Il mazzo di fiori – parte ventunesima

Standard

Chiumento è chiuso nel suo ufficio. E’ di pessimo umore. La storia di Teresa non le piace e non gli dà pace. Si sente come braccato, anche se è certo che sia solo una sensazione.

“Quella ragazza mi ha fatto tenerezza, quando due anni fa si è presentata nel mio ufficio, implorando un lavoro. Mi ha detto che era allo stremo delle forze economiche e che non voleva tornare a Lecce. Mi sono impietosito e l’ho fatta assumere. Tutto sommato è stato un buon acquisto. Ma…” ragiona sulle sue angosce.

Il dubbio, se ha fatto bene quella volta, aleggia nella sua mente, perché poi ha iniziato una relazione pericolosa. Lui è sposato con due figli e quell’amante stava diventando sempre più ingombrante.

“Mi hai ingravidata” gli aveva detto ai primi di settembre. “Devi rimediare!” Le aveva proposto di abortire ma lei non aveva nessuna intenzione di farlo. Si sentiva prigioniero in una cella senza finestre e con la porta sprangata. Provava un senso di claustrofobia che gli metteva angoscia.

“Ho avuto un moto di sollievo, quando ho saputo che era morta. Però in fondo mi dispiace. Teresa era una fanciulla dolce e dal sangue caldo. A letto era una furia incontenibile e mi ha donato livelli di piacere da incorniciare. Però quella minaccia di scandalo è stata una mazzata”.

Si domanda se Teresa ha lasciato dei documenti che possono comprometterlo, anche se nessuno degli inquirenti si è fatto vivo. Aspettare lo snerva. Muoversi c’è il rischio di fare mosse avventate. Così si cuoce a fuoco lento.

“Ci avevo pensato di verificare tra le carte d’ufficio, se c’era qualcosa che mi riguardava ma rischiavo di farmi sorprendere dalla Presente. Lei è una ragazza sveglia e avrebbe capito tutto immediatamente. Per fortuna non l’ho fatto, perché poi è arrivata la polizia. Chissà cosa hanno sequestrato” pensa Chiumento, sospirando.

Si alza e guarda fuori dalla finestra. Ha un sussulto: la Presente in bicicletta ha imboccato la strada della questura.

“Ha mentito a Sara, dicendo che sarebbe andata a casa per i tecnici del telefono. Sta andando ancora dal quel commissario, che mi pare un mastino con il fiuto del miglior cane da caccia”.

Questa nuova visita gli desta qualche preoccupazione. Sa di non avere la coscienza a posto, di aver mentito, fingendo di conoscere solo professionalmente Teresa.

“Ma cosa dovevo fare o dire? Ammettere col commissario che avevo una relazione? Sicuramente sanno che la ragazza era incinta, anche se sul giornale non è apparso nulla. Confessare questo rapporto sarebbe stato per me un incubo di sospetti, di domande imbarazzanti. Avrebbero puntato sicuramente su di me come principale indiziato di averla uccisa. Convengo che forse non sarà stato il modo migliore per allontanare i sospetti, perché ai loro occhi avrebbe rappresentato un’ammissione di colpa. Sono tra l’incudine e il martello. Una posizione scomoda e pericolosa”.

Mentre riflette su questi dettagli, osserva Ludmilla e nota l’uomo appostato sull’angolo e la donna che la segue a piedi.

“Chi sono quei due?” si domanda inquieto. “Poliziotti oppure…”. Lascia cadere la riflessione, perché si concentra su una terza persona che sembra interessato alla direzione che ha preso la ragazza.

Non riesce a scorgerlo con nitidezza. Ne intravvede solo le spalle. Ha un qualcosa di familiare nella figura senza che riesca a mettere a fuoco chi sia. L’uomo sull’angolo va verso il Castello, almeno questa è l’intuizione di Chiumento che ha una visuale non perfetta e ridotta. Prima di sparire dalla sua vista, lancia un’occhiata verso quella figura, che sembra curiosa di conoscere dove è diretta Ludmilla. Poi dopo quei movimenti di persone interessate alla ragazza la strada riprende l’aspetto abituale della pausa pranzo. Qualche macchina in transito, impiegati che raggiungono un bar per un breve break, gente frettolosa di tornare a casa.

Chiumento torna a sedersi alla sua scrivania e prende la testa fra le mani. Ha l’impressione che la polizia sappia molto di più di quello che filtra sui giornali.

“Devo stare attento” si ripete l’uomo.

Carlo si domanda le motivazioni che hanno scatenato tutto quel casino. Ludmilla gli piace e farebbe carte false perché diventasse la sua compagna. Però lei non ne vuole sapere. Lo ignora. Questo lo ferisce molto.

Seduto sulla poltrona in casa legge le ultime notizie sul caso di Teresa Lopiccolo. Immagina che anche Ludmilla sia coinvolta, anche se il suo nome non compare. Le descrizioni sono il suo perfetto identikit.

