Una storia così – parte ventriquattresima

Standard
dal web

dal web

Autricum, 13 novembre 1307, ora dodicesima – anno secondo di Clemente V

Pietro è incerto, giunto dinnanzi all’imponente cattedrale dedicata a Notre-Dame, a Maria. É molto più grande di tutte quelle che ha visto finora con statue, rosoni e vetrate colorate. ‘La porta nord dov’è?’ si domanda, cercando un punto d’appoggio per orientarsi. Non può sbagliare, perché l’appuntamento salterebbe. Gira intorno a questa chiesa che appare smisurata. Osserva i simboli sui tre portali. Poi si incammina deciso verso quello che rappresenta la vita di Maria. Varca la soglia, si inginocchia per pregare. All’interno si sente l’odore di sego, delle candele che illuminano la navata, dell’incenso della funzione che si è appena svolta. Ai nasi più delicati è una mescolanza orribile, per Pietro è un odore familiare. Ricorda le parole del messaggio ‘percorrete la navata di destra verso il portale Ovest‘. Cammina con lentezza. Si sente solo il rumore del suoi calzari di cuoio. Nessun confessionale è aperto, nessun fedele è all’interno. La cattedrale appare agli occhi del frate in tutta la sua imponenza e ricchezza. Giunto in fondo, si gira verso Est, verso Gerusalemme. Si prostra di nuovo a pregare, prima di iniziare il percorso del labirinto.

Pietro si concentra: sa che deve percorrerlo per intero se vuol raggiungere il suo obiettivo: la placca centrale. Tuttavia deve fare anche il percorso inverso per tornare nel mondo dei vivi. I labirinti e queste chiese, dalle linee ardite e slanciate, sono il frutto dei suggerimenti dei suoi confratelli al ritorno della Terra Santa. Si sente a casa. Fatti pochi passi, gli sembra di essere già arrivato ma è solo un’illusione. La placca di rame centrale è lì a portata di mano ma il salto non è possibile. Deve seguire la via fino in fondo. Cammina con metodo. Passo dopo passo. A volte torna vicino al centro, a volte si allontana. Si ritrova accanto al punto di partenza. Pietro pensa di aver sbagliato qualche passaggio. ‘Forse ho saltato qualcosa’ si dice scoraggiato. Tuttavia la determinazione scaccia il pensiero di abbandonare l’impresa. Con maggior lena e risolutezza percorre un tratto che assomiglia a una foglia su un ramo prima del fiore. Sa che quel fiore è il punto di arrivo del suo pellegrinaggio. Vede le vetrate colorate dietro l’altare. Quello è l’oriente. Là c’è il tempio a Gerusalemme.

Qui inginocchiato, guardando il rosone davanti a voi, pregherete, prima di riprendere il cammino inverso‘ sono le parole che riaffiorano dalla mente. Dinnanzi a lui non ci sono rosoni. Si gira a sinistra verso il punto dove è entrato. Non è quello il punto di riferimento. ‘Come faccio a saperlo?’ si dice e si risponde da solo ‘Lo so e basta’. Continua la rotazione in senso antiorario, volgendo le spalle a Gerusalemme. ‘Eccolo’ esclama in silenzio. Si stende a terra e prega. Gli pare udire un rumore di passi. ‘Non può essere. La chiesa è deserta’ pensa, mentre riprende il percorso di uscita. Gli pare di rivivere la partenza del viaggio ma ben presto si accorge che la visuale è diversa, anche se ripercorre una via che ha già fatto.

É appena uscito dal labirinto e si sente più leggero come se si fosse appena confessato o fosse reduce dal pellegrinaggio in Terrasanta. Al suo fianco si materializza un prete, che lo affianca. Anche l’ultimo rigo del messaggio è diventato realtà.

Venite” gli sussurra il prete, che lo conduce a un confessionale immerso nel buio. “Vi confesserò e vi assolverò da tutti i peccati”. Mette la cotta sull’abito talare e ascolta Pietro, che si confessa.

“Mi perdoni, perché ho tanto peccato” fa il frate inginocchiato.

Il prete nel confessionale risponde: “In nómine Patris et Filii et Spíritus Sancti”.

Amen” aggiunge Pietro, che attacca col Confiteor.

Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístae, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sánctis et tibi, pater: quia peccávi nimis cogitatíone, verbo et ópere:” e si batte il petto per tre volte “mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptistám, Sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, ómnes Sanctos, et te, pater, oráre pro me ad Dóminum Deum nostrum”.  

Il prete lo ascolta in silenzio e al termine gli chiede di recitare tre atti di dolore, prima di impartirgli l’assoluzione.

Misereatur tui omnipotens Deus, et dimissis peccatis tuis, perducat te ad vitam æternam. Amen”. Quindi con la mano destra elevata in alto lo assolve.

Indulgentiam, absolutionem, et remissionem peccatorum tuorum tribuat tibi omnipotens et misericors Dominus. Amen.

Dominus noster Jesus Christus te absolvat: et ego auctoritate ipsìus te absolvo ab omni vinculo excommunicationis, suspensionis, et interdicti, in quantum possum, et tu ìndiges. Deinde ego te absolvo a peccatis tuis, in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen”.

La confessione sarebbe terminata con la formula di assoluzione dai peccati ma il prete si rivolge a Pietro in maniera inusuale.

Chinate la testa e allungate le mani” gli sussurra.

Il frate obbedisce senza fiatare. Sente le mani del prete posarsi sul suo capo, poi si ritrova tra le mani una bisaccia di lino.

‘Dunque è questa la missione che devo compiere’ si dice il frate, legandola in cintura sotto il mantello.

Andate in pace” conclude il prete.

Ha appena finito di ricevere l’ostia consacrata, quando il chierico Philippe lo chiama.

Sono qua” risponde Pietro “vi raggiungo e andiamo a mangiare qualcosa”.

Autricum, 14 novembre 1307, ora terza – anno secondo di Clemente V

É mattino, quando Pietro e Philippe si mettono in cammino per raggiungere Poitiers. Fa freddo e il tempo minaccia neve. Il frate con la sua carta bretone si è fatto spiegare dal maniscalco il percorso migliore. Vuole raggiungere in fretta la sua meta per non incorrere in brutte sorprese. Non si sente al sicuro, finché non avrà raggiunto la curia papale.

Pietro si avvolge bene nel mantello bianco per proteggersi dal vento gelido che spira da nord. Ha coperto anche il suo bardo. Ama la sua fedele cavalcatura.

Il nostro inseguitore?” gli domanda Philippe.

Ci inseguirà furibondo” dice sornione il frate “Quando arriverà a Autricum, noi saremmo a destinazione”. E partono decisi verso la loro meta.

