Disegna la tua storia – un giallo con Antonella – parte prima

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Da tre immagini di Antonella nasce questa sfida.

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Puzzone era il bastardino di Walter e aveva una tendenza particolare: mettersi nei guai, trascinando anche l’incolpevole padrone.

Era un meticcio di mezza taglia con un mantello che pareva arlecchino, frutto dei molti incroci del parentado canino. Buono coi buoni, cattivo coi cattivi. Aveva un occhio azzurro e uno nocciola e una bella dentatura forte e robusta che non esitava a mostrare quando lo facevano arrabbiare.

Walter l’aveva raccolto cucciolo in un cantiere di Treviso. Come ci fosse finito, nessuno lo sapeva. I muratori gli davano gli avanzi delle loro gamelle, sfamandolo, mentre lui teneva loro compagnia. Quando Walter lo prelevò, ci fu un coro di proteste da parte loro. Tuttavia era la soluzione migliore, perché dopo alcune settimane il cantiere avrebbe chiuso e il cucciolo non si sapeva dove sarebbe finito.

Walter lo chiamò Puzzone, perché faceva davvero una puzza bestia. E ce ne volle prima che l’odore accumulato sul suo pelo né lungo né corto svanisse.

Sofia, quando vide arrivare in casa quel cane lurido e puzzolente, minacciò Walter: «O tu col tuo cane o io me ne vado».

Lui cercò di rabbonirla. «Lo metto in terrazza».

Pessima idea. Ci mancò un pelo che il vicinato chiamassero i vigili per far smettere i suoi lamenti. Comunque passata la notte, la mattina seguente lo portò a lavare ma la puzza rimase, anche se l’aspetto era più presentabile. Sofia gli tenne il broncio per diversi giorni ma alla fine l’umore socievole di Puzzone la contagiò in modo irrimediabile. Così il cucciolo divenne il beniamino di casa. Viziato, coccolato sapeva strappare una carezza dopo ogni disastro che provocava. Il servizio buono del caffè in frantumi, la vetrinetta del mobile basso del salotto, le pantofole di Sofia rosicchiate.

Era un pomeriggio grigio di dicembre con il Natale ormai vicino, quando Puzzone e Walter facevano una passeggiata lungo uno degli innumerevoli canali che attraversano Treviso e dintorni.

Puzzone correva avanti e indietro instancabile, quando si fermò di botto. Immobile. Coda dritta e corpo nella classica postura di chi punta la preda.

«Dai Puzzone! Muoviti» imprecò Walter che era avanti una decina di metri.

Però il cane rimane immobile. Pareva una statua. Puntava delle piante palustri cresciute tra l’acqua e l’argine. Walter di malagrazia tornò sui suoi passi deciso a schiodare la bestia dove si era fermata.

Pose una mano sul capo di Puzzone e la sentì fremere, mentre il respiro era quasi assente.

«Che c’è, Puzzone?»

Strinse gli occhi per mettere a fuoco quello che puntava il cane. Non vedeva nulla nell’oscurità che stava calando.

«Forza Puzzone, a casa ti aspettano le crocchette» provò ad ammansirlo senza risultati.

Il cane restava fermo col corpo proteso in avanti, fremendo come se avesse la febbre, nonostante lui cercasse di tirarlo.

Walter allora si avvicinò di più al digradare della riva per osservare meglio e restò a bocca aperta.

«Mio Dio!» esclamò portandosi una mano alla bocca.

Adesso capiva il motivo del blocco di Puzzone ma iniziava la parte più complicata.

[continua]

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Disegna la tua storia con Marzia – le viti

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Marzia ha deciso di mettermi alla prova con questa immagine.

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Come andrà a finire? leggete e poi giudicate-

Tito prese le viti e le pose sullo specchio ma non si decideva a usarle. Non amava fare dei buchi nella parete ma se mai voleva appendere lo specchio avrebbe dovuto farlo.

Si sedette sullo sgabello a contemplare il vuoto, finché una voce femminile non lo risvegliò dallo stato di catalessi in cui era sprofondato.

