Una storia così anonima – parte nona

Standard
dal fotoalbum di Virgilio

dal fotoalbum di Virgilio

Ospizio del Mont Cenis, 5 novembre 1307, primo albore, anno secondo di Papa Clemente V

Pietro si sveglia al suono della campanella, che chiama a raccolti gli abitanti dell’Ospizio per le preghiere del mattino.

“Sveglia” dice il frate, scuotendo il giovane compagno. “Assolte le preghiere del mattino e mangiato qualcosa di caldo, si parte, tempo permettendo”.

Sbircia fuori nel buio, com’è la situazione. La neve continua a cadere, sia pur con minore intensità. Ha ricoperto il paesaggio sotto una spessa coltre di bianco.

“Frate Pietro, pensate che riusciremo a metterci in marcia?” chiede Philippe scettico sulla possibilità di farcela.

“Con l’aiuto di Gesù Cristo e la protezione di Santa Maria Maddalena, penso proprio di sì” risponde il frate, che infilata la tunica bianca si avvia verso la cappella.

“É ora di mettersi in viaggio” dice Henry, scuotendo i compagni, che per il fastidio grugniscono indispettiti.

Prende qualche pezzo di legna per riaccendere il fuoco e riscaldare un po’ la gelida caverna. Sente il sibilare del vento che fischia tra le rocce. Si avvicina all’apertura e impreca. Il panno è duro come il marmo, la neve accumulata all’esterno sarà alta almeno un braccio e mezzo. Non sarà facile uscire dalla grotta. ‘Di sicuro si sono rifugiati nell’Ospizio. Ritrovare le loro tracce sarà facile’ si dice Henry, mentre ritorna sui suoi passi. Riflette su frate Pietro. Non lo conosceva, nemmeno per sentito dire. Eppure gli sono stati sufficienti pochi scambi di battute per comprendere che sarebbe stato un osso duro da rosicchiare e rendere difficoltoso il suo incarico. Adesso è in ballo e deve ballare.

“Sveglia, dormiglioni. Tra poco si parte” esclama Henry, mentre si scalda vicino al fuoco, che crea sulle pareti ombre misteriose e strane.

Fatta una frugale e fredda colazione, spostano con difficoltà le rocce che avevano messo dinnanzi all’imboccatura. Uno spesso strato di ghiaccio le ha incollate tra loro e la parete. Una piccola valanga di neve, accumulata dal vento, precipita all’interno. All’esterno lo spessore è notevole e rende pericoloso il percorso, perché non si sa cosa si celi sotto. Con molta fatica e qualche apprensione escono per riprendere l’inseguimento.

Pietro si confessa e prende il sacramento della comunione, mentre il chierico lo guarda ammirato. Il frate ha sgomberato la mente da ogni pensiero terreno e rivolge il ringraziamento a Gesù Cristo per averlo assistito fino a quel momento. Di buon umore si sposta nel refettorio per prendere qualcosa di caldo e chiedere lumi sulla strada e sul tempo. Mentre è in attesa che lo servano, pensa al presunto confratello, Henry de Caron, e ai motivi per i quali è alle sue calcagna. Già gli era apparso subito strano che un templare, sfuggito alla retata del re di Francia, avesse rischiato la cattura durante il viaggio per raggiungere la magione bolognese. Perché? Si domanda. Sarebbe stato più logico che si fosse rifugiato in un luogo sicuro, invece di compiere un viaggio di centinaia di miglia per arrivare a Bologna. Deduce che deve avere un preciso incarico da portare a termine e che riguarda la sua persona. Però non trova un collegamento certo tra la presenza a Bologna e il successivo inseguimento, molto discreto nella forma. Anche il falso messaggio del Gran Maestro, Jacques de Molay, stonava nel complesso. ‘Poi dove l’avrebbe portato, se fosse riuscito a mettere le mani sul tesoro della nostra magione?’ si dice Pietro, mentre mangia la zuppa di cavoli e piselli. Troppi punti oscuri sono da dipanare per avere risposte certe.

“Fratello Guilloz sapreste indicarmi la strada per raggiungere il valico e poi scendere nella vallata sottostante?” Pietro chiede lumi al monaco che viene indicato come profondo conoscitore del tempo e delle strade delle Alpi.

Il monaco lo osserva stupito. Gli appare una pazzia mettersi in viaggio con un tempo simile e in particolare senza avere la chiara cognizione della via da percorrere.

“Intendete mettervi in viaggio?” chiede basito il monaco.

“Sì, devo valicare le Alpi e recarmi nella terra dei Franchi” risponde Pietro con calma.

“Ma è una pazzia! La neve è alta almeno du pass ēd trabuch!” esclama Guilloz.

Il frate lo guarda come se fosse un personaggio, uscito da un libro di storia.

“Cosa?” dice Pietro, spalancando gli occhi.

“Ma sì, equivalgono a due piedi liprando ma per noi sono due piedi di trabucco” prosegue il monaco, tutto infervorato a spiegare le misure lineari usate lì.

“Ho capito” fa il frate, fingendo di aver compreso, quanto vale quella misurazione. “Anzi, no! Ma non fa nulla. Intuisco che il manto nevoso sia sufficientemente spesso”.

Guilloz sorride ma prosegue per spiegare come l’impresa di valicare il passo sia un azzardo mortale.

“La strada è diventata invisibile e salire al valico è un’impresa pericolosa”.

Pietro scuote il capo. Nevica e sibila il vento, questo è vero, ma con un minimo di prudenza la salita è possibile, riflette il frate.

“Ma quanto dista?” domanda, tralasciando di approfondire il trabucco e il piede liprando e altre amenità del genere. Tanto non ne avrebbe ricavato nulla di buono a insistere. Meglio lasciar perdere e concentrarsi su altri dettagli.

“Non meno di cinque miglia” risponde il monaco.

“Dunque non siamo molto distanti” dice soddisfatto Pietro.

“No, in condizioni normali. Con la neve tutto diventa difficile. Sia trovare la strada, sia evitare di finire in una buca” afferma Guilloz, scuotendo il capo.

“Ma il tempo tiene oppure peggiora?” insiste il frate, deciso ad acquisire tutte le informazioni.

“Secondo me questo aquilone spazza via tutte le nubi tra un’ora o due al massimo ma le temperature diventano rigide e la neve diventa ghiaccio” sostiene il monaco.

“Grazie per le preziose informazioni” dice Pietro, che ha deciso di partire all’ora terza. Spera di ottenere qualche coperta di lana grezza per proteggersi dal freddo, un po’ di vettovaglie e una pertica per sondare il terreno.

Henry de Caron, prima di abbandonare la grotta, istruisce i due compagni di avventura.

“Messeri, fuori c’è neve in abbondanza e ritrovare la strada per il valico non sarà semplice. Però se voi mi seguirete con diligenza e attenzione, tutto si semplifica. Io starò in testa. Voi starete dietro di me, ricalcando le mie orme. Cammineremo a piedi, tenendo i cavalli per la briglia, facendo la massima attenzione. Ora in marcia”.

