Disegna la tua storia – nro 15 – il mostro

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Quando Massimo spuntò dietro la curva, vide in lontananza tra i rami di un bosco una costruzione imponente. Si fermò sul ciglio della strada per osservare meglio quel parallelepipedo che superava in altezza il bosco e le alture prospicienti.

«Ma è mostruoso» borbottò a mezza voce.

Gli sembrava impossibile che una simile bruttura fosse stata edificata in quel posto, che ricordava come una vallata piena di verde. Non poteva crederci. Forse i suoi occhi erano velati dalla stanchezza e gli facevano vedere mostruosità inesistenti.

Aveva solo un mezzo: fare quell’ultima ripida salita e poi l’incanto della valle delle Saline si sarebbe aperto dinnanzi ai suoi occhi. Era un posto meraviglioso, abitato da fate e gnomi, da elfi e altre creature fatate. In realtà Massimo ricordava che quella striscia di terra tra due montagne era attraversata da un torrente dalle acque fresche e chiare e contornata da larici e abeti. Però adesso pareva che fosse cambiato tutto dall’ultima volta che c’era stato.

“Da quando non vengo qui?” si domandò basito mentre negli occhi c’era ancora stampata quell’immagine che faceva violenza con i suoi ricordi. Non lo rammentava ma di certo diversi anni. Si alzò dal ciglio erboso per affrontare quel tratto di strada duro e asfissiante.

Afferrò la borraccia e ne bevette un lungo sorso prima di riprendere la bicicletta.

Pedalò di buona lena ma la salita sembrava non finire mai. I tornanti si succedevano con lenta monotonia. Uno dopo l’altro. Il respiro si faceva più affannoso, mentre le gambe s’indurivano per lo sforzo. Pescò da una tasca una barretta d’energia, sperando si scollinare in fretta. Non aveva nemmeno il fiato di dire ‘a’, mentre continuava a salire. Passata la curva vide la strada spianare e il coso ancora più vicino. Il valico era lì a portata di gamba.

Massimo si fermò per riprendere fiato e calmare il respiro. Il cuore batteva forte come se fosse impazzito. Doveva affrontare la discesa con lucidità per non rischiare un ruzzolone.

Guardò quel parallelepipedo grigio. Faceva impressione. Dire mostruoso era puro eufemismo. Brutto, di un grigio sporco come se avesse qualche millennio di storia alle spalle ma eccessivamente alto. Rovinava la visuale. Oltre a quello c’erano altre note stonate come se la valle fosse stata profanata. Dal fondo arrivava un rumore incessante, un rombo grave che si avvicinava e poi spariva.

Respirò a fondo prima di affrontare la discesa e scese con prudenza tra due ali di bosco. Questa non faceva impressione, era più dolce e meno impegnativa.

Massimo pennellava le curve e rilanciava l’andatura subito dopo. L’odore della resina entrava nei suoi polmoni, quando a un trattole narici avvertirono il puzzo tipico delle automobili.

Fatta l’ultima curva vide l’inimmaginabile. Un’autostrada sfregiava la vallata e tante costruzioni stavano intorno a quel mostro che svettava alto nel cielo.

Due grosse lacrime bagnarono le sue guance. La valle delle Saline era scomparsa.

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Disegna la tua storia – nro 14 – I ponpon

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«E sì!» esclamò Rosalba, vedendo quel disegno su una rivista fai da te.

«Cosa?» domandò Alfonso, drizzandosi eretto.

Lei lo guardò di sbieco, perché come al solito il compagno poneva delle domande inutili. Non vedeva per caso due ponpon rossi e una specie di treccia, si chiese infastidita. E poi che ne sa lui di maglieria e altro.

Rosalba ignorò la domanda e si immerse nella lettura. La stuzzicava l’idea di realizzare quel ponpon senza sapere come utilizzarlo.

