Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – l’ulivo

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Nuova splendida immagine di Etiliyle e nuovo scadente raccontino mio.

A Venusia c’è un minuscolo parco, veramente piccolo, un fazzoletto di verde neppure tenuto bene. Però ha un particolare di cui vanno fieri i venusiani: al centro c’è piantato un bel ulivo dalle forme sofferenti. Non che lo sia ma il tronco contorto e rugoso dà questa impressione. Sembrano vene che si intrecciano tra loro quelle nervature che percorrono il suo fusto. Uno spasmo verso il cielo che si contrae nello sforzo.

Quello che li stupisce è la sua resistenza al gelo invernale. Durante la stagione fredda a Venusia la neve e il gelo non mancano, anzi ce ne è fin troppo. Il rio Venusia diventa una lastra di ghiaccio, la strada verso la città una pista da sci e il paese un presepe di panna.

A febbraio l’ulivo pare ogni anno pronto a capitolare e finire come legna per la prossima stagione invernale ma a marzo comincia a germogliare in maniera stupefacente: ogni gemma ascellare genera un germoglio o una mignola. I venusiani sono convinti e danno per scontato che sarà così anche per tutti gli anni futuri. A febbraio prima che fruttifichi lo potano, mentre a dicembre avvolgono il tronco con un tessuto non tessuto. Non seguono nessun’altra precauzione oltre a queste.

L’altra meraviglia è che fruttifica tutti gli anni: olive nere piccole ma ricche di succo. A primavera inoltrata la mignolatura trasforma l’ulivo in un uno splendore unico, quando le mignole fioriscono. Ogni anni tutti venusiani si raccolgono intorno con i loro smartphone per fotografare il loro ulivo.

Quando a novembre è tempo di raccolto, sono pochi i venusiani che lo fanno. Le raccolgono per fare olio, che dicono sia buonissimo. Però la maggioranza snobbano questa lavorazione.

A Venusia esiste un solo frantoio vecchio di qualche centinaio d’anni. Il processo è lungo e svolto come lo era al tempo della costruzione. Le molazze hanno la patina vecchia di anni, i fiscoli sono quelli tradizionali con i dischi di fibra vegetale, che vengono lavati nel rio Venusia dopo ogni spremitura.

Qualcuno sorride quando si parla dell’olio dell’ulivo del parco delle stelle.

«Troppa fatica per qualche litro».

Tuttavia è d’estate che viene apprezzato maggiormente. Sotto la sua ampia chioma se ne stanno al fresco seduti sulla panchina di legno Sandra e Lorenzo di ritorno dalle fatiche degli esami universitari.

Sono una bella coppia, una delle poche che resistono all’usura del tempo. Forse a loro fa bene la lontananza, il vedersi sul fine settimana ma non sempre e nei periodi di vacanza.

Lui aspira a diventare ingegnere, lei da medico. Sandra è più alta delle altre ragazze di Venusia, snella e coi capelli leggermente ramati. Lorenzo è allampanato, magro come un chiodo.

Si tengono per mano, quando camminano uno fianco all’altra, suscitando i commenti acidi di altri giovani.

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Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la cascata

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Proseguono le storie impossibili di Venusia ricavate dalle immagini di Etiliyle.

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Il rio Venusia che scende dalla collina a nord del paese come un rigagnolo durante la stagione delle piogge forma poco prima di lambire le case un minuscola cascatella. Un salto di pochi metri, che chiamarla cascata farebbe sorridere chiunque. Però per i venusiani era la cascata così come quel dosso da cui nasce il rio è chiamata montagna.

Ai venusiani piace enfatizzare sulle parole come tante iperbole tipiche del loro mondo. Quindi la panchina è solo quella che sta sotto il noce vicino al muretto a secco, mentre le altre sono semplici panche anonime. Così esiste la cascata, il monte, il fiume e via dicendo.

Venusia non è segnata sulle mappe, quel rio non esiste e la montagna pure. Nemmeno Google Map riesce rivelarle ma gli abitanti di questo paese non ci danno peso, alzando le spalle come a dire ‘me ne frego’. In effetti a loro importa poco se nessuno conosce Venusia, perché ci vivono bene. Il paese è tranquillo, gli usci non sono mai chiusi nemmeno di notte, perché a nessun venusiano verrebbe in mente di andare a rubare a casa del vicino. Questo è talmente inconcepibile che non esiste nemmeno la caserma della gendarmeria. Persone estranee non arrivano per il banale motivo che ignorano l’esistenza di Venusia. Se per sbaglio arriva un bus o una macchina, le persone a bordo dimenticano in fretta il paese o meglio non saprebbero come tornarci. Questa incapacità è meglio di qualsiasi antifurto o sistema d’allarme.

