La nuova casa – seconda parte

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foto personale

Iniziò la ricerca nella città attuale, che era cara, carissima e non consentiva con le disponibilità economiche di acquistare una buona casa nel centro storico salvo non andare in periferia tra caseggiati anonimi. Senza perdersi d’animo pensò di spostare le sue attenzioni sulla città di origine. Non era facile trovare qualcosa. Tra web, annunci immobiliari e sopralluoghi era complicato districarsi. Tutti prometteva meraviglie ma alla fine non mantenevano le premesse e le promesse. L’unico aspetto positivo erano i prezzi, decisamente più bassi. La disponibilità di immobili era buona, non altrettanto la qualità.

Dopo visite, incontri uscì una discreta abitazione. Nuova, ancora da rifinire, con un giardino di buone dimensioni. A Giuliana piaceva. Era una casa ricavata dalla ristrutturazione di un vecchio casale padronale con annessa chiesetta e fienile, vicinissima al centro storico. Però Paolo non era molto convinto per qualche misteriosa intuizione. Non era disposta male, su due livelli, di dimensioni adeguate alle loro necessità. Tuttavia secondo lui aveva due problemi: un ingresso infelice e l’accesso alla zona notte attraverso la cucina. Inoltre i due bagni non lo convincevano: erano stretti e lunghi. Uno era cieco. Giuliana si era innamorata della chiesetta sconsacrata, prospiciente la casa. Sarebbe diventata un ufficio o un monolocale. La trattativa andò avanti per diversi mesi, serrata con rilanci da entrambe le parti. Al ribasso da parte mia, a trovare un punto di incontro da parte del venditore. Il tira e mola durò, finché non si arenò sull’ultimo prezzo. Il venditore si era rimangiato l’ultima offerta. Ci fu un tardivo tentativo di ricucire, quasi un anno più tardi, ma ormai era fuori tempo massimo.

Con pazienza si ricominciò senza trovare nulla. Stavano per gettare la spugna, quando scovarono una possibile occasione. Una casa immersa nel verde, molto particolare, vicino alla città. Una zona residenziale tranquilla con altre abitazioni similari. Dalle finestre si poteva osservare la campagna ben curata, coltivata a erba medica e frumento: un autentico spettacolo. La posizione era tranquilla, non sembrava nemmeno che a pochi chilometri potesse scorrere il traffico convulso cittadino. Fu una trattativa veloce, anzi fin troppo.

Paolo ricordò i momenti che avevano preceduto il trasloco, mentre affrontava la parte più faticosa. Dopo l’abitazione era il turno di cantina e garage, zeppi di altri sei o sette traslochi. Sembravano un pozzo di San Patrizio, non finivano mai di vomitare qualcosa. Nuovi viaggi in discarica, selezione di oggetti da trasferire nella nuova casa. Noleggio di furgoni per il loro trasporto. Insomma pareva che non finisse mai. Poi fu il turno del vecchio appartamento vuoto ma sporco. Pulizie, nuove fatiche, un aggirarsi con lo sguardo smarrito in quelle stanze che per anni era stato il loro regno. Un groppo alla gola per l’emozione, quando per l’ultima volta si chiusero alle spalle la porta di ingresso. Il passato era dietro di loro, il futuro era distante molti chilometri.

Adesso c’era la fatica di vuotare gli scatoloni, di riempire i mobili vuoti, di riordinare tutto quanto. Le soluzioni studiate a tavolino non andavano bene, si dovevano trovare nuove disposizioni. Sembrava di confezionare la tela di Penelope: si creava di giorno per disfare di notte. I mobili si spostavano di continuo, gli oggetti pure. I nervi erano a fior di pelle. Niente pareva nel posto giusto. Si provava e si riprovava nel tentativo di far quadrare la sistemazione. Quello che prima ci stava, adesso non più. Sembrava che lo spazio fosse rimpicciolito o gli oggetti ingranditi. La sera ci coglieva stanchi, anzi troppo.