Alfonso la guardò in attesa di una risposta che non arrivava. Incerto se tornare alla lettura del quotidiano sportivo o indagare su quella sortita, di cui non aveva capito il senso. Poi capì che era vano aspettare e quindi riprese la lettura dell’articolo. Quando leggeva si isolava dal resto del mondo come se fosse prigioniero in una bolla impermeabile al suono.

In sottofondo Alfonso la sentiva mugugnare. Perse il filo e dovette ricominciare dall’inizio. Si stava innervosendo e si preparò a traslocare nello studio, quando udì la sua voce.

«Hai del cartoncino spesso due millimetri?»

Alfonso alzò gli occhi dal giornale, osservandola sorpreso.

«Perché dovrei avere del cartoncino da due millimetri?» disse puntando lo sguardo su di lei.

«Mi serve di quello spessore» fece Rosalba con tono naturale.

Alfonso era basito. Prima parla da sola, adesso esce con una richiesta strampalata, rifletté, cercando di dare un senso alla domanda.

«Chi ti dice che abbia del cartoncino di due millimetri?»

Rosalba diede segno d’insofferenza, sbuffando. Non le piaceva che a domanda non corrispondesse risposta. Aveva necessità di conoscere se in casa ci fosse di quel tipo di cartoncino e non rispondere a una sua domanda.

«Hai o non l’hai?» domandò la donna con tono aspro.

Alfonso alzò le spalle e si tuffò di nuovo nella lettura del quotidiano, che gli fu strappato con violenza qualche istante dopo.

«Ti ho fatto una domanda ed esigo una risposta» sibillò Rosalba, appallottolando il giornale, che gettò per terra.

Alfonso si alzò dal divano con lo sguardo di fuoco. Le labbra tremavano per la collera, che cresceva a dismisura. Non era sua intenzione litigare per un cartoncino ma se si comportava così era pronto a raccogliere la sfida. La fronteggiò tenendo le braccia lungo il corpo, anche se le mani prudevano.

«Ti sei bevuto il cervello?» l’apostrofò con durezza. «Dove lo dovrei tenere questo cavolo di cartone?»

Rosalba, esasperata per l’atteggiamento del compagno poco collaborativo, si alzò in punta di piedi e lo baciò per fare pace. Per un ponpon era assurdo litigare. L’avrebbe fatto domani dopo aver comprato quanto le serviva. “E sì, manca anche la lana” pensò, mentre l’abbracciava.

Disegna la tua storia – nro 13 – Il pesce

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Quando lesse l’argomento, Lucilla sbiancò per lo spavento. “Scrivere un tema usando questa traccia?” pensò, annaspando nel vuoto della mente.

Incrociò le dita e chiuse gli occhi alla ricerca dell’ispirazione ma li riaprì in fretta. Fabiola l’aveva distolta con quel ‘psiii, psiii’. “Ma che vuole quella rompiscatole?” si disse, voltandosi verso di lei.

Aveva appena compiuto quel movimento appena percettibile, quando udì la voce di Pinzetta.

«Signorina Mordace, non si volti e cerchi di non copiare».

Lucilla lo fulminò con lo sguardo. “Quello scimunito ce l’ha sempre con me” rifletté la ragazza, cercando di concentrarsi sul tema. Era sconsolata dopo mezz’ora non aveva messo giù nemmeno un rigo, né esisteva la speranza di farlo nella prossima mezz’ora. Non aveva mai consegnato in bianco nessun elaborato ma stavolta rischiava grosso. Quel Pinzetta si divertiva un mondo nel assegnare tracce assurde come se loro dovessero partecipare a qualche gara di scrittura creativa.

“L’ultima volta ci aveva dato un disegno e dovevamo immaginare cosa si celasse sotto!” Lucilla scosse la sua testa riccioluta, perché aveva rimediato un brutto voto. Non sarebbe andata meglio nella giornata odierna. “Stronzo!” imprecò mentalmente al pensiero che il foglio fosse ancora bianco e il tempo scorresse inesorabile.