Con Henry alla testa del gruppo escono dalla fenditura con prudenza. Il cavaliere sonda il terreno con lo spadone che porta alla cintura alla ricerca del tratto piano tra le rocce. Procede con cautela. ‘Una volta tornati sulla strada, non dovrebbe essere complicato seguire le orme dei due frati, se, come immagino, si sono rifugiati all’ospizio’ si dice Henry che affonda pesantemente nel manto nevoso.

Il tempo scorre, mentre il vento spazza le nubi e mostra l’azzurro del cielo. Il sole fa la sua comparsa ma la temperatura diventa sempre più rigida. Henry de Caron fatica a ritrovare la via che aveva abbandonato ieri sera. Più di una volta è costretto a tornare indietro. Affonda nella neve per mezza gamba e stenta nell’avanzare. É l’ora nona quando intravvede in lontananza le mura dell’Ospizio. Deve decidere, se proseguire oltre col rischio di trovarsi con l’oscurità della notte per strada senza un riparo oppure fermarsi per la notte e riprendere il cammino la mattina successiva. Esiste il pericolo di trovarsi faccia a faccia col frate. Da come l’ha conosciuto, ritiene improbabile questa eventualità. Osserva il viso dei compagni e sceglie di fermarsi.

Pietro, ottenuto quello che voleva, comincia la salita finale verso il passo. La neve è profonda. Procedono a piedi, tenendo i cavalli per le briglie. Con la pertica cerca di intuire se il sentiero sia quello giusto e non presenti insidie nascoste. Sa che deve tenere il piccolo lago ghiacciato alla sua sinistra e il costone roccioso alla sua destra. Avanzano con circospezione, perché alcuni passaggi sono tutt’altro che facili. Come frate Guilloz aveva predetto, il cielo si sgombra dalle nuvole e la neve indurisce. Per un aspetto è un vantaggio, per un altro è un rischio, si dice Pietro. Vede solo roccia e cielo verso l’alto, mentre in basso c’è la conca che racchiude il lago. Superata strettoia, si trovano in un pianoro, dove si fermano per riposare. Osservando il sole, pensa che sia passata da poco l’ora sesta. Devono accelerare se vogliono affrontare la discesa con la luce.

Passato il valico, si dirigono verso il paese di Lens-le-Bôrg passando attraverso un fitto bosco. Il sentiero è ripido e ghiacciato e più di una volta rischiano di scivolare malamente. É buio, quando vedono le prime abitazioni di legno. Ormai sono arrivati. Bussano alla porta di una casa, dal cui camino si leva un filo di fumo.

“Siamo due viandanti diretti a Lugdunum” dice Pietro con la speranza di essere accolti. “Chiediamo ospitalità per la notte per noi e i nostri cavalli”.

Con cautela un montanaro con la barba bianca mostra il suo viso e li accoglie sospettoso. Il fatto che uno di loro porti una grande spada, non lo rende tranquillo.

“Se è per questa” fa Pietro, mostrando l’arma, “non abbiate timori. La lascio fuori dall’uscio. Ripagherò la vostra ospitalità con dei fiorini d’oro”.

Come per magia compaiono delle monete luccicanti nelle mani del frate, che le porge all’uomo.

Henry de Caron, non senza fatica, raggiunge il portone dell’Ospizio, che li accoglie per la notte.

Grazie Isabella

Standard

Ringrazio  la  cara  amica  Isabella, quella della piccola Arianna ,  del  blog https://isabellascotti.wordpress.com/ per  avermi  taggato  ”musicalmente”  su  iniziativa  di  http://ghbmemories.wordpress.com/

REGOLE

Scegliere  almeno  5  tracce  musicali  che  rispecchino  alcune  emozioni  o  stati  d’animo  al  positivo

Taggare  almeno  5  blogger  avvisandoli  di  essere  stati  taggati

Citare  il  mio  blog  indicando  il  link  diretto  sottolineando  che  l’idea  è  nata  in  questo  spazio  htpps://ghbmemories.wordpress.com/

Motivare , se  si  ritiene  necessario  farlo,  le  scelte  musicali.

Copiare le regole e citare chi ha avuto l’idea del tag musicale e chi ti ha taggato l’ho fatto. Però era la parte meno complicata.

Già comincio a essere in difficoltà e in apnea per il resto.

I 5 blogger non li nomino. Non voglio far torti a nessuno. Chi vuole farsi la sua playlist è il benvenuto. Lo ospito volentieri.

Le cinque tracce musicali… ehm, ehm posso farne a meno?

Comunque mi faccio forza, mi tappo le orecchie e spremo le sinapsi alla ricerca di 5 pezzi.

Ovviamente torno indietro nel tempo ma molto indietro.

1 traccia Diana – Paul Anka 1957

https://www.youtube.com/watch?v=TDDgYDQjtEs

Come ho detto si arriva alla preistoria. Però primi balli della mattonella e prime sensazioni – ormoni in subbuglio :D

2 traccia Oh Carol – Neil Sedaka 1959

https://www.youtube.com/watch?v=e72tG80LmsU

Primi timidi tentativi di ballare movimentato. Canzone bella, ma quanti piedi pestati. Stendiamo un pietoso velo.

3 traccia Il cielo in una stanza – Mina 1960

https://www.youtube.com/watch?v=b6s_kjlhP5U

Ricordi dei primi passi con quella che sarebbe stata mia moglie. Si va avanti negli anni ma sempre lontani nel tempo.

4 traccia Grande grande grande – Mina 1971

https://www.youtube.com/watch?v=Z4MsW-Saves&list=RDZ4MsW-Saves&index=1

Altro pezzo che ricordo con piacere. Mina è grande come il titolo della canzone.

5 traccia Let’s Go Get Stoned (LIVE in Woodstock) – Joe Cocker 1969

https://www.youtube.com/watch?v=gDhDUSmHvHQ

Mi piace e basta.

Una storia così anonima – parte ottava

Standard
dal web

dal web

Val Segusium, 4 novembre 1307, ora prima – anno secondo di Clemente V

Pietro è sempre più inquieto. Quella sgradevole sensazione di avere alla costole dei misteriosi inseguitori diventa sempre più acuta. Il chierico Phillipe non avverte lo stesso pericolo e ammira le colline e i campi su i due lati della strada. I colori dell’autunno si mostrano prepotenti e affascinano la vista. La strada ha un fondo accettabile tale da tenere un buon passo.

Arrivati a Venaus, si fermano a una fonte e fanno bere e riposare i cavalli, che coprono con una panno di lana rustica a protezione del freddo che diventa sempre più pungente. Presa la carrareccia di destra, iniziano a salire verso l’abbazia di Novalesa, dove hanno deciso di fare una breve sosta prima di affrontare il tratto finale della salita. Per quanto cresca la voglia di non perdere ulteriore tempo, pensa che sia improbabile riuscire a superare il valico del Mont Cenisium prima del Vespro, perché fa buio presto e il tempo a disposizione non è molto.

É quasi l’ora sesta, quando, usciti dal bosco, ai due viandanti appare in cima a un rilievo le imponenti mura dell’abbazia, che occupa il loro orizzonte. Il complesso monastico, che agli occhi di Pietro si presenta come un blocco grigio sul cielo plumbeo, si sviluppa alla destra di una chiesa di modeste dimensioni. Superata la ripida salita che conduce alla porta del monastero, accedono a un primo cortile, contornato da un loggiato. Il frate guardiano prende in custodia i cavalli, mentre Pietro e Phillipe sono accompagnati al refettorio.

