per caso Flora mi ha raccontato un’altra bufala?” rifletté Romano, appoggiandosi allo schienale della poltrona. “Ne sarebbe capace. Però non la capisco. Non comprendo il senso di questa lettera. Una sottile perfidia nei miei confronti. E quel misterioso messaggero chi è? Che rapporti ha con Flora?”

Rise isterico a questo pensiero. Non erano domande banali. Dentro era racchiusa tutta la sua ansia. Vivaldi era terminato da un pezzo ma non aveva nessuna voglia di inserire un nuovo CD.

A quell’epoca Flora abitava in un monolocale nella zona degli antiquari. Piccolo ma caldo. Era sera, quando lo raggiunsero. Fecero all’amore con passione tutta la notte. Romano la lasciò al mattino con la promessa di sentirsi in giornata. Iniziò così la loro storia. Era lui che andava da lei e mai il viceversa.

«Qui sono a casa mia» fece Flora un giorno per ricusare le insistenze di Romano.

«Ma la mia è anche casa tua» specificò Romano.

«No. Casa tua è tua» precisò Flora con puntiglio. «Casa mia è mia».

Lui rinunciò a controbattere. Lei era un tipetto tosto ma riservato. Non aveva mai detto di quale località fosse originaria. Solo il cognome che non diceva nulla. Gli aveva confidato che il suo sogno era diventare una brava interprete o una traduttrice.

«Mi piace girare il mondo» gli aveva confidato Flora, mentre era accoccolata su di lui dopo una maratona amorosa.

«Dove?» le aveva domandato.

«Il mondo» rise Flora con quella risata allegra, mostrando una fossetta nella guancia destra.

Per un anno andò tutto bene. Lei studiava con profitto. Lui teneva un corso nella facoltà di matematica. Poi qualcosa si incrinò. “Cosa?” si domandò Romano, preso nel vortice dei ricordi. “Una sera mi disse che non mi voleva a a casa sua. Così senza spiegazioni. Pensai che avesse trovato un altro più giovane di me”.

Romano scosse la testa, ricordando quella volta. Non era da lui fare scenate di gelosia. Quindi non replicò. Per una settimana non si fece vedere, né sentire. Sembrava volatilizzata. L’andò a cercare in facoltà ma nessuno era in grado di dirgli dove fosse finita. Continuò le ricerche senza arrivare al nulla. Le compagne di corso alzavano le spalle e ridacchiavano dietro, quando se ne andava. Decise di dimenticarla ma inutilmente. Era sempre presente davanti agli occhi.

Passò l’estate e arrivò l’inverno. Romano aveva cominciato a non pensare più a lei. Era assorbito dalle lezioni all’università, dagli esami. Insomma Di lei solo un bel ricordo.

Era il 20 dicembre e il giorno dopo sarebbero iniziate le vacanze di Natale. Era fermo alla buvette dell’università, quando incrociò un collega, che conosceva di vista.

«Ciao, Romano» lo apostrofò Alberto. «Hai sentito?»

«Cosa?» fece Romano, guardandolo negli occhi.

Alberto sorrise, appoggiando la tazzina del caffè sul bancone.

«Ieri è successo un casino» proseguì, prendendo una sigaretta dalla tasca. «Una ragazza del secondo anno di slavistica per poco non partoriva in aula»,

Romano sbiancò. Per una curiosa associazione di idee pensò a Flora e alla sua sparizione misteriosa.

«Ma no!» esclamò poco convinto Romano. «Ci credo che sia scoppiato un casino. Ma come è finita?»

«È arrivato il 118 per portarla in ospedale» concluse Alberto, salutandolo per uscire a fumarsi la sigaretta.

Romano intrecciò le mani dietro la nuca. Ricordò bene quei giorni. Fece il giro di tutti gli ospedali, finché non scovò Flora al Bambin Gesù. Il resto lo sapeva. Guardò l’ora erano quasi le sette.

«Papi, papi» lo riscosse una vocina. «Ero preoccupata perché parlavi nel sonno. Flora, Cristina. Chi sono?»

Buon Natale

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Il mio albero - foto personale

Il mio albero – foto personale

Auguro a tutti i viandanti che passano di qui che possano trascorrere un sereno e felice Natale, A chi passa e lascia un traccia di sé, A chi passa silenzioso.