«Tito, allora lo appendi oppure no?»

C’era poco da dire. Sapeva da dove arrivava quella richiesta perentoria. Eppure indugiava nella risposta che non poteva essere altro che positiva.

«Rosi, porta pazienza. Sto prendendo le misure».

Una sonora risata mise fine al suo siparietto. Guardò l’ora ed erano passate due ore e qualche minuto. La sua tesi era insostenibile.

«Prendi le misure? Ma fammi il piacere…» gracchiò quella voce che sembrava un trapano nella testa di Tito.

Si, doveva bucare ma ancora qualcosa lo frenava.

«Sai, non sono molto convinto che stia bene dove lo vogliamo appendere» gorgogliò la sua voce. Quasi un mangiarsi le parole.

«Ma se è sempre stato in quel punto e fino a due ore fa non avevi nulla in contrario» martellò Rosi a volerlo mettere in croce.

«Sì, ma…» si difese Tito, osservando le immagini riflesse sul piano dello specchio. Avrebbe volute cancellarle ma gli ricordavano che doveva appenderlo e da oltre due ore stava in muta contemplazione del nulla.

«Insomma lo fai tu oppure provvedo io?»

Un brivido percorse la schiena di Tito. Rosi non lasciava nulla in sospeso. Se avesse deciso di appenderlo l’avrebbe fatto da sola o chiamando il fratello in soccorso. Non poteva lasciarle il campo libero, perché per giorni gli avrebbe ricordato che doveva rimettere al suo posto lo specchio e non l’aveva fatto.

Rosi era la sua compagna storica da molti anni. Non si erano mai sposati ma convivevano da quindici anni. Tra loro solo piccoli screzi subito ricomposti. Tutto sommato, pensò Tito, non era mai stata troppo invadente. Gli aveva lasciato sempre un margine che lui poteva gestirsi come voleva. Però era un martello pneumatico quando decideva una cosa. Avrebbe abbattuto anche il muro più spesso pur di arrivare a dama. Questo era il lato più scocciante della sua personalità ma d’altra parte senza quello stimolo non avrebbe concluso nulla nella sua vita.

Rosi garbatamente gli rammentava quasi tutti i giorni che avrebbe poltrito sul divano se lei non lo avesse pungolato spingendolo ad agire. Anche in questo frangente senza il suo stimolo non avrebbe combinato niente.

Tito sospirò, prendendo una vite, quella centrale senza far cadere quelle intorno. Afferrò il trapano avvitatore e in un baleno la fissò alla parete.

Tutto era pronto. Mancava solo lo specchio.

Disegna la tua storia – La noia

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Da questa immagine sul sito di Michele Scarparo è nata questa storia.

(Guttuso) Figura, tavola e balcone

 

Non si poteva dire che l’allegria regnasse nell’abitazione di Piera. Tutt’altro. Peppe, il compagno quando era in casa, passava il suo tempo a leggere il quotidiano sportivo e a malapena rispondeva ai suoi vaghi accenni di conversazione. Solo qualche grugnito e delle occhiate di sbieco per essere stato disturbato. A lei non restava altro che rifugiarsi in camera a dormire.

Un tempo non era così. Almeno all’inizio.

Si erano conosciuti casualmente al bar. Lei era entrata per prendere un caffè e soddisfare un bisogno corporale urgente. Lui leggeva il quotidiano sportivo seduto a un tavolo, mentre sorseggiava il solito spritz. Lo faceva tutti giorni quando usciva dal lavoro.

Peppe aveva alzato gli occhi nell’istante in cui Piera tornava dai servizi e le fece un sorriso, accennando un movimento col capo. La ragazza si fermò un attimo, incerta se rispondere oppure no. Il viso era sconosciuto ma emanava delle buone sensazioni. Andò al bancone dove l’aspettava il caffè ormai tiepido. “Non fa nulla” pensò Piera, mandando giù in unica sorsata quel liquido nero. In realtà era solo un pretesto per usare i servizi. Poi si volse verso il tavolo e incrociò nuovamente quegli occhi azzurri. Quel tardo pomeriggio non aveva alcun impegno né doveva fare la spesa. Era libera. Con passo sicuro, dopo aver pagato la consumazione, si diresse verso il tavolo, dove quel giovane aveva sorriso due volte.