Il lettore potrebbe pensare che a Venusia ci sia un clima idilliaco dove tutti si vogliono bene e sono gentili con tutti. Caro lettori, qui ti sbagli, perché liti e rancori sono fatti del giorno e le dispute sono feroci. Litigare perché il gatto rovina l’orto del vicino è normale amministrazione e risolvere il contenzioso non è affatto semplice. Le due famiglie si guardano in cagnesco a lungo ma se capita un incendio o un guaio qualsiasi i due litiganti si prodigano spalla a spalla per spegnerlo o sistemarlo. Poi tornano a non guardarsi, a litigare ma nel momento di emergenza tutti i dissapori evaporano come le nebbie alla mattina.

Dopo queste divagazioni di poco conto torniamo a parlare della cascata. Il rio Venusia nasce da una risorgiva quasi in cima alla montagna e scende senza fretta attraverso il bosco degli spiriti, finché non incontra un gruppo di rocce che affiorano dal pendio. Come siano capitate lì è un mistero che nemmeno i vecchi del paese sanno spiegare. Ci sono e basta e nessuno si è chiesto il motivo. Il rio, un rigagnolo con poca acqua, si inerpica sopra tra due massi e poi ricade sotto con un salto di un paio di metri. I venusiani non l’hanno mai misurato ma non è stato mai un problema. Una pozza circolare del diametro di quattro o cinque metri raccoglie l’acqua che cade prima di riprendere la discesa verso il piano. Una pozza dove la profondità massima è una spanna a malapena ma nonostante tutto è sempre ben frequentata nel periodo estivo perché permette di fare una doccia fresca senza spendere un soldo. D’inverno è una meraviglia. Stalattiti di ghiaccio compongono uno scenario da favola.

Però in questa estate bollente sono in molti che stanno a mollo coi piedi per raffreddare i corpi arroventati. Alla fine è meglio stare sotto l’ombrosa quercia di fianco alla cascata piuttosto che in quella pozzanghera limacciosa.

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – il crepuscolo

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Da una stupenda istantanea di Waldprok nasce la storia che ha sullo sfondo Venusia

È stata una giornata torrida. Ben quaranta gradi all’ombra! Quest’anno a Venusia l’agosto ha mostrato il suo volto caldo. Da tre mesi non piove, di giorno sempre oltre i trenta gradi e di notte mai sotto i venticinque con l’umidità alle stelle. I venusiani stanno boccheggiando, mentre scrutano in lontananza il cielo nella speranza che qualche nuvola porti pioggia e frescura.

La terra è secca, dura e polverosa e nemmeno il bosco degli spiriti riesce a dare un po’ di sollievo. Il sottobosco sta soffrendo la siccità e nessuno osa accendere un fiammifero. Una scintilla casuale è in grado di scatenare l’incendio che nessuno riuscirebbe a domare perché l’acqua scarseggia ed è razionata.

Nel tardo pomeriggio d’agosto Mara sta tornando dal lavoro mentre l’alito caldo del sole morente le accarezza il viso congestionato per la calura. Indossa uno scamiciato leggero senza maniche e sotto ha l’intimo essenziale dello stesso colore del vestito: azzurro chiaro. Calza dei sandali bassi leggeri di cuoio. Il sudore appiccica il tessuto alla schiena come una seconda pelle, mentre i capelli biondi sono raccolti in una crocchia.

Sospira mentre avanza con lentezza lungo il viale alberato che porta alla panchina, dove spera di trovare un refolo di vento sotto il noce.

Il sole sta calando a occidente dove si riflette nelle acque basse dello stagno delle anitre. Nessun refrigerio arriva dal vento che spira caldo come un forno infuocato.

Mara sta pensando che essere single ha pregi e difetti ma tutto sommato gli sta bene così. A Venusia non ci sono molti ragazzi e le occasioni per fare nuove amicizie mancano. Tutti conoscono tutti e quando si forma una coppia di solito è per sempre. A lei è andata male ma non poteva essere diversamente. Mario era inadatto ma non c’è voluto molto tempo per chiudere la storia. Il suo unico timore è stato che ha temuto che si trasformasse in uno stalker, rendendole la vita impossibile. Dopo le prime insistenze per ricucire lo strappo ha capito che sarebbe stato inutile ostinarsi, perché Mara non avrebbe ceduto. Si è limitato a salutarla con freddezza quando si sono incrociati. Poi ha deciso di trasferirsi in città e le occasioni di frequentarsi sono diventate sempre più rare. Adesso di ragazzi liberi non ce ne sono più ma questo non le pesa affatto.

Trascinando i piedi Mara sta arrivando alla panchina per godersi il crepuscolo, anche se non si aspetta nessun refrigerio. La calura serra la gola e grosse gocce di sudore spariscono nell’incavo del seno. Ha un sobbalzo, perché non si aspetta che qualcuno abbia occupato la panchina. Ne vede in lontananza la testa.

Il suo viso cambia espressione passando dalla contrarietà all’allegria in un batter di ciglia. Il sorriso compare sulle sue labbra. Quei capelli li riconoscerebbe anche al buio.

«Ciao, Lucia».

«Ciao, Mara. Anche tu a goderti lo spettacolo?»