“Vedo nuvole basse e cariche di neve. Pensate che riusciremo a passare il colle e scendere al di là prima del vespro?” chiede il frate a un monaco benedettino che sta portando loro una zuppa di vegetali fumante.

“Se volete rischiare, penso di sì. Però vi suggerisco di fermarvi per qualche giorno. Il tempo migliorerà verso il cinque di novembre e potrete valicare il colle in tutta sicurezza” risponde deponendo innanzi loro due scodelle odorose e calde.

Pietro non risponde e riflette. Non possiamo sprecare diversi giorni, si dice, con la speranza che il tempo migliori e col rischio che l’eventuale neve caduta impedisca il passaggio. Scuote la testa. Il chierico pare estraniato dalla questione, mangia con avidità quella zuppa di vegetali calda, dove ha immerso tocchetti di pane stantio.

Si è alzato un vento gelido, mentre le nubi si fanno più spesse e più basse. Il frate chiede notizie sul sentiero da prendere.

“É possibile procedere a cavallo oppure solo a piedi?” domanda a un monaco, che gli hanno indicato come profondo conoscitore dell’area.

“La mulattiera è ripida e insidiosa per una cavalcatura, salvo che non usiate i nostri cavalli alpini, i comtois, dal garrese basso e dallo zoccolo ampio e ben modellato. La folta pelliccia li ripara dal freddo. Sono resistenti alla fatica e abituati alla neve” gli risponde il benedettino.

Pietro non è molto convinto dell’affermazione. I cavalli che stanno cavalcando, provengono dall’Appennino. Sono dei Bardi, forti e robusti, abituati a terreni scoscesi e duri. Possono tenere una buona andatura per molte ore senza stancarsi e non temono il freddo.

“Grazie per le informazioni. Se ci indicate la strada, pensiamo di partire al più presto” ringrazia il frate.

Il monaco si stringe nelle spalle. Non ama contrariare gli ospiti. Li ha avvertiti ma, se vogliono agire di testa loro, non sarà certamente lui a polemizzare per modificare quanto hanno deciso.

“La strada si snoda a tornanti fra l’abbazia e Ferrera Cenisio, nel folto del bosco che vedete alle vostre spalle. É coperta dal ghiaccio piuttosto che dalla neve da ottobre ad aprile. Esistono maggiori probabilità di trovar neve nel tratto successivo, che da Ferrera porta al valico. L’ambiente innevato e gli spettrali edifici abbandonati portano il viandante ad immergersi nell’alone di mistero che pervade montagna e via di transito, frequentata anche in pieno inverno da pellegrini a piedi” dice il monaco con grave enfasi.

“Mi hanno detto che esiste un Ospizio quasi in prossimità del passo. É vero oppure è abbandonato?” si informa Pietro.

“Lo trovate in prossimità di un piccolo lago alpino. Un piccolo edificio in muratura, dove potete trovare ospitalità per la notte o riparo in caso di una forte nevicata” conferma il benedettino.

“C’è il rischio di smarrirci?” domanda Pietro, mentre il chierico si avvicina con le loro cavalcature.

“Direi di no, se ascoltate bene quello che vi dico. Il primo tratto è obbligato. Non esiste il pericolo di perdervi nel bosco. Però giunti a Ferrera Cenisio ci sono molti viottoli e il rischio esiste. Arrivati in paese, vi spostate verso le baite raggruppate sulla sponda destra del torrente Cenischia. Qui superata la chiesa, le ultime case e il cimitero, imboccate l’evidente mulattiera, che è fiancheggiata da muretti a secco. Non potete sbagliarvi. Proseguite lungo il tracciato che avanza fra radure e boschi di abeti e larici, mantenendo sempre il fianco sinistro della valle, in direzione ovest. Passata una strettoia, entrate nella Piana di San Nicolas, dove incontrate un lago alpino. Proseguite sulla strada, che sta sulla sponda destra tra la montagna e lo specchio lacustre. Di lì salite verso il valico. La via in discesa è ripida e infida e vi conduce a Lens-le-Bôrg rapidamente, dove potete trovare alloggio” spiega con dovizia di particolari il monaco.

Pietro e il chierico, dopo aver caricate le provviste sui cavalli, escono dall’abbazia per imboccare la strada che conduce al valico. Percorse poche miglia e lasciatesi alle spalle le ultime case del paese di Novalesa, si trovano immersi nel folto del bosco e delle nubi basse. Superati un paio di tornanti, facendo attenzione a risparmiare i cavalli, Pietro avverte nuovamente la presenza oscura di qualcuno alle loro spalle. Visto un viottolo e zittendo il chierico con un dito, si nascondono nel folto di un roveto. Dopo non molto tempo vedono passare tre cavalieri, tra cui il frate riconosce quel Henry de Caron che si era presentato alla magione bolognese qualche giorno prima.

Dunque sono loro che ci stanno seguendo da Bologna. I miei sensi non mi hanno ingannato‘ si dice Pietro, mentre il chierico osserva quelle tre figure basito. Lui non si era accorto di nulla ma il suo compagno sembra avere anche dietro degli occhi e delle orecchie.

Lasciato trascorrere per precauzione un certo lasso di tempo, Pietro e Phillipe riprendono a salire verso Ferrera con cautela e in perfetto silenzio. Il frate comprende che non riusciranno a valicare il passo prima che faccia buio. Decide di raggiungere l’ospizio, dove si fermeranno per la notte. Fiocchi di neve cadano dapprima radi, poi più fitti, imbiancando la mulattiera. Gli zoccoli dei cavalli tendono a non aver presa sul fondo ghiacciato. I due viandanti smontano da cavallo e camminano al loro fianco. Perdere una cavalcatura in questi momenti potrebbe trasformare il loro viaggio in tragedia, perché non conoscono quanto il paese di Ferrara Cenisio disti. Il buio del bosco e le nubi sempre più basse, che scaricano neve, li rendono guardinghi. Devono fare attenzione anche ai tre misteriosi cavalieri che li stanno inseguendo da molti giorni.

Dopo l’ennesimo tornate, scorgono in lontananza le sagome imbiancate di case di legno. Il paese appare disabitato. Non un filo di fumo si leva dai comignoli. Pietro indica col capo a Phillipe di accostare verso un gruppo di abeti.

“I tre cavalieri, che abbiamo visto poc’anzi, potrebbero aspettarci tra le case di Ferrera e tenderci un agguato. Quindi propongo di attraversare il torrente e tenerci al coperto sulla destra, finché non imbocchiamo la mulattiera che ci porta al valico” dice il frate quasi bisbigliando.

Il chierico annuisce e lo segue. Sa che si può e di deve fidare di questo templare, che intuisce i pericoli e li schiva. In breve si portano sul lato destro del torrente, protetti dal bosco e puntano verso la chiesa che scorgono in lontananza.

Henry de Caron, arrivato in paese, scopre di essere stato beffato da Pietro. Si ferma e impreca. Nuovamente deve fare i conti con l’acutezza di questa persona, che pare dotato di una diabolica lungimiranza.