«Ciao» disse Piera, ponendosi davanti.

Peppe abbassò il giornale, fece con viso una smorfia di sorpresa e valutò la ragazza. “Non è una tipa timida” pensò prima di rispondere.

«Ciao. Non mi pare di conoscerti» affermò con calma, accennando con la mano di accomodarsi sulla sedia di fianco a lui.

Piera mosse il capo per confermare che non lo conosceva, mentre si sedeva, accavallando le gambe con grazia.

«Piera» si presentò.

«Peppe» e allungò la mano.

Nessun imbarazzo da parte di Piera stringendola con vigore a sancire la loro conoscenza.

«Prendi qualcosa? Uno spritz? Un aperitivo?»

«Ho già consumato ma uno spritz lo bevo volentieri in tua compagnia».

Peppe fece segno al barista con due dita della mano bene in vista.

Piera ricordava con chiarezza quel pomeriggio inoltrato di maggio, perché da quel momento cominciarono a frequentarsi quasi tutti i giorni, dando l’avvio del loro sodalizio.

Dopo qualche tempo decisero che nessuno dei due si sarebbe trasferito nella casa dell’altro ma avrebbero preso in comune una nuova abitazione per vivere insieme.

I primi tempi furono esaltanti per entrambi ma presto prese il sopravvento della routine fatta di gesti abituali, scanditi da tempi pressoché regolari.

Alla mattina Piera si alzava prima perché alle sette e trenta doveva presentarsi alla biblioteca dove lavorava. Peppe poteva alzarsi mezz’ora più tardi, perché i suoi orari glielo consentivano. Alle sette di sera si trovavano al bar dove si erano visti la prima volta per lo spritz, per rincasare insiema. Lei andava in cucina, lui in salotto a leggere il giornale in attesa di mangiare. Il dopo cena non era molto vario. Anzi difficilmente c’erano variazioni. Lui finiva di leggere il giornale, le guardava la televisone se non era impegnata con lavatrice o qualche lavoro domestico.

Si faceva sesso solo alla domenica mattina alle otto prima della colazione. Una cosa veloce, quasi per obbligo, tanto per dire di averlo fatto. Nei primi tempi non c’erano orari o giornate fisse, si faceva e basta.

Insomma all’entusiasmo iniziale era subentrato la noia. Eppure avevano appena trent’anni.

Disegna la tua storia – immagine di Waldprok – La casa misteriosa

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tratta da Waldprok

Vista da lontano sembrava la casa delle streghe ma da vicino era una casetta in legno semplice e ben tenuta che spiccava nel buio della notte.

Stava nel bosco di Venusia, che si estendeva per molti chilometri a nord del paese, in una radura lambita da un sentiero stretto e tortuoso. Vi abitava una donna, Gina, che la curava con amore.

Gina era rimasta vedova di Tino ma non aveva voluto lasciarla, quando era restata sola.

Tutte le mattine percorreva quel sentiero per andare a Venusia al mercato a comprare quello che l’orto e il forno a legna non poteva produrre.

Una passeggiata in silenzio di circa mezz’ora. Spesso una nuvola di vaghe forme di suoni e di colori la avvolgevano. Gina non aveva coscienza in quei frangenti di qualcosa che potesse assomigliare a un pensiero neppure lontanamente. Li accoglieva come era solito fare con i viandanti che passavano vicino alla sua casa. Senza storie e sempre col sorriso sulle labbra.

In una mattina di gennaio Gina percorreva quel sentiero tra i fumi della nebbia che si stava dissolvendo e un sole che appariva malaticcio tanto era pallido e pensava a qualcosa che aveva letto la sera precedente.

Capita talvolta che lo spirito umano in modo inconscio esamina, rifiuta o accetta gli eventi di qualunque natura essi siano. Tali attività avvengono perché le persone ignorano di possedere delle sfaccettature della propria personalità che si manifestano senza segni visibili all’esterno’.