Erica, la compagna di banco, aveva riempito quattro facciate, mentre lei nulla. “Ma cosa avrà mai scritto?” si domandò curiosa, visto che continuava ad aggiungere frasi una dopo l’altra. “Potrebbe cedermene qualcuna!” si disse ridendo.

«Signorina Mordace, che ha da ridere? Scriva e basta».

Di nuovo Pinzetta la stava redarguendo. Lucilla alzò le spalle come per dire ‘ma chi se ne frega di copiare. Rido per la sisperazione’. Insomma tra lei e il docente continuava la guerra, che era persa in partenza per Lucilla.

Sbirciò l’ora dallo smartphone. Mancavano pochi minuti alla consegna. Doveva sbrigarsi se non voleva consegnare il foglio intonso. Rilesse di nuovo la traccia e le scappò una parolaccia. “Ma che cavolo di traccia è questa?” borbottò mentalmente, visto che nessuna idea valida veniva in soccorso. Doveva tenere la testa abbassata come se stesse scrivendo per non incorrere nelle ire di Pinzetta. Questa volta, secondo Lucilla, aveva oltrepassato il limite ma a quanto pare l’unica in crisi era proprio lei a non avere uno straccio di pensiero da mettere sulla carta. Tutte le compagne scrivevano come se fossero a cottimo con una furia da lasciare sbalorditi. Lucilla provava invidia nei loro confronti.

Sulla lavagna luminosa appesa dietro Pinzetta si leggeva il testo della traccia.

Un pesce nuota nel mare. Immagina a cosa stia pensando’.

“Ma perché i pesci pensano mentre nuotano?” si domandò Lucilla, che ricordava come l’estate precedente al mare, mentre nuotava, l’unico pensiero era quello di rimanere a galla. “D’accordo che sono nel loro ambiente ma non parlano, non scrivono e nuotano soltanto”.

«Ragazze» fece sentire la sua voce petulante Pinzetta. «Ancora due minuti, poi consegnate».

Lucilla ebbe un lampo e prese un pennarello e disegnò questa immagine.

Sotto scrisse con una matita rossa:

e il pesce pagliaccio si fa una grande risata alla faccia di tutti noi’.

La mia storia – miniesercizio nro 74

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Tornano le mini storie, quelle S 200 parole al massimo, proposte da Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una batteria al litio

– Un business plan

– Una carpa al forno

– La foto seguente

Bigio pedalava sulla ciclabile che costeggiava il mare. Il giorno sta cedendo il passo alla sera. Il cielo era rosseggiante. Nelle orecchie ascoltava la sua playlist preferita dal MP3, quando vide per terra una cartellina. Fermatosi, la raccoglie. Sul frontespizio era stampigliato A&A – Business plan.

Bigio si domandò chi l’avesse persa. Aprendola, notò che era piena di cifre e disegni per lui incomprensibili. Pensava di vedere figure familiari ma non era così. L’infilò nello zainetto e riprese a pedalare. Doveva affrettarsi prima che lo store chiudesse. Doveva comprare due pile al litio, un paio di carpe, che sua madre avrebbe cotto al forno e una penna rossa.

Abbandonata la bici all’ingresso si fiondò dentro qualche istante prima della chiusura.

Una ventina di minuti dopo Bigio trionfante uscì con suo sacchetto di carta con gli acquisti ma la bici era sparita. Una brutta sorpresa. “Come ritorno a casa?” si chiese smarrito. Era stato sciocco a non chiuderla con la catena.

Mugugnando si avviò verso casa a piedi.

«Mi hanno rubato la bici» disse alla madre, porgendole il sacchetto.

«E adesso?» domandò seria, afferrando la confezione di pile. «Queste cosa sono?»

«Le batterie».

«Ma non funzionano sul PC!» replicò ridendo la madre.

Disegna la tua storia – nro 12 – Supermick

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Michele era un bravo ragazzo, niente di speciale a dire il vero, come tanti altri della sua età. Studiava con discreti risultati, in effetti stava appena sopra la sufficienza ma in compenso era un asso con la console PS4.