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la scala

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Nuova splendida immagine di Etiliyle a far da sfondo a questo raccontino

Nella parte verso la montagna, nascosta dal bosco, sta la fortezza, un tempo vanto e orgoglio di Venusia. Adesso è lì malinconico e solitario in attesa che qualche forestiero lo venga a visitare dopo che è stato restaurato a spese di tutta la comunità.

In effetti dire che è una montagna, è come affermare che un cavalcavia è una salita. Niente di più falso. Dunque non è una montagna ma un semplice rilievo neppure troppo alto, ricoperto da una fitta vegetazione. La fortezza sta là sul cucuzzolo ed è ben visibile da lontano.

Sulla parte posteriore, nascosta alla vista dei venusiani, c’è una scala di legno che conduce a una porta chiusa. Per vederla bisogna girare dietro al torrione che rappresenta il più elevato della costruzione. Molti venusiani ignorano la sua esistenza. Per loro la fortezza è solo quella che si vede da Venusia. Il resto non esiste. Qualche lettore più curioso della media si domanderà perché i venusiani non prendono in considerazione la parte nascosta. La risposta è semplice: devono attraversare il bosco degli spiriti che con le sue leggende truculenti e misteriose hanno convissuto fin da bambini. Solo i più temerari e quelli che hanno superato il bombardamento psicologico che dentro il bosco girano fantasmi e gnomi malefici, hanno esplorato la fortezza.

Sandra e Lorenzo sono due ragazzi che non hanno mai creduto a tutte le leggende nate intorno al bosco. Un giorno di aprile mite e soleggiato hanno deciso si salire fino alla fortezza. Tenendosi per mano hanno percorso il sentiero che sotto la volta dei rami che mettono le prime foglie porta in cima al rilievo. Dovete sapere che oltre alle storie impressionanti del bosco altre non meno paurose circolano sulla costruzione. Castellane tradite che girano inquiete alla ricerca della pace. Uomini uccisi oppure giustiziati che si lamentano della loro sorte. Tutti questi personaggi lasciano dietro di loro tracce e rumori. Almeno è quello che dicono quelli che hanno visitato la fortezza.

Sandra e Lorenzo arrivati in cima, sbucando dal sentiero nel bosco, ammirano la sua possente bellezza. Mattoni squadrati grigi disegnano il tessuto esterno, mente il fossato ricoperto da una tenera erbetta è sormontato dal ponte levatoio, che ha perso le catene per sollevarlo.

«Non l’avevo mai visto da vicino» sussurra Sandra, stringendosi a Lorenzo, che l’abbraccia con tenerezza. «È veramente possente. Molto di più che si possa immaginare da Venusia».

Lorenzo annuisce. In effetti emana una forza che sa di solidità e forza.

«Ricordo che mio padre ha raccontato, che quando aveva vent’anni ha partecipato al restauro della fortezza» racconta il ragazzo, sollevando lo sguardo verso l’alto. Ha creduto di udire dei lamenti sul torrione ma forse è stato solo il gioco del vento.

«Andiamo a vedere cosa c’è dietro» dice Lorenzo, prendendo per mano Sandra.

Camminano in silenzio seguendo il bordo del fossato. Lorenzo sgrana gli occhi perché il prato che circonda la fortezza, sembra falciato di recente. Fiori recisi stanno fra gli steli dell’erba, la cui altezza pare uniforme. Non dice nulla per non impressionare Sandra ma mette all’erta i sensi. I discorsi, ai quali aveva attribuito scarsa importanza, tornano a gala. Misteriosi rumori, apparizioni paurose e tanti lamenti. Però nessuno è stato mai molestato da queste presenze.

Sandra cammina serena al suo fianco. Si sente protetta. Un bel sorriso rallegra il suo viso ovale. È giovane, ha compiuto da poco vent’anni. Alta, snella dai lineamenti regolari studia in città per diventare medico. Alla fine ha scelto di proseguire gli studi come Lorenzo. Lei medico, lui ingegnere. In due città differenti ma il loro amore supera le distanze e periodicamente ritornano a Venusia nello stesso periodo. Questa volta hanno una settimana per stare insieme, perché l’università ha interrotto le lezioni.

Girato intorno al torrione si trovano di fronte a una scala e una porta di legno massiccio chiusa. Lorenzo sospira. Un sospiro di sollievo, perché non hanno fatto nessun brutto incontro. Sta per dire qualcosa, quando nota un tagliaerba abbandonato vicino alla scala, e la paura risale prepotente.

“Torniamo a Venusia” sussurra Lorenzo, temendo che le sue parole possano essere udite.

Sandra appare stupita, perché sono appena arrivati ma non obietta nulla. Si incamminano per tornare indietro mentre il sole inizia a calare alla loro destra.

Hanno fatto pochi passi, quando una risata non umana riecheggia da una finestra del torrione. Spaventati si affrettano a scendere a Venusia.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – l’arcobaleno

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Ancora una bella immgine di Etiliyle arricchisce la cronaca di Venusia

È stata una primavera piovosa a Venusia come non si ricordava da molto tempo ma forse come tutti, i venusiani hanno la memoria corta. Quindi si dice sempre ‘è l’estate più calda’, ‘l’inverno più freddo’, ‘la primavera più piovosa’ anche se in realtà non è vero per nulla. Però a Venusia non si parlava d’altro.