“Non mi posso sbagliare!” dice, sorseggiando una birra fresca dalla bottiglia. “E’ sicuramente lei, la bionda alta, slanciata che gira su una Bianchi azzurra. In città non sono molte le donne che la usano. Preferiscono vecchie bici per il timore che vengano rubate”.

Scuote il capo e sospira.

“Chissà che fine hanno fatto i miei fiori! E il biglietto… è stato tanto sofferto scriverlo”.

Vorrebbe chiamarla al telefono ma non vuole rischiare che glielo sbatta giù. Pensa che sarebbe una ferita quasi mortale.

Finisce la sua birra, che è diventata calda e poi se ne va a letto.

Lopapa e gli altri arrivano all’Istituto di Medicina Legale per identificare con certezza la donna morta.

Sono rimasti in silenzio durante il viaggio. Maria Lopiccolo stretta nel suo dolore. Ludmilla percepisce di essere di troppo. Lopapa sta mentalmente preparando i piani di come indirizzare le indagini. Ricardo trova la ragazza di suo gradimento ma il dovere gli impone di restare fedele ai valori nei quali crede.

“Io vi aspetto qui” afferma Ludmilla, quando gli altri scendono dalla macchina. “Quel posto mi fa venire i brividi. E poi non servo a nulla”.

Il commissario fa un cenno di assenso. Il magistrato pare non accorgersi della ragazza e si avvia deciso verso l’ingresso, trascinando con sé la madre di Teresa. Lei si sistema in macchina e comincia a leggere i messaggi arrivati sul telefono per ingannare il tempo.

“Uffa!” esclama cancellandone un bel po’. “Solo spam!”

Si ferma. Lo legge una volta, due volte. Spalanca gli occhi: non è può crederci.

Il bianco del giglio è la purezza del tuo comportamento. Il giallo degli aster sono per l’intelligenza dimostrata. Il rosso delle rose per la passione negata‘.

Chi mi ha mandato questo sms?” si domanda, soffermandosi ancora una volta sul messaggio. “Sembrerebbe un biglietto per un mazzo di fiori ma non ho ricevuto gigli, aster e rose rosse! E poi perché oscurare il numero mittente? Forse aveva timore di essere scoperto? Non riesco a comprendere cosa stia succedendo”.

Le verrebbe voglia di ridere al pensiero di questo biglietto virtuale, se non le ricordasse l’altro reale e quel mazzo di fiori del quale non ha individuato l’autore. Un mazzo di fiori che è costato la vita a Teresa. Abbandona questo pensiero, mentre un sorriso forzato si nota sulle labbra contratte.

“Per trent’anni mai un fiore! Nemmeno per sbaglio. In una settimana due mazzi con due biglietti intriganti! Sì, perché questo arriverà quanto prima”.

E’ immersa nei suoi pensieri e non si accorge che sono tornati. Sobbalza per lo spavento. Fa un timido sorriso di scuse.

“Spaventata?” le chiede cortese Ricardo.

“No…sì. Ero talmente concentrata che non vi ho sentiti giungere e mi sono spaventata” risponde con sincerità Ludmilla.

Il commissario sorride, mentre Lopapa sembra in un altro mondo. La madre di Teresa è sempre una sfinge impenetrabile.

“Signora Lopiccolo” inizia il magistrato “la devo pregare di rimanere in città. Ho la necessità di porle diverse domande. E poi deve sbrigare le formalità per sua figlia. Ha un recapito per questi giorni?”

“No” risponde asciutta.

“Pensa di sistemarsi in albergo?” insiste Lopapa, che comincia a spazientirsi nel sentirsi rispondere a monosillabi.

“No” replica secca.

“E dove pensa di dormire?”

“Non lo so. Voglio tornarmene a Lecce”.

“Mi spiace ma non è possibile prima di due o tre giorni” afferma deciso il procuratore.

Ludmilla è rimasta in silenzio ma comprende che è diventato un dialogo tra sordi. Decide di parlare. Le è venuto in mente una soluzione.

“Signora, mi farebbe piacere se lei accettasse l’ospitalità nel mio appartamento. Non è grande ma ci possiamo stare bene tuute e due. Io dormo sul divano letto in sala e le cedo la mia camera”.

Ricardo rimane a bocca aperta. E’ stato spiazzato da questa sortita della ragazza. Sta per dire la sua, perché non è molto d’accordo su questa sistemazione ma viene preceduto da Lopapa.

“Mi sembra ragionevole la proposta della signorina Presente”.

Maria alza le spalle e non dice nulla.

“Adesso tutti nel mio ufficio” esclama il procuratore salendo in macchina.

Il commissario non è d’accordo e diplomaticamente mostra il suo dissenso.

“E’ sicura, signora Lopiccolo…” comincia, mentre avvia il motore.

“Sono Maria Russo” afferma con tono deciso.

“Mi scusi, signora Russo. Non preferisce che le procuri una stanza d’albergo?”

“No. Accetto l’ospitalità della signorina Presente” taglia corto la donna.