Non sono presente per un cumulo di motivi ma vi ricordo tutti. Spero che presto possa tornare a visitarvi e a leggervi.

Felice e sereno Natale.

dal web

dal web

La mia storia – miniesercizio 3

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Ragazza dal ciuffo - disegno di Veronica

Ragazza dal ciuffo – disegno di Veronica

Nuova settimana e nuova sfida di scrivere creativo. Questa volta dobbiamo indovinare cosa fa Jane, la ragazza con le braccia alzate. Ecco cosa vedo, immaginazione permettendo.

Jane si guarda intorno. Ha sentito cadere qualcosa dal cielo.

“Oh! Mio Dio! Proprio a me?” sospira ad alta voce.

Fred, che la segue, sghignazza divertito. “Non lo sa che sei fortunata?”

Jane si volta inviperita. “Di che fortuna vai cianciando, stupida creatura?”

Ora tutti sono intorno a Jane. La guardano. Alcuni sorridono. Altri ridono a crepapelle.

Jane allarga le braccia verso il cielo. ‘No, non è possibile’ si dice con l’occhio umido pronto a una crisi isterica. ‘Ma come si può?’

Gli altri riprendono il corteo, mentre Fred ripete. “Sei fortunata, Jane”.

“Sarò fortunata” biascica arrabbiata. “Ma sono scagazzata!”

Romano – una vita – parte prima

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un calendario dell'avvento artigianale - foto personale

un calendario dell’avvento artigianale – foto personale

Romano andò a letto.

Mezz’ora dopo era ancora lì, a occhi aperti… no, non aperti, di più… sbarrati!

E come avrebbe potuto dormire, o anche soltanto assopirsi? Come avrebbe potuto rallentare il battito del suo cuore? In che modo avrebbe potuto cercare di placare il tremito che sentiva nelle vene, nelle arterie, il furore contro il destino che si era accanito in quella maniera incomprensibile verso il sangue del suo sangue?

Perché era Cristina! Finalmente Flora se l’era fatta uscire di bocca la verità, dopo quella bugia detta nella nursery in ospedale! Ma quella bugia… perché? Perché? Perché? La domanda continuava a ballonzolare nella sua testa.

Romano diede un’occhiata alla sveglia: segnava zero e ventiquattro. Si alzò dal letto. Inutile stare lì, meglio alzarsi, tanto non sarebbe riuscito a dormire. Se ne rendeva conto perfettamente.

Infilò una maglietta sopra gli slip che portava normalmente a letto. Estate e inverno dormiva solo con i boxer. Un abitudine contratta da quando aveva sei anni. Nemmeno Flora era riuscito a convincerlo a mettere il pigiama.

Faceva freddo. Il riscaldamento era spento. Non pensò di riattivarlo. Prese la felpa e i pantaloni della tuta dalla sedia per indossarli. Nei piedi nulla. Quelli erano abituati a stare senza nulla. “Ho i piedi sempre caldi” si disse, mentre finiva di vestirsi.

In cucina ignorò la caffettiera da tre, già pronta sul fornello per la mattina. Romano prese dal pensile quella da sei, che teneva per quando aveva ospiti. Sapeva che sarebbe stata una notte lunga. Molto lunga. Dopo averla preparata, la mise sul fuoco. Nell’attesa che l’aroma del caffè inondasse le sue narici andò in mansarda per accendere lo stereo.

Doveva stemperare l’inquietudine che aveva in corpo. Nell’alloggiamento accanto all’apparecchio passò in rassegna la sua collezione di CD di musica classica. Con un dito scorreva i dorsi con i nomi dei musicisti, ne estraeva uno per leggere cosa conteneva per poi riporlo nella stessa posizione. Era meticoloso e pignolo. Bach, Beethoven, Händel, Haydn, Mozart, Schubert, Schumann, Vivaldi. Tutti ordinati in ordine alfabetico per facilitare le ricerche.