Poco dopo l’ora nona e prima che l’imbrunire faccia sera, entrano stanchi e infreddoliti a Poitiers.

Ricoveriamo i cavalli presso un maniscalco e poi si presentiamo presso la curia papale? Oppure…” fa il chierico, subito interrotto dal frate.

No. Prima rendiamo omaggio al cardinale Caetani, il nostro mentore, e poi pensiamo a noi” taglia corto Pietro.

I due viaggiatori chiedono udienza al cardinale, che li riceve nello studio rosso. Dopo i rituali saluti, Caetani chiede loro delle informazioni sulle difficoltà del viaggio. Un giro di parole per arrivare al punto focale della conversazione.

Siete stato trattato bene da Guillaume de Nogaret a Paris?” domanda a Pietro.

Il frate riflette, non risponde subito. Vuole calibrare la risposta. Non ha gravi motivi di lagnanze a parte il fatto che è stato costretto con la forza a deviare il suo percorso.

“Se non fosse stato che sono privato della mia libertà e costretto a stare in una cella senza il conforto dei sacramenti, posso dire il trattamento è stato buono” fa il frate con tono sicuro.

Il cardinale ha sperato che il templare si fosse lagnato ma così non è stato. Sente ostili tutti gli uomini del re. Vorrebbe indurre Clemente V a essere più deciso nel contrasto con le mire reali attraverso testimonianze e lagnanze. Però al momento ha un altro impellente necessità: vuole conoscere, se l’incarico ricevuto sia stato portato a termine e cerca un modo per giungere sull’argomento senza citarlo. Pietro intuisce che le domande hanno un secondo e più sottile fine e preferisce rompere gli indugi.

“Quando abbiamo lasciato Sens, ho confuso le strade. Ci siamo incamminati verso ovest, giungendo nella città di Autricum” comincia la narrazione il frate.

“Dunque vi siete persi?” chiede il cardinale, che trae un sospiro di sollievo, perché il frate sta affrontando l’argomento che desidera conoscere.

“Non esattamente, così” riprende Pietro. “Abbiamo allungato la strada. La colpa è mia, perché non ho voluto chiedere suggerimento sulla strada da seguire”.

Philippe non vuole permettere che il frate si prenda la responsabilità della deviazione. “In realtà siamo in due ed ero io la guida che doveva conoscere la strada”.

Il cardinale sorride, perché entrambi vogliono la loro parte di colpe. Però in questo momento la questione non gli interessa. Preferisce sapere se il frate ha ritirato l’oggetto a Autricum.

“É lodevole il vostro impegno di assolvere il compagno di viaggio. Tuttavia non è questo il nostro obiettivo. Era ed è quello di essere presso questa corte papale” dice Caetani per tagliare l’accenno di contrapposizione dei due protetti.

“Abbiamo visto l’immensa cattedrale Notre Dame, ricca di statue, vetrate e guglie. Qui ho potuto confessarmi e ricevere la sacra comunione”.

Il cardinale sorride. Il messaggio del templare è chiaro ‘sono stato nella cattedrale e ho ricevuto un oggetto segreto. Di questo solo io ne sono a conoscenza‘. Adesso li lascia liberi di riposare dopo la lunga cavalcata, perché quello che voleva sapere, lo sa.

“Vostra Eccellenza, vi chiedo umilmente dove possiamo ricoverare le nostre bestie, stanche e bisognose di cure?” gli chiede Pietro.

“Chiedete di Monsieur Bertrand, il mio maniscalco. Lui accudirà i vostri cavalli meglio di chiunque altro” dice il cardinale, affidandoli al suo segretario.

Poitiers, stanze del cardinale Colonna, 14 novenbre 1307, ora del vespro – anno secondo di Clemente V

Il cardinale Colonna è irritato e nervosamente si muove nella stanza. Non è riuscito a conoscere il testo del messaggio del suo arcinemico. ‘Quell’idiota di frère Alphonse non l’ha letto. Ha trovato mille scuse per giustificare la propria inettitudine. Non mi ha nemmeno informato che Philippe de Laurent stava tornando con un templare’ si dice, borbottando tra i denti.

Si domanda come questo frate sia sfuggito alle retate delle guardie del re. ‘Chi è?’ si domanda curioso ‘Chi è da godere delle protezioni di Roland de Bernard? Perché Lui l’ha ricevuto senza farlo attendere un solo istante?’

Il cardinale non vuole nominare nemmeno nei pensieri quel nome tanto odiato. Aspetta da un momento all’altro il ritorno di padre Georg con notizie fresche su questo monaco, che pare protetto da troppe persone. Sente bussare discretamente alla porta. “Avanti” dice con tono minaccioso e vede spuntare il viso del suo segretario.

“Entrate” esclama, accompagnando le parole con un gesto eloquente della mano. “Vi ascolto”.

“Non sono riuscito ad avere molte informazioni sul templare. Tutti tengono la bocca cucita, come se temessero chissà quali tempeste”.

Il cardinale sbuffa e pensa di essere attorniato da una serie di parassiti senza la spina dorsale. Raccolgono notizie inutili e mai quelle che gli interessano. Gli fa cenno di essere conciso. Padre Georg riprende la narrazione.

“Qualcuno dice che sia un templare famoso, quanto il gran maestro, Jacques de Molay. Altri dicono che deve assolvere una missione. Nessuno è stato in grado di dirmi chi sia esattamente. Pare che sia lombardo ma parla un latino forbito. Una fonte assicura che sia un intimo amico del pontefice. Ma è un solo chiacchierare e basta” conclude il discorso il segretario.

Il cardinale si siede sulla sua poltrona preferita. Medita sulle scarne e contraddittorie notizie. ‘Sì, forse è un templare ben introdotto nella curia papale’ riflette il cardinale. ‘Probabilmente è amico di Bertrand de Got. Questo potrebbe spiegare certe protezioni’. Però deve conoscere l’identità di questo templare. “Insomma avrà pure un nome questo monaco guerriero” esclama Colonna spazientito.

“Sì ma…” comincia padre Georg.

“Non riesci a eliminare dal tuo lessico i ma e i forse?” fa il cardinale, che sta perdendo la pazienza.

“Ho sentito dire questo nome: frère Pierre de Rodalis” afferma il segretario.

Colonna sta per replicare piccato, quando sente bussare alla porta. Fa un cenno a Padre Georg di andare a vedere chi è. Poco dopo ritorna con un messaggio.

“Proviene da Sens” fa in modo asciutto.

Il cardinale si siede alla scrivania per rompere il sigillo e leggerne il contenuto.

Sbianca e si lascia sfuggire una bestemmia.