Il silenzio cala tra loro. Si ascolta solo il rumore del motore.

Debbie

Standard

newwhitebear:

Per chi volesse leggere… un piccolo post su Caffè letterario

Originally posted on Caffè Letterario:

Quando riaprì gli occhi, Debbie vide il sole, le foglie verdi e il viso di un uomo. Non si impressionò a quella vista. “So che cos’è tutto questo” pensò.

Era quello che aveva sempre sognato. Aveva diciassette anni allora… In quel istante aveva raggiunto quel mondo fantasticato… Tutto pareva semplice e normale, come il sentimento che provava adesso.

Scrutava il volto inginocchiato vicino a lei e sapeva che in passato avrebbe dato la vita per poterlo vedere. Era una faccia senza segni di dolore, di paura o di colpa. La bocca ..sì, la bocca era un qualcosa che metteva orgoglio. Era come se sentisse la fierezza di essere orgogliosa.

Continuò a esplorare i tratti del viso. I lineamenti decisi facevano pensare all’arroganza, alla tensione, all’ironia, eppure non c’era niente di tutto questo. Era il compendio di queste sensazioni: un’espressione di serena decisione e sicurezza, un’innocenza spietata che non avrebbe…

View original 1.320 altre parole

Il Mazzo di fiori – parte ventesima

Standard

Ludmilla ha il viso in fiamme. E’ irritata, furiosa con se stessa per essere caduta nei tranelli di Ricardo. Si gira. Osserva la persona che viene introdotta nell’ufficio. E’ una figura fragile, vestita di scuro, che tiene stretto una borsa come se fosse tutta la sua ricchezza. Non vede nel viso nessuna ombra di tristezza o di dolore. Si stupisce.

“Perché?” si domanda. “E’ morta la figlia. Eppure nessun segno sul suo volto, come se fosse sollevata per l’accadimento”.

Ricorda la telefonata di lunedì, perché è sicura che era lei a rispondere. Aveva percepito una freddezza quasi crudele nella risposta e a negare di conoscere Teresa. Eppure era sua figlia. Nota come incede con gelida fierezza, mentre si avvicina alla scrivania. Trova spiazzante il comportamento. La segue con gli occhi, mentre si accomoda di fianco.

Non riesce a definire l’età. Sembra vecchia dal comportamento ma ha una figura giovanile. Si sente in confusione. Cerca di mantenere la calma. “Potrebbe avere all’incirca cinquant’anni, visto che Teresa ne aveva trenta. Ma è talmente anonima che anche gli anni lo sono” riflette, osservando il viso e le mani, le uniche parti del corpo che sono in evidenza.

“Buon giorno signora Lopiccolo. Fatto buon viaggio?” domanda cortese Ricardo.

“Sì” è l’unica risposta.

“Desidera qualcosa?”

“No”.

Ludmilla rimane a bocca aperta, perché le sembra che risponda a monosillabi ‘sì, no’, come se non conoscesse altri vocaboli.

“E’ pronta a venire con me e il dottor Lopapa, il magistrato che segue il caso, per identificare il cadavere? Oppure…”

“Sì!” afferma la donna chiudendo il discorso del commissario.

“Ci fai compagnia oppure ci aspetti qui?” domanda Ricardo, rivolgendosi alla ragazza.

“Vengo con voi” risponde prontamente.

Il commissario batte la mano sulla fronte come se si fosse dimenticato qualcosa.

“Che sbadato! Mi dovrete scusare ma mi sono dimenticato di fare le presentazioni. Signora Lopiccolo questa è Ludmilla Presente” dice indicando col gesto della mano la ragazza accanto alla quale è seduta.

La donna si gira e l’osserva in silenzio senza cambiare espressione del viso.

“La signorina Presente era la collega con la quale sua figlia divideva l’ufficio” precisa, nonostante Maria abbia lo sguardo assente.

Ludmilla borbotta qualcosa di vagamente assomigliante a un ‘piacere’, mentre Maria nemmeno quello.

Ricardo comprende che difficilmente riuscirà a farla parlare. Afferra il telefono e chiama Lopapa.

“Carmelo? Sono Paolo…Ricardo” esordisce. Ascolta in silenzio prima di riprendere a parlare. “E’ arrivata or ora la signora Lopiccolo. Tempo di prendere la macchina e siamo lì da te”.

Ancora silenzi seguono le sue ultime parole.

“D’accordo. Viene con noi anche la signorina Presente. A tra poco”.

Si alza e invita le due donne a seguirlo.

Lopapa è seduto nel suo ufficio e sta riordinando le carte con cura meticolosa. Legge il rapporto dei vigili, che è arrivato da poco sulla sua scrivania.

