la Kitsune – parte ventunesima

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eccoci con la nuova puntata della storia di Pietro ed Elisa. Le precedenti le trovate qui

Kitsune

Pietro, sistemato sulle gambe il PC, lo accese, mentre Elisa si accoccolava sotto le braccia.

«Chissà se la internet key funziona ancora».

«E perché no?» replicò la ragazza sicura.

Pietro sorrise sornione, adesso il problema era se c’era campo dando per scontato che funzionasse tutto.

«Vediamo… Mentre il baraccone parte, facciamo qualche ciacola. Pensi di trovare qualcosa d’interessante nascosto dentro? Per i documenti si fa presto. È un gioco da ragazzi. Ma navigare su internet è come mollare gli ormeggi sull’oceano senza conoscere la direzione da prendere».

«Non ti preoccupare. È facilissimo» replicò Elisa.

Pietro sorrise facendo scivolare la mano sul suo corpo, che rispose subito alla sollecitazione inarcandosi. “Il computer può attendere” pensò, mentre la baciava sull’incavo del collo, sapendo che Elisa conosceva tutti i segreti di Amanda.

Lanciato il browser, si collegò a qualche sito conosciuto per verificare l’internet key.

«Dove navigo?» disse dopo la verifica.

«Scrivi www.splinder.com. Amanda tiene lì il suo blog».

«Allora conosci userid e password».

«Certamente. Amantea e rosacrociata».

Dal blog di Amantea

14 Luglio: una data magica. Sì, il 14 luglio è una data magica per me. Troppi ricordi felici sono associati a questo giorno! È il giorno della presa della Bastiglia con la cacciata del re tiranno da parte del popolo. Quel giorno, era 14 luglio 1789, è stata presa la fortezza prigione, simbolo dell’oppressione, della monarchia assolutista. “Liberté, Egalité, Fraternité” era il grido che risuonava per Parigi, scossa dai tumulti. Lo so che quell’insignificante episodio non aveva contato nulla allora, ma ora ha assunto un aspetto profetico non solo per i francesi, ma anche per me.

Questi ricordi affiorano nella mia mente come piccoli frammenti di un disegno distrutto, che lentamente si va ricomponendo.

Il 14 luglio 1995 l’ho visto per la prima volta e ho tremato non per il terrore, ma per una sensazione che non sono riuscita a comprendere immediatamente. Ho finto di non notarlo, mentre passavo nel piazzale dove lui era fermo con il suo fuoristrada. Mi sono domandata chi era quel forestiero, alto, biondo con due braccia che sembravano due tronchi d’albero. Avrei voluto fermarmi a osservarlo meglio, ma non potevo, dovevo darmi un contegno per non alimentare ulteriori chiacchiere tra questi malevoli compaesani, pronti solo a parlare male di me.

«La fèmine del speziâr, sai quella dai pelocs ros. Po sì, proprio jê a jè!1 Quella che dice a malapena “ciao”, “Buongiorno” o “Buonasera”. Ha la puzza sotto il naso, perché è la moglie del farmacista! Fino a ieri viveva nella merda e non aveva i soldi per comprarsi uno straccio di vestito, ora si atteggia a gran signora, non cagando nessuno».

Questa era la chiacchiera più benevole, ma chissà a cosa pensavano, quando prendevo il pullman per Pordenone alla mattina presto per tornare nel tardo pomeriggio! Io non ho mai voluto prendere la patente. Guidare mi ha sempre terrorizzato e ho usato i mezzi pubblici per spostarmi.

Se mi fossi fermata a guardare per bene quel forestiero, avrebbero detto sicuramente: «Pensa già di mettere la cuarnadure a sô marît2». Come se io fossi una poco di buono pronta ad alzare la gonna davanti a ogni uomo!

Guido mi bastava e avanzava per pensare di stare con qualcun altro! Ci sarebbe mancato solo quello per aumentare i pettegolezzi dei compaesani. Loro non hanno mai perdonato che io, figlia di Germano e Gina, due spiantati sempre pronti a elemosinare qualsiasi cosa, abbia sposato Guido, il farmacista. Lui è ricco, possiede mezzo paese e non so quanti ettari di campagna, ha un conto a otto, nove cifre in banca. Tutti a pensare che l’ho fatto per danaro! Solo io so che non è vero!

Dei suoi soldi non me ne importa nulla, anche se non me ne ha fatto mai mancare, alimentando con un fisso il mio conto. Però ne ho usato pochi, gran parte li ho girati ai miei. Loro sembravano una voragine senza fine che inghiotte tutto e non restituisce mai nulla. Poi cosa me ne sarei fatta? Per dei vestiti da mettere in mostra? In quale occasione? Non lo so! A parte i rari avvenimenti mondani, ai quali partecipavo con Guido, al massimo andavo a Pordenone in corriera! Non mi sembra una grande metropoli per esibire abiti griffati!

Altri malignavano che mi aveva comprata, ma io fingevo di non sentire, anche se mi faceva male. Sì, questa non è una malignità, purtroppo, ma la colpa è di mia madre.

Casarsa è cresciuta, è diventata un grosso paese, ma la mentalità è rimasta quella di cinquant’anni prima. Campagnola e maliziosa, maschilista e pettegola.

Ormai pochi si sono spaccati la schiena nei campi, perché molti sono finiti nelle industrie dei dintorni. Un tempo lavoravano tutti per la Zanussi, ma poi il lavoro è diminuito e molti giovani sono andati a stare in città e tornavano solo per salutare i propri vecchi.

Però quel giorno ho percepito che qualcosa sarebbe cambiato, se lui avesse deciso di fermarsi in paese.

Cosa veniva a fare quell’uomo in un paese dove tutti fuggivano?

Me lo sono sempre chiesta e non ho mai avuto il coraggio di chiederlo.

So solo che l’uomo che l’ha chiamato per nome ha una falegnameria industriale nei paraggi.

Klaus, questo è il suo nome, conosce il legno come le sue tasche e faceva il boscaiolo prima di scendere a valle.

Quando sono arrivata a casa avevo il fuoco di San Antonio dentro di me. Avrei voluto conoscerlo, parlarci, ma non potevo. Dovevo comportarmi da irreprensibile moglie. La visione di quel giorno mi accompagnava di notte. Però erano solo fantasie erotiche.

Poi per lunghe settimane non l’ho più visto pensando che fosse fuggito dopo avere conosciuto meglio Casarsa.

Che brutto colpo sarebbe stato per me se fosse successo!

Invece è capitato l’incredibile la sera di San Lorenzo nel ristorante da Tiziano: ho potuto conoscerlo. Ho creduto di morire perché da vicino era più imponente e interessante. Ha superato la mia immaginazione, quando lo sognavo durante i rapporti con Guido.

Klaus è un uomo di poche parole, anche se intelligente e colto. Questo mi ha stupito alquanto, perché non lo avrei mai creduto. Quella sera ha usato sì e no venti vocaboli, ma mi ha colpito con quale proprietà li ha detti.

Avrei voluto chiedergli di tutto, subissarlo di domande, ma non ho potuto, ho dovuto trattenermi. Ho dovuto fingere di essere una moglie fedele, che non si intromette nei discorsi da uomini. Ero l’unica donna e non ho voluto creare problemi.

Dentro di me quel fuoco, che aveva bruciato impetuoso il 14 luglio e sembrava quasi spento, ha ripreso vigore, divorando anima e corpo..

Postata da Amantea il 14 luglio 2000 – commenti (0)

«Non ci sono molti commenti» ironizzò Pietro, vedendo lo zero di fianco. «Dimmi, come fai a conoscere tutti questi segreti?»

«Nemmeno sotto tortura te li rivelo» rispose Elisa ridendo. «Un giorno ti spiegherò tutto. Per il momento li custodisco dentro di me. Abbi fiducia. Te lo prometto».

«Va bene, Anzi non va bene niente. Questi misteri mi mettono di cattivo umore” replicò asciutto, socchiudendo gli occhi che mostravano irritazione.

«Mi dispiace, ma non mi sento pronta a parlarne. Però ti prometto che prima di partire, ti spiego tutto. E vedrai che alla fine non sono dei misteri così appassionanti».

1È la donna del farmacista, quella dai capelli rossi. Ma sì, proprio lei.

2Pensa già a mettere le corna a suo marito.

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La kitsune – parte ventesima

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Una nuova puntata arricchisce la storia. Per chi ne avesse perso qualcuna la può recuperare qua.

L’abete – foto personale

Quando il buio cominciò a coprire oggetti, alberi e piante, rientrarono chiudendo con cura finestre e porte. Nessuno sarebbe potuto entrare nella loro fortezza, che Elisa percepì essere inviolabile, mentre fuori si agitavano il vento, il bosco, gli animali, che ululavano incapaci raggiungerli. L’essere più inquietante era una volpe che si aggirava attorno alla ricerca di un punto debole. Si muoveva silenziosa cercando di passare inosservata.