Cercava un CD che avrebbe potuto aiutarlo a concentrarsi sui dilemmi che lo stavano attanagliando. Scosse la testa, mentre sentiva borbottare la moka. Doveva andare a spegnere il gas, prima di creare casini e rovinare caffè e Bialetti. Cosa ascoltare ci avrebbe pensato dopo esserselo versato. Scelta una tazza grande, di quelle da tè, la riempì fino all’orlo, zuccherandola pochissimo. Tornò in mansarda per sedersi davanti alla scrivania. L’impianto stereo era alle sue spalle. Sorseggiò il caffè. Era troppo caldo. Continuò la scansione dei titoli. “Schubert?” si disse, aggrottando la fronte. “No. Qualcosa di più morbido. Händel?” Pensò il concerto grosso. Quello londinese con strumenti originale. Un musicista straordinario per Romano, che adorava la musica barocca. “Ma forse non è adatto al momento” pensò, riponendo la custodia nello spazio rimasto vuoto. Passò oltre, fermandosi su Vivaldi. “Concerti per violino? O le quattro stagioni con molti stromenti?” Diede un’altra sorsata dalla tazza, prima di scegliere tra le due custodie.

Decise per un qualcosa di pacato, di tranquillo, qualcosa che avrebbe potuto calmare la sua agitazione, la sua frenesia. “’Le humane passioni’ vanno bene. Proprio quello che sto passando ora” fece sorseggiando il caffè che era intiepidito. “Sono cinque concerti per violino. Il solista è Giuliano Carmignola. Un eccellente violinista”. Inserì il cd nel cassettino e premette il tasto PLAY. Dale prime note del violino si acquietarono un poco i nervi.

Si accoccolò sulla sua amata poltrona, senza accendere il computer.

Finì di bere il caffè. Cominciò a ragionare da persona razionale come si considerava. Prese un blocco di carta riciclata per appuntare qualche nota. Cominciò a scrivere.

Uno: Cristina è davvero mia figlia. Due: Flora, dopo vent’anni che non ci vedevamo, ha mandato qualcuno con l’incarico di comunicarmi la sua morte e consegnarmi una lettera. Tre: l’ha fatto per necessità, quindi non mi devo fare pippe mentali sui motivi del suo silenzio e comportamento. Quattro: la lettera dice una cosa che mi ha lasciato di sasso. Cristina è stata abbandonata in orfanotrofio. Tra quindici giorni scade il termine per poterla riconoscere. Cinque: la vorrei riabbracciare, anche se so che è stata adottata da quando aveva sei mesi. Sei: ce la farò?

Il violino continuava in sottofondo a diffondere le note di Vivaldi. Romano non l’ascoltava ma gli serviva per raccogliere le idee.

Rilesse il blocco e la lettera. Questa conteneva una verità lapalissiana. In realtà non sapeva ancora nulla, cosa avrebbe dovuto oppure potuto fare. Flora nella sua disperazione prima di morire non era stata affatto chiara, se la situazione era davvero senza speranza oppure no.

Intanto il tema del CD era rimasto tranquillo, pacato, rilassante, quasi coinvolgente. Si fermò un attimo ad ascoltare prima di riprendere le riflessioni.

Rilesse la lettera e gli venne un moto di rabbia. Nemmeno in punto di morte aveva avuto un ripensamento verso di lui.

Quando leggerai questa lettera, io non ci sarò più. Sarò sepolta in un cimitero di campagna, che non ti rivelo. Chi ti porterà notizia e lettera, ha fatto voto di silenzio e so che lo manterrà

Quando ti ho lasciato, ero incinta ma questo lo sai anche tu. In ospedale ho negato che Cristina fosse nostra figlia e ti ho allontanato da me. Non intendevo rivederti mai più. Ho sofferto troppo la tua vicinanza. Ti odiavo perché mi avevi messo incinta.

All’inizio volevo tenere Cristina ma poi… Era troppo te. Quando si attaccava al seno mi sembrava di vedere la tua bocca che mi succhiava i capezzoli. Era troppo uguale. Stessi capelli castano chiari. Stesso taglio degli occhi obliqui, Stessa forma della bocca con labbra sottili e appena accennate. Ma quelle due fossette mi ricordavano te. Avrei finita per odiarla.

Romano fece un sorriso amaro. Adesso i capelli erano bianchi. Il corpo di cinquantacinquenne era appesantito da un pizzico di pancetta. Gli occhi e le fossette, no quelli erano rimasti uguali.

Non capiva quell’odio, quel rancore. Eppure le aveva chiesto di sposarla.

«No!» gli aveva urlato in faccia con rabbia. «Niente nozze riparatrici. Dovevi pensarci prima».

Romano fu travolto dai ricordi. Accantonò la lettura.