‘…nessun segno di frenata sull’asfalto. L’impatto è avvenuto a metà tra l’angolo di via Coramari e l’arco d’ingresso al parco Pareschi. La Smart ha deviato dalla sua traiettoria bruscamente. Ha sormontato il marciapiede e ha finito la sua corsa contro il muro di cinta del parco Pareschi. Inspiegabili i motivi della deviazione. Forse ha avuto un mancamento. In allegato ci sono fotografie e la pianta in scala del luogo dell’incidente…

Osserva con cura gli allegati. Non gli dicono nulla di nuovo. Sa il motivo di quello che a prima vista ai vigili è apparso strano. La ragazza al volante è morta istantaneamente per un colpo di fucile. Lo sbandamento inspiegabile è da imputare al suo accasciarsi sul volante.

Il commissario ha fatto un censimento delle telecamere in corso Giovecca. Apparentemente le ultime sono all’altezza della sede centrale della Cassa di Risparmio. Forse ce ne una anche qualche decina di metri più avanti. Si ripromette di contattare il comando dei carabinieri, perché appartiene a loro.

Impreca e sbotta con una parolaccia, perché non possono essere di grande aiuto nel ricostruire l’accaduto. “Quando servono, non ci sono mai!”

Le altre carte sono vecchie. Aspetta il responso del perito balistico, del medico legale. Suona il telefono. Sbuffa infastidito.

“Lopapa”.

Ascolta chi lo chiama.

“Ciao, Paolo. Novità? Stavo riordinando le carte. Non riesco a fare un passo avanti. Quando credo di aver capito la dinamica dell’incidente, appare qualcosa che scombussola le certezze. Scusa lo sfogo ma mi sembra di girare a vuoto. Dimmi tutto”.

Rimane in ascolto di quello che Ricardo gli dice.

“D’accordo. Allora ti aspetto qui. Al ritorno vorrei fare due chiacchiere con la signora Lopiccolo. C’è qualcosa che non quadra”.

Con la penna disegna dei cerchi e dei triangoli, mentre ascolta il commissario.

“Non sono molto contento ma va bene lo stesso. A tra poco. Ciao”.

Chiude la conversazione e prova a ricapitolare gli avvenimenti. Su un foglio di carta scrive dei nomi.

Felix con un punto di domanda accanto. Pure di fianco a Alex mette un interrogativo. Presente ‘potrebbe essere un mandante’.

Maria Lopiccolo ‘altro possibile mandante’

Killer ‘chi potrebbe essere?”

Ben Tarek ‘da approfondire’

Mister X ‘ da individuare’

Fa del foglio una pallottola di carta che butta nel cestino.

“Troppi interrogativi. Chi avrebbe avuto interesse a uccidere la Lopiccolo? Bella domanda. Conoscendo la risposta, potrei mettere le mani sull’assassino ed eventuali mandanti”.

Si prepara per uscire e si avvia verso l’ingresso.

Felice impreca per la sua dabbenaggine. Ha rischiato di palesarsi e di finire sotto inchiesta.

“Teresa, quella piccola puttanella, per poco non mi inguaiava con le sue continue richieste di soldi. Minacciava di dire tutto a mia moglie. Affermava che ero il padre del bambino che aveva in grembo. Un’autentica troia! Per fortuna che ora non c’è più”.

Ricorda come la ragazza l’aveva agganciato al bar e come si fosse dimostrata sfrontata.

“Sono uno stronzo patentato! Ci sono cascato come un tordo! Dovevo fare più attenzione! Una, che ti rimorchia al bar e che ti propone di passare la notte da lei, doveva farti scattare qualche campanello d’allarme. Invece, io no! Una, due, tre notti di passione in una casa che ora scopro non era la sua abitazione. Questo mi dà molto da pensare. Perché spacciare per casa sua qualcosa che non era sua?”

Scuote il capo e non riesce a darsi pace. Il suo timore adesso è che possano apparire dei video compromettenti. Sa che non potrebbe fare nulla. Ha lasciato troppe tracce per smentire un suo coinvolgimento nella faccenda.

Sarebbe per lui un disastro. Rischierebbe il posto nell’azienda della moglie, che chiederebbe subito la separazione.

“E’ lei, la megera, che ha i soldi. Se mi lascia, devo andare a dormire sotto i ponti e mangiare alla mensa della Caritas! Addio vestiti eleganti, macchine di lusso e vacanze da nababbo! Però quella ragazzotta dai capelli ricci ci sapeva fare! Altro che quel manichino freddo di mia moglie!”.

Felice riflette amaramente, mentre passeggia nervosamente intorno al castello Estense. Adesso la sua preoccupazione è la collega, quella bionda cavallona che lavorava con Teresa. Gliela aveva indicato l’amante ai primi di settembre. “Quella è …” gli aveva detto, mentre erano al bar a prendere un aperitivo. Il nome era insolito ma l’aveva scordato quasi subito. Il viso, invece, no, quello non poteva dimenticarlo. Un ovale incorniciato da stupendi capelli del colore del grano maturo. “No, l’ho vista molte volte. Quegli occhi chiari, credo azzurri, mi hanno colpito” riflette, mentre attraversa il Castello per l’ennesima volta. La figura non era il massimo per lui. A lui piacevano le donne in carne, dalle curve generose, mentre quella pareva più ossa che altro, a parte il fondoschiena sodo e bello da vedere. Anche le gambe ben tornite e slanciate l’avevano attratto. Però era Teresa la donna che è entrata prepotentemente nella sua vita e ha maledetto quel giorno di marzo, quando l’ha conosciuta.