Non sembrava di finire mai, come se per incanto continuassero a uscire oggetti, libri, piatti dai contenitori che invadevano la casa. E il posto per collocarli era sempre più insufficiente. I mesi passavano ma le stanze erano sempre ingombre di scatoloni semi vuoti, che disegnavano sentieri obbligati

Un sabato nebbioso di dicembre andarono in centro per distrarsi dopo l’ennesima settimana di fatiche. La città era addobbata a festa, perché tra qualche giorno sarebbe stato Natale. Il traffico era più caotico del consueto. Trovare un parcheggio era problematico. Paolo le lasciò sull’angolo della via che portava nella piazza più bella, quella prospiciente la cattedrale e si mise alla ricerca di un posto. Dopo diversi giri infruttuosi lo trovò. Non era comodo perché era distante dal punto di incontro ma era sempre meglio di niente.

Pazienza, bisognava pazientare, non sempre era possibile parcheggiare vicino. Con passo svelto si avviò verso il grande magazzino, dove era fissato l’appuntamento. Faceva freddo, perché la nebbia penetrava nelle ossa. Come minuscole frecce pungeva il viso e bagnava i capelli.

Camminava svelto, immerso nei pensieri che svolazzavano leggeri nel capo senza una meta precisa. Entravano, sostavano e poi in silenzio se ne andavano senza lasciare nessun ricordo.

Varcata la soglia del grande magazzino, si sentì chiamare. «Paolo». Si volse e vide una signora non più giovane, che lo fissava incredula. Quel viso, quella voce non gli dicevano nulla ma il nome con cui era stato contattato, la parlata gli erano familiari. Era bassa di statura, coi capelli scuri sciolti sulle spalle. La pelle, le rughe mostravano che poteva avere all’incirca la sua età. La scrutò socchiudendo gli occhi nella speranza di pescare tra i ricordi quel volto. Se aveva pronunciato il suo nome, significava che lei lo conosceva. Erano uno di fronte all’altro, guardandosi in viso.

«Sei tu?» fece con un filo di voce uno sguardo ansioso.

«Si», rispose Paolo, che si sforzava di dare un nome a quella faccia.

«Sono Marinella. Ti ricordi di me?» pronunciò quelle poche parole con timore ma piena di speranza.

Paolo allora ricordò, anzi un fiume di ricordi gli tornarono alla mente.

«Si! Come stai? E’ tanto tempo che non ci vediamo!» disse con un sorriso, pensando a quei giorni, quando era un ragazzo, che frequentava ancora il Liceo.

L’ultima frase proprio non ci stava, perché non poteva essere altrimenti. Paolo era rimasto a lungo lontano dalla sua città. Rimase stupito, perché non pensava che qualcuno potesse riconoscerlo dopo tutti quegli anni.

Lei lo incalzò con più sicurezza, rinfrancata nel flashback di non essersi confusa. «Dove sei stato?» e guardando la mano vide la fede, aggiunse «Sei sposato?»

«Ho girato per l’Italia» spiegò Paolo con un sorriso. «Ora sono tornato definitivamente». E dopo una breve pausa. «Si, sono sposato ed ho una figlia ormai grande».

Paolo pronunciò queste poche frasi, mentre nella sua mente la ricordava ragazza. Aveva avuto una breve ma intensa storia, quando erano ancora al Liceo. Quanti anni erano passati? Aveva perso il conto o meglio non era in grado contarli con esattezza ma forse si rifiutava di farlo. «E tu?» Sapeva che si era sposata qualche anno più tardi dopo la fine della loro relazione.

«Sono divorziata. Ho avuto un figlio dal quel romagnolo», disse con tono carico di rancore senza nominarlo, «e faccio la nonna. E tu?»

«No, non sono nonno» replicò divertito, quasi scusandosi di non esserlo.

Paolo avvertiva nelle parole di Marinella un misto di delusione e di rimpianto. Lui voleva concludere il loro colloquio, che ormai aveva ben poco da dire. Aveva esaurito la spinta iniziale. Il solo pensare di riallacciare quella vecchia amicizia non era plausibile. Questo era chiaro per entrambi.

«Mi ha fatto molto piacere averti rivista» fece Paolo, stringendole la mano. «Scusami se non ti ho riconosciuto subito».

Si salutarono, andando in direzioni opposte.

Paolo raggiunse Giuliana che stava osservando la scena, mentre Marinella percorse pochi metri all’interno del grande magazzino, fingendo di interessarsi alle borse. In realtà osservò, dove andava e chi incontrava. Lo guardò con un pizzico di invidia, forse lo aveva sempre amato, pentita di averlo lasciato. Poi uscì e se ne andò, dopo averlo guardato per l’ultima volta con molta attenzione. Si sentiva sola e forse avrebbe voluto riannodare quel vecchio contatto, che le ricordava tempi felici ma non era possibile.