Una storia così anonima – parte ventitresima

Standard
dal web

dal web

Lione, 22 febbraio 2015, ore 19

Siamo stati seguiti da Ferrara” dice sottovoce Luca “Non voltarti! É fermo dietro di noi a circa duecento metri. Finge di guardare una cartina”.

Vanessa, che istintivamente si sta girando, si ferma a quell’ordine imperioso, lanciato dal compagno.

Sei sicuro?” fa la ragazza, allungando il collo verso lo specchietto laterale.

Se te lo dico, devi credermi” esclama sommesso il ragazzo.

E perché non hai detto nulla fino a questo momento?” lo rimprovera Vanessa un po’ acidamente.

Saresti stata male solamente. Non saresti stata capace di non voltarti indietro per vedere se era dietro di noi. Così l’abbiamo illuso di non esserci accorti di lui” fa Luca, che ha finito di studiare il percorso per raggiungere l’hotel.

Come ti permetti?” dice la ragazza d’istinto ma si corregge quasi subito. “Mi conosci bene. É vero, non avrei resistito alla tentazione di girarmi”.

Il ragazzo sorride, perché per una volta lei ammette di avere torto. Trova questa ammissione sorprendente. Quasi non la riconosce e si domanda quale finimondo meteo succederà tra poco. Neve? Pioggia? Vento? Lei invece è stizzita, perché confessare pubblicamente di non aver ragione non fa parte del suo ego. ‘Ormai l’ho detto e non posso rimangiarmelo’ si dice un po’ innervosita.

Cosa pensi di fare?” gli chiede Vanessa, cercando di mantenere un tono calmo.

Nulla. Raggiungiamo l’hotel, andiamo a mangiare e domani si parte per Parigi. Sulle tracce di Pietro” afferma Luca, avviando l’auto. “Mi raccomando, non voltarti”.

E lui?”

Non me ne frega nulla” afferma il ragazzo sorridente.

Sistemano i bagagli nella camera, che soddisfa visibilmente la ragazza. Elegante, raffinata e molto spaziosa. Luca, collegato al WiFi, rintraccia un autentico bouchon lyonnais, Les Culottes Longues, che è a due passi dall’albergo.

Authentique bouchon lyonnais, Les Culottes Longues est situé à deux pas de la place Bellecour dans le quartier d’Ainay, ancien repère des antiquaires. Dans un cadre convivial et rustique, difficile de passer à côté de cette magnifique culotte encadrée au mur. L’accès à la salle qui se trouve à l’étage se fait par un escalier en colimaçon tout en bois au centre de la pièce.

Créé en 1995 par François Paillet, David Cano a d’abord travaillé comme commis dans ce restaurant. Puis il a monté les différents grades et est ensuite devenu chef. C’est alors qu’il a décidé de racheter le bouchon en 2005. Ce défenseur de la tradition culinaire lyonnaise essaie sans cesse de nouvelles choses pour s’améliorer et progresser.

Impossible de ne pas succomber à sa salade lyonnaise, son saucisson ou son foie de veau. Réputé pour sa bonne chère, les maîtres mots de ce bouchon sont terroir, saison et région. Ambiance chaleureuse et traditionnelle sont de mise dans ce lieu si sympathique.

“Questo mi piace” dice Luca alla ragazza, che scorre ‘Suggestions du soir‘, la lista del menù.

“Ma sei sicuro di non aver preso una cantonata da turisti?” borbotta indecisa Vanessa.

“Fidati! Il mio sesto senso non sbaglia mai! Ho forse ciccato l’albergo?” domanda sornione il ragazzo.

“No, direi di no” replica la ragazza, che non gli vuol dare la soddisfazione di aver scelto un hotel di suo gradimento. ‘Ammettere due volte in una sera, che ha ragione, è troppo per il mio ego’ si dice per nulla soddisfatta.

“Quindi anche questo bouchon sarà ottimo” chiude il discorso seccamente Luca.

Fatti quattro passi, i due ragazzi si siedono a un tavolo del locale e si lasciano consigliare dallo chef David Cano per la sera.

“Ma esattamente bouchon cosa vuol dire?” chiede la ragazza.

“Sei tu che conosci il francese” si schernisce il ragazzo “ma secondo il sito dovrebbe essere l’equivalente di una nostra trattoria tipica, dove servono piatti regionali, certificati da http://www.lesbouchonslyonnais.org. Più o meno. Questo locale, sulla base di quello che sta scritto, ha un pezzo di carta che garantisce di non tradire le tradizioni lionesi dei bouchon. Cosa voglia dire in soldoni, non ne ho la più pallida idea”.

“Da noi le trattorie sono più alla buona” dice Vanessa, che si mostra sorpresa. La sala è accogliente e calda. Il personale è professionale.

Nell’attesa degli Entrees ordinati riprendono l’argomento del pedinamento.

“Il nostro uomo ci ha seguiti anche qui. Per l’hotel è rimasto fregato, perché abbiamo preso l’ultima stanza libera” fa Luca sornione.

La ragazza sobbalza e sta per fare una panoramica della sala, quando il ragazzo le prende il viso per scoccarle un bacio.

“Lasciami!” dice inviperita.

“Certamente, se mi prometti di guardare solo me. Per stasera. Domani hai libertà di scelta” fa Luca, senza accennare a sbloccare la faccia dalle sue mani.

Vanessa capisce che l’amico non scherza, è determinato nella sua azione. Nelle ultime ore non ha sbagliato un colpo. Non può ammettere di essere stata sconfitta. Ne va del suo orgoglio.

“Va bene. Ma adesso lasciami” dice con tono remissivo.

“Così mi piaci. E ora pensiamo solamente alla cena” fa Luca, liberandole il viso.

Il cameriere arriva con due piatti di antipasti differenti. Il ragazzo li osserva con cura. In realtà immaginava qualcosa di diverso. “Metà del mio piatto per te e metà del tuo per me” dice, dividendo i peperoni rossi immersi in una salsa dal colore indefinito.

“D’accordo!” afferma decisa Vanessa. “Quella salsa deve essere migliore rispetto a questa”. La sua Ou salade de Chevre chaud en feuille de brick sembra meno appetitosa di quella di Luca.

Mangiano di buon appetito, praticamente in silenzio, che Luca interrompe.

“Mi sto domandando perché quel simpatico bontempone, che pare un armadio, ci stia pedinando” sussurra appena il ragazzo “posso comprenderlo a casa nostra ma in trasferta no”.

Vanessa sorride ma non ha una risposta. ‘Dunque il misterioso pedinatore è facilmente riconoscibile’ si dice soddisfatta.

“Non riesco a formulare un’ipotesi accettabile” fa la ragazza “eppure un senso dovrà pure averlo”.