Però Elisa si sentiva al sicuro perché poteva contare su una doppia protezione: Pietro con l’amore sbocciato nella notte e la baita sigillata nelle porte e nelle finestre. Con questo stato d’animo cominciò a chiacchierare, mentre si tenevano per mano.

Con abilità evitò di parlare di Klaus, di Amanda, del bosco e di tutto quello che ruotava intorno a questo. Discussero di loro, di cosa facevano, di libri, di musica e dei loro mondi passati e presenti. Scoprirono passioni comuni e disaccordi inaspettati in modo naturale come due innamorati che mostravano e rivelavano i lati nascosti del loro carattere.

Il tempo volò senza che se ne accorgessero. La lancetta dell’orologio sulla parete era ferma sulle dieci mentre fuori era buio pesto, perché le nuvole basse avevano coperto la luna. Il loro cielo era sempre luminoso come di giorno, senza che alcuna copertura lo offuscasse. Lo stimolo della fame fece di nuovo capolino nelle loro menti per segnalare che era giunto il momento d’interrompere le chiacchiere.

Come la sera precedente si immersero nella vasca, percependo crescere l’eccitazione per la nuova notte che si apprestavano a trascorrere insieme. Era un modo piacevole e stimolante per scoprire nuove sensazioni nello stare insieme e per ridestare la sessualità addormentata per troppo tempo.

Pietro non aveva mai immaginato in quale maniera sarebbe cambiata la sua visione della vita. Appena ventiquattro ore prima non aveva percepito l’esigenza di avere vicino una donna, ma adesso non ne poteva fare a meno. Sentiva degli stimoli sconosciuti, che desiderava esauditi, ignorandone la loro esistenza. La sua percezione del mondo femminile era mutata. Se prima le riteneva non credibili, subdole, adesso non aveva importanza se Elisa gli nascondeva dei segreti. Stava bene con lei.

Che rilevanza ha se Elisa era Amanda o viceversa? Sarà vera questa ipotesi o è solo il frutto della mia immaginazione? Però ci sono differenze tra le due donne e non da poco. A parte l’età lei era vergine ieri sera! È inutile cercare di risolvere il quesito. Sarà il tempo che farà giustizia di tutte le perplessità”.

Portati in camera due vassoi col pane ancora fragrante, un pezzo di formaggio di montagna stagionato, fette di speck e la bottiglia di vino rosso, si sistemarono nel letto con il PC.

«Hai eretto un muro tra noi» commentò imbronciata Elisa, osservando il computer che stava tra loro.

«Lo elimino subito» replicò ridente Pietro, deponendolo sul tavolino.

La ragazza voleva ritardare l’apertura del computer perché sapeva che c’era il blog di Amanda, conosciuta sul web col nick di Amantea. Adesso aveva voglia di fare all’amore, di possedere Pietro, di abbandonarsi tra le sue braccia.

Questa notte non voleva addormentarsi nemmeno per un secondo. Non desiderava altri scherzi come quello della nottata precedente.

Mangiarono con lentezza come per assaporare meglio il cibo senza fretta. Avevano perso la cognizione temporale, proiettati in una dimensione spazio-tempo dove il tempo si era fermato e lo spazio era dilatato all’infinito. Era un modo per centellinare sapori e sensazioni. Era una sorta di petting gastronomico per stimolare i sensi che erano già di per sé eccitati dagli odori dei corpi che emanavano.

Accantonati i resti della cena, Elisa cominciò a baciare Pietro che sembrò restare passivo senza reazioni, come se volesse scaldare ancor di più le emozioni che erano già intense. Poi cominciò a ricambiare con grande passione, diventando sempre più attivo. Non c’era la necessità di parlare. I gesti lo facevano per loro e comunicavano i desideri senza equivoci o fraintendimenti.

Fecero all’amore in silenzio, rotto dai sospiri e battiti dei loro cuori. Rifiatarono senza addormentarsi. Sembravano posseduti dal sacro furore dell’amore tanto intensa era la passione che trasmettevano l’uno verso l’altra. Elisa si sentiva protetta, perché nessuna minaccia avrebbe potuto incuterle paura. I loro corpi nudi, appena coperti dalle lenzuola, emanavano un odore di muschio che la eccitarono. Pareva che volessero recuperare gli anni perduti, ma in realtà erano attratti l’un l’altro.

«Non ho sonno. Ora possiamo mettere tra noi il PC!»

«Lo appoggio sulle mie gambe. Non ci dovrà dividere».

E risero allegri.

La kitsune – parte dicianovesima

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Elisa e Pietro cominciano la loro avventura nella baita. Per le altre puntate leggete qui.

Colpo d’occhio – foto personale

Buona lettura

Elisa era rimasta senza parole, incapace di parlare. Non osava pensare per il timore che Pietro le potesse leggere la mente. Ricordava nettamente quando aveva visto Klaus e l’effetto prodotto su di lei quella volta.

Aveva ascoltato con piacere i pensieri di quell’uomo forte e deciso che l’aveva spogliata con lo sguardo. Non li aveva mai rivelati, finché una mano femminile ignota non li aveva trascritti. Pietro li stava leggendo per lei ma Elisa si pose la domanda su chi aveva trovato il diario di Amanda e gli appunti di Klaus per ricopiarli in bella grafia su questi fogli, comparsi durante la notte. La sera precedente non c’erano né PC né fogli, perché li avrebbe notati quando aveva perlustrato la stanza. Aveva avvertito presenze oscure ed era andata alla loro ricerca senza esito. Dunque un ‘ignota persona aveva aspettato che cadesse sotto i colpi del sonno e della stanchezza per farli comparire. Elisa ricordò di aver fatto di tutto per rimanere sveglia, ma l’appagamento era stato talmente elevato che le difese erano andate in frantumi. Adesso sorgeva in lei la curiosità di conoscere il resto della storia.

Pietro, in attesa che Elisa parlasse, prima di riprendere la lettura, le chiese con un velo di ironia: «Sei già stanca?»

«No. Sto aspettando che tu prosegua. Mi sembrano interessanti».

«Amanda sembra la tua gemella. Non convieni?»

«Davvero?» replicò spalancando gli occhi come se fosse sorpresa.

«Chissà quante donne hanno capelli rosso fuoco e occhi blu! Non credo di essere l’unica. Poi io a quell’epoca ero una bambina!» si difese sapendo di mentire.

«Già! Non ci avevo pensato. Però» replicò Pietro fingendo di accettare la sua affermazione.

«Cosa però?» replicò Elisa staccandosi da lui. «A cosa stai pensando? Stanotte eri latte e miele, ora sei come un cane da caccia che ha annusato la preda e la incalza per stanarla»,

«Siamo in un bosco, Il paragone calza» affermò con un bel sorriso sulle labbra, afferrandola per baciarla.

«Lasciami!» replicò stizzita «Giuda!»

Pietro la tenne stretta senza lasciarla libera, mentre cercava di divincolarsi. Elisa, sentendo quella stretta forte ma sincera, oppose una resistenza che aveva l’aspetto di una recita dai toni deboli per sciogliersi nell’abbraccio.

«Sono stata sciocca pensando d’ingannarti. È vero. Amanda mi assomiglia. Sembriamo due gocce d’acqua. Però io non posso essere lei, né lei me. Ci sono troppe incongruenze temporali e geografiche. A Casarsa, o come diavolo si chiama quel posto, non so dove sia. In quegli anni vivevo a Venezia. Non potevo essere contemporaneamente in due località distinte. Inoltre con Amanda ci sono molti anni di differenza. Nel 1995 avevo solo undici anni e non potevo essere già sposata. Questa è la verità».

Pietro la stringeva con vigore percependo un calore sincero da parte di Elisa anche se era piena di ambiguità e di enigmi. Il primo sembrò sciolto: lei e Amanda erano un tutto uno nonostante i tentativi di negare l’evidenza. Come questo fosse stato reso possibile non lo sapeva, ma l’avrebbe scoperto.

Il secondo era che il bosco conteneva uno o più segreti che avrebbe trovato il modo di risolvere. Se quegli alberi davvero parlavano, ne avrebbe imparato il linguaggio con pazienza e ascoltato le loro voci.

Era venuto il momento di aprire il PC per esplorarlo dopo aver accantonati i fogli.

«Chissà se la batteria è carica» affermò con calma serafica.

Il computer rimase muto. Avrebbe dovuto collegarlo a una presa se lo voleva vedere in funziune ma senza l’aiuto dei pannelli non era possibile.

Al PC ci penserò più tardi dopo la verifica del fotovoltaico. Ho notato che alle prese non è possibile collegare nulla con il generatore in funzione. Evidentemente serve in condizioni d’emergenza per le luci. Ora sento la voglia di alzarmi, di uscire e di respirare l’aria del bosco” rifletté Pietro stiracchiandosi.