“Se per caso la troietta si è confidata con lei, sarei fottuto. Sono molto sospette queste lunghe permanenze in questura. Cosa avranno da chiederle?” si domanda, mentre si siede su una panchina dei giardini accanto al Castello.

“Fermarla non posso. Mi tradirei. Se però…”.

Un pensiero gli balena nella testa.

Grazie, Mariarita

Standard

Nuova nomination e ringrazio Mariarita, che ha pensato a me, anche se forse non rientro nei parametri del premio che richiede meno di 200 follower. Ma va bene lo stesso.

Come è mio costume risponderò alle domande di Mariarita volentieri ma il gioco termina qui. E’ per quella specie di allergia alle catene di sant’Antonio.

Mi assoggetto volentieri alla tortura delle domande.

1) qual è il tuo più grande pregio? Non saprei. Lascio agli altri stabilire se ho dei pregi

2) qual è il tuo più grande difetto? La lista è lunga. C’è solo l’imbarazzo della scelta

3) perchè hai deciso di scrivere in un blog? Per vedere se qualcuno leggeva le mie schifezze. Ho trovato che nonostante tutto qualche temerario le ha lette.

4) cosa ti fa arrabbiare? Tutto e niente. Hai presente il fiammifero? Bene, eccomi servito.

5) cosa ti da pace? osservare le nuvole in cielo. Quelle bianche, s’intende.

6) il tuo piatto preferito? Tutto, purchè non siano presenti né aglio, né cipolla

7) a cosa non rinunceresti mai? a vivere

8) qual è il tuo colore preferito? giallo

9) qual è il tuo pensiero ricorrente? Sono tanti che ricorrono. Ho smesso di rincorrerli. Tanto sono più svelti di me.

10) meglio rimorsi o rimpianti? Nessuno dei due. Quel che è stato è stato e non torna più. Quindi è inutile avere rimorsi o rimpianti.

assolto al meglio questa incombenza, ringrazio nuovamente Mariarita

 

Grazie evarachele!

Standard

Come sapete ho una certa allergia alle nomination ma, quando qualcuno mi cita, raccolgo la nomina, ringrazio, rispondo se c’è da rispondere, ma tutto finisce qui.

Questa volta è Evarachele che ha trovato il mio blog degno di essere citato e io la ringrazio. Il premio, questa volta è questo

Dardos

Dardos

 

Le modalità sono leggermente differenti dagli altri e le motivazioni pure.

Il riconoscimento premia i valori personali, etici, culturali e letterari trasmessi attraverso la scrittura.

Wow! Che paroloni hanno usato! Comincio col ringraziare Evarachele per il pensiero. Secondo dovere assolto. Il primo era mostrare il logo del premio. Per il terzo, nominare 15 – diconsi ben 15 blogger -, beh! non lo assolvo. Potete mettermi dentro la vergine di Norimberga ma non cederò.

Grazie ancora, Evarachele

 

//

Il mazzo di fiori – parte dicianovesima

Standard

Maria, la madre di Teresa, è sul treno che la sta portando al nord. In silenzio, seduta composta, sembra assente, come se il triste destino della figlia non la riguardi. Non ha bagaglio, salvo una borsa capiente, che stringe con forza al petto. Non sa dove dormirà stanotte, perché arriverà nelle prime ore del pomeriggio, troppo tardi per prendere il treno del ritorno. Viaggiare di notte non l’è mai piaciuto. Quindi il rientro a Lecce si farà alla luce del sole. Il dubbio di non conoscere dove passare la notte non l’impressiona, né è in cima alle sue meditazioni. E’ concentrata su altri aspetti della vicenda.

Immersa nei suoi pensieri, riflette su Teresa e pensa che la figlia doveva tornare con lei a San Cataldo, quando tre anni prima aveva deciso di rientrare nella città di origine.

Quiδδa caruseδδa aggiu mmeretatu!1” riflette amaramente. “Quandu lu ciucciu nun bole qu bia macari ca fischi2”.

Ricorda bene che la figlia aveva opposto un netto rifiuto. “No, a Lecce non ci torno, se non da morta!” aveva esclamato dopo l’ennesimo litigio. E quella frase le è rimasta impressa nella mente. “Vabbene, tie portu a ccasa, figghia mia! Criettu!3” dice silenziosamente, mentre con lo sguardo assente osserva la campagna emiliana.

Il marito era scomparso sei anni prima, volatilizzato nelle ombre nebbiose della bassa ferrarese. Teresa si era laureata nel frattempo ed era alla ricerca di un lavoro. I risparmi si stavano assottigliando pericolosamente. A lei Ferrara non era mai piaciuta. Troppo fredda d’inverno, troppo afosa e umida d’estate. E poi la fatica a comprendere una parlata poco familiare aveva contribuito e acuito la sua cattiva predisposizione verso la città.