“Comunque pare avere un discreto numero di informazioni su di noi” continua Luca “telefono, domicilio, conoscenza delle nostre ricerche. Ora che la sua fisionomia è ben impressa nella mia mente, non mi pare che ci abbia pedinato sabato quando abbiamo girato nelle mattinata per Bologna. É talmente inconfondibile che lo ricorderei”.

Saldato il conto, si chiudono nella loro stanza. La stanchezza ha il sopravvento.

Non passava giorno – cap. 3

Standard

newwhitebear:

Per chi volesse leggere qualcosa ecco il terzo capitolo del mio secondo romanzo. Buona lettura.

Originally posted on orsobianco:

Marco stava riordinando cassetti della sua scrivania. Era tempo che lo facesse. Nel frattempo doveva mettere ordine nei flashback, che si erano accavallati confusi nella memoria. Non sapeva neppure lui cosa stesse cercando. In realtà ne era perfettamente consapevole ma pensava di ingannare se stesso. Era un ricordo del liceo. Seduto, vuotò sul piano del tavolo il contenuto del cassetto.

Era un ragazzo, alto dal corpo muscoloso forgiato dalla pallacanestro che aveva praticato al liceo con discreto successo, mettendo a frutto un fisico robusto e una tecnica più che pregevole. La statura non gli aveva garantito di giocare a livelli superiori. Quindi al termine del liceo abbandonò questa pratica sportiva, che in compenso aveva fatto sbocciare alcuni tratti del suo carattere. La prontezza nel prendere le decisioni, la lucida calma per fronteggiare i frangenti più concitati, una visione d’insieme a tutto tondo nell’affrontare i problemi.

Superata la maturità con una…

View original 1.423 altre parole

Una storia così anonima – parte ventiduesima

Standard
dal web

dal web

Sens, 13 novembre 1307, ora terza – anno secondo di Clemente V

Pietro e Philippe sono di partenza. Passano dall’arcivescovo per accomiatarsi.

Dòminus vobiscum” augura loro il prelato, impartendo la benedizione.

Deo gratias, allelùia, allelùia” rispondono quasi all’unisono, baciando l’anello vescovile.

Si avviano a uscire da Sens. Il frate nota uno strano cavaliere che staziona accanto alla porta, fingendo di conversare col comandante delle guardie. Non li degna di uno sguardo, resta immobile al loro passaggio, rimane assorto nella discussione ma è sempre vigile e attento a chi esce dalla città. Pietro non crede che Guillaume de Nogaret l’abbia lasciato andare senza mettergli alle costole un angelo custode. Quel cavaliere non ha le ali ma di certo è interessato a dove loro si dirigono. Nel messaggio il cardinale Caetani gli ordina di fare una deviazione e incontrare un prete di campagna, che lo attenderà tutti i giorni all’interno del labirinto. Il cardinale lo riceverà a Poitiers. Per eseguire l’ordine deve prima liberarsi dell’intruso. Si domanda se deve coinvolgere anche Philippe nei suoi piani. Ci sarà tempo, si dice, per capire come muoversi. Adesso il problema è il cavaliere.

‘Come far perdere le nostre tracce?’ si chiede Pietro. Lui si è procurato una mappa della zona, scritta in bretone. Senza le spiegazioni di qualcuno pratico dei luoghi e dei toponimi non è in grado di orientarsi, perché conosce solo vagamente i nomi latini. Superato il largo fiume che scorre a ovest di Sens, si avvia lungo una strada, resa fangosa dalle piogge dei giorni precedenti. Non è sicuro che sia la via giusta. Pietro sa che deve puntare verso ovest, verso la costa. Lui si sta muovendo in una regione ricca di boschi e di paludi, di fiumi e di laghetti ma totalmente sconosciuta.

Non è la strada che ho seguito per raggiungere Sens” mormora con timidezza il chierico.

Davvero?” dice Pietro, fingendo sorpresa. “Non sono pratico delle strade, né conosco la zona. Ma voi che sentiero avete preso?”

Con precisione non saprei dirvelo” replica Philippe. “Mi pare che puntasse più a meridione di questo”.

Tornare sui nostri passi non mi sembra il caso. Rischiamo solo di perderci. Al prossimo villaggio, facciamo una sosta e chiediamo informazioni” fa il frate, sapendo di mentire.

É l’ora sesta, quando raggiungono quattro case di legno, disposte lungo il sentiero, immerse nel bosco. Sono abitazioni molte povere, ricoperte da un tetto, che non appare molto stabile. Pietro scende da cavallo e bussa alla porta di quella che ritiene la più qualificata per ottenere delle risposte. Alla sua vista gli appare la migliore. Una selva di occhi di fanciulli si assiepano dietro le due finestra dell’abitazione. Lo scrutano incuriositi e timorosi. Non vedono troppo frequentemente dei cavalieri passare per il loro villaggio. Quello che li attrae maggiormente è quel largo mantello bianco con una croce rossa, cucita su una spalla. Non ne hanno mai visto uno. La porta si apre cautamente. Il viso di un uomo, incartapecorito dalla vita all’aperto, si sporge quel tanto necessario per osservare chi ha bussato.

Buona giornata, Messere” dice Pietro, facendo un profondo inchino. “Io e il compagno di viaggio, il chierico Philippe, vi chiediamo di poter entrare nella vostra dimora, perché abbiamo necessità di avere informazioni sul nostro viaggio”.

L’uomo rimane in silenzio, come se meditasse, incerto se richiudere l’uscio o spalancarlo. Tuttavia la curiosità ha il sopravvento. “Entrate” fa l’uomo con voce scontrosa, aprendo la porta.

Mentre il frate e il chierico, assicurati i cavalli alla staccionata, si apprestano a varcare la soglia, il piccolo villaggio pare animarsi all’improvviso. Volti e occhi compaiono alle finestre e dalle porte di tutte le case. Osservano incuriositi questi stranieri, vestiti in maniera singolare secondo la loro ottica. É tutto un domandarsi ‘chi sono? Da dove vengono? Dove sono diretti?’. Un cavaliere, che seguiva la coppia, si ferma al limitare del bosco, invisibile alla loro vista. Rimane immobile nell’attesa che riprendano il viaggio.

Dòminus vobiscum” dice il frate con un profondo inchino.

L’uomo lo guarda sbigottito. Non capisce il latino, a malapena conosce il francese. L’essere ossequiato come un re lo destabilizza. É la prima volta che qualcuno gli rende omaggio.

Monsieur,” fa ossequioso il frate “io mi chiamo Pietro e lui è il chierico Philippe. Forse ci siamo perduti”.

L’uomo è basito. ‘Mi chiama monsieur! Io umile contadino vengo trattato come il signor conte, che è il padrone di tutto quello che possiedo’ si dice, aprendo la bocca senza articolare una parola.