Gina si fermò cercando di dare consistenza a quelle parole, di capire cosa si celasse dentro quel pensiero. In effetti riflettendo era una verità che come tale aveva assunto come un dogma, un segno del destino.

Qualche sera prima si era addormentata turbata e addolorata per la perdita di Molly, che era morta dopo averle tenuto compagnia per molti anni. Era un ciclo del destino che si era compiuto ma nonostante questo avvertiva un senso di disturbo del quale ignorava l’origine. Eppure il mattino seguente si era svegliata decisa d’imprimere alla sua vita una nuova direzione, mettendo alle spalle tutto quello che era stato.

“Ecco il senso di quella frase” si disse riprendendo il cammino. “L’operazione notturna di riflessione su quell’evento si è svolto a mia insaputa”.

Si strinse nel suo mantello e aumento l’andatura. Quel giorno voleva essere presto al mercato per evitare la ressa del mezzogiorno.

Arrivata a Venusia capì come far avvenire la svolta della sua vita. Doveva lasciare la casa nel bosco e trasferirsi in paese. Non poteva continuare a vivere da sola. Troppi rischi, perché isolata come era se le fosse successo qualcosa sarebbero passati giorni, mesi e forse anni prima che qualcuno verificasse il motivo del suo assentarsi.

Adesso il problema si era spostato dove stabilirsi nel paese ma l’avrebbe affrontato nei giorni seguenti.

Di buon passo raggiunse il mercato.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – la strada

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pubblicato su caffè letterario questa nuova storia

Caffè Letterario

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immagine tratta dal blog Etiliyle

La strada partiva dalla periferia meridionale di Venusia e arrivava alla città più vicina, il capoluogo della regione. Una strada di campagna tra due muri di erbe alte che nascondevano la pianura. Uno sterrato polveroso d’estate e fangoso d’inverno. Lo stato della via era un chiaro indicatore com’era considerata Venusia. Sembrava che il paese fosse dimenticato da Dio e dagli uomini. Non era neppure segnato sulla carta geografica. Un punto invisibile. Le strade che arrivavano a Venusia non erano molte, perché nessuno avvertiva la necessità di andarci. Casomai era vero il viceversa: i venusiani la usavano per andare in città a respirare l’aria vivace e gaudente del capoluogo. Questa era quella più frequentata. L’altra quella del bosco, dalla parte opposta del paese, era praticata da poche persone. Dicevano i venusiani che portava male.

Intorno a Venusia c’era una pianura piatta, interrotta solo dal bosco a…

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Disegna la tua storia con un immagine di Waldprok – L’ombra

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Da un’intrigante immagine di Waldprok ho tratto lo spunto di questo breve racconto.

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Quando vide la sua ombra disegnata sul terreno, Ernesto capì che il sole stava scendendo sotto la linea dell’orizzonte. Era il segnale che doveva riprendere la strada di casa. Non aveva paura a camminare nel buio della sera perché il sentiero era ben tracciato. Non poteva sbagliarsi.

Però il sesto senso gli suggeriva di avviarsi verso casa.

Ernesto viveva da solo a Venusia in una piccola abitazione ai margini del paese che guardava il bosco, rado e basso. Quello che attraversava quasi tutti i giorni per raggiungere la radura degli innamorati. Un prato circondato da una vegetazione bassa, fatta tutta di rovi e biancospino. Una camminata di circa due ore seguendo un sentiero tracciato dal tempo. I venusiani chiamavano quel posto, perché due giovani innamorati furono uccisi lì. Nessuno scoprì chi fosse stato, nonostante le molte indagini, mentre loro inquieti si aggirano senza pace nel rifugio segreto.

La storia narra che al calare delle tenebre i due giovani, Piero e Piera, si ritrovino lì a consumare l’ultimo amplesso d’amore.

Una leggenda senza dubbio, suggestiva e triste, che però tutti rispettavano.

Così per un tacito accordo i venusiano prima che le tenebre calassero lasciavano il luogo per non rompere quell’incantesimo.