Sisina, nvece àggiu tittu none e nnone à bèssere4” ricorda con amarezza il rifiuto della figlia a scendere a Lecce. “Comu penzu de campare, figghia mia?5” “Mi trovo un lavoro, mamma. Come tutti”. “A ccasa ài stare!6”.

Scuote il capo, perché sa che è come lei. Se ha un’idea, un progetto, non gliela toglie nessuno dalla testa e ci prova, finché non raggiunge l’obiettivo. “Su’ capitetrozza comu mmie7”. Non si stupisce della morte violenta di Teresa. Glielo aveva detto più di una volta che sarebbe finita male ma lei testardamente non l’aveva mai ascoltata. “Sapìa comu sarìa finitu mmale8.

Il treno rallenta per entrare in stazione a Ferrara e Maria si prepara a scendere. Apre la mano sinistra per leggere il biglietto che tiene stretto da molte ore. ‘Nell’atrio troverà un poliziotto in borghese con un cartello sul quale c’è il suo nome‘. Lo conosce a memoria, l’ha scritto lei ma vuole leggerlo di nuovo.

Scende titubante e si dirige verso l’atrio. Vede il cartello. Si avvicina e dice: “Sì’, Maria”. Docilmente lo segue fino all’auto di servizio.

Ludmilla fa il suo ingresso in questura e non deve dire nulla. Un poliziotto l’accompagna da Ricardo senza fiatare.

“Ciao” le dice, non appena fa capolino nella stanza.

La fa accomodare su una poltrona davanti alla scrivania.

“Hai mangiato qualcosa?” le chiede premuroso.

“No” risponde asciutta la ragazza.

“Bene… o meglio male!” replica ridendo il commissario. “Faccio portare panini e tramezzini… Hai preferenze?”

“No”.

“Al prosciutto crudo, insalata e maionese possono andare?”

“Sì”.

Ricardo sorride e capisce che la ragazza gli tiene il broncio con giusta ragione ma è il suo mestiere e non può avere indulgenze.

“Da bere?” le chiede con gentilezza.

“Acqua minerale fredda e naturale” gli risponde freddamente.

“Bene” e prende l’interfono per fare le ordinazioni.

Cala il silenzio, che il commissario interrompe.

“La Lopiccolo aveva una relazione?”

“No, che io sappia” replica gelidamente Ludmilla, cercando di nascondere la verità.

“Eppure…” insiste il poliziotto.

“Perché?” domanda la ragazza.

“E’ strano che una bella ragazza non avesse nemmeno un corteggiatore” dice, osservandola negli occhi. “E tu?”

Ludmilla sobbalza per cambio repentino di soggetto. Arrossisce prima di ritrovare la parola per rispondere.

“Io?” afferma, facendo una smorfia. “Io? Nessuno”.

“E il misterioso mazzo di fiori?” la incalza Ricardo.

“Non saprei. Se c’è, è talmente segreto che non lo conosco” esclama ridendo, gettando all’indietro i lunghi capelli biondi.

“Nemmeno un’idea?”

“Neppure l’ombra!”

“Non me la conti giusta sulla Lopiccolo!” afferma Ricardo, tornando all’argomento originario.

“Perché?” chiede la ragazza, tradendo un filo di affanno.

“Affermi di ignorare che la Lopiccolo aveva una relazione. Eppure non sei convincente”.

“Dico la verità!”

Qualcuno bussa alla porta, traendola dall’impaccio di continuare a negare. “Avanti” urla Ricardo. Un poliziotto porta un vassoio con panini, tramezzini, acqua e birra. “Grazie” gli dice il commissario congedandolo con il gesto della mano.

“Giri sempre in bicicletta?” le chiede Ricardo.

“Sempre” risponde con la bocca piena la ragazza.

“Ma non vai al Lido, mai?”

“Oh! No!”

“E come?”

“Col pullman. Si ferma poco distante da casa”.

“Ma dove abiti?” si informa il commissario. Sa perfettamente dove ha l’appartamento ma finge di ignorarlo.

“Una traversa di via Pomposa” replica Ludmilla.

“Perché non hai accettato il passaggio della Lopiccolo con la Smart?” chiede a tradimento Ricardo.

“Preferisco il pullman” risponde la ragazza, ignara del tranello.

“Eppure l’altro giorno hai affermato che la Lopiccolo non aveva la patente, né una macchina?”

Ludmilla si morde il labbro inferiore. Ha abbassato la guardia e lui ha colpito. Ormai non può affermare che non era a conoscenza che Teresa guidasse a avesse una macchina. “Non sarei credibile. Però tu sei un fetente!” dice a se stessa, sostenendo lo sguardo del commissario.

“Non hai risposto” la incalza il commissario.