Chiamatemi Gustave” fa finalmente, quando la voce esce dalla gola.

Pietro sorride. Ha compreso l’imbarazzo del suo interlocutore. Sa di essersi conquistato la sua deferenza. Adesso è venuto il momento di abbassarsi al suo livello. Philippe guarda il frate e resta in silenzio. É ammirato per la sagacia del compagnio di viaggio.

Grazie, per avermi concesso la vostra amicizia.” fa il frate “Come vi ho detto, crediamo di esserci persi. Dobbiamo raggiungere prima Autricum, poi Limonum. Siamo sulla strada giusta?”

Gustave li guarda stupito, perché sono due nomi assolutamente sconosciuti. Scuote la testa in segno di diniego.

Non posso aiutarvi, messeri.” afferma contrito l’uomo “L’unica cosa, che posso dirvi, è che questo sentiero porta a una grande città con le mura merlate. Lì portiamo una volta al mese i prodotti della nostra terra che vendiamo al mercato e dove compriamo quanto ci necessita per il quotidiano”.

Pietro sorride. Dunque non mi sono sbagliato, pensa, sono sulla strada giusta.

Ma quanto dista questa città?” domanda con tono garbato il frate.

Se partite tra un’ora, la raggiungete prima del vespro” risponde Gustave.

Rischiamo di perderci nella foresta?” fa Pietro, che sta pensando a come depistare il cavaliere che è alle loro costole.

No. C’è un unico punto difficile a due ore di cammino da qui. La strada maestra si divide in tre, che portano in località differenti. Voi dovete prendere la via mediana” spiega l’uomo “Poi proseguite dove il sole tramonta. Non potete sbagliarvi. Il sentiero è ben tracciato. Non si presta a sorprese sgradite”.

Pietro è soddisfatto. Adesso sa dove costringerà il cavaliere a proseguire nella direzione errata.

Un ultimo favore, vi chiedo, Gustave” dice il frate “se avete acqua fresca e fieno per le nostre cavalcature. Vi ricompenserò per il disturbo con due monete d’argento”.

Philippe è sbalordito. Invece di chiedere cibo e acqua per loro, paga per dissetare i cavalli. Non hanno molte provviste e conservarle sarebbe meglio. ‘Come diavolo ha fatto a nascondere delle monete d’argento durante la prigionia?’ si domanda basito.

Acqua e fieno per le vostre cavalcature? Sarà un onore per noi fornirle. Ma se vi fermate posso offrirvi un semplice pasto che mia moglie e le mie figlie stanno preparando” dice Gustave con tono energico.

Non posso abusare della vostra cortese ospitalità. Ci sono sufficienti quanto necessita per i nostri cavalli” replica con tono gentile Pietro.

Il chierico sente i morsi della fame e al pensiero di partire senza mangiare nulla lo fa stare male. Tuttavia non osa contraddire il compagno di viaggio. Spera solo che cambi idea e accetti l’offerta dell’uomo.

Mi sentirei offeso e con me tutta la mia famiglia se un ospite se ne andasse, senza fermarsi al nostro desco” dice Gustave con tono impermalito.

Pietro, che vorrebbe ripartire subito, comprende che non può sottrarsi dallo stare a tavola con loro. “Non era mia intenzione apparire offensivo verso la vostra generosa ospitalità. Accettiamo di buon grado dividere il vostro cibo. Però vogliate prendere queste tre monete d’argento come ricompensa per la vostra gentile disponibilità” fa il frate, facendo comparire tre bolognini, come un prestigiatore alla fiera.

L’uomo osserva i tre pezzi e rapidamente li fa sparire in un sacchetto, legato in cintura. Ordina ai due figli maggiori di accudire alle due bestie, legate alla staccionata e alle figlie più piccole di apparecchiare la tavola.

Dopo essersi rifocillati e aver chiacchierato un po’ per non apparire scontrosi e scortesi, Pietro e il chierico si mettono in marcia, seguiti come un’ombra dal cavaliere a debita distanza. L’inseguitore controlla nel fango le tracce dei due cavalli.

Il frate resta in silenzio, finché non giunge al punto dove la strada si divide in tre direzioni, come aveva spiegato Gustave. Il monaco fa segno a Philippe di rimanere in silenzio e di seguirlo senza fare domande. Scende di sella, stacca delle frasche da un arbusto e indica al chierico di avanzare, mentre lui cancella le tracce alle loro spalle. Poi si dirige verso il bordo erboso della strada, avendo l’avvertenza di non lasciare impronte visibili.

Aspettatemi qui” dice sottovoce a Philippe, mentre raggiunge attraverso il bosco il sentiero che punta a meridione. Lo percorre per qualche centinaia di piedi di liprando, prima di ritornare nel bosco verso il punto, dove lo attende il chierico.

Ora procediamo nel bosco fiancheggiando la strada al piccolo trotto. Tra non molto riprendiamo la via maestra e ci mettiamo al galoppo per recuperare il tempo perduto” fa Pietro “Non chiedete nulla ora. Vi spiegherò tutto”.

Il cavaliere avanza con lentezza, perché non c’è la necessità di stare troppo vicino alla coppia da sorvegliare. La strada non presenta sorprese. É un sentiero largo e ben tracciato. Arrivato alla biforcazione, si chiede quale direzione hanno preso. Osserva le tracce sul terreno e nota che si dirigono verso meridione. ‘Se devono raggiungere Limonum, questa è di certo la via giusta. Le orme dei cavalli si dirigono verso quella direzione’ si dice, imboccando la via a sinistra. Il sentiero non presenta biforcazioni importanti. Quando dopo due ore di cammino ne incontra una, ha l’amara sorpresa di essere stato ingannato. Sul terreno non ci sono tracce recenti del passaggio di cavalli.

Impreca e ritorna sui suoi passi fino al punto della precedente biforcazione. Ha perso molte ore ma in particolare il buio è calato velocemente, rendendo difficoltoso l’esame del fondo del sentiero. Non trova tracce né in quella mediana, né in quella di destra. ‘Dunque sono entrati nel bosco per confondere le tracce’ ammette irritato per essere stato beffato ‘col buio di certo non sono in grado di capire verso quale direzione sono andati. Mi conviene tornare al villaggio e chiedere ospitalità per la notte. Domani mattina al primo albore riprendo la caccia’.

Pietro, quando arriva in prossimità della città merlata, spiega al chierico tutte le manovre misteriose che ha compiuto.

Dovete sapere che, da quando abbiamo lasciato Sens, un angelo custode ci ha seguito come un ombra, ovunque noi andassimo”.

Ma come lo sapete? Perché non me ne sono accorto?” domanda incredulo Philippe.