“Messeri, quel infernale frate ci ha gabbati. O ha cambiato strada oppure è alle nostre spalle” dice Henry con tono irato, guardando Pierre in cagnesco. Lui doveva seguire le tracce delle due prede ma a conti fatti non si è accorto che sulla neve fresca mancavano i segni del loro passaggio. Nel paese, abbandonato nel periodo invernale, il manto candido appare incontaminato, salvo qualche segnale del passaggio di una volpe.

“Cosa facciamo, messer Henry?” domanda Hugo, affiancandolo.

Il capo della piccola spedizione non risponde e medita. Tornare indietro è pericoloso. La luce del giorno, già fievole per le nubi basse e per la nevicata in atto, si sarebbe spenta, lasciandoli in mezzo al bosco. Dunque si deve avanzare almeno fino al lago, dove avrebbero trovato un riparo di fortuna in una delle molte grotte presenti.

“Si prosegue” dice Henry deciso, mentre sprona il cavallo in avanti.

Pietro e Phillipe procedono con cautela, seguendo un sentiero che non esiste. Scendono nel torrente per evitare di spingersi troppo dentro la macchia, risalgono la sponda destra, finché non ritrovano la strada oltre Ferrera Cenisio. La neve, che cade con maggior intensità, li avverte che hanno sopravanzato di nuovo gli inseguitori. ‘Siamo di nuovo a un bivio’ si dice il frate, riflettendo sul da farsi. Deve operare una scelta: rischiare di avere alle spalle quel terzetto, dei quali non conosce le intenzioni oppure aspettare che passino nuovamente davanti. Lì il bosco sta per lasciare il posto alle rocce, sia pure per un breve tratto. Pietro è indeciso ma Phillipe, intuendo il dilemma del frate, si affianca e gli suggerisce un’altra alternativa.

“Più indietro, a mezzo miglia da qui, ho notato un sentiero stretto, che porta verso l’alto nel bosco, quello che vediamo su quelle rocce. Forse ci consente di arrivare all’ospizio senza essere notati” dice il chierico.

“E se non conduce da nessuna parte? Oppure ci porta in qualche valle stretta e cieca? Rischiamo di perderci col buio ormai incipiente e la neve che scende copiosa” replica Pietro, non del tutto convinto che sia la mossa giusta.

Loro rimangono al coperto nella boscaglia. Il monaco benedettino era stato preciso nella descrizione. Devono imboccare una mulattiera con dei muretti a secco sul lato verso la montagna, che li avrebbe condotto in una piana. E nel grigiore confuso si notano questi manufatti più scuri rispetto alla strada.

Indecisi, se tornare indietro e avventurarsi per quel sentiero sconosciuto oppure prendere con decisione la mulattiera indicata, avvertono delle parole confuse col nitrito dei cavalli.

“Il Signore è con noi” sussurra piano Pietro, mentre osservano sfilare come fantasmi imbiancati i tre cavalieri. Aspettano, finché le voci non si perdono nella lattea oscurità delle nuvole.

Con cautela seguono quelle orme, tenendosi vicino al bordo della via, pronti a una fuga precipitosa. Procedono lentamente, mentre il buio diventa sempre più evidente. Pietro dubita di poter arrivare con un filo di chiarore all’ospizio, che non dovrebbe distare molto dopo la piana. ‘Ma alla piana quanto manca?’ si chiede, togliendo dalla criniera del cavallo la neve che si è depositata. Osserva le tracce lasciate dal terzetto e giudica che hanno mezzo miglio di vantaggio.

Il bosco si apre su un pianoro innevato dove spiccano nel bianco della neve i cavalieri, che piegano verso sinistra, abbandonando la strada.

“Gesù Cristo ha ascoltato le nostre preghiere, Chierico Phillipe. La strada ora è sgombra. I tre ladroni si sono spostati verso sinistra, mentre noi dobbiamo tenere la destra. Se abbiamo fortuna, tra non molto siamo al caldo” dice Pietro, sollecitando il cavallo, che affonda faticosamente gli zoccoli nella neve.

“Messer Henry, siete sicuro che questa via ci porti da qualche parte?” chiede spaventato Hugo. Il buio, la nevicata, che per effetto del vento appare più violenta della realtà, creano sgomento nel cavaliere.

“Sì” risponde secco la guida dei tre, indicando un punto della roccia.

Pierre stringe le palpebre per mettere a fuoco l’indicazione ma nota solo il bianco della neve, da cui affiorano rocce più scure. Tace. Non commenta, conoscendo il carattere brusco e iracondo di Henry.

Hugo vorrebbe replicare che non vede nulla. Solo rocce e neve, che si confondono con le nubi basse. Nevica e si sente bagnato nelle ossa. Avrebbe preferito dormire nell’ospizio o fermarsi nel paese deserto, che hanno lasciato alle spalle. Però il capo era stato categorico: nessuno deve vederci. Scuote il capo, togliendosi dal viso la neve.

Come per magia una fenditura abbastanza ampia appare nella roccia all’improvviso.

“Siamo arrivati” dice Henry, che accende una torcia con un acciarino, prima di infilarsi nello spacco, sufficiente al passaggio di un uomo a cavallo.

I due compagni lo seguono, ben felici di mettersi al riparo. É un’ampia caverna dal fondo sassoso e leggermente umido. In lontananza si ascolta il gocciolio di acqua che cadde. Si portano il più interno possibile per ripararsi dal freddo e dalla nevicata, che ha preso vigore. Con dei piccoli pezzi di legna secca creano un falò per asciugarsi e riscaldarsi un po’. Chiudono l’apertura della grotta con un drappo di lana spesso e pesante, che bloccano con alcune rocce.

Pietro e Phillipe hanno la strada libera e accelerano il passo per raggiungere l’ospizio. Non possono mettere al galoppo i cavalli, perché il sentiero è ricoperto da una spessa coltre di neve. Tuttavia riescono tenere un discreto passo. Superata la piana, si inerpicano su stretti tornanti, finché non appare la sagoma rassicurante della struttura in mattoni, che manda verso l’alto un filo di fumo. É un segnale che l’ospizio è abitato. Col vento contrario, che ghiaccia i fiocchi sul viso e sul corpo, Pietro e Phillipe raggiungono il portone. Bussano per farsi aprire. L’ospizio li accoglie e li riscalda. Domani dovranno affrontare il passo e poi scendere a valle nell’altro versante. Sono intirizziti dal gelo. Mangiano una zuppa di cavolo e fagioli calda e corroborante. Fuori nel buio la neve cade copiosa, mulinata dal vento.

“Speriamo che domani il valico sia transitabile” dice Pietro, mentre si avvia verso la cappella per le preghiere del vespro prima del sonno ristoratore.

Una storia così anonima – parte settima

Standard

dal web

Bologna, Placentia, Torino, 1 novembre 1307, primo albore – 2 novembre 1307, vespro, anno secondo di papa Clemente V

Pietro si reca da frate Giovanni per prendere congedo.

“Maestro, il frutto dei nostri sforzi è al sicuro. Per il momento riposa tranquillo. Io parto per Poitiers. Al mio ritorno lo sistemeremo in modo definitivo” dice Pietro, inginocchiato di fronte al precettore.

“Bene. Alzatevi pure” gli dice Giovanni.