Non appena aveva un minuto di tempo ingaggiava battaglie epiche contro mostri, draghi e alieni. Sapeva tutto ma proprio tutto dei suoi eroi virtuali.

Michele stava crescendo a pane e videogiochi e sognava pure. Cosa, mi chiederete. Non saprei ma so per certo che sognava. Sogni a colori sempre. Qualche volta in bianco e nero. Ma come in bianco e nero? Sì, solo sfumature di grigio. Brevi e dimenticati in fredda, mentre gli altri no. Restavamo impigliati nella memoria.

Quello che andava per la maggiore era Michele famoso ‘game developer’, quello che progettava giochi sempre più complicati che facevano la sua fortuna.

Beh! Che c’è di strano? Nulla. Ognuno coltiva le proprie inclinazioni ma procediamo con ordine, perché il disordine è facile crearlo.

Dunque in una notte di luglio calda e afosa Michele sognava. Doveva inventare un nuovo eroe in lotta per sopravvivere al disastro nucleare che il solito pazzo di turno aveva scatenato. Le radiazioni avevano bruciato tutto. Le città apparivano scheletri anneriti. La campagna era terra riarsa bruciata da un sole implacabile. I pochi sopravvissuti erano degli zombie che si aggiravano per le strade cosparse di rottami, alcuni ancora fumanti.

Michele, il super eroe, doveva uccidere i morti viventi in numero elevato. Quanti più possibili. Doveva raggiungere un gruppo di persone asserragliate in un compound dislocato in un punto imprecisato della regione. Ovviamente Michele non conosceva dov’era né era in grado di sapere la giusta strada. Nel punto di partenza c’era una vecchia mappa della terra, che rappresentava l’unica certezza. Già raggiungerla significava combattere zombie e mostri generati dal disastro atomico e non era per nulla semplice. All’inizio possedeva solo una katana e e attraverso i combattimenti recuperava nuove armi. Insomma un percorso a ostacoli.

Dopo essere sfuggito a imboscate e scontri cruenti Michele trovava una maglietta con uno strano disegno, che ricordava quello di Superman, ma molto vagamente.

Una specie di saetta ma molto stilizzata su un fondo bianco.

La indossò e avvertì un grande cambiamento. Vista acuta, forza tipo Hulk, coraggio da vendere. Però quello che gli appariva singolare era che molti zombie preferivano darsela a gambe piuttosto che affrontarlo.

Michele incuteva paura ai suoi avversari. La sua katana seminava morte e distruzione intorno a lui. Il percorso per raggiungere il luogo dove era custodita la mappa era tortuoso e pericoloso ma con la nuova maglietta sembrava meno irto di pericoli. Arrivato davanti all’edificio semi diroccato Michele rimase interdetto e perse di vista i suoi nemici. Una fatale distrazione poteva costargli la vita ma la fida katana mandò bagliori facendolo tornare attento e sulla difensiva. Uno alla volta uccise i vari mostri finché non raggiunse il settimo e ultimo piano guardato a vista da umanoide orribile a vedersi ma altrettanto feroce nel combattere.

Una lotta estenuante dove a turno sembravano soccombere sotto i colpi dell’altro. Sopra la saetta comparve del rosso, mentre Michele avvertiva dolore.

Questo moltiplicò le sue forze e gli diede un forte impulso nella lotta. Era in bilico sul baratro pronto a precipitare sette piani sotto, quando con un colpo di reni risolse la contesa. Aprì la porta e trovo all’interno della stanza un cofanetto di legno con evidenti segni bruciature e un poster appeso alla parete alquanto malridotto. Tracce del fuoco o della combustione atomica erano nette, lasciando a malapena la visione della figura centrale.

Era molto simile a quello notato sulla strada davanti all’ingresso e si leggeva a stento ‘Supermick’.

Michele afferrato il cofanetto si precipitò giù per le scale, appena in tempo per non restare travolto dal crollo del palazzo. Osservava il cumulo di macerie fumanti quando si sentì scuotere sulla spalla. Si voltò e vide il viso di sua madre.