Giuliana chiese chi era quella signora. «È Marinella. Mi ha riconosciuto dopo tutto questo tempo. Evidentemente non sono cambiato molto».

Mentre parlava, Paolo pensò. “Proprio ieri sera ho aperto il quaderno delle vecchie poesie e sicuramente ci sono anche quelle che avevo scritto per Marinella”.

Infreddoliti per la cappa nebbiosa, si avviarono verso casa senza più ripensare a quel incontro fortuito e singolare.

FINE

SECONDA e ULTIMA PARTE.

La nuova casa – prima parte

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foto personale

Tutto cominciò per caso. Era una fredda sera di dicembre tra Natale e Capodanno, Paolo stanco per la lunga giornata si sedette al suo tavolo e ripensò agli ultimi tempi.

Erano diversi mesi che la sera lo coglieva affaticato e non sempre, anzi quasi mai, poteva sedersi al suo tavolo a pensare e rilassarsi con le sue occupazioni preferite.

Abitava in una bella casa, silenziosa e nuova, dopo essere tornato nella sua città. Stava pian piano riscoprendole sue radici, riallacciando i ricordi sfilacciati dal tempo.

Pensava e ricordava questi ultimi mesi, così intensi e snervanti. Dapprima la preparazione del trasloco dei mobili e degli oggetti. La vecchia casa era piena di scatoloni anonimi e vuoti da riempire coi ricordi. Con metodo si toglievano gli oggetti dai mobili, si incartavano e si riponevano nei contenitori. Si numeravano, indicando sull’esterno la provenienza: libri dalla libreria nera, piatti dal mobile nero, vestiti dall’armadio bianco. Tutto a memoria futura.

Sembrava un rituale. Alla sera si toglieva la polvere dai vestiti e dalla bocca, secca e arida, stanco e assonnato. Per diverse settimane fu un rituale quotidiano, mentre gli scatoloni sembravano sempre insufficienti a contenere tutto, crescendo di numero. “Dove li metterò nella nuova casa?” pensava preso dallo sconforto. “Non c’è posto per tutto, dovrò eliminarne un bel po’ e con loro i ricordi associati!”

Con molta tristezza Paolo caricava nella macchina quello che non intendeva portare con sé e lo depositava nella discarica pubblica. Ogni viaggio una sofferenza, un volere non ricordare quello che andava inghiottito negli enormi contenitori divisi per tipologia di rifiuto conferito.

Quanti viaggi! Quanta fatica! Quanto dolore! Quale gioia nel ritrovare il vecchio quaderno di poesie, scritte tanti anni prima, quando era ancora un ragazzo! E le vecchie tempere ancora belle e brillanti, che sembravano uscite dalle pennellate di ieri, tanto erano attuali!

Arrivò il gran giorno. La mattina di buon ora gli uomini del trasloco vennero a smontare i mobili, a imballare le ultime cose, a raccogliere la moltitudine di scatoloni. Loro erano lì silenziosi e malinconici nell’attesa di essere trasportati nella nuova casa. Questo si consumò entro mezzogiorno.

Paolo chiuse il portone della vecchia abitazione, prese la macchina e si diresse verso la nuova casa, dove avrebbe atteso il camion con i suoi ricordi. Arrivò senza aver consumato il pasto: non aveva fame. Svuotato dalla tristezza.

La vecchia casa era ormai deserta. Era un edificio nel centro storico, nella piazza più bella circondata da alberi maestosi e carichi di storia. Aveva soffitti alti. Quanto erano alti! Che sofferenza quando si doveva cambiare una lampadina, appendere una nuova luce! L’ingresso dava su una stanza enorme dal soffitto affrescato con decori invernali dai pavimenti a mosaico colorati con un bellissimo disegno centrale. Di fronte alla porta appariva un camino di marmo bianco. Sulla sinistra si accedeva all’altra stanza, anch’essa ampia e spaziosa come la precedente. Aveva un’acustica particolare e l’avevano chiamata “la stanza della musica”.

A Giuliana piaceva, anche se vi trovava mille difetti. Era buia (le piante da appartamento dopo poco morivano). La vista dava su case con intonaco ormai scolorito e un tantino fatiscente. La strada stretta mandava molti rumori soprattutto di sera. Eravamo assediati dalle installazioni dei condizionatori, che non erano rumorosi, ma sollevavano molta polvere. Poi i piccioni sporcavano i davanzali.