«Non ricordo un tempo così piovoso» dice Berto, seduto sotto il tendone davanti al bar da Sghego, mentre sta facendo un partita a scopa con gli amici.

Berto è un omino di mezz’età con una vistosa incipiente calvizia. Non hai mai lavorato seriamente e adesso passa i suoi pomeriggi a giocare a carte come un pensionato.

«Pensa alla partita anziché al tempo» lo rimbecca Martino, il compagno di gioco.

Martino è più giovane di Berto, Alto, allampanato e anche lui poco disposto a impegnarsi col lavoro. Tanti piccoli mestieri per sbarcare il lunario ma il posto fisso non lo interessa. Anzi non lo cerca proprio

«Ha ragione» ridacchia Alberto, che con l’asso raccoglie un bel po’ di denari sul tavolo oltre a fare scopa.

Alberto è l’unico del quartetto che potrebbe passare il suo tempo a giocare a carte. Basso, coi capelli bianchi e i baffi ingialliti dalla nicotina. È il vecchio e dopo una vita a lavorare i campi altrui si sta godendo la pensione. “Poca roba” dice sempre, glissando sull’importo.

Il quarto, Marino, è il più giovane ed è anche l’unico che lavora seriamente. Fisico da culturista, capelli tagliati a spazzola e viso abbronzato per la vita all’aria aperta. Ha uno splendido vigneto, che cura personalmente.

Berto si fa scuro in viso, perché quel Martino è una vera schiappa, mentre i due avversari lavorano bene con le carte. Vorrebbe buttarle via ma si trattiene. Sbuffa, mima con le mani ‘che culo!’ verso gli avversari ma non replica al compagno.

Il tendone ripara dalla pioggia ma gocciola con abbondanza e devono spostare il tavolo un po’ più verso il centro per non bagnarsi con gli schizzi sul marciapiede.

Sul tavolo oltre alle carte ci sono diversi bicchieri vuoti e la bottiglia di raboso con un dito scarso di vino sul fondo.

«Se non ci diamo una mossa» brontola Berto mentre cala un sette per prendere il settebello, «ci tocca di pagare un bel botto».

Martino non risponde, perché le sue carte fanno schifo. “Oggi proprio non è giornata” pensa, pescando un cinque di spade. Alza gli occhi verso la strada e li sgrana per lo stupore. Piove ma il sole illumina la via. Scuote il capo, perché il tempo pare impazzito. Sole, pioggia, di nuovo sole. Un’alternanza davvero impossibile da seguire. Rimane a bocca aperta per lo spettacolo che vede dinnanzi a se.

«Dai, tartaruga» fa Marino. «Cala la carta invece di guardarti in giro».

Martino tiene le carte in mano ma è lo spettacolo che lo affascina. Tra le chiome degli alberi della strada si intravvede una magica visione. Un bellissimo arcobaleno forma un arco sotto cui sta Venusia.

«Che ti prende, Martino? Sei rimasto folgorato?» esclama Alberto che non comprende il motivo dello stupore dell’amico.

Con il braccio disteso indica qualcosa alle loro spalle incapace di parlare.

«Ti sei seccata la lingua?»

«No, di certo» afferma Martino che ha riacquistato l’uso della parola. «Mai visto un arcobaleno simile».

I tre compagni si girano nella direzione indicata dal suo braccio e un “oh!” di stupore esce dalle loro labbra.

«Dai» fa Berto, mettendo sul tavolo le sue carte. «Corriamo dove nasce l’arcobaleno. Chissà se c’è la pentolaccia piena di ducati d’oro!»

Tutti ridono alla sua battuta e riprendono a giocare. Per la pignatta d’oro c’è tempo per cercarla.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – a pelo d’acqua

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Una bella immagine di Etiliyle e un nuovo racconto di Venusia

Quando le anatre partono, lo stagno non rimane vuoto per molto tempo. Quasi subito la mancanza di ospiti è colmata dall’arrivo dei gabbiani che si posano sull’acqua. È una folta colonia che arriva puntuale in autunno e sverna fino alla primavera. Poi si dirigono verso sud, lasciando lo stagno silenzioso. Ogni tanto compare un airone bianco ma fugge subito, perché l’acqua è troppo profonda e fredda per i suoi gusti e preferisce il torrente che scorre di fianco alla strada, anche se è meno ricco di cibo.

Pino, un ragazzino di dieci anni, dopo aver spiato il movimento delle anatre, osserva curioso l’andirivieni dei gabbiani. Scendono tutti insieme e pure si levano in volo in gruppi seguendo quello che pare il capo.

Si lasciano cullare dalle leggere increspature dell’acqua quando soffia il furibondo. Lo stagno è piccolo, riparato da una riva ricoperta di canne palustri e basta poco per creare un leggero moto ondoso.