«Ci alziamo? La giornata è splendida. È un peccato sprecarla restando rintanati nella baita» disse Pietro, accennando a scendere dal letto, perché era curioso di verificare i pannelli solari. «Proviamo ad attivare i pannelli?»

«Quali pannelli?» chiese stupita Elisa.

«Quelli che operano con la luce del giorno. Si risparmia carburante e si elimina un fastidioso rumore. Poi, forse, possiamo rimettere in funzione il PC».

Pietro si alzò, aprendo il lucernario della camera, mentre Elisa, che era decisa di stargli accanto, lo seguì.

S’infilarono jeans e polo scendendo al piano terra, dove sta l’interruttore dei pannelli, che attivarono. Quando le batterie si sarebbero ricaricate, avrebbero avuto una buona scorta di energia elettrica per il resto della giornata.

Aperte le finestre, uscirono all’aperto dirigendosi verso edifici adiacenti. Pietro li voleva esplorare per rendersi conto delle loro funzionalità. Elisa trottava dietro di lui senza fiatare.

«Ho fame. Il cuoco cosa prepara?» sbottò Elisa, dopo essersi seduta sul prato.

«Chi sarebbe il cuoco?»

«Tu» replicò con aria scanzonata.

«Uh! Caschi male. Le mie conoscenze si limitano a pochi piatti. Spaghetti olio e formaggio, insalata o radicchio, un ovetto o una bistecca grigliata e stop» rispose ridendo.

«Mi sa che moriremo di fame» chiosò Elisa. «Sono più limitata di te. La famiglia è una grande risorsa. Ma tu… non hai detto che sono dieci anni che vivi da single? Come hai fatto a sopravvivere?»

«Te l’ho appena detto» rispose, facendo una pausa. «Veramente no. Esistono tavole calde, trattorie a prezzi economici. Un pasto abbondante a mezzogiorno e uno leggero ma molto leggero alla sera. Qui…» e si guardò intorno, «non vedo ristoranti. Se non vogliamo morire d’inedia dobbiamo darci da fare. Se tu sai fare il pane, abbiamo un forno che ci aspetta».

Elisa sorrise con dolcezza, perché si ricordava come si faceva il pane. Glielo aveva insegnato Klaus.

«Per il pane dobbiamo pulire il tavolo, accendere il forno, preparare gli ingredienti. Rimanendo qui, non si combina nulla».

Pietro l’afferrò con forza e tenerezza stringendola al petto. Si baciarono, mentre sollevava la polo per affondare le mani sui seni.

«E no! Sul prato, no! Dati un contegno! La natura ci guarda! La possiamo turbare!» disse ridendo, mentre sgusciava dall’abbraccio per rientrare nella baita.

Ripulita la sala dalla polvere per dare una parvenza di pulito, prepararono l’impasto con farina integrale e lievito di birra, lasciandolo a lievitare sotto il sole, mentre il forno si scaldava.

Esaminarono che Marco aveva preparato. Scatole di pasta, di tonno e carne, sottaceti, pacchetti di cracker e fette biscottate, olio di oliva, latte a lunga conservazione, un paio di bottiglie di vino. Era stato generoso nelle provviste.

«Per qualche giorno non si muore» affermò Pietro soddisfatto delle scorte di cibo.

«Se vogliamo cuocere la pasta dobbiamo lavare una pentola. Dove scaldiamo l’acqua?» aggiunse Elisa.

«Ho visto una cucina economica. Basta accenderla».

Qualche ora più tardi al termine del pranzo si sdraiarono sul prato a godere degli ultimi raggi del sole, prima che scomparisse dietro le cime dei monti circostanti.

«Per oggi non siamo morti di fame. Stasera ancora pane fresco. Dove hai imparato a preparare il pane?» chiese Pietro girandosi verso di lei.

Elisa sorrise. Il segreto sarebbe durato finché non avrebbero ripreso la lettura.

«Ah! Ho capito… È stato Klaus» e la strinse a sé.

La kitsune – parte diciottesima

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Il mistero si infittisce. Se volete leggere le altre puntate pubblicate le trovate qui.

Monte Antelao – operso Lunardo – https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Lunardo – Common Creative

Appunti dalle memorie di Klaus 14 Luglio 1995

Non sono abituato a scrivere, anche se leggo molto e volo con la fantasia. Però questa volta lo devo fare. Non posso farne a meno. Devo mettere nero su bianco perché la memoria possa restare anche dopo, quando non ci sarò più.

Pazzia! Ecco la parola giusta. Pazzia! Ma procediamo con ordine.

Oggi è il 14 luglio del 1995. Ho lasciato le mie montagne per scendere a valle e comincio già a rimpiangerle, anzi vorrei ritornare sui miei passi ma devo farmi forza.

Mi domando perché l’ho fatto. Forse non c’è nulla da spiegare. Semplicemente dovevo andare, guidato dall’istinto che mi ha spinto in Friuli, a Casarsa della Delizia. Se non l’avessi fatto, non scriverei come sto facendo.

Ero stanco di girovagare tra i monti, che mi hanno visto crescere solitario come un lupo. Un giorno ho percepito una sensazione nuova, ma non capivo cosa era. Mi sono interrogato, arrovellando il cervello senza giungere a nulla.

Ho continuato a fare il mestiere che conosco, anzi l’unico che mi riesce bene: il boscaiolo. Quando c’è da diradare un bosco, mi cercano, perché sanno che parlo con gli alberi e loro mi capiscono. Cadono solo quelli che devono essere tagliati e non dicono nulla. Accettano il verdetto, perché sanno che è giusto.

Sembrerò pazzo, mentre scrivo questo. Però so di non esserlo. Mi piace odorare il profumo del bosco, dell’abete reciso a regola d’arte senza che esso soffra. Questa è un’arte che richiede precisione e sensibilità. Ormai è un mestiere per pochi e quando sarò morto, non ci saranno più boscaioli. Il bosco sarà tagliato meccanicamente senza selezione e ne soffrirà.

Mi piace cacciare, ma vorrei combattere ad armi pari con la selvaggina. Sono un vigliacco perché uso il fucile. Non sono un cacciatore seriale, ma seleziono con cura chi devo abbattere. Ho un cuore, ma col fucile esso smette di battere.

Leggo i segni del bosco per individuare la preda che inseguo solo col mio istinto. Lui mi aiuta, mi accoglie e mi protegge e io lo ripago difendendolo.

Coi risparmi del mio lavoro mi sono comprato una baita e un intero bosco posto sulle pendici del monte Antelao. L’ho chiamato ‘il bosco degli elfi’, perché sembra dotato di vita e sensibilità. Mi parla di un popolo che abita i suoi alberi. Non so chi sono, né li conosco, perché non si fanno vedere dagli umani. Però so che ci sono. Li ho sentiti. Ho percepito la loro presenza invisibile.

Pietro interruppe la lettura. Era strabiliato. Leggere quanto stava scritto, non oggi, nemmeno ieri, ma quindici anni fa era qualcosa che lo sbalordiva. Aveva ascoltato il nome del bosco poche ore prima da una ragazza, che adesso stava accoccolata sul suo petto.

«Elisa» chiese mostrando meraviglia sul viso. «Hai chiamato questo bosco ‘il bosco degli elfi’. Dove l’hai letto o chi te l’ha suggerito?»

Elisa sospirò.

«L’ho sempre saputo. Nessuno me l’ha detto. Riprendi la lettura» e restò in silenzio.

L’affermazione lapidaria lo lasciò basito. “Come poteva conoscere il nome affibbiato da Klaus al bosco acquistato oltre quindici anni fa? Ne aveva forse meno di dieci all’epoca!”

A Pietro non restò che riprendere la lettura dei fogli, scritti da una grafia minuta.

Un giorno mi accoglierà con la mia sposa, la mia compagna e lì trascorrerò il resto della mia vita.

La casa la tengo in ordine per quando arriverà il momento. È rettangolare, ampia e accogliente con un piccolo forno in muratura con annessa dispensa, un capanno per gli attrezzi e una tettoia per il mio fuoristrada.

Dunque percepì che era giunto il momento di lasciare quei rifugi sicuri e scendere a valle. Però non ne comprendevo i motivi.

Ero restio e titubante, ma dovevo farlo. Mi avevano cercato per un lavoro in una grande segheria nel Friuli. La paga era buona, molto di più di quella da boscaiolo.

Oggi ho raccolto le poche cose che possiedo e caricato il fuoristrada sono arrivato in paese.

Mi sono guardato smarrito perché mi è sembrato un mondo diverso e pensai di aver commesso un errore, di essere capitato nel posto sbagliato, quando…

È passata una donna dai capelli di un rosso così acceso che pareva fuoco e con due occhi blu, che non ne avevo mai visti di simili.