«Sveglia, pigrone o farai tardi a scuola».

Michele grugnendo, perché aveva interrotto il sogno, si alzò e nello specchio vide la sua figura che indossava quella strana maglietta con in cima un segno di sangue.

Disegna la tua storia – nro 11 – Cilindro d’autore o rotolo di carta?

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Angela è una ragazza di trent’anni né bella, né brutta. Una donna matura che sa come destreggiarsi nel mare della vita.

Sta camminando di fretta, come fa tutte le mattine da dieci anni per andare a lavorare. Fa la commessa in un negozio del centro e ha l’incombenza di tirare su la saracinesca. Alle nove in punto, né un minuto prima né dopo deve aprire. Il padrone arriverà con comodo ma lei no.

Anche nella giornata odierna deve correre per non arrivare in ritardo. Si è alzata alle sei per preparare il pranzo per lei e Alice, la figlia. La colazione per la figlia. Lei non ha tempo di stare seduta prima che la scuola bus la prelevi per portarla alla scuola media.

Alice è nata per caso. Si dice così quando ci sono degli incidenti di percorso. Matteo, il padre, ha preferito scappare, quando ha saputo che Angela era incinta. Aveva solo diciotto anni e andava ancora a scuola, quando è capitato, e l’ha finita col pancione.

Caparbiamente l’ha cresciuta da sola, sfidando gli sguardi delle persone e i loro pensieri maligni, guadagnandosi l’ammirazione di chi sta intorno a lei. I primi momenti sono stati difficili ma poi ha trovato il suo ritmo, incastrando tempi e azioni secondo degli schemi che richiedono precisione.

Salutata Alice sul bus, poteva dedicare mezz’ora alla sua persona, prima di uscire di casa.

Anche questa mattina non è trascorsa diversa da quella dei giorni precedenti. Un caffè al volo, due biscotti. Un leggero trucco per coprire le prime rughe, due colpi di spazzola per dare una parvenza di ordine ai capelli rossi e poi la vestizione per iniziare la giornata lavorativa.

Sta andando di fretta verso il negozio, quando si ferma davanti a un cartellone.

Un disegno su un campo bianco e nessuna didascalia.

«Un cilindro insanguinato?» pensa, chiedendosi il senso. «Oppure un rotolo di carta igienica?»

Come lei altre persone osservano quel manifesto, borbottando qualcosa.

«Questi pubblicitari» dice una donna perplessa davanti a quell’immagine.

Un uomo non è d’accordo, perché sostiene che li vogliono sbeffeggiare.

«Uno spreco di carta» borbotta un anziano signore dai capelli bianchi.

«Sarà la provocazione di quel…» esclama una casalinga dall’aspetto trascurato, senza ricordare il nome del provocatore.

Angela guarda l’orologio, accorgendosi di rischiare il ritardo nell’apertura del negozio. Si muove di corsa ma il pensiero è fisso su quel cartellone. Sembra una sfida alla capacità delle persone d’interpretare il senso del disegno. Col fiatone e leggermente sudata arriva davanti alla saracinesca alle nove in punto, infilando la chiave per sollevarla. Nella concitazione del momento si è dimenticata di disinserire l’allarme, che suona furioso.

«Porca paletta!» esclama furiosa, mentre fa cessare il suono della sirena.

Un’anziana signora la guarda con occhio di rimprovero senza che lei ci presti attenzione. Angela è troppo concentrata sul quell’immagine per curarsi degli altri.

Chiusa la porta alle spalle, deposita la borsa nello stanzino e si prepara ad accogliere i primi clienti.

“Barattolo o rotolo di carta igienica? Oppure?” sono le parole che rimbalzano nella testa, mentre sistema il giornale vicino alla cassa. Un’occhiata furtiva ai titoli di prima pagina e rimane folgorata.