Pino è lì quando il tempo è soleggiato, avvolto nel suo giubetto di pelle scamosciato e imbottito di soffice agnello. Arriva mentre termina di mangiare una mela, sistemandosi nel suo posto di osservazione preferito, vicino alla riva dello stagno. Sotto braccio ha una cartella un po’ sciupata dove dentro tiene i suoi tesori. Si siede e aspetta paziente l’arrivo dei gabbiani, che non si fanno attendere molto.

Pino, accucciato sotto il salice, osserva tutti i loro movimenti, ascolta i loro garriti. Un verso stridulo e rauco che agisce da richiamo. Sta in silenzio a vedere le loro evoluzioni sull’acqua e in cielo. Sempre in gruppo, aprendo le loro ali bianche, che nel blu del cielo appaiono grige. Volano in cerchio, in gruppo e agli occhi del ragazzo appaiono instancabili. Quando un gabbiano si avvicina alla riva, lui può osservarne le fattezze. Il becco giallo leggermente ricurvo nella punta. Le sfumature grige delle ali. L’occhio vigile e il lento muovere delle zampe palmate sotto il pelo dell’acqua. Sembra un uccello tranquillo e silenzioso ma, quando prende il volo aprendo le grandi ali, emette dei versi rauchi e si muove con frenesia.

Diversamente dalle anatre che restano pigre sull’acqua, i gabbiani sono in movimento continuo. Si adagiano sull’acqua ma subito dopo si alzano in volo. Si dirigono verso Venusia alla ricerca del cibo, che trovano abbondante alla sua periferia oppure dopo che i contadini hanno arato i campi per la semina autunnale. Sempre in gruppo tornano nello stagno dove sostano per poco tempo per riprendere il loro movimento.

Pino col blocco da disegno prova a tradurre sulla carta quello che vede. Disegni poco accurati, figure sproporzionate. Tuttavia non demorde e traccia con la matita il gabbiano che vola o quello che si dondola nell’acqua. Cancella, rifà il disegno, guarda insoddisfatto quello che messo sulla carta che non corrisponde a quanto la sua mente immagina.

Le giornate d’autunno sono corte e Pino deve tornare a casa prima dell’imbrunire. L’ha promesso alla madre. «Torno prima che faccia buio» dice, mentre si avvia con la mela rossa in mano verso lo stagno.

Si avvia malvolentieri, dando un ultimo sguardo al suo piccolo mondo. “Torno domani” sussurra, sperando che il clima mite assicuri altre giornate come quella odierna.

Disegna la tua storia con un’immagine di Waldprok – il sentiero nel bosco

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Con questa stupenda immagine di Waldprok facciamo una passeggiata nel bosco.

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In una giornata d’inizio autunno stranamente mite, perché il sole scalda ancora l’aria, Sofia col suo inseparabile bastone cammina lenta lungo il sentiero che si addentra nel bosco degli spiriti. Con lei c’è Tobia, il suo meticcio, che festoso corre avanti e indietro con un moto incessante. La lingua a penzoloni per il gran correre e la coda che si agita allegra la fanno sorridere, mentre osserva la natura pronta al lungo inverno. A Venusia nel periodo invernale nevica e fa freddo, come d’estate c’è caldo e afa, e il bosco si addormenta fino alla primavera.

Il sole filtra attraverso i rami degli alberi che stanno perdendo le foglie. Un tappeto colorato si deposita sul sentiero. È un tripudio di colori. Giallo, rosso, verde muschio, marrone. L’erba del bordo stenta a crescere e assume una tonalità meno vivace. Il profumo dei funghi e dell’umidità del sottobosco è un contorno alla vista.

Sofia sa che ai piedi dei castagni nascono prelibati porcini, mentre colonie di pioppini prosperano nel marciume del biancospino. Però a lei piace inalare il loro profumo senza raccoglierli. Il bosco degli spiriti è sacro e va conservato così com’è. Il verso della gazza l’avverte che ci sono anche loro come il fringuello e il tordo, che tra non molto si avvicinano a Venusia, dove troveranno cibo e calore.

Sofia rispetta il bosco e i suoi abitanti, mentre Tobia può correre libero senza i lacci del guinzaglio. Si diverte e abbaia felice perché nessuno gli impone di stare in silenzio.

Sofia ha vent’anni e sembra un maschiaccio per i pantaloni di fustagno e il maglione che copre le sue forme dolci. Ama anche correre sul campetto di calcio misurandosi con i coetanei. Loro l’accettano mal volentieri ma a lei poco importa. Spera un giorno di diventare un agronome di fama, ricercata da tutti. Dicono che ha il pollice verde, perché fa crescere qualsiasi pianta. Sofia si schernisce quando lo dicono.

«Ma no!» afferma diventando rossa. «Io parlo alle piante che mi stanno ad ascoltare».

Che parli o abbia il pollice verde, poco importa, perché una pianta moribonda con lei si riprende alla grande.

Mentre cammina osserva tra i cespugli di mora in lontananza alcuni alberi di mele selvatiche, che stanno rosseggiando sotto gli ultimi raggi del sole.