L’ho seguita con lo sguardo, l’ho mangiata con gli occhi, ho creduto di notare un lampo in quel blu incastonato sul viso.

Torna coi piedi per terra!” mi sono detto “Lei è una dea e tu un comune mortale. Le dee non si accorgono di noi”.

Ecco il motivo della mia pazzia: ho pensato che lei mi abbia notato.

Qualcuno mi ha chiamato e mi sono girato per osservare chi mi ha cercato. Nessuno mi conosce. Nessuno sa chi sono, eppure qualcuno ha urlato il mio nome «Klaus!»

Ho cercato di capire chi era, mentre la dea è svanita come un sogno all’alba dopo la notte agitata.

Un omone sorridente mi è venuto incontro con la mano tesa per stringere la mia.

«Benvenuto, Klaus! Sono Ugo e ti aspettavo con impazienza».

Mi ha preso sottobraccio, mentre ho borbottato qualcosa d’incomprensibile. Però la mia testa era altrove alla ricerca della dea.

È questa l’inquietudine che mi ha pervaso negli ultimi tempi? È lei il misterioso filo che mi ha condotto qui come quello di Arianna?

Ugo ha parlato fitto, gesticolando, mentre mi ha mostrato qualcosa. Con lui c’era solo il mio corpo, perché l’anima è stata rapita in altro luogo e ha vagato per rintracciare lei, la mia dea.

La giornata è trascorsa lenta, mentre la mia mente è in subbuglio subissata da informazioni, che non memorizza, da nomi, che mi non dicono nulla, da volti, che ho subito dimenticato. Ho aspettato solo la sera per chiudermi nella stanza a riflettere e pensare a lei, la dea dai capelli rossi e dagli occhi blu.

Ecco la mia pazzia! Sono come il paladino Orlando che è impazzito d’amore verso Angelica, la mitica principessa del Catai, compiendo ogni sorta d’impresa? Sono come lui, che ha inseguito il suo amore nel lontano oriente?

Ecco la pazzia che mi ha colpito! Vedo una dea e me ne innamoro!

Ma dove sarà? Chi è?

Pietro rifiatò dopo avere letto tutto d’un fiato queste poche pagine. Però la mente era in subbuglio, perché troppe erano le assonanze.

Osservò i capelli di Elisa. Sembravano la fotografia della descrizione appena letta. E poi gli occhi blu, quelli che lo avevano stregato la prima volta che l’aveva vista.

Amanda è la fotocopia di Elisa oppure è la reincarnazione? Oppure?” si chiese spalancando la bocca per la meraviglia di una evidente somiglianza. “Ma che differenza c’è? La sostanza è la medesima!”

Era sbalordito da questi particolari che le facevano assomigliare come gocce d’acqua, ma non solo. Troppi punti oscuri, troppe coincidenze per essere casuali. I dubbi crescevano. Le sensazioni di mistero che prima apparivano incomprensibili adesso diventavano concreti, di una consistenza inquietante.

Mi domando dove sono finito. Marco appare e scompare, si defila e diventa etereo come se fosse inesistente. Elisa afferma di essere stata a scuola con me al liceo. Però dieci anni di differenza la rendono improbabile, per non dire assurda. Leggiamo dei fogli, scritti con grafia minuta, che la descrivono con esattezza. Eppure i fatti risalgono a quattordici anni fa. Dunque avrebbe dovuto essere appena undicenne! Un paradosso! Klaus, un boscaiolo, ha comprato questo bosco e questa baita. Lui non mi assomiglia per nulla, ma gioca una partita importante che ignoro. Se lo acquisto, finirò per identificarmi con lui? La testa sembra impazzire per risolvere questi indovinelli con domande e risposte che si inseguono come un gioco di guardie e ladri. Mi chiedo perché sono qui. È frutto del caso oppure faccio parte di un disegno che non mi è stato rivelato? Elisa è muta, ostinatamente muta, ma percepisce delle presenze che non sento. Ha una paura folle a rimanere sola”.

La osservò nel tentativo di carpire un segnale che gli avrebbe fornito la chiave di lettura degli eventi, ma Elisa era una sfinge.

Doveva affidarsi all’istinto, che lo guidava nelle scelte.

La kitsune – parte diciasettesima

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I nostri due amanti si appassionano alla stroria di Amanda e Klaus. Le altre puntate le potete leggere qui.

Buona lettura

Dal diario di Amanda 14 Luglio 1999

È una bellissima notte di luglio senza luna e con tante stelle, che sembrano lumini accesi nel buio. Il grande carro si vede nitido. È l’unica costellazione che so leggere. Adesso non ho tempo di osservare il cielo, né di pensare, né di parlare, devo solo concentrare lo sguardo in un punto remoto, che non so distinguere.

Lo aspetto con impazienza sfogliando i secondi che scorrono lenti, mentre le lancette fosforescenti si muovono a scatti scandendo il ritmo dei miei battiti.

Ha cambiato idea?” mi dico, ma non lo penso o meglio non lo voglio pensare. Sono mesi che sogno questo giorno e non vorrei vederlo fuggire via, lasciandomi qui tra le braccia di un essere che odio.

Ho preparato la valigia con le poche cose che voglio prendere con me, ma mi sembra pesante, un macigno da trasportare. Forse è l’ansia di fuggire da questa gabbia dorata, dove sono stata rinchiusa per troppi anni, che l’appesantisce.

Sono in giardino vicino all’ingresso e sento le zanzare ronzare nelle orecchie.

Signore, fa che venga presto per mettere fine a questo supplizio” prego mentalmente, mentre mi faccio coraggio.

Da quante ore sono qui? Ormai non viene più! Dovrò mestamente tornarmene di sopra a piangere le mie disgrazie” e quasi urlo dal terrore, quando sento una mano posarsi sulla spalla.

Mi giro terrorizzata di scoprire il mio aguzzino anziché vedere l’angelo salvatore, ma un sospiro di sollievo esce dai polmoni e mi aggrappo a lui, a Klaus. Finalmente è arrivato.

Lo bacio e lo stringo forte, non voglio vederlo fuggire.

«Forza! A questo ci penseremo più tardi» mi dice sottovoce, afferrando la valigia ai miei piedi. «E tutto qui quello che prendi?»

La solleva come se fosse un fuscello.

«Si!»

Sono una bambina che segue la madre. Ecco come appaio a chi ci guarda. Percorriamo un viottolo buio attenti a dove mettiamo i piedi. La fuga è cominciata. La vita prende forma e con essa anche la voglia di essere differente.

Pensieri tumultuosi invadono la mente, quando mi fa salire sul fuoristrada che ci attende. Posso cambiare ancora idea, rinunciare a lui, alla speranza di qualcosa di nuovo, di diverso, ma percepisco che la via è segnata e dal destino non si torna indietro.

Mi aiuta, mi sistema e finalmente mi bacia, stringendomi.

«Ti amo, Amanda» sussurra nell’orecchio mentre un boato squarcia la notte quando il motore prende a girare.

Il viaggio procede in silenzio con poche parole e qualche carezza. Però mi sento rinascere man mano che mi allontano dai luoghi dove sono nata e cresciuta senza provare nessuna nostalgia.

Perché?” mi domando “Perché mi sento più leggera? Perché non provo dolore? Eppure sto abbandonando i miei ricordi, gli agi di una vita dorata. Eppure non so cosa l’avvenire mi riserverà tra monti e boschi che non conosco”.

Le montagne le ho viste solo in televisione, ma facevano i fondali per persone che sciamavano felici. “Lo sarò anch’io?” mi chiedo.

Klaus mi ha detto che saremmo in una casa di legno e muratura senza luce e acqua corrente, riscaldati solo dal fuoco del camino.

«Sei sicura?» mi aveva chiesto, quando abbiamo progettato la fuga. «Sei sicura di non rimpiangere la casa calda e accogliente, il contatto con la gente, i comfort che la vita di città ti riserva?»

Non avevo avuto dubbi. Avevo risposto con un secco «Sì».

Adesso sono con lui, mentre il fuoristrada procede sicuro verso le montagne, che finalmente potrò conoscere.

Nel buio della notte si stagliano minacciose, ma non ho paura, perché sono vicino Klaus, che mi proteggerà.

Il viaggio è al termine dopo aver superato l’abitato di San Vito di Cadore, che non ho mai sentito nominare. Infiliamo sicuri una valle laterale che si inerpica sul dorso di un monte che mi sembra imponente. È uno squarcio nascosto, indicato da un segnavia, mentre la strada si restringe come se volesse ingoiarci.

«Ecco l’Antelao, il re dei monti pallidi» afferma Klaus con un po’ di enfasi, rompendo il silenzio che durava da ore. «Tra poco siamo a casa».