A lei piaceva però stare in quella casa, perché la sentiva sua, come una parte di se. Aveva il pregio di essere al centro della città: si scendeva e si era subito a passeggiare fra piazze e portici. Non c’erano molti servizi, ma tutti quelli che servivano stavano comodi e vicini.

Una volta l’anno, per il patrono della città, eravamo sommersi da mille rumori festanti, da mille odori, che si mescolavano tra loro in un guazzabuglio di sensazioni ora piacevoli, ora sgradevoli. La gente si accalcava fra le bancarelle a comprare qualcosa di inutile, da accatastare insieme con quelli degli anni passati: era una tradizione e guai a non osservarla! Anche Paolo e Giuliana, sull’ora di mezzogiorno passavano in rassegna le bancarelle variopinte e odorose, quando la calca umana era intenta a mangiare. Questo anno hanno comprato quattro cuscini rosso fuoco da portare nella nuova casa, mentre Paolo ha acquistato un bonsai da una cinesina, che parlava a gesti. Non ha resistito fino al trasloco. Poi erano andati per la consueta visita nella Cattedrale a pregare il Santo Patrono e ricevere l’ultima benedizione.

In quella casa dagli alti soffitti affrescati non potevano più restare: era troppo costosa. Non era loro e desideravano acquistarne una dove trascorrere i restanti anni della vita da lasciare in eredità alla figlia come ricordo.

-Prosegue con la seconda e ultima parte –

Non passava giorno – Cap. 48

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La storia è terminata. Un lungo capitolo con i sei protagonisti che si confrontano tra loro e con le loro paure. Se volete conoscere gli ultimi avvenimenti, dovete andare su NuovoOrsobianco per leggere le righe conclusive.

Vi ringrazio per la pazienza avuta nel seguire questa storia.

A presto e buona lettura.

PS la foto è personale

Una storia così anonima – parte sessantesima

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Certosa - Foto personale

Certosa – Foto personale

Lizzano, 7 febbraio 1310, ora sesta anno quinto di Clemente V

Elisa e Alberto accolgono con calore Pietro e Domenico, che appare intimorito da tanta familiarità. Lui vorrebbe scappare subito ma i genitori di Lucia sono irremovibili.

“Partirete domani mattina al primo albore” dice Alberto. “Metterò il vostro bue nella stalla. Starà un po’ stretto ma al caldo e avrà fieno in abbondanza”.

Detto questo esce per staccare la bestia dal carro e portarla al riparo.

Elisa prepara qualcosa di caldo per i due ospiti, che hanno il viso rosso per il freddo. Il viaggio è stato difficoltoso tra gelo e nevicate e pareva non finire mai. La copertura li ha protetti dalla neve ma non dal vento che condensava il loro fiato.

Lucia sta in silenzio in un angolo. Aspetta di essere interpellata e rispondere con il consenso dei genitori. Avrebbe molte cose da raccontare sul nonno ma le tiene gelosamente per sé.

Pietro vorrebbe chiedere di Giacomo ma i segnali del lutto recente sono troppo visibili per domandare. Non vuole acuire il loro dolore che si legge sui loro volti tristi e tirati. ‘Ci sarà il momento per parlarne’ si dice Pietro. ‘Forse aspettano che l’ospite se ne vada’.

Passano il pomeriggio a parlare del tempo, di animali e dei lavori nei campi durante la bella stagione. Dialoghi stentati e del tutto banali per far arrivare sera.

Elisa prepara la stanza al pianoterra, accanto a quella occupata da Giacomo. Lucia va a dormire nel sottotetto, perché ha ceduto la sua camera a Pietro.

“Non è giusto” protesta Pietro con ardore ma inutilmente. “Posso dividere la stanza con Domenico”.

Elisa è irremovibile. “Non abbiamo una stanza per gli ospiti” fa, scuotendo la testa. “E voi sei importante per noi. Non possiamo mettervi nella stanza dei malati, quella dove è morto Giacomo”.

Pietro non è d’accordo senza successo. “La stanza dei malati va benissimo” dice il frate, che vorrebbe toccare quella pietra che custodisce il suo segreto.

“Sono abituata a dormire nel sottotetto” afferma con foga Lucia, felice di cedere il suo letto a quella persona che ha sognato tutte le notti.