Non potevate accorgervene, perché siete giovane e con scarsa esperienza. Quando Guillaume de Nogaret mi ha lasciato libero a malincuore, per non urtare la suscettibilità dell’arcivescovo, immaginavo che mi avrebbe messo alle costole qualcuno. Così è stato” fa Pietro, avvicinandosi alla porta d’ingresso in città.

Ma voi come avete potuto accorgervene?” domanda stupito il chierico.

Mentre stavamo uscendo da Sens, ho notato un cavaliere che in modo discreto osservava chi entrava o usciva. La conferma l’ho avuta, quando ci siamo fermati per una breve sosta. Ho ascoltato il rumore di zoccoli alle nostre spalle. Attraverso il bosco sono ritornato indietro. Lui era fermo in attesa che noi ripartissimo. Dunque i sospetti erano fondati. Nel punto della via, nel quale mi avete visto fare strane manovre, l’abbiamo gabbato. Ora si starà chiedendo quale strada abbiamo preso. Però l’oscurità gli impedirà di mettersi in fretta alla nostra ricerca. Domani siamo a destinazione senza averlo alle nostre spalle”.

Perché siete stato in silenzio?” chiede Philippe, leggermente offeso.

Era inutile mettervi in apprensione” esclama Pietro, entrando in città. “La destinazione è Poitiers. Ci stanno aspettando”.

Il chierico mastica amaro. Avrebbe preteso maggior coinvolgimento negli avvenimenti. Tuttavia deve ammettere che il frate agisce con prudenza e non mette a repentaglio la sua vita.

Mentre voi cercate un maniscalco con stalla per i nostri cavalli e una locanda pulita e sicura, io vado a mondare i miei peccati nella Cattedrale, che si erge riconoscibile davanti a noi.” dice Pietro “Vi attendo lì”.

Il frate si avvia verso il luogo dell’incontro. Non sa se il prete ci sarà ad attenderlo. Nel messaggio del cardinale c’era scritto cosa doveva fare e nulla più. Ricorda a memoria il contenuto. Non ha chiaro quando questo avverrà.

Entrate dalla porta Nord e percorrete la navata di destra fino al portale Ovest. Volgetevi verso Est per iniziare il percorso del labirinto fino al punto centrale. Qui inginocchiato, guardando il rosone davanti a voi, pregherete, prima di riprendere il cammino inverso. All’uscita un prete vi affiancherà

Non passava giorno – cap. 1

Standard

newwhitebear:

Ripunnlico corretto e riveduto il secondo racconto che ho scritto. Buona lettura

Originally posted on orsobianco:

dal web dal web

Non passava giorno che lo scoiattolo se ne andasse in giro allegro e spensierato per il bosco con la sua grande coda imponente, della quale era molto orgoglioso. Era un tipetto strano e pieno di risorse ma totalmente imprevedibile. Al mattino capitava sovente di lasciarsi cadere sul morbido muschio ai piedi dell’abete preferito, rimbalzando per la gioia con una grande capriola. Se era ispirato dalla natura, volava dalla punta di un ramo per finire nel torrente, che scorreva allegro nel bosco. Qualche volta non cadeva nell’acqua ma sul dorso di una libellula, che passava casualmente di lì e che lo traghettava sull’altra riva. Quando incontrava una strada, prendeva sempre la prima, che vedeva, senza pensarci su due volte. Se poi incrociava un sentiero laterale lo infilava, e se aveva dei progetti per la giornata, se li scordava regolarmente. Ma nulla poteva modificare il suo carattere allegro e giovale…

View original 1.421 altre parole

In risposta a un perfettamente logico

Standard

L’amica Ale in arte Musa in un suo commento al post su Caffè Letterario risponde così a una mia osservazione

Perfettamente logico non ammette repliche

Ovviamente il perfettamente logico vale per me e non per gli altri. Quindi scrivo questo piccolo pezzo per spiegarlo. Tuttavia prima di addentrarmi nella riflessione devo fare alcune premesse doverose.

La prima mi piace scrivere ma non sono uno scrittore La spiegazione va da sé.

La seconda è che le mie storie nascono da spunti, idee o pensieri, raramente indotti da altri, come nel caso Il mazzo di fiori. Non riesco a programmare qualcosa a tavolino.

La terza è che conosco l’inizio e la fine della storia. Quello che sta in mezzo è un mare ignoto e segue le regole della fantasia. Anche questo depone a favore della prima premessa.

La quarta è che non racconto mai storie personali. Questo non significa che non possa inserire nel contesto pensieri, sensazioni, situazioni  o eventi personali oppure descrivere luoghi che conosco perfettamente.

Veniamo al post che ho pubblicato su Caffé Letterario in tre parti (prima, seconda e terza). Spulciando tra i tanti appunti, ho trovato una vecchia traccia, poche righe di un incipit mai andato oltre, e ho deciso di svilupparlo in tre parti per Caffè Letterario – tre erano le date da coprire. Ho scritto subito, come faccio di solito, le righe finali, giocando sui due personaggi: Dario, la voce narrante, e Antonella, la voce virtuale. Perché ho scritto quel finale, senza conoscere cosa stava tra l’inizio e la fine? Primo ho pensato a Dario, come un uomo sposato felicemente e con prole. Secondo Antonella è una donna dal carattere impulsivo e che ama ottenere quello che desidera e non accetta le sconfitte. Con queste tracce dei due personaggi era possibile un finale diverso? Certamente, e forse in linea col mondo di ragionare dei ragazzi d’oggi. Come? Dario lascia la famiglia e si butta tra le braccia di Antonella. Però che prospettive potevano esserci per loro? Nessuna. Sarebbe finita come finiscono tante storie di oggi. Litigi, separazioni e dolori in quantità.

Vediamo il percorso logico dei due personaggi. Lo scatto iniziale di Antonella è sicuramente dovuto al fatto che ha compreso che Dario non può essere il suo uomo. Quindi non sarebbe riuscita a raggiungere il suo obiettivo. Dario ha con quel finale il sussulto di riprendere la sua vita per i capelli, prima che sia troppo tardi. Quello che sta in mezzo è il percorso razionale che spiega l’incipit e la fine. Naturalmente io, calato nei panni di Dario, avrei fatto quello che ho scritto nel finale. Ecco il perfettamente logico spiegato.