Penso a quale casa si riferisce. Io non ho più una casa, sono una fuggitiva.

È buio, quando ci fermiamo davanti a un’abitazione di legno non piccola, posta in un’ampia radura pianeggiante contornata da giganti neri e minacciosi.

Vorrei scendere, ma lui mi impone di rimanere all’interno prima di sparire inghiottito dall’oscurità.

Ho freddo, o meglio ho la sensazione che il gelo si stia insinuando dentro di me sotto la camicetta leggera, e rabbrividisco, mentre l’ansia sta esplodendo.

Sono pentita, non vorrei avere preso la decisione di abbandonare il paese, Casarsa della Delizia, la casa dove ero padrona, le persone che conoscevo.

Mi guardo intorno e vedo solo buio e qualche stella nel cielo.

Sento Klaus che apre la portiera. Mi solleva e mi prende in braccio. Non capisco, ma lascio fare. Mi piace quando si comporta così, perché so che mi riserverà una sorpresa.

Con un calcio apre la porta e prima di entrare dice baciandomi sulla soglia sotto l’architrave del battente: «Ecco! Questo è tuo. Questa sarà la nostra casa. Benvenuta e che tu possa essere felice».

Tutti i dubbi sono spariti e sento che qui sarò felice.

Pietro si soffermò a osservare Elisa, le sue reazioni al termine della lettura. C’era qualcosa d’inconsueto in quei fogli che lo rendevano perplesso.

«Non comprendo bene l’inizio della storia. Correggimi se sbaglio. Mi sembra che Klaus e Amanda siano finiti in questa baita. Mi pare singolare che noi due, sia pure in modo differente, stiamo ripercorrendo la loro storia. Se la data è giusta, solo dieci anni fa loro erano qui per la prima volta».

Elisa rimaneva muta e si stringeva forte al compagno. Non osava proferire una parola, perché un flash aveva illuminato la sua mente.

Sì. Ricordo la data e il viaggio! Ma come posso essere io? Avrei avuto quindici anni! Amanda molti di più! Cosa sta succedendo? Cosa sta riaffiorando dallo stagno dei ricordi?” rifletté Elisa tormentata da questi pensieri. Non era un mistero quello che avevano letto ma doveva fingere che lo fosse. “Io e Amanda siamo state la medesima entità, ma come è potuto succedere? Posso essere stata in due persone in apparenza differenti contemporaneamente?”

Elisa sorrise, perché conosceva la risposta che era un ‘Sì’ come quello di Amanda.

Pietro era rimasto perplesso per il suo silenzio quasi angosciante. Non riusciva a comprendere cosa si celasse dentro a questo ostinato mutismo.

Elisa era rimasta aggrappata, come un naufrago al relitto in balia delle onde. Aveva percepito tensione e paura nell’abbraccio quasi innaturale. Solo pochi minuti prima era piena di entusiasmo, aveva ricevuto e dato piacere, era serena, come poteva essere una persona che aveva superato una grande prova. Adesso però non avvertiva più queste sensazioni.

«Devo proseguire?» chiese con gentilezza, temendo di vederla scoppiare in lacrime.

«Sì».

Pietro riprese la lettura.

La kitsune – parte sedicesima

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Si arricchisce di una nuova puntata la storia di Pietro ed Elisa.

Kitsune

Buona lettura

Pietro sapeva cosa cercare: era un PC che era apparso come un miraggio al suo sguardo. Aveva sollevato la vista oltre la spalla di Elisa e l’aveva notato.

Rimase per un attimo incredulo, perché la sera precedente non c’era. “Non posso averlo non visto” si disse, sistemandosi meglio sul letto. Stava posato sopra dei fogli di carta in un angolo ben in vista, ma invisibile fino a quel istante. “Eppure è lì sotto i miei occhi” rifletté, sfregandosi le palpebre sperando che fosse il frutto della sua immaginazione. Anche il computer faceva parte del disegno nel quale Pietro si stava calando suo malgrado. Decise d’ignorare la situazione, perché avrebbe analizzato gli eventi con le idee più chiare.

«Elisa, so cos’era la sensazione che mi turbava. È quel PC!» esclamò Pietro indicando l’oggetto apparso all’improvviso.

Elisa volse il capo nella direzione indicata prorompendo in un «Oh! Non l’avevo visto!» Sollevò il sopracciglio sinistro perché ignorava che Pietro fosse turbato da qualcosa. Non ricordava che ne avesse parlato durante la notte. Anzi ne era certa, perché l’unico pensiero era stato quello di soddisfare la loro passione.

Percepì di aver più obiettività del solito nell’esame degli eventi da prendere in considerazione e quelli da scartare. Di certo questa baita e questo letto l’avevano già accolta. Però qualcosa stonava: era sicura di essere vergine prima che Pietro la deflorasse. Quindi non poteva essere lei quella che aveva passato notti d’amore in questo letto. Scartò l’idea che fosse frutto della sua fantasia, perché troppo nitidi erano i ricordi.

Elisa si strinse a Pietro a cercare protezione, mentre dubbi e inquietudini la stavano avvolgendo. Era Pietro la corazza che la difendeva dai pericoli. Ne ignorava i motivi, ma l’istinto le suggeriva di crederci. Doveva crederci, perché in questo modo si sarebbe salvata.

«Aspettami qui» disse Pietro, alzandosi dal letto. «Mi infilo qualcosa e preparo la colazione. La giornata promette bene. Fuori c’è un bel sole e dentro ci sono misteri da scoprire».

Elisa rabbrividì, perché non voleva rimanere sola, aveva paura. Doveva stargli vicino.

«Vengo con te. Ho timore restare sola. Percepisco presenze oscure che mi minacciano».

Pietro la osservò per capire se parlava seriamente. Per la seconda volta accennava a qualcosa, che la terrorizzava.

«Come vuoi» replicò sorridente. «Presenze oscure? C’è un bel sole fuori che invita a uscire».

«Vengo con te» rispose risoluta, indossando un paio di jeans e una camicetta.

Svuotato il fuoristrada, prepararono la colazione e tornarono nel letto.

L’atmosfera gioiosa era svanita, perché si erano raffreddati gli entusiasmi della notte.

Elisa bevve un caffè, che sapeva di acqua.

«Non sei capace di preparare il caffè! Fa schifo! Che miscela hai usato?»

Pietro rise allegro perché conosceva la risposta. Ignorò il tono secco e sarcastico, perché se lo era meritato.

«È il primo caffè che preparo in vita mia. Lo prendo al bar. Si usa la miscela? Dove si mette?» replicò candidamente.

Risero fragorosamente, rompendo il silenzio e riscaldando la stanza.

Oggi sento che la comprensione di me e delle mete che mi prefiggo è cresciuta. Allo stesso tempo capisco gli altri e i loro scopi” rifletté Elisa su quello che era accaduto dal loro risveglio. “Ho avuto una vita parallela vissuta tra queste quattro mura. Pietro mi aiuterà a scoprirla e vincere le paure. Il disegno sta in quel computer e in quei fogli”.

La mente più acuta del solito l’avrebbe aiutata ad afferrare cosa si celasse nel computer e in quei fogli scritti a mano, che stavano fra loro.

Pietro era sicuro di mettere a frutto la conoscenza dei segreti del computer che gli avrebbe permesso di scoprire i misteri del bosco e comprendere i motivi che l’avevano condotto lì.

«Cosa stai pensando? Ti vedo assorta e taciturna. Parli di misteri, di oscure minacce ma non ne percepisco la presenza. Ti sento tesa e impaurita. Cosa ti assilla?»

«Finisci la colazione, perché mi interessa leggere i fogli, dove ci sono le spiegazioni che cerchiamo».

Pietro la guardò stupito, perché era vero che il bosco e la baita nascondevano segreti ma che ci fossero oscure minacce, questo non gli pareva vero. “Parla in una lingua che non capisco. Secondo lei nei fogli c’è la chiave di lettura per comprendere le sensazioni che ogni tanto percepisco?”

Posato il vassoio accanto al letto, Pietro sistemò il cuscino dietro la schiena dopo aver preso il pacco di fogli.

«Chi legge?»

«Leggi tu. Mi piace ascoltare la tua voce. Ha un tono che assicura tranquillità» disse sistemandosi sotto il suo braccio per proteggersi da un nemico invisibile.

I fogli erano in disordine, ma numerati. Trovata la prima pagina, ordinarono il resto.

La storia di kitsune

Appunti di Amanda

Pietro diede una scorsa veloce alle prime righe, aspettandosi una storia ma rimase deluso. Non gli sembrò completa. Forse era una bozza, spunti da mettere insieme per costruire la trama. Sistemò il cuscino e cominciò a leggere.

La kitsune – parte quindicesima

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Nuova puntata della storia che si snoda tra realtà e fantasia.