Il mattino seguente Domenico, dopo un’abbondante colazione calda, parte verso casa con un po’ di provviste per il lungo viaggio di ritorno. Il tempo è ancora incerto. Non nevica ma fa meno freddo. Pietro lo prende in disparte e gli consegna un piccolo sacchetto di cuoio pieno di bolognini d’argento.

“Grazie, Domenico” dice il frate, stringendogli le mani. “Che Gesù e Maria Maddalena siano sempre con voi”.

Partito Domenico i genitori di Lucia parlano di Giacomo per esternare il loro dolore.

“Se ne è andato la scorsa settimana” dice Alberto con gli occhi tristi e umidi per le lacrime, che vorrebbero uscire. “L’abbiamo portato via tre giorni fa”.

Pietro resta in silenzio. Non riesce a trovare le giuste parole per consolarli per il dolore della perdita di Giacomo. Ha paura di ferirli, dicendo qualcosa di troppo.

“Sarei stato lieto di riabbracciarlo un’altra volta” mormora Pietro, quasi in un sussurro.

“Il nonno chiedeva sempre di voi” dice Lucia, che parla senza aspettare il consenso dei genitori. “Anche l’ultima sera che è stato con noi, ha chiesto di voi. Abbiamo sperato che poteste arrivare in tempo”.

Gli occhi nocciola della ragazza si riempiono di lacrime e scappa nella sua stanza.

Pietro rimane in silenzio, mentre ascolta Alberto.

“Giacomo” esordisce il padre di Lucia, “aveva una predilezione per Lucia. Erano sempre vicini. Lui, così burbero e di poche parole, si scioglieva come neve al sole, quando Lucia gli era accanto. Diventava un’altra persona”.

Alberto si interrompe, perché la voce è incrinata dal pianto, che a stento reprime.

“Che ci fosse una simbiosi speciale tra Giacomo e Lucia” dice Pietro, che ha riacquistato la parola, “lo avevo intuito l’ultima volta che sono stato qui. La dolcezza della ragazza, che lo accudiva con amore, era ricambiata dall’affetto profondo di Giacomo verso di lei, che si poteva toccare con mano”.

Il silenzio piomba nella stanza, mentre tutti guardano il fuoco che scoppietta nel camino. Lucia è sulla soglia della cucina e ascolta le parole di Pietro. Un amaro sorriso affiora sulle sue labbra, perché il frate ha colto l’essenza del suo rapporto con Giacomo ma il nonno non c’è più. C’è un vuoto dentro di lei che difficilmente sarà colmato.

Alberto si riscuote dal torpore conseguente a quanto ha detto Pietro. Il frate, rimasto un paio di giorni presso di loro due anni prima, aveva intravvisto quello che era sotto i suoi occhi e che lui non vedeva. Non aveva compreso la vera natura del rapporto speciale tra nonno e nipote. È stato cieco per tanto tempo. Solo adesso capisce il dolore della figlia.

Lucia in silenzio si siede al fianco di Pietro. Il frate intuisce che si deve spezzare quell’atmosfera cupa di dolore. Tutti si guardano muti, incapaci di parlare. Si deve cambiare argomento.

“Non vorrei abusare della vostra pazienza e della vostra ospitalità” dice Pietro, volgendo lo sguardo sui genitori di Lucia. “Ma allo stesso tempo non vorrei apparire a vostri occhi come un ingrato che pensi solo a sé, andandosene senza lenire il vostro dolore”.

Alberto tenta di abbozzare una risposta ma lascia cadere le braccia lungo il corpo senza dire nulla. Elisa è rimasta taciturna. Tra lei e suo suocero non c’è stato mai feeling, perché le rimproverava di essere entrata nella famiglia senza una dote adeguata. Giacomo non era stato contento, quando il figlio gli ha detto che l’avrebbe sposata. Avrebbe preferito la figlia di un fittavolo, che aveva un piccolo podere confinante col suo. Però Alberto era stato irremovibile. Giacomo alla fine aveva accettato la scelta del figlio ma era rimasto quel sottile muro che l’aveva diviso dalla nuora. Anche la nascita di Lucia aveva accentuato il suo disappunto verso Elisa, che non mancava di rimarcare. Nessuno sgarbo o cattiva parola ma solo freddezza e frasi di circostanza. Aveva sperato in un maschio ma era arrivata una femmina. Un maschio avrebbe aiutato nei lavori quotidiani. Una femmina se ne sarebbe andata e avrebbe richiesto una dote. Questo aveva accentuato le distanze tra Elisa e Giacomo, né è diminuita col passare del tempo. All’inizio la sua natura burbera e aspra da montanaro si era palesata nei confronti di Lucia con indifferenza e astio. Poi la natura vivace e allegra della nipote aveva conquistato quel cuore dolce, che batteva sotto la dura scorza del carattere. Quando poi è stato costretto a stare seduto senza la possibilità di muoversi, Lucia gli è stata accanto, aiutandolo e facendogli compagnia con una dedizione disinteressata. Il legame tra loro è diventato sempre più solido, fino a diventare una simbiosi, come aveva notato Pietro.