Nuova provocazione dell’artista Mazzioli. Tappezzata la città di cartelloni pubblicitari dove campeggia solo un disegno sullo sfondo bianco. Cilindro d’autore oppure carta igienica? L’artista, contattato, afferma che ognuno vuol vedere quello gli interessa’.

Angela esplode in una grassa risata.

Disegna la tua storia – nro 9 – Il cubo misterioso

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Pino era affascinato da quella vetrina. Ci passava tutti i giorni due volte. Quando andava e tornava da scuola.

Una sosta, un sospiro e poi di nuovo in cammino. Nemmeno lui sapeva il motivo di quella attrazione. Si fermava, sospirava e fantasticava,

Stava sopra un piedistallo di trasparente. Forse vetro, ma più probabilmente plastica. Non era l’unico oggetto nella vetrina, né spiccava particolarmente. C’erano molte altre cose più interessanti per un bambino. Uno skateboard, soldatini di piombo, una console per giochi, macchine elettriche o modellini. Era il paradiso per ogni ragazzo. Però Pino vedeva solo quel cubo, un po’ sgraziato con al suo interno una specie polipo tentacolare rosso. In effetti era solo un’illusione ottica perché tutte le pareti, all’infuori quella rivolta alla vetrina trasparente, erano grige opache. Quindi ovviamente quello, che sembrava esserci dentro, per forza di cose era un’immagine riflessa.

Nonostante tutto quel cubo funzionava da calamita, catturando la sua attenzione.

“Devo conoscere il suo prezzo” si disse una mattina nebbiosa di novembre durante la solita sosta. “Voglio mettere da parte il denaro sufficiente per comprarlo”.

Era l’unico oggetto non prezzato e questo lo infastidiva. Spinse la porta per entrare.

«Quanto costa quel cubo in vetrina?» domandò Pino impaziente di conoscere quanti sacrifici doveva fare.

Una bionda commessa dal fisico longilineo fece un sorriso e disse: «Cento euro».

Il ragazzino fece una smorfia di disappunto, pensando alla paghetta settimanale. “Mi serviranno almeno otto settimane per mettere insieme la cifra” pensò dopo un rapido calcolo. “Forse alla vigilia di Natale ce la farò”.

«Grazie» ringraziò Pino uscendo dal negozio.

Adesso aveva un doppio cruccio: sperare che a nessuno venisse in mente di comprarlo e che riuscisse a mettere insieme i cento euro.

Settimana dopo settimana, come una formichina, metteva via quasi tutta la paghetta e sbirciava la vetrina se il suo cubo era sempre lì. Ogni sera prima delle consuete preghiere contava il denaro custodito in una scatola per scarpe.

«Uffa!» borbottava immancabilmente al termine della conta. «Non crescono mai!»

Quell’anno il Natale cadeva di mercoledì, quindi poteva sfruttare la paghetta per intero.

Prese la scatola e vi mise tutto quello che aveva ricevuto alla mattina. Cominciò a contare, mettendo da una parte le monetine suddivise per importo e dall’altra i pezzi di carta, assai meno numerosi. Arrivato alla fine aveva novantanove euro e cinquanta centesimi. Gli mancava il classico pelo per fare cento. Doveva chiedere a sua madre il prestito di cinquanta centesimi per fare cifra tonda.

«Mamma, mi presti cinquanta centesimi? Te li rendo il giorno di Natale con gli interessi» chiese Pino con la speranza che non ne chiedesse l’uso.

La madre lo guardò sorpresa ma gli diede la monetina senza altre domande.

Lui tornò nella sua camera felice. Aveva i cento euro per acquistare finalmente l’oggetto dei suoi desideri. Aspettò con impazienza il lunedì mattina per poterlo stringere tra le mani.

La mattina successiva, quasi volando, arrivò di corsa davanti alla vetrina. Sbiancò, deglutì e spinse l’ingresso per entrare. Sperò che avessero solo cambiato vetrina. Sul piedistallo al posto del cubo c’era un modellino di formula 1.