Il giorno dopo il suo primo incontro con Flora pareva tutto ritornato alla normalità. Gli scontri tra gli studenti e la polizia si era conclusi con una grande retata. Erano rimaste solo le tracce del selciato parzialmente divelto e le carcasse di auto bruciate. Per il resto c’erano più poliziotti che studenti, che frettolosi entravano nella facoltà di Matematica. Romano entrò in Istituto e si avviò direttamente verso il suo studio per prendere alcuni testi per la prossima lezione. Aveva però l’impressione che sarebbe stata rinviata a data da destinarsi.

«Ciao Romano!» echeggiò nel corridoio dietro di lui una voce, che conosceva bene.

Si voltò e vide Giuseppe, un suo collega e carissimo amico.

«Oh, Giuse’, come va, che fai?» rispose Romano, dandogli una pacca sulla spalla.

«Niente oggi» rispose Giuseppe, prendendolo sotto braccio. «Lezioni sospese fino a nuovo ordine. Siamo in vacanza forzata!»

Romano fece una faccia strana come di sorpresa. In effetti lo immaginava. Troppa tensione per riprendere la normale attività didattica.

«Vado di fretta, Giuse’» disse Romano, sottraendosi alla stretta dell’amico.

«Vabbe’ Romano, se vedemo dopo da Toio?» strinse l’occhio Giuseppe.

«Sì, po’ esse… anzi no» fece Romano, pensando a Flora. «Devo vede’ se riesco a trova’ ‘na ragazza, una de’ lettere».

«Una?» lo rimproverò Giuseppe, stringendo gli occhi e aggrottando la fronte. «A Roma’, ecché fai… abbandoni l’amichi? Non presenti le nuove amiche?»

«Nooo» esclamò facendo un viso contrito. «L’ho conosciuta ieri… nun zò… boh… me piace… ma io je piacerò? Vabbe’, po’ esse che vengo co’ lei… Ciao Giuse’!»

Romano si sfilò dall’amico per chiudersi nel suo ufficio, per non dare troppe spiegazioni. Si diede del somaro per essersi lasciato sfuggire quella frase.

Rimase una buona mezz’ora, fingendo di cercare i due libri, che sapeva perfettamente dove erano nel caso che quel impiccione del suo amico avesse messo dentro la testa.

Uscì dall’istituto e si avviò verso la facoltà di lettere.

“Dunque… letteratura slava, aveva detto…” ricapitolò le informazioni. “Sì, sì, russo, polacco, ceco… cazzo ma ‘ndo trovo ‘sta slavistica?”

Fatto quattro gradini si trovò in atrio deserto.

«Scusi, il dipartimento di slavistica dov’è?» fece Romano, avvicinandosi a una bidella, che stava pulendo il pavimento.

«Al primo piano, le scale di là» indicò a sinistra la bidella col braccio teso.

Romano salì i gradini e la vide di spalle in fondo al corridoio.

«Flora!» gridò da venti metri di distanza.

Lei si voltò col suo splendido sorriso che le illuminò il volto.

«Romano!» disse, avviandosi di corsa a piccoli passi verso di lui.

Si abbracciarono, mentre lui cercò le sue labbra.

Lei non si ritrasse.

A Romano sembrò che in quel momento l’intero universo si fosse fermato, meno il suo cuore, che batteva a trecento al minuto. Sperò che il bacio non finisse mai ma dovette riprendere fiato.

«Flora!» disse, guardandola negli occhi.

«Romano!» fece lei con una sguardo che parlava più di mille parole. Luccicava per la felicità.

«Andiamo!» la esortò, trascinandola per un braccio.

«Sì, aspetta… un attimo!» oppose resistenza la ragazza. «Ciao Chiara, Vado. Poi ti chiamo»

Flora fece un cenno di saluto all’amica, che la guardò con gli occhi basiti. Si chiese chi era quell’uomo di certo più vecchio di loro. Aveva l’aria di uno che ci sapeva fare con le donne. Loro giocavano a esserlo con i loro vent’anni.

«Dai Romano. Andiamo!» disse Flora, facendosi abbracciare da lui.

Romano pensò che di certo avrebbe evitato Toio, dove avrebbe trovato Giuseppe. L’altro locale era Marco. Anche qui c’era il rischio di incrociare qualche rompiscatole.