“Devo affrontare un lungo viaggio” dice Pietro, che ha osservato gli sguardi incerti di Alberto ed Elisa. “Quindi ho pensato di prendere commiato da voi”.

“No” fa Lucia, che non vorrebbe che il frate parta. “Rimanete con noi anche la giornata odierna, facendoci godere della vostra presenza. Domani di buon ora partirete con nostro dispiacere”.

“Ha ragione, Lucia” afferma Alberto, che nota un segno di assenso da parte di Elisa. “La vostra presenza allevierà il nostro dolore”.

Pietro si alza per abbracciare prima Elisa e poi Alberto. Un abbraccio sincero e pieno di calore. Il suo sguardo incrocia quello di Lucia. Non c’è bisogno di parole. I loro occhi si trasmettono un muto messaggio d’intesa. Sa che può fidarsi di questa fanciulla posata e più matura dei suoi vent’anni. Pietro non ha potuto verificare che la cassetta sia integra e al suo posto ma ne è quasi certo. Se prima il custode era Giacomo, adesso questo ruolo lo può assumere Lucia.

La ragazza intuisce che il segreto custodito dal nonno passerà a lei. Lo sguardo di Pietro è stato più eloquente di mille parole.

“In che modo posso rendermi utile” esordisce Pietro, distendendo le rughe della fronte.

“Siete nostro gradito ospite” dice Elisa, che finalmente parla dopo essere rimasta muta tutta la mattinata. “Presso di noi gli ospiti sono riveriti e serviti. Venite, Lucia. Andiamo nella dispensa a preparare un lauto banchetto per onorare Pietro”.

“Vi ringrazio, madonna” fa Pietro. “Mi è sufficiente una zuppa calda di verdure con pane di segale”.

“Come volete” risponde Elisa, mentre si avvia a preparare il pranzo.

Pietro vorrebbe andare nella stanza di Giacomo a controllare se la pietra è rimasta al suo posto ma adesso non lo può fare. Quindi conversa stancamente con Alberto.

“Il vostro bardo” dice Alberto, “sta magnificamente. Un animale docile e per nulla impegnativo”.

“Il mio debito” chiede Pietro, “a quanto ammonta? Fieno e avena costano”.

Alberto sorride e scuote il capo. “Vorrete scherzare?” fa l’uomo, diventato serio. “Siamo noi debitori nei vostri confronti. Dei bolognini d’argento ne sono rimasti un bel po’”.

“Teneteli voi, come ricompensa per l’ospitalità” dice Pietro.

Alberto vuol replicare ma Elisa annuncia che il pranzo è pronto. Mangiano senza parlare molto, mentre il cielo minaccia altra neve.

“Siete sicuro di voler partire domani?” chiede Lucia, che ha timori per il viaggio di Pietro.

“Sì” risponde il frate, che sta accanto al camino insieme agli altri. “Non posso tardare ulteriormente. Il percorso è lungo e pieno d’insidie”.

“Ma di neve ne è caduta un bel po’” insiste Lucia, alla quale dispiace la partenza del frate, “e forse ne cadrà stanotte un’altra montagna. In paese dicono che le strade siano impraticabili e i lupi scendano dai boschi per la fame. Ne hanno avvistato un branco vicino al paese. Tutti abbiamo timore di essere attaccati e per il nostro bestiame”.

Pietro sorride per le parole di Lucia. Pensa che abbia ragione ma non può permettersi altri ritardi. Il viaggio verso Paris è lungo e pericoloso. Dovrà percorrere strade sconosciute ed evitare il maltempo, se gli è possibile.