«Buongiorno» disse con l’ansia che diventava terrore nell’attesa. «Quel cubo che stava in vetrina…».

La commessa bionda passò la mano sulla testa di Pino e disse: «Mi dispiace. È appena entrato un signore a comprarlo. Era un pezzo unico».

Il mondo gli crollò addosso. L’oggetto tanto desiderato era svanito sotto il suo naso. A testa bassa uscì con la sua scatola delle scarpe sotto braccio.

«Questo Natale sarà il più triste della mia vita» commentò amaramente tornando verso casa.

Qualsiasi regalo avesse ricevuto non l’avrebbe reso felice.

La mattina di Natale rimase sotto le coperte. Non gliene importava nulla dei pacchetti ben ordinati sotto l’albero. Lui desiderava un solo oggetto: il cubo e questo non c’era.

«Pino non vieni in sala a scartare i tuoi regali?» domandò la madre, seduta accanto all’albero.

«Arrivo» disse con voce da funerale il bambino, che riluttante infilò le pantofole.

Stancamente lesse i bigliettini e scartò i regali. Giochi, un paio di guanti, un maglione. Sospirò e quasi gli veniva da piangere.

Tutti i pacchetti meno uno furono aperti.

«E questo è orfano?» chiese la madre, mentre il padre a fatica tratteneva un sorriso.

«Non lo so, mamma. Non c’è nessun biglietto» rispose Pino, prendendolo in mano.

«Aprilo» lo incitò il padre. «Così scopriamo a chi deve andare».

Il bambino senza frenesia né entusiasmo cominciò a scartarlo e «Oh!» uscì dalle sue labbra. Era il cubo tanto desiderato.

Disegna la tua storia – nro 8 – Il cappello a cilindro

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Quel cappello rigido, un po’ demodé stava sull’appendiabiti nell’ingresso. Anna Giulia lo ricordava sempre lì, con quel cartoncino rosso infilato nella fettuccia.

Ogni tanto Sara, la colf a ore della casa, lo prendeva con delicatezza e toglieva la polvere che giorno dopo giorno si depositava con precisione millimetrica su quel cilindro grigio. Poi tornava al suo posto.

Anna Giulia era nata e cresciuta in quella casa ormai troppo grande per lei. Però, nonostante tutte le lusinghe di molti costruttori, non aveva mai ceduto a venderla e trasferirsi in un appartamento più confortevole.

“Ma lo sarà mai?” si domandava tutte le volte che qualcuno si faceva avanti con proposte fantasmagoriche di appartamenti ricchi di gadget e ritrovati moderni.

Era un vecchio palazzotto d’inizio novecento con i segni inconfondibili del suo tempo. Il liberty. Stava a due passi dal centro, dalla vasca, come chiamavano quel quadrilatero percorso da migliaia di piedi tutti i giorni con un moto incessante. Lo circondava un giordino, un tempo rigoglioso di rosai e alberi ma adesso un po’ spoglio, perché Anna Giulia lo curava poco.

«Troppo impegnativo per me» spiegava a chi vedendolo in stato di abbandono ne chiedeva il motivo. «Viene ogni tanto un giardiniere ma serve a poco. Solo a non trasformarlo in un’area abbandonata».

La scalinata tra due volute floreali immetteva nell’ingresso ampio ma perennemente buio. La zona giorno si estendeva al piano rialzato mentre una scala di marmo bianco interna portava alla zona notte. Le stanze ampie e dai soffitti alti erano mal riscaldate da caloriferi che smontati e venduti avrebbero fatto la gioia di molti collezionisti.

Anna Giulia considerava quella casa come una sua appendice fissa e sarebbe morta lì tra quelle mura spesse.

Nell’atrio c’era quell’appendiabiti di ferro battuto, anch’esso carico di anni, con sopra quel cappello a cilindro di feltro grigio antracite.

Lei aveva quarant’anni e ricordava, da quando ne aveva tre, la loro presenza. I genitori era scomparsi da tempo, da almeno vent’anni. Non aveva sorelle o fratelli ma solo un paio di cugini, che vedeva di rado. Forse una volta all’anno, per le feste di Natale ma non sempre.