L’anziano frate sospira. Non avrebbe desiderato che partisse per la Francia. Pietro è predestinato a reggere la magione, quando lui se ne andrà. Avverte che la fine non è molto lontana. Tuttavia il messaggero papale è stato categorico. ‘Deve partire senza indugiare oltre

“Avete avuto buon intuito con quel falso cavaliere che nel marasma attuale ha cercato di derubare la nostra commenda” afferma Giovanni.

“Fin dal primo istante ho capito che era un impostore ma erano solo delle sensazioni. Un formicolio alle punte delle mani, che si è rivelato giusto” replica Pietro, che freme di partire al più presto. Vuole tornare in fretta. La Francia per un templare non è posto sicuro. Il viaggio è lungo e l’attraversata delle Alpi potrebbe essere difficoltosa, se il tempo peggiora.

“Se voi non avete altro da aggiungere, io mi recherei nella mia cella per recuperare quanto mi serve per il viaggio” dice Pietro, mostrando impazienza per la partenza.

“Vi congedo e vi auguro che possiate ritornare presto tra noi” fa Giovanni, accompagnando le parole con un gesto della mano. Una sorta di benedizione.

Pietro si ferma nella chiesa della commenda a pregare e ricevere il sacramento della comunione. Sta albeggiando e il cielo è coperto da un sottile strato di nuvole bianche che diventano rosate, quando lui e il messo papale escono sulla strada Maestra. Devono aggirare la cerchia muraria più interna, ancora chiusa prima di prendere la via consolare Emilia. Il viaggio è lungo, molte centinaia di miglia e per nulla agevole. Sa che deve attraversare le Alpi e che le nevicate sono in agguato. Poi ci saranno le strade e le città francesi, che non promettono nulla di buono.

Non appena raggiungono la via consolare i due cavalieri lanciano al galoppo le loro cavalcature. Pietro conosce la strada e i pericoli del fondo dissestato e fangoso. Predica prudenza.

“Dobbiamo fare attenzione. La strada è infida. Non dobbiamo sfiancare i nostri cavalli e perdere qualche ferro, se vogliamo essere a Placentia prima del vespro. Quando siamo a Sce Domnine o a Floricum facciamo una sosta per rifocillarci e far riposare le nostre cavalcature” dice il frate al chierico.

Tuttavia una curiosità cresce in Pietro. ‘Chissà per quale motivo il papa ha pensato a me per avere notizie sui nostri confratelli francesi‘ pensa il frate, mentre galoppa verso Placentia. ‘Il chierico afferma di non conoscere il perché. E ci posso credere. Lui è un semplice messaggero. Tuttavia la curiosità è molta. Mi farà piacere rivedere il vecchio compagno di studi, diventato papa‘.

Ha chiesto al chierico, se conosce un cavaliere di nome Henry de Caron oppure lo ha incrociato durante il tragitto verso Bologna. La risposta non lo sorprende. ‘No. Non ho conosciuto un cavaliere con quel nome, né l’ho incrociato lungo la strada‘ ha replicato pronto. Il chierico ha mostrato sorpresa per questa domanda. ‘Gli ho spiegato che un cavaliere con quel nome ha bussato alla nostra porta, affermando di essere stato a Poitiers col gran Maestro, Jacques de Molay. Ha negato di aver mai conosciuto un templare con quel nome. Dunque sono certo che fosse un impostore‘.

Arrivati a Placentia, Pietro e il chierico trovano riparo nella commenda piacentina, da dove al primo albore avrebbero passato il Padus diretti a Torino.

“Chierico Phillipe, che strada avete preso per venire a Bologna?” chiede il frate per programmare la tappa successiva, dopo che si sono riposati.

Il giovane fa un lungo giro di parole per descrivere il suo viaggio.

“Quando sono partito da Poitiers erano giornate terse e limpide, fredde di notte ma tiepide di giorno. Sono sceso più a sud, sperando che il tempo si mantenesse buono. E così è stato. Ho attraversato le Alpi al colle del Monginevro. La strada era buona. Non ho trovato la neve né il ghiaccio. Le cime circostanti erano già bianche, innevate. Da lì ho raggiunto Torino. Da lì sono arrivato a Placentia e poi a Bologna” risponde il messo papale.

Pietro riflette sulla prima parte del viaggio del chierico. ‘Se prendiamo la strada del Mont Cenis, abbiamo due punti di riferimento in caso di maltempo. Novalesa con la sua abbazia e l’ospizio in prossimità della sommità della sommità del colle. La via del Monginevro non è praticabile, perché più rischiosa per la neve e perché si resta troppo in quota. Resterebbe la strada di Sigerico ma si allunga troppo. Arrivati nella magione di Torino, valutiamo quale strada prendere‘ si dice Pietro nel silenzio della cavalcata.

C’è qualcosa che non gli dà tregua da quando sono partiti da Bologna. Un sensazione inquietante che non è riuscito mai a dissipare. ‘Ho l’impressione che ogni nostro passo sia controllato, che qualcuno si segua con discrezione. Nonostante abbia più volte cercato di intercettare la misteriosa ombra che sta alle nostre spalle, non sono venuto a capo di questa situazione sinistra. Il chierico cavalca senza avvertire i pericoli che percepisco‘ ragiona quando ormai sono prossimi alla fine del viaggio.

Con sollievo vede le mura arcigne della commenda torinese che si trova all’imbocco della valle di Segusium. É una posizione strategica, perché due dei tre possibili itinerari del pellegrini diretti alla Terrasanta passano da lì. I cavalli sono allo stremo delle forze. Il frate decide di fermarsi un giorno intero per far riprendere fiato sia alle cavalcature che a loro. La traversata delle Alpi richiede che siano freschi e riposati.

Il precettore della magione, frate Bartolomeo, li accoglie con calore e dopo i convenevoli di rito si apparta con Pietro per discutere sulla convenienza di andare in Francia.

“Siete proprio certi di proseguire il vostro cammino nella terra dei Franchi?” gli chiede il precettore.

“Assolutamente sì!” risponde Pietro senza tentennamenti.

“Le notizie, che i viandanti e pellegrini in transito portano, non sono confortanti. Tutti i cavalieri del Tempio in Francia sono stati imprigionati e messi sotto tortura. Qualcuno, pare, ha confessato colpe gravissime. Solo pochi cavalieri sono riusciti a sfuggire alla cattura” insiste Bartolomeo.

“Lo so. Un certo Henry de Caron ci ha illustrato quello che è avvenuto nel mese di ottobre. Vi risulta che un cavaliere con questo nome sia transitato da queste parti?” replica il frate, sperando in una risposta positiva atta a fugare i suoi timori.

“No. Nessun cavaliere con quel nome ha trovato ospitalità presso di noi” dice il precettore di Torino.

Pietro, senza mostrare all’esterno quello che bolle nel suo interno, annuisce e domanda come sono le condizioni delle strade.

“Proprio ieri ha soggiornato un pellegrino che ha attraversato le Alpi al colle del Mont Cenis lungo la Via Mediolanensium, la Francigena del Moncenisio. Ha riferito che la strada è fangosa e viscida nelle ore centrali della giornata ma al mattino e al vespro diventa pericolosa per il ghiaccio che la ricopre”.