Sofia inspira l’aria ricca di profumi del bosco e richiama Tobia. Il sole sta calando in fretta e tra poco le tenebre avvolgeranno il bosco degli spiriti. “Meglio non disturbare le anime che qui riposano” pensa, mentre si avvia con passo lesto verso Venusia, seguita da Tobia.

Sul sentiero sale una leggera nebbia che rende il bosco evanescente dai contorni sfumati. “Mi devo sbrigare” si dice Sofia, accelerando la camminata. Avverte delle voci che parlano ma forse è solo suggestione. Si chiamano tra loro e rispondono alle invocazioni.

Fantasmi galleggiano nella nebbia che avvolge ogni cosa. Questo è quello che percepisce Sofia, sentendo il fiato di Tobia sulle sue gambe. “Anche lui sente qualcosa. È diventato silenzioso come il bosco” riflette, mentre in lontananza vede le luci dei lampioni di Venusia.

Non ha paura di questi spiriti ma prova rispetto e non desidera disturbare il loro cicaleccio. Ancora pochi passi e poi sarà fuori dal bosco.

Un sospiro allenta la sua tensione, mentre Tobia riprende il suo correre festoso.

Disegna la tua storia – un giallo con Antonella – parte trentatreesima

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Con questa puntata si chiude il giallo di Walter e Puzzone. Adesso spero di trovare un lettore disposto a fare il beta reader. Chi volesse può scrivere anobiano@newwhitebear.net

Per chi volesse leggere le altre 32 puntate precedenti può farlo con questi link. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32

Walter non seppe nulla sugli sviluppi delle indagini, finché un mercoledì mattina rimase sorpreso aprendo il giornale: il titolo in prima pagina riportava la notizia dello smantellamento di una rete cinese dedita allo smercio di droga in Italia. Lesse con avidità l’articolo.

Usando la copertura di una società di import/export, che commerciava con la Cina, il gruppo introduceva grosse quantità di droghe allo stato grezzo. Con un complesso giro attraverso i Balcani la rete le reimportava come droghe sintetiche da smerciare in tutto il nord Italia con ingenti profitti. La finta palestra gestita da due cinesi era il luogo dove veniva consumata la droga attraverso sedute di BDSM. Due persone erano sfuggite all’arresto.

Walter ripiegato il giornale si affrettò a raggiungere l’ufficio, perché era in ritardo.

Chi sarà fuggito?” si domandò, mentre prendeva posizione dietro alla scrivania. Però non aveva tempo di pensare a chi, perché doveva sbrigare molte pratiche quella mattina che passò veloce impegnato nel lavoro fino alla sosta di metà giornata.

Salvo occasioni particolari Walter pranzava a casa, anche quando Sofia era impegnata nel turno della mattina. Lei preparava qualcosa la sera precedente da consumarsi il giorno dopo. Tuttavia complice l’uscita serale fuori programma con le amiche non gli aveva cucinato nulla. Walter dovette recarsi in una tavola calda non molto distante per consumare il pasto di mezzogiorno.

Seduto al tavolo, Walter rilesse l’articolo senza scoprire nuovi dettagli a quelli che conosceva già. Solo vaghi accenni a un manager della società e a un cinese, entrambi ricercati dalla polizia, oggetto di congetture da parte del giornalista. L’ipotesi era che il cinese avesse preso il volo per Nanchino prima della retata. Sul manager si sospettava che fosse un pezzo grosso senza indicazione né del nome né del ruolo effettivo.

Forse è l’uomo che Mirta voleva azzannare” pensò aggrottando la fronte.

Pagata la consumazione sollevò lo sguardo verso l’esterno e rimase stupito. La persona, segnalata al procuratore, stava camminando sul marciapiede opposto. Lo riconobbe dal modo curioso di camminare nonostante la lunga barba, gli occhiali scuri e il cappello bianco a tesa larga ne camuffassero l’aspetto. Come quella persona era leggermente claudicante e aveva lo stesso modo di appoggiare i piedi: metteva prima la punta tenendo sollevato il tacco per poi rullare sulla pianta. Il corpo ondulava in su e in giù in maniera curiosa. Un dettaglio difficile da dimenticare.

Afferrato il resto, si fiondò alle sue calcagna, riprendendolo col telefono. L’uomo fece giri strani, come se avesse il timore di essere pedinato, prima d’introdursi un caseggiato bianco. Nuove fotografie lo ripresero mentre al momento di entrare nell’edificio si era guardato attorno con fare sospettoso.

Sul viso di Walter comparve un bel sorriso. Era visibilmente soddisfatto. Doveva parlare col procuratore, finché la pista era calda.

«Buongiorno, sono Bruno» si annunciò al telefono, sentendo la sua voce.

«Mi dica» rispose il procuratore col tono sorpreso di chi non si aspettava di essere chiamato.

«Forse so dove si nasconde il fuggiasco» affermò Walter sicuro.

Il procuratore rimase in silenzio. Non comprendeva il senso della telefonata. “A quale fuggitivo si riferisce” pensò, grattandosi la guancia ispida.