Non si era mai sposata. A venticinque anni c’era andata vicina ma il suo ragazzo ha preferito darsela a gambe. La delusione era stata fortissima e aveva giurato che non avrebbe aperto il suo cuore a nessun altro.

Tutti i giorni da ormai quindici anni andava al lavoro in bicicletta nello studio di architettura più noto della città. Lo stipendio e quel poco ereditato dai genitori le consentivano di vivere senza troppi agi né preoccupazioni. Due settimane di vacanze in giugno sulla riviera romagnola, una settimana bianca a fine gennaio in val Venosta erano appuntamenti fissi.

Anna Giulia sfiorò la tesa con un dito e aprì il portone per uscire.

Disegna la tua storia – nro 7 – L’occhio e il pastorale

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Antonia osservò quello che era stato dipinto sul muretto di cinta della sua villetta.

Si domandò cosa volesse rappresentare un occhio e il pastorale vescovile prima di chiamare Giuseppe per cancellare tutto.

“Un simbolo religioso? Ma quale?” si chiese spostando il peso del corpo da una gamba all’altra. Si dondolava, tenendo la mano sotto il mento. Forse aveva il timore che scappasse via.

«L’occhio di Dio?» borbottò a mezza voce, stringendo gli occhi per mettere a fuoco la figura, appena abbozzata con lo spray. «Non è certo tipico di chi imbratta i muri con vernice indelebile».

Antonia scosse la testa per negare questa interpretazione del disegno. La rappresentazione era diversa. Un triangolo con inserito l’occhio. Qui c’era solo il pastorale sullo sfondo.

«Se invece del pastorale fosse il bastone dei pastori?»

Camminò avanti e indietro, cercando una soluzione ai suoi quesiti, che non trovava.

Poi decise di andare a prendere la macchina fotografica per immortalare quell’assurdo disegno senza senso.

Mentre rientrava, pensò che forse era il segno di qualche banda di malfattori. Ricordava di aver letto a suo tempo che i ladri usano una codifica per stabilire se la casa merita di essere visitata. Quindi foto e poi ricerche, nelo mentre Giuseppe avrebbe tinteggiato il muretto.

«Giuseppe ho bisogno urgente di lei. Deve tinteggiare il muretto, che me lo hanno imbrattato» disse al telefono, una volta in casa.

«Subito?» chiese perplesso l’uomo.

«Direi di sì» si affrettò a precisare. «Ho l’impressione che siano dei segni pericolosi».

Antonia sentì una specie di grugnito dal ricevitore e un borbottio che assomigliava a un ‘va bene’. Adesso doveva cercare la compatta digitale, che di sicuro era nascosta in qualche cassetto. La fotocamera del telefono proprio non c’era verso di usarla con cognizione di causa. Foto mosse o sfocate era il minimo che produceva ma anche le inquadrature erano una follia. “No. Maglio la vecchia e amata compatta” pensò, mentre rovistava nel cassetto della scrivania.

«Eccola!» gridò brandendola trionfante.

Tutta baldanzosa si diresse verso il cancello. A metà vialetto si fermò Incredula. Vedeva una schiena che si muoveva al di là del muretto. Giuseppe stava lavorando di buona lena dipingendo di bianco il muro di cinta. Non poteva crederci. Aveva appena telefonato e lui aveva praticamente finito di imbiancare tutto. Il disegno era sparito sotto il colore che generosamente aveva spalmato.

«Giuseppe» cominciò Antonia abbassando le braccia lungo i fianchi.

L’uomo si volse e portando il pennello all’altezza della fronte la salutò. Poi lo depose nel bidone.

«Antonia, ti ho chiamata a lungo ma sembrava che tu dormissi» fece Giuseppe, riprendendo il lavoro. «Allora come eravamo rimasti d’accordo la settimana scorsa, ho cominciato per finire prima di sera».