Anche quella sera di gennaio Ernesto che conosceva quella storia, che si tramandava di generazione in generazione, girò le spalle alla radura degli innamorati e affrettò il passo per tornare a Venusia. Mentre camminava svelto, avvertì delle strane voci alle sue spalle. Non si girò ma incassò la testa nel giubbetto di montone per non sentire. Però una voce femminile invocava il suo nome. Aveva un tono straziante che faceva sanguinare il cuore.

“No, non posso fermarmi” si disse, cercando d’isolarsi acusticamente.

La voce diventava sempre più flebile fino a diventare un lungo sospiro morente.

Ernesto era scosso. In tanti anni che veniva a passeggiare lì era la prima volta che udiva delle voci. I venusiani dicevano che era un cattivo auspicio, che avrebbe portato sfortuna. Non si conosceva il destinatario di quella sfortuna ma a qualcuno sarebbe capito qualcosa di grave.

Non per la paura ma per il desiderio di allontanarsi da quel posto l’andatura veloce diventò una corsa.

In poco tempo raggiunse il limitare di Venusia con fiato grosso e il cuore che andava a mille. Cercò di assumere un atteggiamento composto per occultare lo stato di ansietà che lo aveva colpito.

Era tempo di chiudersi in casa, mentre i lampioni di Venusia si accendevano a uno a uno.

Si sedette in poltrona al buio, ripensando a quella voce, che continuava a risuonare nelle sue orecchie. “Sono stato un pavido” pensò, chiudendo gli occhi e intrecciando le mani sul petto. Avrebbe dovuto mantenere il sangue freddo e verificare a chi apparteneva quella voce. “E se fosse stata una donna in pericolo?” si domandò riflettendo sulle circostanze in cui aveva ascoltato quella lugubre richiesta d’aiuto.

Ernesto scivolò in una sorta di dormiveglia dove i sogni si intrecciavano con la realtà. Era nella radura degli innamorati e il buio nascondeva le forme. Una ragazza dai lunghi capelli biondi e dall’incarnato pallido giaceva morta sull’erba che si colorava di rosso. Poi la scena si spostava nel tempo, dove Ernesto era accusato di aver ucciso quella fanciulla, mentre lui si difendeva, negando ogni colpa. Tutto il paese era contro di lui, perché era l’unico venusiano ad andare tutti i giorni nel pomeriggio fino al calare della sera in quel prato, dove era stato consumato un delitto.

Ernesto più si sgolava nel gridare la sua innocenza, più i compaesani lo accusavano, inventandosi le storie più assurde.

Era in stadio di torpore dormiente quando si svegliò di soprassalto. Qualcuno suonava e bussa alla sua porta con insistenza.

Instupidito dal quel sogno strampalato, si avviò verso l’ingresso.

«Arrivo» gridò per mettere a tacere quel frastuono che lo trafiggeva come le punture di spade.

Arrivato dietro al battente si svegliò di colpo.

«Polizia. Aprite e non fate sciocchezze».

Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – La siepe

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Da questa immagine di Etliyle nasce questo

https://etiliyle.files.wordpress.com/2017/12/20171109_162732.jpg?w=361&h=645

Un volo di gabbiani ondeggiava sopra la mia testa. Mi fermai a osservarli nelle loro evoluzioni. “Se ci sono, vuol dire che l’inverno è alle porte” mi dissi, riprendendo la passeggiata tra alberi semi spogli e una siepe di un bel colore rosso ruggine.

L’aria era frizzante ma quel sole di un giallo sbiadito riscaldava ancora. Volsi gli occhi verso il cielo, insolitamente limpido per il mese di novembre. Nebbie e nuvole non mancavano ma quest’anno erano meno presenti. Il gracchiare stridulo degli uccelli mi strappò un sorriso. Volteggiavano senza apparente fatica in voli circolari senza un battito di ali.