Una storia come tante. Al tempo del web – parte terza

Standard

newwhitebear:

Eccomi con la terza e conclusiva parte del mini racconto Una storia come tante.
Buona lettura

Originally posted on Caffè Letterario:

dal web dal web

Il punto d’incontro era l’edicola dei giornali. La vidi alta, slanciata con quella chioma rossa un po’ riccioluta. Provai un misto di stizza, perché un ragazzo la stava importunando, e di gioia, perché era splendida.
“Antonella”. Agitai una mano per attirare la sua attenzione. La ragazza si avviò verso di me, trascinando un trolley blu dalla dimensioni generose.
“Ciao” le dissi, baciandole castamente una guancia.
“Ciao” replicò lei, prendendomi la mano. “Il treno ci aspetta”.
Durante il viaggio la conversazione fu al minimo sindacale. Ero teso, temevo sempre di vedere sbucare un viso conosciuto. Pareva impossibile ma mi capitava tutte le volte che ero in viaggio. Non desideravo far sapere dove mi trovavo. Anche lei era contratta, non aveva il solito cipiglio. Le chiesi all’altezza di Padova perché aveva il viso imbronciato.
“Sei pentita?” le domandai.
“No. Sono felice di poterti conoscere. Però ti percepisco teso” mi rispose…

View original 1.300 altre parole

Una storia così anonima – parte ventunesima

Standard
hotel Bayrd Bellecour

hotel Bayrd Bellecour

Bologna, 22 febbraio, 2015, ore nove

Luca e Vanessa sono svegli dalle cinque e mezza. Non è che abbiano dormito un granché. Prima c’è stata quella telefonata inquietante, poi uno squillo del campanello e infine la visita che ha messo fine alla notte. Hanno letto delle altre pagine del manoscritto del settecento. Nuove informazioni, nuovi dubbi si affacciano nella loro testa.

Un caffè?” dice Luca, che si stiracchia vistosamente e sbadiglia senza ritegno.

Potresti metterti una mano davanti alla bocca, affinché non possa valutare la tua dentatura” fa Vanessa in tono di rimprovero.

Il ragazzo alza le spalle e si avvia in cucina. Questa è la seconda notte che dorme poco e male. Per l’educazione ci penserà un’altra volta. La ragazza lo segue, coprendosi per bene. Il riscaldamento è spento e la casa gela. ‘Dovrò riaccenderlo, se non voglio buscarmi un malanno’ si dice, mentre traffica con la caldaia. L’amico pare non sentire le punture di freddo. Cammina a piedi scalzi e indossa solo boxer e maglietta con le maniche corte. Lei lo ammira, perché sa di essere alquanto freddolosa. Questa volta è lui ad armeggiare con la moka. Si muove come se fosse a casa sua. Apre gli sportelli, cerca le tazze e lo zucchero di canna. Sbuffa, perché non lo trova.

Allora il nostro monaco guerriero è in Francia per una missione che non appare chiara. Tu pensi che andrà direttamente a Poitiers oppure farà una deviazione?” le chiede Luca, mentre chiude il gas e versa il caffè.

Uhm, uhm” mugola Vanessa, che tenta di bere senza scottarsi il palato.

Il ragazzo ride per la mancata risposta. Sorseggia il suo e rimanda a dopo la discussione. ‘Non risponderebbe. É troppo impegnata per ascoltarmi’ riflette. Tuttavia si sbaglia, perché un istante dopo depone la tazzina.

Non credo” dice la ragazza, che preferisce che il bollore si raffreddi. “Penso che la missiva contenga delle istruzioni precise sul cammino da intraprendere. Perché il messaggio era ancora chiuso col sigillo. Che senso avrebbe avuto tenerlo nascosto, se fosse stato un semplice ordine di arrivare a Poitiers?”

Anch’io mi sono fatto la medesima convinzione. Se non contenesse delle direttive particolari, Pietro non sarebbe rimasto stupito” ammette il ragazzo, che beve con calma a piccoli sorsi il suo caffè.

Luca depone la tazzina e ha un lampo negli occhi. “Cosa ne pensi se partiamo per Parigi e ripercorriamo la strada che il templare seguirà partendo da Sens?”

Quando?” chiede Vanessa con gli occhi che brillano.

Anche subito. Prepari i bagagli e passi dal bancomat. Poi un salto a Ferrara per raccogliere qualcosa per me. Si parte senza indugi per la Francia. Possiamo essere a Lione per la sera. Domani possiamo metterci sulle tracce di Pietro da Bologna” afferma deciso il ragazzo.

Ci sto!” esulta la ragazza.

Luca osserva l’orologio della cucina. Segna le sei. Fa un rapido calcolo. ‘Se si sbriga, alle otto siamo di partenza per la Francia’ si dice, finendo caffè.

Vado. Mi faccio una doccia e riempio il trolley” fa Vanessa, deponendo la tazzina nel lavello. “Tu nel mentre rigoverni la cucina, lavi le tazzine e la moka. Poi rifai il letto”.

Il ragazzo sbuffa e mentalmente la manda a quel paese. “Mi raccomando non mettere nel trolley l’intera casa” afferma sarcastico, mentre sistema le stoviglie usate nei pensili.

Spiritoso” urla, mostrandogli la lingua.

La speranza di partire per la Francia alle otto svanisce rapidamente: alle nove sono in partenza per Ferrara. Fanno una rapida sosta per recuperare qualche indumento da mettere in una borsa, una pen-drive, lo scanner portatile e la key per il collegamento a Internet. Di corsa all’ingresso dell’autostrada A13 di Ferrara Sud. Naturalmente sono oltre le dieci.

Dobbiamo volare e sperare di non trovare troppo traffico” dice Luca, che fa il primo turno di guida.

Perché?” domanda Vanessa, mentre smanetta inutilmente con la radio. “Che vecchio catorcio! Roba da museo delle cere”.

É quello che passa il convento. Non sono un possidente come te” replica il ragazzo ironicamente. “Perché dobbiamo volare? Sono all’incirca settecento chilometri. Tenendo la media dei novanta, servono più o meno otto ore senza fermate per pisciare o far rifornimento”.

La ragazza legge l’orologio digitale della macchina e fa un rapido calcolo.

Otto ore senza fermarsi? Sei un negriero! Questa bagnarola non ha nemmeno i servizi a bordo. Quindi, se non vuoi vederti allagato l’interno, ti fermerai, quando te lo ordino” afferma secca Vanessa.

Agli ordini, subcomandante Van!” esclama con grande ironia Luca.

Fai pure lo spiritoso ma chi comando sono io” dice con tono duro la ragazza.

Ma certamente! Il subcomandante sei tu! Io eseguo gli ordini” afferma con sarcasmo il ragazzo, portando la mano alla fronte. “Però dobbiamo volare lo stesso”.