«Andiamo, dove siamo stati ieri?» domandò Flora, che ricordava quel locale nella zona universitaria, dove Romano le aveva accompagnate.

«Ok. Va bene!» concordò Romano, fingendo di essere contento.

Dopo dieci minuti erano nel locale di Marco, il quale, appena li vide entrare, apostrofò Romano.

«Oh, Roma’, ciao! Me presenti ‘sta bella signorina, eh?, visto che ieri sete scappati manco foste evasi da Rebbibbia?»

«Uh, Marcoli’, me dispiace, manco t’ho pagato» borbottò Romano col viso contrito. «Flora, Marco».

«Piacere!» fece allegra la ragazza, allungando la mano.

«Er piacere è mio, Signori’» e le strinse con calore la mano.

«Embe’?» disse, volgendosi verso Romano. «Ieri nun hai pagato? Che c’è probblema? Tanto c’ho so’… si nun è oggi, sarà domani, Roma’, de te me fido. Che volete oggi?»

«Come ieri, Marcoli’, come ieri» rispose Romano e, visto che era libero lo stesso tavolo del giorno prima, si accomodarono lì.

«Questo sarà il nostro tavolo!» fece Flora, sedendosi.

«Ah, perché, hai intenzione di venire sempre qui?» la guardò sorpreso Romano.

«Beh, se va a te» sorrise, prendendogli la mano.

«A me? Con te verrei dappertutto!» esclamò Romano con gli occhi che brillavano per la felicità. Non avrebbe mai immaginato di averla conquistata in solo due incontri.

«Non correre, Romano» fece Flora, ammiccando. «Vola basso. Ci conosciamo da poco».

«Dici?» disse Romano, mostrando le sue fossette. «A me sembra di conoscerti da una vita, Flora. Me lo fai un altro sorriso? Quelli dei tuoi».

«Che ha di speciale?» domandò Flora con lo sguardo stupito.

«Mi piaci quando sorridi» fece Romano. «Mi sembra di annegarvi dentro».

Flora sorrise con un leggero rossore sulle guance. Era la prima volta che un uomo le chiedeva di sorridere. Ripensò ai coetanei solo pronti a sbavare, toccare, senza mai un complimento gentile.

Arrivò Marco, con i soliti stuzzichini, le patatine, naturalmente, e le birre.

Iniziarono a parlare fitto, quasi sottovoce, raccontandosi le loro vite, i progetti per il futuro ma Romano più che ascoltare Flora, continuava a guardarla, beandosi dei suoi sorrisi.

Finito di mangiare e bere, si alzarono.

«Marcoli’, grazie de tutto, me fai er conto?» disse Romano, alla cassa. «Oh, pure quello de ieri, eh?»

«No, quello de ieri considera che sia omaggio. Te l’ho offerto io» rispose Marco, battendo lo scontrino. «Oggi so’ cinquemila, Roma’».

«No, Marco, no» fece Romano, scuotendo la testa.

«Di’, voj litiga’?» disse Marco quasi offeso. «Ieri ho offerto io».

«Vabbe’, vabbe» concluse Romano, pagando la sola consumazione odierna. «Basta che nun t’encazzi!»

«Ebbravo, o vedi che quanno voj sai puro esse intelligente?» salutò Marco, incassando il biglietto da cinquemila lire. «Va’, va’, annatevene regazzi’, che c’ho da fa’»

Romano e Flora, appena usciti dalla porta del locale, non resistettero. Si abbracciarono stretti, mentre lei cercò le sue labbra.

Fu un limone coi fiocchi. Lingue che si cercavano, saliva che si mescolava. Era quello bello. Quello de core, de panza, de tutto. Quello che aveva gli ingredienti giusti al posto giusto, esattamente dove devono essere. Quello che si faceva in due e ci si trovava in due. Le labbra, le lingue, le salive e i corpi diventarono un unicum di curiosità e desiderio, di grazia e sostanza, di poesia e carne ma lasciava presagire orizzonti di piacere a breve termine. E fece venire voglia di continuare.

Sembrò durare un’eternità.

«Flora».

«Romano?».

Un scambio di sguardi mise fine a quel botta e risposta.

«Andiamo?» disse Flora, prendendolo per mano con il suo sorriso che toglieva il fiato. «Vieni da me?»

«Sì» rispose Romano, mentre si incamminarono.