Al di là della siepe bassa si estendeva la campagna brulla e arata di recente. Loro sapevano che tra non molto avrebbero avuto mangime gratis a volontà, quando sarebbe cominciata la semina. Però a pensarci bene il tempo della semina era già scaduto da almeno un mese. Quindi non capivo il motivo di quel volare in circolo dei gabbiani.

Scossi la testa e ripresi la passeggiata, anche se continuavo a pensare agli uccelli che si muovevano sopra il campo. Era inutile sforzarsi. Se erano lì, un perché esisteva ma non ero in grado di sciogliere l’enigma. Incassai la testa nel giubbotto per ripararmi dal freddo che era diventato più pungente.

Quel viottolo di campagna in sterrato costeggiava i campi, mentre sullo sfondo non c’erano case ma solo alberi a fare da divisoria tra i vari appezzamenti. Un posto tranquillo per una camminata distensiva tra il silenzio della piana per l’assenza di qualsiasi attività umana. Un modo semplice per scaricare le tensioni di questi giorni, respirando a pieni polmoni l’aria tagliente del primo pomeriggio.

Su questo sentiero si avventuravano solo le macchine agricole e chi, come me, ama passeggiare nel silenzio per gustare il panorama e concentrarsi nei propri pensieri. In realtà non c’era molto da osservare: la calma piatta dei campi. I filari di pioppi, carpini e robinie quasi spogli. Le siepi basse di more che nascondevano la scolina. Però erano i pensieri che ricevevano il maggior impulsi dalla tranquillità della camminata.

Ragionavo su quello che era la mia esistenza, dove volevo arrivare. Erano riflessioni caotiche dove parole e immagini si mescolavano tra loro senza un filo logico che potesse unire il tutto. Mi chiedevo il motivo per il quale quello che scrivevo non funzionava. Le storie, lo stile, il tono narrativo non accalappiava l’attenzione del lettore. Ma come migliorarmi?

Mi fermai osservando un punto dell’orizzonte, immerso in una bolla che mi isolava dal mondo. “Penso troppo” mi dissi, riprendendo a camminare, “e questo non funziona nei miei manoscritti”.

Ero in un punto morto come nei disegni di un motore, belli da vedere ma impossibile da avviare.

Disegna la tua storia con un’immagine di Waldprok – Il tramonto

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Ancora una suggestiva immagine di Waldprok

 

Quando il sole comincia a calare sull’orizzonte e le ombre si allungano come braccia tentacolari di un mostro, la gente di Venusia si chiude in casa. I lampioni delle strade si accendono e solo i ritardatari si avventurano per le vie, cercando di rincasare al più presto. I negozi chiudono, gli uffici si svuotano, mentre le fabbriche a ciclo continuo sono aperte e lavorano. Col calare della sera Venusia si trasforma in un presepe vivente anche se mancano pastori e bambinello, mangiatoia e animali.

Gigia sta preparando la cena serale, quando sente bussare alla porta. Si guarda intorno con l’occhio che passa dalla sorpresa al dubbio. Aggrotta la fronte e la distende in un moto ondivago che descrive bene il suo stato d’animo.

Altri due tocchi decisi alla porta fanno capire che chi sta fuori si aspetta che venga aperto il battente.

È sola in casa e non può essere diversamente, perché Gigio fa il turno di notte e tornerà solo domattina alle sette. Si domanda chi possa essere. “Un vicino?” pensa, scacciando l’idea. Non può essere, perché vivono in una casetta singola separata da un minuscolo fazzoletto di terra dall’abitazione adiacente. “E poi perché dovrebbe bussare? Non è mai capitato che un vicino faccia visita dopo il calare del sole”.

Non può essere nemmeno Gigio, perché avrebbe le chiavi per entrare senza la necessità di bussare. “Insomma chi sarà?” si chiede incerta se aprire o fingere di non aver udito i battiti. La sua presenza è certificata dalle luci che filtrano dalle finestre e nessun venusiano è così malaccorto di tenere accesi i lumi in loro assenza.