“Siete tutti molto gentili ma marzo è vicino” dice Pietro. “Per quell’epoca devo essere a Paris. Il periodo per viaggiare non è il migliore”.

Alberto comprende che sarà inutile convincere il frate, che ha deciso di partire con qualsiasi tempo, sfidando la fortuna.

“Stanotte dormirò al piano terra” afferma Pietro, che guarda Lucia. Si scambiano un muto messaggio. ‘Ti aspetto’ sembrano dire gli occhi del frate. ‘Verrò’ rispondono quelli di Lucia. “Non mi pare giusto che Lucia si sacrifichi ancora a dormire nella soffitta. In quella stanza ho già riposato e ci starò benissimo”.

Fa buio presto, mentre fuori infuria una bufera di neve e di vento. Cenano frugalmente in silenzio e si preparano per la notte.

“Non preoccupatevi, se accendo una candela” fa Pietro, lanciando un messaggio a Lucia che comprende. “Alla prima vigilia devo recitare le mie preghiere”.

‘Dunque’ si dice Lucia, ‘quello è il segnale’. Sa che deve rimanere sveglia in attesa di quel debole bagliore.

Restano alzati ancora un po’, mentre il fuoco sta morendo nel camino.

“Ho messo un braciere nel vostro letto” dice Lucia a Pietro. “Così le lenzuola non saranno di ghiaccio”.

“Vi ringrazio, Lucia” fa Pietro con un bel sorriso. “Siete una fanciulla dotata di gran cuore”.

Ognuno si ritira nelle proprie stanze. Pietro resta alzato, aspetta che il silenzio cali nella casa. È la prima vigilia. Accende il cero e attende. L’attesa dura poco, perché il passo leggero di Lucia scende con cautela la scala di legno. Lei era rimasta nel letto con la porta semi socchiusa per notare il lieve chiarore del segnale. La ragazza non avverte il freddo, anche se è coperta solo da un camicione di lana pesante e cammina a piedi nudi. L’eccitazione di ascoltare Pietro la riscalda.

Trova il frate sulla porta aperta della stanza dei malati. ‘Dunque è come pensavo’ si dice, seguendolo. Pietro si ferma in un angolo della stanza. Osserva la quarta pietra. È esattamente come l’ha posta due anni prima. Nessuno l’ha spostata e un filo di polvere nasconde che non è fissa.

“Vedi questa pietra?” le sussurra Pietro, mentre la sposta. “Qui ho nascosto una cassetta, avuta in custodia. Fino a una settimana fa era il nonno a custodirla”.

Lucia annuisce, mentre avverte che i piedi stanno congelandosi per il freddo del pavimento. ‘Devo resistere’ pensa la fanciulla. ‘Devo resistere finché Pietro non ha spiegato tutto’.

“Affido a voi la custodia” prosegue Pietro, “finché non la verrò a recuperare”.

“Se non tornerete?” domanda Lucia con lo sguardo triste.

“Qualcuno saprà farsi riconoscere” dice con un filo di voce Pietro.

“Come?”

“Non lo so” fa il frate, rimettendo la pietra al suo posto “ma di certo troverà il modo”.

Un abbraccio suggella il patto.

La mattina seguente Pietro saluta Lucia e suoi genitori. Durante la notte è caduta molta neve, più di tre piedi ma il frate è deciso. Deve partire a ogni costo. Prende il bardo, che copre con la coperta regalata da Lucia. Si avvolge nel suo mantello bianco pesante e si gira per vedere quegli amici per l’ultima volta. Non sa se sarà un arrivederci oppure un addio ma i confratelli lo aspettano a Paris. Un impresa ardua ma Pietro l’affronta con spirito libero e indomito, sicuro di essere dalla parte della giustizia.

È un processo sommario quello, che il re di Francia, Filippo IV, e Papa Clemente V stanno allestendo contro il Gran Maestro e oltre cinquecento templari. Pietro, quando sarà a Paris, reclamerà con vigore il passaggio a un processo ecclesiale. Questa sarà la sua linea difensiva, perché l’ordine è da “sempre” una prelatura personale del pontefice. Tale situazione ha consentito ai Cavalieri del Tempio di rispondere solo ed esclusivamente al Papa per le loro azioni.

Pietro comprende benissimo che sarà difficile sostenere questa tesi ma la fede lo sorregge.

FINE