«Si ricorda la fotografia di quella persona che ha rischiato i denti di Mirta?» disse Walter, mentre entrava in ufficio.

Il procuratore finse di aver capito di chi si trattava con un ‘sì’ stanco. L’inchiesta ‘china connection’ lo stava sfibrando.

«Se mi dà un indirizzo di mail, le spedisco delle immagini dove il ricercato si nasconde. Non posso passare dal suo ufficio ma lui è ancora lì».

Il procuratore gli dettò l’indirizzo, sicuro che la pista fosse fasulla, ammesso di aver capito di cosa si trattasse. “Il solito mitomane” pensò con lo sguardo stanco e sfiduciato.

Due giorni dopo la Tribuna di Treviso titolava in prima pagina ‘Il manager ricercato per la droga connection è stato arrestato a Treviso’. All’interno diversi articoli sul suo arresto e sulla sua confessione.

L’articolo riportava che la polizia era stata messa sulle sue tracce da una soffiata anonima, che indicava un condominio in città come rifugio. Nonostante girasse con barba posticcia e parrucca, era stato riconosciuto e segnalato agli inquirenti, che lo avevano sorpreso in casa dell’amante, arrestata per favoreggiamento.

Nella lunga confessione il manager, Luca Artiolo, aveva spiegato anche i due omicidi e il loro movente. Flora Zuin era stata la sua amante, fino al momento in cui aveva perso la gamba sinistra durante una serata BDSM nella palestra. Aveva interrotto la relazione per legarsi alla donna, che lo ospitava. Flora Zuin lo aveva ricattato con la minaccia di rivelare il traffico di droga. Attirata in trappola nella palestra, era stata soppressa con la mortale iniezione di tebaina nel collo che era stato fatto sparire per nascondere le tracce. Solo il fiuto di un cane aveva permesso di scoprire l’omicidio. La madre, Marzia Bruseghin, aveva chiesto una forte somma in contanti per tenere la bocca chiusa sulla vicenda ma l’avidità le era costata la vita. Luca Artiolo aveva tentato di scaricare la colpa della sua morte su Zheng, l’altro ricercato, ma i segni del morso del cane della donna sul suo braccio l’avevano inchiodato.

Il procuratore Depisis ringraziava il suo misterioso informatore, che con preziose immagini aveva permesso la sua individuazione.

Chi è l’informatore?” scrisse il giornalista in chiusura di articolo.

F I N E

Disegna la tua storia -un giallo con Antonella -parte trentaduesima

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Ragazzi, non ci crederete ma questa è la penultima puntata. Leviam in alto i calici! con al solito vi fornisco gli indirizzi delle puntate precedenti. Si comincia da qui 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31

Il sole era radente all’orizzonte e le nuvole assumevano il colore rossastro del tramonto, quando Walter iniziò a parlare di quello che aveva in mente fin dal primo momento.

«Non so se quello che le esporrò possa interessarle» fece Walter aggrottando la fronte.

«Mi dica. L’ascolto» rispose il procuratore che aveva l’aria soddisfatta di chi era avanzato con decisione nelle indagini.

Walter raccolse l’invito e rimase qualche minuto in silenzio non perché fosse timido ma per trovare il tono giusto per spiegare quanto era avvenuto al mattino.

«Stamattina sono andato da Piero a recuperare Mirta…» iniziò con cautela Walter.

«E Mirta chi è?» lo interruppe il procuratore stringendo gli occhi. Si aspettava qualcosa inerente alle indagini in corso e non relativo a una donna.

Walter accennò a un sorriso prima di chiarire chi fosse Mirta.

«È il cane di Marzia Bruseghin. Rimasta ferita una settimana fa».

Il procuratore annuì, facendo un gesto con la mano che poteva interpretarsi anche come ‘sia più conciso’.

«Stavano tornando a casa lungo il Botteniga, quando Mirta avrebbe aggredito una persona comparsa all’improvviso se non fosse stata al guinzaglio. Una furia…».

Il procuratore sbuffò, perché non gli interessavano le intemperanze di un cane.

Walter inspirò aria nei polmoni prima di proseguire.

«L’uomo si è girato con aria sorpresa ma intenzionato a dire qualcosa. Quando ha visto Mirta, la sua faccia è diventata terrea per lo spavento e di corsa ha attraversato Via Bixio, rischiando di finire sotto una macchina».

A sentire queste parole il procuratore assunse un’aria interessata, perché l’indagine poteva ripartire.

«Me lo può descrivere?»

Walter aveva uno sguardo soddisfatto e lo dimostrò con un bel sorriso. “Descrivere? Di meglio!” pensò, prendendo il telefono.

«Ho delle belle immagini, se la interessano» disse sornione, aprendo la galleria.

Il procuratore osservò attento quel viso che non gli diceva nulla.

«Sofia…».

«Uffa. Ma Sofia chi è?»

Walter rise di gusto. Citava i nomi come se l’interlocutore li conoscesse di persona.

«È la mia compagna» precisò. «Secondo lei è una persona che gestisce una società di import-export ma non ricorda il nome».