“Dunque solo un forestiero può bussare al mio uscio” conclude Gigia, nettandosi le mani con uno strofinaccio. Questa conclusione non la rincuora per niente, perché è sola senza possibilità di difendersi o invocare aiuto in caso di aggressione. Nessun venusiano verrebbe in suo soccorso. Questo è un dato acclarato nella storia del paese. Ognuno bada agli affari suoi e all’imbrunire ancora di più. Dunque sta in lei quale comportamento tenere in questa circostanza.

Con passo incerto, incespicando in ipotetici ostacoli, si avvicina all’uscio sempre col dubbio amletico di aprire oppure no. Arrivata dietro la porta, prende coraggio e chiede con voce strozzata dalla paura.

«Chi è?»

Sente un breve tossire prima delle parole come se volesse nascondere l’imbarazzo di spiegare il motivo per cui è lì.

«Mi hanno detto che qui abita una persona dal cuore grande così» risponde l’ignoto forestiero.

Di certo sarà un estraneo, pensa Gigia, immaginando che abbia allargato le braccia per mimare il suo cuore. Però l’adulazione non serve a sconfiggere la paura e darle l’energia sufficiente per affrontare chi sta dall’altra parte del portone.

«Insomma che vuole? Nessuna persona onesta è per strada a quest’ora» precisa Gigia a cui tremano le gambe, perché la situazione non le garba per nulla.

Sente di nuovo un tossicchiare prima di ricominciare. Avverte puzza di bruciato nelle sue parole e questo le mette apprensione.

«Mi hanno detto che qui posso trovare alloggio» aggiunge la voce misteriosa.

Gigia sgrana gli occhi per la sorpresa muovendo le labbra in un apri e chiudi afono. “Nessuno a Venusia verrebbe in mente d’indirizzare uno straniero verso una casa privata” pensa, cercando di formulare una strategia che le permetta di uscire dall’impasse della situazione. “L’unica bettola con camere è sempre vuota. Si stappa la miglior bottiglia per brindare al turista per caso”.

Il dialogo le appare surreale, perché non ha camere da affittare e l’unica stanza da letto è la sua matrimoniale. Di certo non lo può ospitare, a meno che non dorma con lei. Eventualità assai remota che lei esclude con forza. “Uno straniero?” riflette Gigia. “Non per essere razzista verso di loro ma non si sa chi sia e da dove venga. In casa mia entrano solo le persone conosciute”.

Quello che la innervosisce è Il dettaglio dell’unica camera che è noto a tutti a Venusia, come il fatto che Gigio sia di turno alla notte. “Chi può essere così spregevole da indirizzare alla mia casa un forestiero?” si dice, mentre decide parole e tono per scacciare lo straniero.

«Sono spiacente ma chi le ha dato questa informazione era in malafede. Dovrebbe ritornare sulla via principale e chiedere alloggio alla taverna da Quattro soldi».

Un nuovo tossicchiare discreto fa da preambolo alla risposta. Gigia non comprende il motivo di questo tossire, come se lo straniero fosse ammalato. “Ma se lo fosse per davvero? Un motivo in più per scacciarlo” urla in silenzio nella mente.

«Mi hanno detto che tutte le stanze sono occupate» insiste la persona ignota.

Gigia non può trattenere la risata.

«Tutte occupate? Non ci credo, nemmeno se vedessi con i miei occhi» afferma con decisione. «Il motivo di certo è un altro».

Gigia controlla che il catenaccio sia ben tirato e le imposte chiuse. Non si fida di chi sta all’esterno. Rimpiange di non avere quell’attrezzo per parlare anche lontano dalla base. Non l’ha mai voluto in casa sua, perché era un oggetto del diavolo.

«La prego. Mi apra» implora la voce dall’altra parte del battente.

Gigia aggrotta la fronte. Qualcosa stona. “Perché non ha suonato dal cancello esterno? Eppure è sicuramente chiuso. Quindi…”.

«Mi spiace ma non la posso aprire» esclama impaurita.

Un nuovo colpo di tosse.

«Ma sono l’anno nuovo! Non mi vuole in casa sua?»

Una Lettera un po’ sboccata di Leopardi dodicenne

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Anche i grandi possono essere sboccati.