Foto di Nonsolocampagna – Elena

Buona lettura

Il sole li accolse nudi e appagati in apparenza felici. “Ma come si possono definire le persone felici?” Pietro provò a dare una definizione: “Sono come i pesci nell’acquario che sguazzano allegri senza pensieri col cibo in abbondanza. Il loro stato muta e vira verso la disperazione quando li lasciano in un filo d’acqua, mentre disperatamente cercano di sopravvivere boccheggiando in preda all’angoscia. Era questa la loro condizione? In apparenza no, perché il loro respiro era cadenzato e nessuna nube offuscava i sogni.

Pietro si girò verso Elisa.

«Buon giorno, Elisa».

«Ci aspetta una bella giornata» rispose mentre osservò le sue nudità senza vergognarsi.

Poche ore prima era vergine senza avere mai avuto contatti con gli uomini. Adesso non lo era più, ma per un curioso segno del destino neppure il compagno.

Però un ricordo passò come una meteora. “Vergine? Vergine a venticinque anni? Non è possibile, perché…” pensò, rabbuiandosi nel viso. Qualcosa non tornava ma forse era già successo nell’altra vita.

Le venne da sorridere mentre si stringeva a quel corpo nudo e caldo che aveva saputo donarle degli istanti irripetibili. Era certa che la notte sarebbe rimasta impressa come un momento importante della sua esistenza. Era stato merito di entrambi perché si erano aperti senza reticenze.

Le sembrò un’ottima circostanza per fare progetti e comunicare con lui in modo lucido.

«Non avrei mai creduto che una circostanza critica potesse trasformarsi in attimi di gioia. Ora voglio che questi si condensino in tempi duraturi fino a diventare un filo lungo una vita. Pensavo, quando ti ho rivisto, che tu saresti stato una meteora, ma mi sbagliavo».

Pietro sorrise e la baciò, ma il pensiero di comprendere, quando l’aveva conosciuta, riprese vigore con quel ‘quando ti ho rivisto’.

Posso in questo clima rilassato chiedere lumi sull’occasione nella quale ci siamo incontrati la prima volta? Più ci penso, meno sono convinto che sia la circostanza adatta. Quando si verificherà, se continuo a rimandare?” rifletté Pietro, che sospirò e l’abbracciò con vigore rimandando ad altra occasione la domanda.

Sarebbe stata una giornata di scoperte, di nuove conoscenze eccitanti e interessanti. Ne era sicuro dopo aver ascoltato le parole di Elisa. Però qualcosa gli suggeriva che non c’era bisogno di andare a cercare le novità: sarebbero state loro a venire incontro.

Sarebbero apparsi sconvolgenti, ma doveva valutare i fatti per vedere se non era lui troppo rigido nella loro interpretazione. La riluttanza di permettere agli eventi una deviazione dalla direzione programmata avrebbero reso tutto più complicato da gestire. Aveva compreso che la giornata odierna sarebbe stata il momento giusto per affrontare problemi che in precedenza non aveva saputo o voluto risolvere.

Quali problemi?” si chiese mentre le mani scivolavano sul corpo nudo di Elisa. Li ignorava, ma nell’inconscio avvertiva l’importanza di parlarne, perché potevano emergere pensieri sorprendenti e soluzioni impensate. Si guardò intorno alla ricerca di quello che percepiva coi sensi ma non vedeva con la mente.

«Ti sento inquieto» domandò Elisa «Cosa ti turba?»

«Sento che in questa stanza ci sono aspetti che ci sorprenderanno. Cosa? Non lo so, ma lo sento».

La ragazza sorrise e gli disse che non era cambiato dai giorni di scuola al Castello. Lui era sempre quel ragazzo sognante che sembrava volare via con la mente alla ricerca di qualcosa che solo lui vedeva.

Ecco dove mi ha conosciuto! Però non ricordo nulla. Una ragazza così non si può dimenticare! Ma…” sussultò. Non potevano essere stati nella stessa classe o frequentare il medesimo liceo perché tra loro c’erano dieci anni di differenza. Dunque mentiva.

Ha importanza questa bugia?” si chiese con una punta di scetticismo. “Abbiamo passato momenti entusiasmanti. Abbiamo scoperto i nostri corpi. Siamo in sintonia. Poi sono certo che fa parte di un progetto del quale ignoro tutto. Fingiamo di credere”.

Pietro le arruffò i capelli scoprendole la nuca che baciò con dolcezza. Elisa ricambiò facendo scivolare le labbra sul petto.

E fecero nuovamente all’amore.

La sera prima non avrebbe mai immaginato che il loro stato sarebbe mutato in modo repentino. Era stato un cambio impensabile. “Non ha importanza! Il possedere questo corpo giustifica tutto. La strana sensazione percepita aprendo gli occhi può attendere. Lei no!”

Elisa comprese che ci sarebbe stata una svolta positiva nella sua esistenza. “Erano queste le percezioni confuse che sentivo durante il viaggio? Se lo erano, sono meravigliose”.

Le emozioni stavano prendendo il sopravvento su ogni altra suggestione.

La kitsune – parte quattordicesima

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La storia si arricchisce di nuovi dettagli e qui trovate le puntate precedenti

La luna accompagnata da una figura inquieta proseguì il suo cammino nella notte. Si muoveva furtiva intorno alla baita, mentre loro, protetti dalle solide pareti, si preparavano a trascorrere una notte d’amore. La luce di una lampada a petrolio rimasta accesa creava effetti magici sulle pareti per il tremolio della fiamma, assicurando a Elisa quel senso di sicurezza svanito al loro arrivo.

«Voglio osservare le tue forme» disse risoluta nel tenere accesa la lampada e aggiunse: «Serve ad allontanare gli spiriti maligni».

«Quali spiriti? Non avverto presenze inquietanti» chiese stupito Pietro che si girò verso di lei per osservare il viso.

«Sarà, ma mi sento più sicura se quella lampada rischiara la penombra».

Pietro sorrise annuendo col capo. Di questo ne avrebbero parlato al risveglio, mentre le lenzuola di lino, cifrate negli angoli con PE, davano frescura e stimoli sensuali.

Toccarono ed esplorarono terreni che erano vergini ai loro sensi.

Pietro sfiorò con le labbra i piccoli seni induriti di Elisa, che rispose con le mani che scorrevano su Pietro alla ricerca del proibito.

Lei scese dolcemente verso il sesso del compagno, baciandolo e sfiorandolo con tenerezza. Cresceva il desiderio, mentre la mente agitava fantasie erotiche.

Mentre le immagini rendevano più intense le sensazioni durante i giochi e febbrili le interazioni con Pietro, percepiva un senso di paura ancestrale, perché a venticinque anni era ancora vergine. Si sentì frenata nel desiderio, ma nello stesso tempo stimolata a perdere quel simbolo di purezza. Avvertiva forte la smania di esprimersi nei confronti della persona che desiderava più di ogni altra cosa, stimolata dalla voglia sessuale.

Pietro sentì crescere il desiderio di fare all’amore, ma si domandò, non senza titubanza, se sarebbe riuscito a soddisfare Elisa. “Sarò all’altezza?” rifletté senza lasciare trapelare l’ansia da prestazione.

Era la prima volta e rappresentava la sua iniziazione al sesso. “Come si comporterà? Come reagirà alla mia palese inesperienza?” si chiese mentre continuò a sfiorare quel corpo che si arcuava sotto le sue mani.

Il momento fatidico si avvicinava mentre Pietro nascondeva l’ansia che cresceva. “Devo dirlo oppure tacere? Le mie parole romperanno l’atmosfera di complicità ed emozioni di questi istanti?” si domandò, mentre altri pensieri lo rendevano inquieto. Saprà guidarmi tra i meandri oscuri del sesso senza sbuffare? Elisa sarà più esperta di me”.

Erano dubbi, che lo rendevano agitato, mescolati a sensazioni mai provate finora. Era un mondo nuovo che andava a scoprire attimo dopo attimo, senza immaginare che la relazione amorosa fosse composta da molte sfaccettature eccitanti diverse tra loro.

Il petting divenne più audace stimolando l’erotico che si era risvegliato.

Pietro dopo molti tentennamenti decise di parlare, accettando i possibili rischi che sarebbero insorti.

«Elisa» disse sussurrando il nome con un filo di voce per nascondere l’imbarazzo che provava. «Per me è la prima volta che ho un rapporto con una donna. Sono vergine da questo punto di vista. Chiedo il tuo aiuto e la tua comprensione per non incrinare l’atmosfera e rovinare tutto».

La ragazza sorrise perché non sapeva come confidare che pure lei era vergine. Quella richiesta di aiuto, che avrebbe avuto il sapore del patetico in altre condizioni, si trasformò nella scialuppa di salvataggio perché erano alla pari e poteva confidare il suo segreto.