Il procuratore pensò che forse era un indizio fasullo ma sicuramente meglio di niente, perché, se il cane della Bruseghin lo voleva azzannare, doveva aver commesso un grosso sgarbo.

Stava per aggiungere qualcosa, quando i lampeggianti annunciarono l’arrivo della squadra.

«Se la nostra presenza non serve, io e Puzzone andiamo a casa» disse, Walter, facendo alzare il cane che scrollò della polvere invisibile dal suo dorso.

«Però avrei necessità di avere l’immagine».

Walter annuì prima di avviarsi verso la Punto seguito da Puzzone.

[continua]

Disegna la tua storia – un giallo con Antonella – parte trentunesima

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Smaltita la sbornia di colomba, cioccolato fondente e spumante. Walter e Puzzone riprendono a investigare. Qui trovate i link alle puntate precedenti 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23  24 25 26 27 28 29 30

Il procuratore, tornato a casa, aveva un pensiero fisso: trovare la vera attività svolta nella palestra. La scientifica aveva confermato l’intuizione che era solo un proforma ma cosa in realtà facessero all’interno non erano in grado di stabilirlo. Secondo loro qualcosa di poco lecito ma non potevano dimostrarlo con prove.

Stava leggendo il giornale quando ebbe un sobbalzo. La notizia che aveva attratto la sua attenzione poteva essere applicata al suo caso. Però non poteva aspettare troppo: rimanevano sette giorni e poi doveva abbandonare il caso.

C’era solo un modo per verificare la sua idea: telefonare a Bruno e convincerlo a venire alla palestra col suo cane che con l’input giusto ne avrebbe decretato il successo o il fallimento.

«Signor Bruno sarebbe disponibile a venire col suo cane alla palestra?»

«Certamente» rispose Walter con il tono entusiastico di chi non vedeva l’ora di farlo. «Quando?»

«Subito, se non ha impegni. C’è luce a sufficienza per l’ispezione»

Walter era euforico, perché poteva parlare col procuratore della persona immortalata nello smartphone.

«Sei in buone mani» salutò Mirta uscendo, mentre baciava Sofia. «Torno presto».

Caricato Puzzone sulla Punto, raggiunsero in fretta la palestra.

Questa volta Puzzone fu meno restio ad avvicinarsi, forse perché non vide l’ombra del cinese.

«Cosa deve cercare» chiese Walter, una volta entrati nella struttura.

«Tracce di questa polvere. Cocaina» rispose facendo annusare a Puzzone un piccolo sacchetto.

Il cane sternutì vigorosamente tra le risate dei due uomini. Puzzone li guardò storto, perché si stavano prendendo beffe di lui.

«Forza, Puzzone. Cerca e dimostra quanto sei bravo» lo incitò Walter.

Puzzone si mosse con aria indolente, quasi snobbando l’incitamento. Sbuffò altre due volte come infastidito di non aver potuto fare il suo pisolino pomeridiano. Entrò e uscì dalle varie stanze senza dare nessun segno d’interesse.

Il sorriso si smorzò sul viso di Walter per il suo atteggiamento, mentre il procuratore era deluso per l’esito della prova. Aveva sperato in un risultato differente.

Stavano per abbandonare la struttura, quando Puzzone si fermò davanti a una parete su cui era appeso una fotografia di un karateka nella tipica posizione di difesa. L’uomo ritratto aveva tratti orientali. Una vecchia riproduzione ingiallita dal tempo.

La scarsa luminosità del crepuscolo non permise a Walter di comprendere il motivo della fermata di Puzzone davanti a una parete in apparenza nuda ma se si era fermato una ragione c’era Con le mani tastò la superfice e avvertì una piccola fessura.

«Ma è una porta!» esclamò Walter, mentre si dedicava alla ricerca di qualcosa che permettesse l’apertura.

Il procuratore strinse gli occhi per mettere a fuoco la porta ma la luce fioca glielo impedì.

«Ne è certo?»

Walter emise una leggera risata, mentre accarezzò la testa di Puzzone. «Bravo» gli sussurrò, mentre con la mano cercava una maniglia nascosta o un pulsante per aprirla.

Toccò il chiodo che sosteneva il poster e udì un clac che sbloccava l’apertura, facendo scorrere la parete, che si mosse senza rumore.

«Accidenti! Oliata e mimetizzata» esclamò il procuratore. «Meglio non toccare nulla. Chiamo i ragazzi della scientifica».

Il procuratore scattò diverse fotografie in condizione di luce pessima. Il flash illuminò l’interno per la frazione di qualche secondo. Sembrava lo sgabuzzino delle scope e col lieve chiarore della luce del corridoio unitamente al flash dava quest’impressione. Il locale era piccolo, accostate alla parete c’erano scope e secchi.

Puzzone puntò diretto verso una scaffalatura che s’intravvedeva a stento. Walter lo richiamò per farlo uscire perché il suo compito era terminato.

Si diressero verso l’ingresso per aspettare l’arrivo della scientifica.

[continua]