Nel giardino dell'Infinito tra vaghe stelle dell'Orsa...

A Volumnia Roberti
Carissima signora
Giacché mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti li Signori Ragazzi della Vostra Conversazione, ma la Neve mi ha rotto le Tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la Piscia nel vostro Portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe bagattelle per cotesti figliuoli, acciocché siano buoni ma ditegli che se sentirò cattive relazioni di loro, quest’altro Anno gli porterò un po’ di Merda. Veramente io voleva destinare a ognuno il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi. Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così. Dentro l’anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti Numeri. Mettete tutti questi biglietti…

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Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La fortezza

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Da una bella immagine di Etiliyle si può ricavare una breve storia.

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La chiamavano fortezza. I venusiani l’avevano sempre citata affettuosamente così quel blocco che dominava la piana di Venusia. Si ergeva maestoso su un’altura che chiamarla collina faceva sorridere. Però per loro era la montagna, visto che tutto attorno era calma piatta e quel dosso che sporgeva dal terreno sembrava davvero un qualcosa di altissimo e impervio.

Per questo motivo cinque o forse sei secoli prima il principe, oppure era solo un conte oppure non era nessuno ma poco importa, aveva deciso di costruire la fortezza su quello sputo emerso dal terreno. Non c’era la necessità di fossati o ponti levatori bastava chiudere i pesanti portoni di legno e ferro per isolarsi dal mondo e difendersi dai nemici.

Però per gli abitanti del paese cresciuto ai suoi piedi era motivo d’orgoglio e di sicurezza la fortezza. Era un qualcosa che faceva parte di loro che si tramandava di anno in anno come un bene di famiglia.

Del famoso principe o pseudo tale non era rimasto nulla, nemmeno un lontano discendente e la fortezza era diventata un patrimonio di tutti i venusiani. Ogni abitante, dal neonato al vecchio prossimo a morire, era proprietario di qualche pietra grigia che costituiva la sua recinzione esterna.

Nei testamenti dei venusiani, come si poteva ben leggere nelle carte custodite dai notai, stava scritto “…ti lascio in eredità le seguenti pietre della fortezza: …” e seguiva l’elenco dettagliato delle sue proprietà murarie.

Quando nell’anno di grazia duemila c’era stata la necessità di rimetterlo in sesto, ogni cittadino, nessuno escluso, si era tassato in rapporto al numero di pietre possedute da ogni singolo clan. Ogni abitante si comportava da perfetto ‘umarell’. Come quei vecchietti che osservano i lavori stradali spesso in coppia, nella loro tipica posa: mani dietro la schiena, parlottano osservando le voragini e le gru in azione.

umarell

Foto tratta dal sito http://www.umarell.net

«Qualcuno che non abita a Venusia si domanderà chi sono gli umarell. Loro sono ovunque, anche fuori Venusia. Basta essere un po’ osservatori. Li potete trovare, dove è appena accaduto un incidente stradale. Ma anche assistere al litigio in un bus strapieno per un posto a sedere oppure in coda alla posta. Al supermercato… insomma in qualsiasi posto di Venusia come nel resto del mondo. Però l’autentico umarell adora guardare i lavori stradali. È quello che ama le ruspe, le gru, i cingolati in generale, le auto che eseguono manovre di parcheggio difficoltose, i negozi di ferramenta, le cantine, i garage e … È quello che tutti gli appaltatori pubblici temono. Sono loro che controllano l’avanzamento dei lavori, se rispettano le regole e sono pronti alla denuncia pubblica. Ma voi lettori, fate mente locale: dentro ognuno di noi alberga un po’ del umarell. L’importante è rendersene conto».

Con questo spirito i venusiani avevano eseguito il restauro della fortezza in tempi certi. Adesso era lì, bella e pulita che mostrava il suo splendore agli ignari turisti che per caso, e ce ne voleva di casualità per farne arrivare uno, passavano per Venusia.

E sì! Venusia era un posto magico, ignoto alla maggioranza della gente. Però chi era dotato d’immaginazione la raggiungeva senza fatica.