«Pietro, anch’io sono vergine. Siamo alla pari» disse stringendosi a lui.

Questa relazione, secondo Elisa, nasceva in modo positivo sotto l’influsso del destino. Percepiva che sarebbe stata molto intensa in misura maggiore rispetto a quelle, dove avessero taciuto le loro preoccupazioni. Si sentiva attratta verso Pietro perché lui rappresentava la parte che aveva necessità di esprimersi attraverso l’amore. Quello che stava sperimentando era il potere della psiche. Il rapporto che nasceva con queste premesse, aveva molte probabilità di successo, anche se avrebbe richiesto un periodo di assestamento, che sperava breve.

Era il momento migliore per esprimere sentimenti ed emozioni, senza perdersi in discussioni logiche e ragionate. La scoperta che entrambi erano alle prime armi la rassicurava e rendeva il momento ricco di eccitazione. Avrebbe potuto contare sulla comprensione di Pietro se l’atto avesse presentato per lei aspetti dolorosi e una tensione fisica.

Pietro rifletté che, pur essendo in grado di pensare con chiarezza, la pura ragione non gli bastava per ciò che voleva esprimere. Doveva comunicare a tutti i livelli, non solo a quello razionale. Era la parte irrazionale, la più difficile da trasmettere con parole e gesti, che lo aveva preoccupato. Percepì che la confessione di non sapere da dove cominciare aveva avuto un potere rilassante, perché aveva eliminato l’ansia. Comprese che l’atto si sarebbe svolto con serenità senza traumi o incomprensioni.

Se lo spirito è tranquillo, ragionò, sarebbe stato in grado di ascoltare le richieste di Elisa per assecondarla senza la necessità di domande imbarazzanti o risposte sgradevoli. La mente era diventata ricettiva non solo alle parole, ma anche agli stati d’animo, alle sensazioni della ragazza. Riusciva ad ascoltare perché condivideva ciò che lei provava.

L’atmosfera favorì il colloquio tra loro attraverso la comunicazione dei sentimenti oltre che con le parole.

E così si ritrovarono non più vergini.

La kitsune – parte tredicesima

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Eccoci con la nuova puntata della storia di Pietro ed Elisa. Di seguito ci sono i lik alle puntate precedenti. 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12

 

La radura era illuminata dalla luna: tutto pareva ricoperto di fili d’argento. Pietro ed Elisa si attardarono ad ammirare lo spettacolo degli alberi che facevano corona sullo sfondo di un cielo stellato. Erano mute sentinelle di guardia alla baita che li stava aspettando.

Presero il minimo indispensabile: una tanica di gasolio per mettere in moto il generatore, le sacche personali, la valigia con le lenzuola. Il resto poteva aspettare la mattina seguente. Avevano fretta di entrare e chiudere l’ingresso alle loro spalle, perché Elisa percepiva qualcosa che la inquietava.

Con la potente torcia Pietro illuminò l’ambiente: tutto sembrava ordinato con un filo di polvere che si alzava al loro passaggio. Il silenzio era rotto dal respiro che si condensava in un sottile sibilo.

Elisa era tesa e nervosa, come se avvertisse la presenza di un’entità maligna, come all’esterno. Rimase avvinghiata al braccio di Pietro e sussultava a ogni minimo rumore. Tutto l’entusiasmo, che aveva profuso a piene mani durante il viaggio, era svanito lasciando spazio a sensazioni di ansia e terrore.

Si domandò se era il caso di restare nella baita per la notte o di fare ritorno in paese.

Non riesco a dominare la paura. Mi sembra di sentire la presenza di qualcuno che mi segue. Eppure la presenza di Pietro mi dovrebbe…” si disse per rincuorarsi, quando si sentì sfiorare le gambe da qualcosa di morbido. Non aveva percepito chi avesse generato la sensazione. Le sembrò un animale che si fosse strusciato sul polpaccio destro. Si irrigidì lanciando un poderoso urlo d’angoscia che fece sobbalzare Pietro.

«Cosa c’è?» chiese con voce tremolante per l’agitazione. «Cosa hai visto?»

Elisa tremava come una foglia, addossandosi a Pietro.

«C’è un animale nella baita! Mi ha sfiorato le gambe! Forse è entrato senza che noi ce ne accorgessimo!»

«Quale animale?» replicò facendo roteare la luce della torcia intorno. «Non vedo e non sento nulla! Accendiamo il generatore, così possiamo illuminare la baita. Aspettami, mentre vado a prendere altre due taniche di gasolio».

Elisa impazzita per il terrore faticava a trattenere il tremito del corpo.

«Sei impazzito? Sola? Non resto! Vengo con te» rispose con voce rotta dalla paura.

Misero in funzione il generatore e accesero le luci. Con calma domani avrebbero pensato ai pannelli fotovoltaici con la speranza che fossero funzionanti.

Pietro esaminò la stanza alla ricerca delle tracce dell’intruso. Tutto sembrava quieto e tranquillo, nessuna presenza inquietante faceva da sfondo. La polvere depositata sul pavimento segnalava solo le loro impronte. Quindi il misterioso animale volava o era solo il frutto dell’immaginazione angosciata di Elisa.

«Vedi. Non ci sono tracce di animali. Solo le nostre» disse Pietro per confortarla e infonderle coraggio. «È il frutto della suggestione e della tensione. A volte ci lasciamo influenzare da sensazioni errate, sentendo quello che non c’è».

Pietro la strinse forte fra le braccia per dare maggiore peso alle parole e rassicurarla.

«Non eri tu, quella che dicevi che sarebbe stato più emozionante arrivare di notte? Oppure hai cambiato idea?»

Elisa non rispose e si strinse tra le braccia di Pietro. Si sentiva protetta e al sicuro.

«Cosa vuoi fare? Ci fermiamo o torniamo in paese?» chiese Pietro.

«Non so. Avevo immaginato un’avventura eccitante, ma ora percepisco delle forze oscure che minacciano la baita. Tu mi fai sentire sicura e difesa. Decidi tu. Seguirò le tue scelte senza obiezioni. So di essere in confusione».

Pietro la guardò, la strinse e la baciò con dolcezza, mentre lei si scioglieva nell’abbraccio e ricambiava con uguale passione. Percepì che il tremore convulso che l’aveva scossa si stava attenuando.

«Cosa voglio fare? Resterei perché percorrere la strada in senso inverso non me la sento. Ma se preferisci tornare a San Vito, ti accontento. Trovare una stanza non dovrebbe presentare difficoltà visto che siamo in periodo di vacanze».

Elisa, rincuorata dal suo calore, percepiva che il desiderio di dividere il letto con lui riprendeva quota. Col capo annuì facendo intendere che voleva rimanere.

«Vieni» disse stringendola con dolcezza «Prendiamo le sacche e le lenzuola, chiudiamo il fuoristrada e spranghiamoci dentro. Ah! Quasi mi dimenticavo. Una confezione d’acqua e qualcosa da mangiare, intravvisti sul sedile posteriore. Ci saranno utili per la notte e domani per colazione».

Rise pensando che forse la ginnastica notturna avrebbe messo appetito.

Acceso lo scaldabagno per avere dell’acqua calda, prepararono il letto come due sposini in luna di miele. Lui si dimostrò di essere più abile, perché da single aveva fatto pratica.

Elisa liberò i due tavolini di fianco al letto dalla polvere, dove depositò gli effetti personali, la torcia per l’emergenza, una bottiglia d’acqua e i telefoni. Sulla poltrona posero le sacche. Gettarono le lenzuola cambiate in un cesto posto in un angolo. La stanza era pronta: mancavano solo loro.

«Mi do una rinfrescata prima di coricarmi. Mi accompagni? Però resta accanto a me. Non mi sento sicura. La tua presenza scaccia tutti i timori che si sono annidati dentro» disse Elisa con un sorriso malizioso.

Aveva pensato d’indossare una camicia di lino bianco trasparente con niente sotto e farsi trovare così quando sarebbe arrivato Pietro. Tutti i progetti erano andati in frantumi. Aveva cambiato idea. Non gliene importava nulla se Pietro la vedeva mentre si preparava per la notte, se veniva a mancare l’effetto sorpresa fantasticato durante il viaggio. Adesso desiderava che le rimanesse accanto. Era l’unico modo per sentirsi sicura.

Il pensiero che tra poco sarebbe stata tra le braccia di Pietro la eccitava e le infondeva sicurezza, mentre scacciava dalla mente il timore che l’aveva attanagliata quando aveva messo piede nella baita.

Pietro ammirò il corpo ben modellato di Elisa, mentre ne seguiva le forme con la mano, che fece fermare sul cespuglio scuro del pube.

L’ansia era sparita, sostituito dallo stimolo sessuale. La mente pregustava quello che sarebbe successo.