“Cosa dovrei dire? Anche se affermo il contrario, lei non mi crede” replica furibonda.

Ricardo nota immediatamente il cambio di tono e l’uso del ‘lei‘ al posto del tu.

“Se mi dici la verità, ti credo” dice sornione il commissario.

“La verità è che ignoravo che Teresa possedesse una macchina” afferma con decisione Ludmilla, fermamente decisa a uscire dall’impasse nel quale si era cacciata.

“Conosci qualcuno che si chiama Alex o Felix? Che ne so, colleghi o amici?” dice Ricardo cambiando volutamente di nuovo argomento.

“E chi sarebbero?” replica la ragazza con un’altra domanda.

“Se te lo chiedo, vuol dire che non li conosco” afferma il commissario, fingendo di ignorare dove ha trovato questi nomi.

“E perché dovrei saperlo io?” dice Ludmilla, scansando il nuovo tranello.

“Lavorava in ufficio con te. Avresti potuto ascoltare una sua conversazione” continua subdolamente.

“In ufficio parlavamo solo di lavoro. Mai di questioni private”.

“Beh! Non ci sono solo i telefoni… esistono anche i diari, le agende, i post-it, le mail…”.

“Non è mio costume leggere i diari o le agende private degli altri…”.

“Ah! Dunque sapevi che teneva un diario…” Ricardo si ferma per un attimo prima di riprendere a parlare e porle una domanda subdola. “Tu hai un diario personale?”

“Sì, ma lo tengo in un cassetto di casa” risponde senza riflettere bene sulla risposta.

“Quindi, eri a conoscenza che la Lopiccolo teneva un diario?”

“Sì ma…”

“D’accordo. Non l’hai letto ma sapevi che lo teneva in ufficio” insiste il commissario, vedendo la ragazza sempre più impacciata.

“No. Non ne ero a conoscenza fino all’altro giorno, quando l’avete preso” dice con tono convincente.

“Va bene. Ma sei sicura di non aver mai sentito questi due nomi: Alex e Felix?”

“No”.

“Tra le tue conoscenze non c’è nessuno con questi nomi?”

“No ma potrebbero essere nomi di fantasia…”.

“Come fai a saperlo?”

Ludmilla si morde il labbro inferiore, facendo uscire una goccia di sangue.

“Non lo so. Una semplice idea o intuizione. Nulla di più” prova a rimediare la ragazza.

“Eppure l’hai detto con un tono persuasivo. Come se quei nomi tu li avessi già letti!”

“No, no!” afferma cercando di essere creduta. “Mai sentiti prima!”

“E va bene…”

Sta per aggiungere qualcosa, quando bussano alla porta.

“Aventi” urla spazientito Ricardo, furioso per aver interrotto l’interrogatorio della ragazza.

“Dottore, è arrivata Maria Lopiccolo. Che facciamo?” chiede il poliziotto che si affaccia sulla stanza.

“Falla passare” risponde irritato.

1Trad. Quella ragazza ha meritato

2Trad. Quando l’asino non vuole sentire, è inutile chiamarlo. – detto salentino

3Trad. Sì, ti porto a casa, figlia mia! Morta finalmente e malamente!

4Trad. Teresa, invece ha detto no e deve essere no

5Trad. Come pensi di vivere, figlia mia?

6Trad. A casa devi stare!

7Trad. E’ una testarda come me!

8Trad. Sapevo che sarebbe male

Il mazzo di fiori – parte diciottesima

Standard

Ludmilla si chiede cosa vuole Ricardo, mentre risponde alla chiamata.
“Buondì” esclama la ragazza leggermente agitata.
“Ciao, sono Paolo…” dice il commissario, aggiungendo dopo una breve pausa “…Ricardo”.
“Ciao”.
“Hai tempo per una chiacchierata sulla Lopiccolo?” domanda cauto.
“Sì, nella pausa pranzo. Ma per caso non è come l’ultima volta, quando sono stata da voi per tutta la giornata?” precisa Ludmilla.
“No, no. Due parole informali” dice, mentendo Ricardo.
“Ho già capito tutto, che dovrò prendermi il pomeriggio di ferie!” replica sconsolata. “La tua è una domanda inutile. O vengo con le buone o mi costringi con le cattive maniere…”.
“Ma no!”
“Quanto sei bugiardo! Sarò da te alla mezza”.
“Grazie. A più tardi”.
Ludmilla chiama Sara per informarla che non rientrerà dopo la pausa pranzo.
“Cosa segno?” chiede.
“Mezza giornata di permesso non retribuito”.
“Come mai?”
“Viene il tecnico del telefono per aggiustarmi la linea telefonica” dice, inventando la prima scusa plausibile che le viene in mente.
“D’accordo”.
A Ludmilla non va di dire la verità, perché è consapevole che Sara la andrà a riferire a Chiumento.
“Meno informazioni ha quel viscido, meglio è” pensa, cercando la concentrazione sul lavoro che sta svolgendo.
Per qualche strana intuizione è convinta che uno dei due amanti di Teresa possa essere proprio lui.
Prova a scacciare questo pensiero dalla mente senza successo.