Pietro riflette su queste parole.

“Da qui per raggiungere il valico che strada devo seguire?” chiede il frate.

“Uscendo dalla commenda, tenete la via di destra che porta a Segusium. Arrivati a Venaus, prendete la strada che in mezzo ai boschi di lecci e frassini va verso nord ovest. Arrivati all’Abbazia di Novolesa proseguite il cammino per la ripida mulattiera che, attraverso Ferrera e costeggiando un lago, porta al valico e di qui potete scendere verso Lens-le-Bôrg, al di là delle Alpi, fino a Modane” lo informa il precettore.

“Ma come prevedete che sia il tempo nella giornata di domani?” domanda Pietro, interessato più alle condizioni meteo che allo stato della strada.

“Se volete, chiamo frate Dolce, che sa leggere il vento e le nuvole” risponde Bartolomeo.

“Sì” fa asciutto Pietro.

Il frate afferma, che secondo lui il tempo rimane buono per almeno la giornata seguente ma che potrebbe guastarsi tra qualche giorno. Niente cielo pulito ma sarà coperto di nuvole basse e compatte.

Dopo la giornata di riposo per le cavalcature, la mattina seguente Frate Pietro e il chierico Phillipe riprendono il cammino. Il cielo grigio e nuvoloso non promette nulla di buono come la sensazione di essere seguiti.

Una storia così anonima – parte sesta

Standard
I templari a Bologna - Giampiero Bagni Edizione Penne e Papiri

I templari a Bologna – Giampiero Bagni Edizione Penne e Papiri

Bologna, 1 novembre 1307, ora terza delle Vigilie, anno secondo di Papa Clemente V

La notte è senza luce. Le nuvole coprono le stelle. Una leggera nebbiolina inumidisce la corte quadrata della magione di Santa Maria del Tempio. Un’ombra vestita di bianco scivola furtiva verso la chiesa di Santa Maria Maddalena, che si affaccia su un lato della commenda. Sulle vetrate colorate si disegnano diavoli e diavolesse. Entra da una porta laterale, dopo essersi accertato che nessuno lo stia osservando. L’interno è debolmente rischiarato dalle candele, mentre nell’aria si respira l’odore acre e fumoso della cera. Si inginocchia davanti all’altare, prima di sparire nella sacrestia. Apre un’enorme anta di un armadio che contiene paramenti sacri. Ne scosta alcuni, fa scivolare silenziosamente la parete di fondo. Spinge un pannello e si apre un buco nero. Il frate recupera due bisacce che tintinnano debolmente. Le mette sulla spalla e si avvia verso una botola, occultata da una finta lapide. Accende un grosso cero, mentre un secondo, sparisce sotto la tunica bianca. La sposta e apre un varco che appare nero.

Pietro scende i gradini umidi, mentre zaffate di stantio aggrediscono le narici del naso. Procede sicuro ma lento nel cunicolo che porta alla chiesa di Santo Homobono. Il percorso non è molto lungo ma deve procedere circospetto. Il peso delle bisacce e il fondo scivoloso lo invitano alla prudenza. Dovrà rifare questo viaggio almeno altre tre volte e dovranno essere terminati, quando la comunità dei frati inizia la nuova giornata al primo albore.

Ricorda il dialogo di poche ore prima col frate Giovanni, il precettore della magione.

“Pensi di fare tutto da solo oppure dico a frate Alberto degli Arienti di darti una mano?” gli ha chiesto Giovanni.

“Meno persone sono a conoscenza di questo segreto, più sicuro è il nascondiglio” ha ribattuto frate Pietro da Monte Acuto.

“Ma credi di riuscire a portare a termine il salvataggio del nostro tesoro?” ha insistito il precettore.

“Ce la devo fare” ha replicato il frate, chiudendo l’argomento.

Arrivato sotto una botola, ascolta se provengono dei rumori da sopra. Toglie un’asta di ferro arrugginita che cigola nel silenzio della notte. Spinge verso l’alto l’apertura non senza qualche difficoltà. Con cautela la solleva e si ritrova nella piccola chiesa deserta. Solo qualche cero arde ancora ma sono più le ombre che le luci. Si inginocchia davanti al piccolo altare e recita un Pater Noster. Avverte tensione, mentre si avvicina a una lapide che copre una nicchia. Non si sente tranquillo. La tasta, finché non avverte sotto i polpastrelli una leva, che sposta da destra verso sinistra. Il marmo si muove con un leggero rumore di sfregamento, lasciando intravvedere un grande spazio buio. Lo illumina col cero e introduce le bisacce. Richiuso il marmo, riprende la strada sotterranea, per prelevare altre bisacce e rifare il tragitto.

Il primo viaggio è andato bene ma la tensione non accenna a diminuire. É in allerta con tutti i sensi. Il momento topico sarà, quando riemergerà nella sacrestia. La porta della chiesa è sempre aperta e potrebbe trovare delle brutte sorprese. Si ferma prima di affrontare i gradini finali. Non percepisce nessun rumore ma questo non indica che non troverà qualcuno ad attenderlo. Mette fuori la testa ed esplora il locale, che appare tranquillo. Un profondo respiro gli scarica la tensione. Prende dal nascondiglio segreto altre bisacce e ricomincia il viaggio.

Manca poco alla prima ora, quando riemerge per l’ultima volta nella sacrestia della Chiesa di Santa Maria Maddalena. Ha completato il trasferimento del loro tesoro in un posto più sicuro. Pietro è stanco con la tonaca bianca chiazzata da piccoli sbuffi di fango, che stanno seccando. Sa che al suo ritorno dalla contea dei Franchi, dovrà provvedere a spostare dalla chiesa di Santo Homobono in altro luogo quello che ha trasportato con fatica durante la notte.

Adesso però si deve mettere in cammino il più velocemente il possibile. Il Papa l’ha convocato a Poitiers per ascoltare dalla sua viva voce quanto ci fosse di vero nelle accuse che l’inquisitore di Francia muove al consiglio dei cavalieri del Tempio. Non ha molto tempo per riposare. Il messo papale, il chierico Phillipe, gli ha consegnato la convocazione proprio ieri sera. Per questo motivo ha dovuto spostare in gran fretta il tesoro della commenda altrove e fuori dalla magione. Se fosse rimasto nascosto all’interno, avrebbe potuto finire male, se lui avesse tardato il rientro o non fosse ritornato per nulla. Il viaggio è lungo e ricco di insidie, specialmente in Francia. Le notizie provenienti da quel paese non inducono all’ottimismo.

Bologna 21 febbraio 2015, ore cinque

Vanessa interroga con gli occhi Luca, che strofina la mano sulla guancia ispida. La fatica della notte insonne sta chiedendo pedaggio.

“Il nostro anonimo è parco di notizie utile” fa la ragazza, che stringe le palpebre per la stanchezza.

“Uhm!” grugnisce il ragazzo, che si domanda dove è questo Santo Homobono. Nel manoscritto è descritto genericamente che è una delle quattro chiese, che i templari possedevano a Bologna. Nessuna indicazione della località ma solamente che è vicina alla magione.

“Ma tu sai dove si trova questa chiesa?” chiede il ragazzo.