Si lavarono tra baci e sospiri, tra mani audaci e carezze sensuali. Il clima era mutato: la paura era sparita, lasciando il posto alla gioia di stare insieme.

«Andiamo. La notte ci aspetta» disse Elisa con voce calda mentre si rifugiarono nel letto.

 

 

 

La kitsune – parte dodicesima

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Eccoci ad affrontare un altro pezzo della storia di Elisa e di Pietro. Questi sono i link per leggere le puntate precedenti. 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11

Foto di Nonsolocampagna – Elena

Buona lettura

Il viaggio sembrò interminabile. Il tempo pareva essersi fermato: ogni secondo era un’eternità, i minuti non passavano mai. Pietro teso come una corda di violino guidava con attenzione per non sbagliare direzione. Fino a Longarone andava a memoria, ma oltre doveva leggere i cartelli per imboccare la strada giusta: Ospitale di Cadore, Maias. Fin qui non poteva fallire, ma dopo doveva usare prudenza per non finire altrove, perché il buio della notte non aiutava la guida.

«Elisa, aiutami a leggere i cartelli per San Vito. Non conosco la strada» supplicò Pietro con il tono della voce che trasmetteva tensione e incertezza.

«Pietro, è semplice. Segui l’indicazione Cortina. Non puoi sbagliare» rispose con calma.

Arrivato a un bivio, Pietro stava girando a destra, quando udì un allarmato grido: «A sinistra! A sinistra! Altrimenti finiamo ad Auronzo».

Con una sterzata brusca, una manovra al limite del lecito, Pietro imboccò la statale per Cortina.

«Ma Auronzo dove si trova?» chiese Pietro col respiro affannato a seguito della manovra rischiosa eseguita.

«È dalla parte opposta rispetto a San Vito. Da questo momento non rischi di prendere un incrocio sbagliato!» rispose allegra Elisa.

Poteva rilassarsi, perché nonostante la manovra da pirata della strada era andato tutto bene. Solo il rumore delle gomme aveva sollevato il viso di un paio di passanti.

La vicenda gli pareva un sogno sbilenco o un incubo strampalato per come si stava svolgendo. Tutto dipendeva dalla visuale con cui esaminava i fatti. “È un’avventura dai contorni sfocati. È come affrontare un tunnel buio senza intravvedere la luce sul fondo! Però, non so il perché…” rimuginava tra sé. Tuttavia la presenza di Elisa gli dava una determinazione, che dubitava di possedere, a proseguire.

Era convinto che Marco, Elisa e il bosco fossero un’unica entità, un disegno del quale non conosceva nulla: limiti, figure in gioco e l’obiettivo finale. Percepì che lui era l’unico personaggio del quale intuiva la parte: doveva acquistare il bosco, insediarsi nella baita e scoprire il segreto che si celava dentro.

Esaminò il ruolo degli altri. Marco era il dominus, la cinghia di trasmissione tra lui e il destino. Una pedina libera di muoversi senza vincoli diversamente da lui.

“Quale è la funzione di Elisa? Deve convincermi ad acquistare il bosco o è anche lei una pedina che sta cercando d’incastrarmi?” Molte domande e nuovi dubbi assillavano Pietro diventato silenzioso. Elisa avvertì che l’umore era peggiorato.

«Ti percepisco teso. Sei pentito di esserti lasciato coinvolgere in questa avventura?» domandò sfiorandogli il braccio.

Pietro non rispose, continuando a guardare la strada come se non avesse udito la domanda.

«Eppure avevi mostrato molto entusiasmo alla partenza. Cosa non va?» insisté Elisa con tono ansioso nella speranza di sbloccare lo stallo nel quale si trovavano.

«Va tutto bene. Guido con attenzione per non commettere altri errori» affermò Pietro poco convincente.

Elisa rimase in silenzio per qualche attimo, corrugando la fronte. Si chiese dove aveva sbagliato per fargli cambiare umore da allegro a nero.

«Non ti credo. Stai pensando a qualcosa, che non vuoi rivelare» disse la ragazza amareggiata, comprendendo di essere tagliata fuori dai suoi pensieri.

Elisa avrebbe voluto essere partecipe, ma Pietro era tetragono a non lasciarsi sondare. Osservandolo, sentì crescere dentro di sé delle sensazioni sconosciute. Non era conscia se queste fossero positive o negative. Lo sentiva lontano in questo momento, mentre lo avrebbe desiderato più risoluto e proattivo in questa fase. Emise un sospiro di delusione, perché non poteva accelerare gli eventi. Su questo punto Marco era stato categorico.

«Non essere impulsiva. Assecondalo senza contraddirlo. Tutto deve svolgersi con naturalezza. Sarà un’esperienza favolosa» aveva sottolineato con la voce l’aggettivo ‘favoloso’, mentre le parlava al telefono.

Le era sembrato incomprensibile il suo atteggiamento: una prima telefonata ambigua, le chiavi nella cassetta delle lettere con le istruzioni, l’ultimo contatto con i consigli. Poi il nulla, il vuoto assoluto. Pareva essersi volatilizzato: il telefono muto, irraggiungibile.

Non aveva compreso quali disegni si erano andati configurando nella mente di Marco, ma questo non era importante perché altri erano i suoi fini. Non si era posta domande perché le erano sufficienti i suggerimenti ricevuti che intendeva seguire alla lettera.

Pietro l’aveva sedotta fin dalla prima volta che l’aveva visto seduto in Piazza dei Martiri ma il colpo definitivo era stato nel bosco degli elfi.

Un solo pensiero le ronzava nella testa: desiderava fare all’amore con lui. Stanotte avrebbe raggiunto l’obiettivo. Almeno questo era nelle intenzioni di Elisa.

Osservò il profilo di Pietro illuminato dal chiarore lunare gustandone i dettagli. Il naso era sottile e regolare, la forma della testa proporzionata col resto del corpo, i capelli folti e scuri, il mento volitivo e sporgente, il collo né troppo grosso, né tozzo. Un insieme che le piaceva, che l’attirava sempre di più.

Ogni pezzo del corpo di Pietro aveva una storia, che non conosceva ma che lei voleva scoprire. Per il momento si doveva limitare all’immaginazione ma a breve avrebbe potuto soddisfare la sua curiosità.

Arrivati a San Vito, lei si improvvisò navigatore. Conosceva a memoria le istruzioni ricevute da Marco.

«A destra. Avanti fino alla prossima via sulla tua destra. No, non questa. Prosegui… Ecco ci siamo. Via Belvedere. Al bivio prendi la strada a sinistra che porta al Cardo. Il posto dove abbiamo mangiato l’altra volta».

Tutte quelle molteplici indicazioni rischiavano di mandare in tilt Pietro, teso a non sbagliare strada.

«Secondo te ricordo dov’era il posto?» rispose piccato Pietro. «Quel giorno ero dietro e faticavo a vedere dove Marco girava!»

«Ecco! Non vedi l’insegna? Ci siamo quasi. Rallenta così posso leggere le istruzioni».

Pietro sbuffò scuotendo il capo mentre rallentò quasi a fermarsi. Rifletté sulla pazzia che stava commettendo. Però Elisa con quei capelli rossi l’aveva stregato tanto che l’avrebbe seguita in capo al mondo. Adesso si doveva concentrare perché il buio rischiarato dalla luna non ammetteva errori.

Elisa con una minuscola pila lesse i fogli con le istruzioni di Marco ad alta voce.

«Superato l’Hotel Barancio prendete il segnavia per il Rifugio Scotter-Palatini. Procedette con attenzione. Il fondo è sconnesso».

«Sono attento» enfatizzò acido Pietro. «Ma qui non si legge o non si vede una mazza!»

Rimasero in silenzio, mentre il fuoristrada avanzava sulle ultime tracce d’asfalto prima di affrontare lo sterrato.

«Fa attenzione» gridò Elisa vedendo una sporgenza nel sentiero.

«Puoi parlare sottovoce! Non sono sordo!» rimbeccò Pietro con tono aspro. «Mi sembri un po’ agitata. Mi dici di stare calmo e poi tu metti ansia».

Elisa si morse le labbra perché ricordava le ultime parole di Marco al telefono: «Mantieni la calma. Non essere agitata. Tutto procederà nel migliore dei modi. Ricordalo».

Calmò il respiro e i battiti del cuore, cercando di rilassarsi.

«Il sentiero, che porta alla baita, è segnalato. ‘Proprietà Privata. Divieto di accesso’. Forse faticheremo a riconoscerlo» disse la ragazza con tono sicuro e basso.

Aveva appena finito di parlare quando Pietro esclamò: «Eccolo»,

Manovrò per imboccare il sentiero, fermandosi davanti alla sbarra di accesso.

Elisa, alzandola, pensò: “Pazienta ancora un poco. Poi sarai mio”.