Felice si sente inquieto. Qualcosa lo sta solleticando senza comprendere che cosa possa essere. Legge il nuovo articolo sul caso di Teresa Lopiccolo e si domanda il motivo del comunicato della procura.
“Avrebbero potuto tranquillamente fregarsene delle indiscrezioni, delle ipotesi ma sono usciti con quel comunicato scarno, che lascia trasparire che sono in possesso di altre informazioni importanti” riflette nel tentativo di capire quali sono.
Scuote il capo . Finisce di bere il caffè. Osserva sempre l’ingresso di R&S dal tavolino d’angolo vicino alla vetrina. Il caffè gli ha lasciato un retrogusto amaro. Nuovi pensieri lo avvolgono, quando nota una persona che appoggiato a un fittone d’angolo finge di leggere un giornale. Un nuovo campanello d’allarme scatta nella sua testa.
“Chi è quella persona che pare aspettare qualcuno?” si chiede silenziosamente, mentre piega con cura il giornale.
“Devo essere prudente” si rassicura con un sorriso.

Il procuratore Lopapa ha sul suo tavolo dei nuovi referti. L’autopsia conferma che Lopiccolo è morta istantaneamente e non per effetto dell’impatto della Smart col muro.
“Dunque era già morta, quando ha perso il controllo dell’auto. Ora si deve capire da dove è stato sparato il colpo. Un fucile di precisione mi dicono i periti balistici. Tra qualche giorno mi diranno anche il tipo”.
Prende una piantina dettagliata del Corso per individuare approssimativamente dove si sarebbe appostato il killer. Apre Google street view e si posiziona davanti all’ingresso del parco Pareschi. Muove l’omino da un lato all’altro. Cambia visuale, immagina lo scenario.
“Di fronte o quasi c’è il civico 167. Una casa privata mi pare. Però penso di escluderlo visto il punto d’impatto della Smart. L’edificio precedente, proseguendo verso il Castello, è La Casa della Patria Pico Cavalieri, che ora è vuota. Potrebbe essere un possibile luogo dell’agguato. Di fronte all’archivio di stato, c’è il civico 161… Anche questo potrebbe essere potenzialmente una possibile locazione per il nostro killer ma è un’abitazione privata. Quindi… Ma è inutile ragionare su questo. Devo aspettare che i periti balistici mi diano angolazioni del colpo e poi il consulente mi dica quali finestre siano compatibili”.
Chiude Google e cartina e si concentra sul movente ma ha un sussulto.
“E se la Lopiccolo fosse stata il bersaglio sbagliato. La Presente ha detto di avere infilato bruscamente via Coramari per ritornare verso San Romano. E quindi il killer potrebbe aver sparato, colpendo l’altra che la seguiva. Ma no, non può essere. Troppo preciso il colpo per essere un errore”.
Si rilassa, appoggiandosi allo schienale della poltrona di pelle nera, e riflette.
“E’ un rebus tutto. Teresa Lopiccolo segue la collega di ufficio. Perché? Prima domanda insoluta. La Presente riceve un mazzo di fiori inaspettato senza conoscere l’identità della persona. Chi è? La Smart dell’incidente non doveva essere lì. Chi ha preso le chiavi? La Lopiccolo è incinta. Il padre è sconosciuto. Chi sarà? Tra gli appunti della Lopiccolo ci sono due nome: Alex e Felix. Nomi inventati o personaggi reali?”
Lopapa smette di scrivere la lista dei dubbi e prepara una richiesta alla polizia municipale per avere un dettagliato rapporto sui rilievi eseguiti.

E’ mezzogiorno e trenta e Ludmilla si affaccia sulla strada con la bicicletta pronta per essere inforcata. Felice rimane a osservare cosa fa e dove va, senza distogliere lo sguardo dall’uomo che pare montare la guardia all’edificio. Con grande sorpresa non lo vede muovere un muscolo, come se non lo interessasse dove andrà Ludmilla.
“Mi aspettavo che seguisse con lo sguardo la ragazza. Invece pare assorto in altri pensieri. E’ possibile che mi sia sbagliato?”
Mentre fa queste riflessioni, perde di vista Ludmilla. Non ha visto che direzione ha preso. Si alza. Paga il caffè, mostrando irritazione e nervosismo. Si precipita fuori. Non riesce a scorgerla, mentre l’uomo appostato muove le labbra come se comunicasse con qualcuno.
Felice è incerto ma alla fine decide di avviarsi verso piazza della Repubblica.
“E’ inutile dannarsi e correre in qua e in là, finendo col tradirsi. Devo mostrare indifferenza e allontanarmi come uno dei tanti impiegati che raggiungono un bar per mangiare un tramezzino” si dice, fingendo indifferenza.
Ludmilla in pochi minuti raggiunge la questura, seguita dagli occhi attenti di una ragazza, che la segue come un’ombra.