“No! Mai sentita nominare” esclama Vanessa, scuotendo la chioma riccioluta.

“E noi da dove cominciamo a cercare?” si dice ad alta voce Luca.

La ragazza scoppia a ridire, perché, se ci fosse ancora, sarebbe già stata setacciata e rivoltata come un calzino. I templari sono stati un mito come le loro favolose ricchezze, che hanno fatto gola a regnanti e avventurieri. Lei dubita che la chiesa sia ancora in piedi.

“Ma visto che hai assunto il ruolo di leader, devi condurmi dove si trova questa benedetta chiesa!” la irride il ragazzo.

“E no! Devi collaborare e cercare notizie utili” dice la ragazza con la voce impastata dal sonno.

Sembra un accenno di baruffa fra i due ragazzi ma in realtà si divertono a fare ironia tra di loro. Provano a cercare la chiesa sul web ma risulta sconosciuta. Senza ulteriori indicazioni i due ragazzi non saranno in grado di localizzare il primo nascondiglio usato dal frate Pietro. La chiesa di Santa Maria Maddalena è scomparsa, perché distrutta durante la seconda guerra mondiale. Quest’altra è svanita nell’oblio del tempo. La loro ricerca parte subito con una salita ripida e ardua.

“Siamo in un cul de sac” esclama Luca. “Il web non ci viene in aiuto. Della vecchia commenda non è rimasto quasi nulla, almeno questo si ricava dai motori di ricerca. C’è un libro ‘I Templari a Bologna‘ che dobbiamo procurarci. Forse ci possiamo ricavare delle notizie utili”.

“Dubito che troverai una libreria aperta a quest’ora” chiosa Vanessa con la testa a ciondoloni.

“Tu cosa proponi?” chiede il ragazzo tra uno sbadiglio e uno sprazzo di lucidità.

“Domani mattina andiamo in Strada Maggiore al numero 80, dove sorgeva la vecchia commenda. Quella c’è di certo” fa la ragazza, stropicciandosi gli occhi.

“Dirai fra qualche ora. Sono le cinque passate. Fra non molto facciamo colazione e poi andiamo a vedere il numero 80” fa Luca con un sorriso ironico sulle labbra.

Uno squillo avverte Vanessa che è arrivato qualcosa sulla messaggistica. Si irrigidisce, controlla e sbotta.

“Stronzo! Chiedi scusa? Troppo tardi caro! Dovevi pensarci prima e contare fino al dieci prima di parlare” sbotta la ragazza che pare essersi svegliata di colpo. Gli occhi stanchi acquistano lucidità e intensità. Il verde dell’iride sembra mandare bagliori e lampi di ira fredda.

Luca la vede armeggiare con il Galaxy e resta in silenzio. L’atmosfera si è caricata di elettricità. ‘Che mongolo! Mandi alle cinque e mezza un messaggio! A cosa pensavi? Che lei fosse abbracciata a un altro? Non la conosci bene! Hai ottenuto il risultato opposto. Farla incazzare ancora di più‘ si dice Luca, mentre aspetta che la ragazza metta via lo smartphone.

“Che facciamo? Finiamo la lettura oppure facciamo un pisolino?” chiede Luca, che sbadiglia vistosamente.

“Proseguiamo” dice Vanessa senza tentennamenti. Il messaggio l’ha destata dal torpore della stanchezza e del sonno.

Una storia così anonima – parte quinta

Standard
dal web

dal web

Bologna, 21 febbraio 2015, ore quattro

Luca sbadiglia e si alza dalla sedia. Adesso capisce qualcosa di più della storia che ha fotocopiato da quell’antico libro.

“Pensi che ci sarà scritto dove Pietro da Bologna ha nascosto il tesoro dei templari di Bologna?” domanda curioso a Vanessa.

La ragazza non risponde subito. Ha gli occhi luccicanti per l’eccitazione. Sta riflettendo. Vorrebbe proseguire nella lettura e nel comprendere cosa è successo dopo. Ritiene inopportuna l’interruzione di Luca ma si arrende.

“Non credo. Dubito che l’anonimo cronista abbia detto dove sono finiti monete e oggetti. Da quello che mi hai detto nel libro ci sono tante storie ma questa sicuramente era la più ghiotta. Avrebbe fatto gola a molti cercatori di tesori” dice con calma Vanessa.

“Che sbadato! Dimenticavo che in effetti il secondo documento in qualche modo racconta come un frate domenicano lo abbia cercato inutilmente” esclama Luca sorridente.

Vanessa vorrebbe riprendere la lettura ma l’amico si muove e si stiracchia.

“Caffè?” gli domanda.

“Sì, caffè” risponde pronto.

Insieme si spostano in cucina. Lui si siede, mentre lei lavora con la moka.

“Mi spiace che ti ho rotto le uova nel paniere” dice Luca.

Lei ride, gettando all’indietro quei capelli ricci e rossi, che incorniciano un viso ricco di lentiggini.

“Ma ci credi proprio?” gli chiede Vanessa, guardandolo fisso negli occhi.

“Beh! Insomma… penso che, se eri a letto con lui, non era per caso” risponde Luca centellinando le parole. Visto che è in buona, non osa toccare tasti che la facciano infuriare.

“Non ti facevo così prudente!” esclama la ragazza, mentre avvita la moka prima di metterla sul fuoco.

Luca fa un sorriso striminzito. La prudenza non è mai troppa. Conta fino a dieci prima di rispondere.

“Vedi” comincia con calma il discorso. “Vedi. Avresti avuto tutti i motivi per essere infuriata con me. Ti chiamo all’una di notte. Interrompo un amplesso intrigante…”

Vanessa ride. ‘Quant’è ingenuo, Luca! Proprio per questo vado d’accordo con lui‘ pensa.

“Ma chi ti dice che ero nel pieno di un amplesso mozzafiato?” gli chiede ridente.

Luca diventa serio, aggrotta le sopracciglia e poi spara la sua cavolata.

“Sentivo in sottofondo ‘Je t’aime… moi non plus‘, quella canzone con tanto di sospiri di Jane Birkin e Serge Gainsbourg. Non ricordi?”

“Direi di no! Non so chi siano questi due cantanti, né quali sospiri abbiano prodotti. Ma non sparare cazzate!” replica Vanessa, diventata seria tutto d’un colpo.

“E va bene! Sono serio. Però la colonna sonora l’ho ascoltata! Un splash, che assomigliava tanto a uno schiaffo”.

“Quello? Tutto qui? Se l’è beccato Franz, così un’altra volta non fa lo stronzo” dice Vanessa allegra.

Luca pensa che Vanessa si comporta come l’ape regina col fuco. Dopo averlo usato, lo uccide.

Sta per rispondere, quando sente il classico borbottio della moka e il profumo del caffè che inonda la cucina. Osserva la sveglia. Segna le quattro del mattino. ‘Un bella notte insonne. Ancora un piccolo sforzo e mi gusto il sorgere del sole’ si dice sorridendo.

“Dai beviamoci questo caffè e poi torniamo al manoscritto” dice Vanessa, che ha dimenticato le ultime parole che si sono detti.

“Ma tu che idea ti sei fatta della storia?” le domanda Luca, mentre sorseggia il caffè.