Arrivati a Piacenza fanno una breve sosta per mangiare qualcosa con cambio di guidatore e per una visita ai servizi. Il viaggio prosegue tranquillo sulla A21 fino a Torino dove i due ragazzi si immettono sulla A32 per raggiungere il traforo del Frejus. Fa buio presto. La giornata in febbraio è ancora corta. Complice un cielo nuvoloso sembra che la sera sia arrivata in anticipo. Fanno una nuova sosta nell’area di servizio poco prima dell’imbocco del traforo. Un caffè, un rapido giro ai servizi, un nuovo rifornimento e poi via per l’ultimo balzo verso Lione.

Quanto manca per arrivare a destinazione?” chiede Vanessa, che si massaggia i glutei, prima di salire nell’auto.

Poco più di duecento chilometri. Circa tre ore di viaggio” risponde Luca, mentre imbocca il traforo.

Ma conosci la strada? Questo straccio di macchina manco il navigatore ha!” dice indispettita la ragazza.

Il navigatore? Non serve! É tutto qui!” esclama il ragazzo battendo con la mano la fronte.

Non farmi ridire! Ci scommetto che ti perderai cento volte” replica Vanessa ridendo.

Cosa metti in palio?” le domanda Luca.

Quello che vuoi” dice la ragazza, facendo spallucce.

Sicura?”

Come è vero che sono accanto a te”.

Bene” fa Luca, che aggrotta la fronte. “Se non mi perdo, prendiamo una matrimoniale. Viceversa due stanze singole. Qua la mano”.

Ma smettila di fare il buffone. Tanto vinco io per manifesta inferiorità dell’avversario. Comunque tu paghi tutti i conti, visto che l’idea di venire in Francia è tua” dice Vanessa sicura, mentre stringe quella del ragazzo.

Ma tu non hai opposto obiezioni, mi pare. Anzi eri più entusiasta di me. Quindi collabori” fa il ragazzo per nulla intimidito dalle affermazioni della ragazza.

Luca fischietta allegro. É sicuro di arrivare a Lione senza una sbavatura di percorso. Ha memorizzato il tragitto e poi non si è mai perso.

I due ragazzi restano per un po’ in silenzio, prima che Vanessa non lo rompa. “Ma hai già prenotato l’albergo?” fa, riscuotendosi dal quieto mutismo in cui era caduta.

No. E chi ha avuto tempo? E poi non conosco il francese” replica Luca.

Siamo messi bene! Il mio francese elementare sarà di scarso aiuto” dice Vanessa, ridendo.

Che problema c’è? Quando siamo a Lione, chiediamo informazioni oppure sfruttiamo la tecnologia” afferma sicuro il ragazzo. “Non mi pare un gran problema”.

Dove pensi di alloggiare? In centro o fuori?” prosegue la ragazza con le sue domande.

Se si trova qualcosa, nel centro. Almeno possiamo fare un giretto dopo il viaggio”.

Perché hai voglia di camminare a piedi?” domanda Vanessa, spalancando gli occhi verdi. “Io vorrei dormire e basta”.

A letto senza cena?” fa Luca ironico.

Beh! No. Qualcosina si mangia” ammette la ragazza.

Il ragazzo guida con attenzione, finché all’ennesimo casello paga il pedaggio.

Eccoci arrivati a Lyon, l’antica Lugdunum. Come vedi non mi sono perso. Stasera paghi dazio” fa Luca con un sorriso smagliante.

Ma non siamo ancora arrivati a destinazione” dice un po’ acida Vanessa, che non vuole ammettere di aver perso.

Certamente! Accosto e cerco l’albergo” afferma il ragazzo, trovando una rientranza. Prende il computer e cerca hotel a Lione. Sul sito Lyon-France trova la lista degli alberghi. Una rapida scorsa all’elenco e poi sceglie Hotel Bayard-Bellecour. «Idéalement situé en plein centre de Lyon, sur la place Bellecour, l’hôtel vous propose ses chambres familiales et ses chambres doubles en catégorie Charme, Deluxe Patio, Authentic Deluxe ou son unique chambre Prestige Deluxe.»

“Questo mi gusta!” esclama convinto, dopo aver visionato il sito di presentazione. “Questi cugini d’oltralpe parlano solo francese”.

“Fammi vedere” dice Vanessa, strappandogli il computer. “Ma no! Parlano anche in inglese. Dammi il tuo telefono che li chiamo”.

“Perché tu non ce l’hai?” chiede indispettito Luca.

“Sì, ma chiamo a nome tuo”. Ride la ragazza, mentre digita il numero. “Bonsoir. Hotel Bayard-Bellecour?”

“Oui”

“Je désire une chambre deluxe Bellecour pour une nuit”

Il est le dernier libre. Quand pensez-vous arriver?”

Nous sommes … Dove cavolo siamo?” chiede innervosita Vanessa.

“Boh! Pagato il pedaggio al casello, abbiamo preso la prima uscita. Indicava aéroport Lyon-Bron” risponde Luca.

La ragazza fornisce le indicazioni nel suo francese scolastico. Ascolta e finge di aver capito tutto. Infine saluta.

Il ragazzo ride sommessamente, perché capisce che Vanessa non ha compreso quasi niente delle spiegazioni per raggiungere Place Bellecour.

“La navigatrice cosa ordina” la sfotte Luca.

“Solito spiritoso! Oro ti voglio vedere raggiungere l’hotel” replica picata.

“Presto fatto” dice il ragazzo, che esamina con cura la mappa di Lione. “Si parte. Tra mezz’ora siamo a destinazione”.

Vediamo” fa Vanessa laconica. Finora non ha sbagliato nulla, si dice.

Una storia come tante. Al tempo del web – parte seconda

Standard

newwhitebear:

Buon pomeriggio a tutti. Eccomi con la seconda parte di una storia come tante.
Buona lettura

Originally posted on Caffè Letterario:

dal web dal web

‘É vero. Il nostro rapporto è strano’ ragionò Dario, allungando le gambe sotto la scrivania. ‘Tuttavia è abbastanza normale nell’era di Internet. Conoscersi sul web, scriversi mail, chattare parlando di tutto, fare amicizia, non solo virtuale, affezionarsi, è diventato uno standard abituale’.

Dopo quei primi scambi sul blog, era scattato una sorta di feeling, che si era cementato giorno dopo giorno. ‘Sì, abbiamo stretta un’amicizia, che forse andava un pelo al di là del virtuale’ si disse, sorseggiando il Pinot grigio, ormai caldo. Si sentivano ogni giorno immancabilmente dopo le dieci di sera. Era il momento in cui sia Dario che Antonella restavano soli dopo aver assolti i doveri familiari. Anna, la moglie di Dario, dopo aver messo a letto Michela, l’unica figlia, si ritirava in camera a guardare il televisore. In realtà si addormentava quasi subito, mentre sullo schermo scorrevano le immagini, che non erano viste da…

View original 1.057 altre parole