“Uhm!” borbotta la ragazza, che si è scottata la lingua. “Non sapevo che il palazzo di Strada Maggiore fosse l’antica commenda bolognese dei templari”.

“Potrebbe essere una buona idea andarlo a visitare” afferma Luca, dimenticando che già gli aveva accennato che in pratica era impossibile arrivarci per via dei lavori per il Crealis.

“Credo che sarà difficile per diversi giorni. La via è sottosopra per la preparazione al nuovo trasporto urbano”.

“Peccato! Perché sarebbe stato interessante vederlo”.

“Dubito che possa darci degli spunti interessanti. Ma se lo desideri tra qualche ora possiamo andare lì. Un’occhiata non fa mai male!” conclude la ragazza.

Luca si gratta la barba ispida che copre le guance. Non ha sonno ed è eccitato per la storia che stanno leggendo.

“Ma cosa ne pensi?” le chiede nuovamente, visto che non ha risposto.

“Mi piacerebbe andare alla caccia di quel tesoro, se in effetti sia esistito” risponde Vanessa.

“Pensavo anch’io di dare la caccia ma non osavo chiedertelo” fa Luca, riponendo la tazza nel lavello.

“Per me esiste e nessuno finora l’ha trovato” insiste la ragazza, che si alza per tornare nella sala.

Il ragazzo la guarda. Un vecchio flashback illumina la sua mente. É una trasmissione televisiva, di cui non ricorda il nome ma l’argomento trattato ‘il mistero del tesoro dei Templari‘. Città lontane con nomi esotici, viaggi oltreoceano. Un guazzabuglio di immagini e di parole che non lo conducono da nessuna parte. Si domanda se era solo fiction oppure se questo mistero era tale.

“Allora affare fatto. Tra poche ore ci lanciamo nella nuova avventura” dice Luca, tendendo la mano.

“Calma, ragazzo! Qui le danze le conduco io. Tu puoi funzionare da guardaspalle ma da leader no!” esclama compunta Vanessa, lasciando quella mano sospesa nel vuoto.

“Ma l’idea…” comincia il ragazzo, che aggrotta la fronte per il disappunto.

“Certo senza la tua imbeccata non ci avrei mai pensato. Ma non hai mai dato prova di avere senno. Ti butti nell’avventura senza riflettere” lo rimbecca seccamente la ragazza.

Luca mette il broncio. É quasi pentito di aver imbarcato Vanessa in quest’avventura pazzesca ma ormai è troppo tardi per modificare la situazione. Accenna ad altri argomenti per sviare l’attenzione.

“Ma quel Henry de … vattelapesca” comincia il ragazzo.

“Henry de Caron” precisa la ragazza.

“Sì, proprio lui. Dicevo. Di quel Henry che idea ti sei fatta? Mente per fregare il tesoro dei templari bolognesi oppure è in buona fede?” domanda Luca, che vuole a tutti i costi riguadagnare terreno su Vanessa.

“Secondo me, Pietro da Bologna ha intuito bene. Quel personaggio è viscido come una biscia e spera di mettere le mani sul tesoro. Ma come fa a sapere che nella magione ci sono bolognini e oggetti di valore? Questo dettaglio mi fa comprendere che manca qualche tassello per capire il ruolo effettivo di Henry de Caron nella vicenda” dice la ragazza, mentre si siede.

“Mentre formulavo la domanda, mi è venuto lo stesso dubbio di Pietro. Henry de …” Luca si interrompe perché ha già nuovamente dimenticato il nome.

“…Caron” precisa la ragazza ridendo. ‘Luca per i nomi, specialmente quelli stranieri, è una frana‘ riflette ridacchiando.

“…Henry de Caron è un furbacchione che spera di intascare un bel po’ di bolognini! Ma sono convinto che la chiave sarà nelle prossime pagine” dice Luca, sedendosi a sua volta.

“Cosa secondo te?” gli chiede Vanessa.

Il ragazzo aggrotta la fronte, si concentra prima di parlare. Riflette.

“Per me è un emissario di Filippo il Bello. Il grosso del tesoro della Torre del Tempio di Parigi si è volatilizzato e vuole scoprire dove è finito. Ma probabilmente sto lavorando di fantasia” fa Luca, scuotendo il capo.

“Interessante. Mi appare logica e razionale. Nessuno si sobbarca un viaggio di qualche migliaio di chilometri per finire nella magione di Bologna e tornarsene a casa con le pive nel sacco” dice Vanessa, che aspetta impaziente di riprendere la comprensione del resto del testo.

“Sì ma come pensa di portare con sé oggetti preziosi e bolognini d’oro e d’argento per tutti quei chilometri? Secondo me. Ha dei complici che lo stanno aspettando” aggiunge il ragazzo.

“Allora bando alle ciance e riprendiamo la lettura. La ricreazione è finita!” esclama sorridente la ragazza.

E i due ragazzi continuano a leggere quel testo antico.

Ieri, primo maggio di lavoro

Standard

Ieri, primo maggio, è stato laborioso. Nel senso che ho lavorato. Bella scoperta, direte voi. Ebbene oltre a festeggiare la figlia che ha voluto nascere proprio il primo maggio – e la festa è per lei -, ho ricevuto ben tre tag da altrettanti blogger. Due di pertinenza sui libri con tanto di domande. Il terzo relativo alla musica con tanto di playlist.

Credo che sia doveroso ringraziare i blogger per aver pensato a me, come meritevole di essere nominato. Quindi fiato alle trombe – andiamoci paino perché di fiato ne ho poco – per il rigraziamento.

Crisnelpaesedeilibri col suo simpatico blog Il rifugio segreto dei lettori ha pensato bene di taggarmi con un Liebster Award 2015 libresco con dieci domandi alle quali rispondere. Vista la fatica di rispondere alle 25 domande del precedente tag ad opera di Marisa Cossu, vi risparmio queste dieci domande. Però il grazie alla blogger rimane intatto.

In rapida succesione è arrivato da Settembre81 e il suo brillante blog Settembre blog  il Book tag, fotocopia di quello che Marisa Cossu mi aveva generosamente concesso. La ringrazio di tutto cuore perché ha pensato a me come lettore e scrittore – assai indegno a dire il vero – Però non mi è sembrato giusto tediarvi con le risposte in copia carbone del percedente Tag Book.

Infine La Cri col suo sfavillante blog Seconda stella 72 – Diario di una mamma in “corriera”, che merita di essere seguito ha pensato bene di taggarmi con Mood Music Tag. E qui sono entrato in crisi, perché con la musica litigo. Come? sì, litigo, perché non la seguo e creare una playlist con cinque brani mi produce orticaria, non sapendo dove cominciare. Giustamente La Crì è rimasta interdetta. ‘Come sei un amusicale – neologismo per affermare che non seguo la musica -?’ In effetti è così, anche se mi piace ascoltare la m usica classica, non tutta sia ben chiaro ma ben delimitata ad alcuni compositori. Quindi anche trovare cinque brani classicisarebbe stato un dramma. Perché? E’ vero che ascolto i CD ma i titoli solo volatili come l’etere.

Quindi dopo avervi tediato con queste parole, chiudo con un GRAZIE DI CUORE perché avete pensato che sia meritevole di essere taggato.