La sbronza – il seguito

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Ho scritto il seguito di una sbronza che potete leggere qui.

Dan avanzò di un passo. Poi un altro. Quel imbecille di negro mi vuole aggredire. L’ho sempre detto che bisogna farli fuori tutti, si disse, mentre con gli occhi azzurri chiaro cercava d’inquadrarlo. Lo vedeva barcollare avanti e indietro, ora a destra e poi a sinistra. Non potrebbe starsene fermo quello sporco negro, mormorò ficcando le mani ancora più a fondo nelle tasche.

Sentì il freddo delle chiavi, mentre una folata di vento ancora più gelida spinse alle spalle lo spolverino blu e penetrò nella camicia. Rabbrividì ma non aveva tempo di pensare al freddo adesso doveva difendersi da quello stronzo di negro che impugnava un revolver.

Non aveva nulla con cui difendersi e lo sguardo ruotò intorno alla ricerca di qualcosa. Nulla, proprio nulla. Non poteva entrare da Schmidt & Schindler, perché la porta era chiusa e poi dentro avrebbe trovato i suoi compari. Dalla padella alle braci, pensò con la mente annebbiata dal troppo bere.

Però, merda, disse a denti stretti, non potrebbe stare fermo un attimo? Di sicuro era stato lui a rubarmi la macchina. Era una certezza che veniva dal fatto che non c’era più dove l’aveva parcheggiata.

Sonny era fermo col cavo avvolto sul pugno destro e la scatola dell’interruttore a penzoloni. Aspettava e basta. Quello sporco bianco continuava a tenere la mano dentro la tasca della giacca che mostrava il gonfiore di una calibro 38. Barcollava minaccioso col ghigno a tratti illuminato dalle luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor. Non era un bel vedere, rifletté Sonny che girò velocemente lo sguardo verso la porta di servizio della tavola calda. Era troppo distante, se avesse voluto correre per infilarsi al sicuro. Il tempo di girarsi e fare i cinquanta passi e lui sarebbe morto stecchito da un proiettile calibro 38, che gli avrebbe aperto un buco nella schiena grosso come un pugno. E lui a morire non ci stava. Maledisse una volta di più quegli ubriaconi molesti di bianchi, che si ritenevano unti dal signore e liberi di sparare ai negri.

Dan mosse qualche passo in avanti mentre Sonny ne faceva due indietro. Si fronteggiavano senza proferire parola, mentre le folate di vento facevano rotolare un bidone della spazzatura in mezzo al vicolo. Un rumore sordo che rimbalzava tra le pareti della strada.

Dan e Sonny si voltarono all’unisono in direzione del frastuono generato dal bidone. Non videro niente. Don arretrò di tre passi, tenendo sempre le mani in tasca. Sonny si spostò di lato verso il muro.

«Che cazzo ha di muoversi come se fosse ubriaco?» esclamò Dan, retrocedendo di altri tre passi.

Sonny sogghignò. «Gli ho fatto paura» borbottò, mentre si avvicinava alla porta di servizio.

Dan con la coda dell’occhio vide un poliziotto che a piedi perlustrava la Trentasettesima, mentre la macchina della NYPD andava a passo d’uomo a fianco.

«Ehi! Polizia!» urlò Dan, agitando una mano. «Un cazzo di negro mi vuole sparare!»

Sonny s’infilò rapido nella porta di servizio che chiuse con fracasso alle sue spalle.

Dan si girò e non vide più nulla. Il negro si era dissolto. Devo smettere di bere, pensò tornando sulla Trentasettesima, oppure vedrò negri che mi vogliono sparare dappertutto.

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Intervallo e pubblicità!

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Intervallo

In attesa di cominciare un nuovo progetto. Faccio un piccolo intervallo

Eccomi – foto personale

Sette anni fa mi hanno regalato una piantina di orchidea viola, che anno dopo anno ha sempre fiorito generando anche tre piantine. La pianta madre era in evidente declino e così ho separato le tre piantine che ho messo a dimora in nuovi contenitori. Questo oltre due anni fa. Le nuove sono fiorite e quest’anno per la terza volta hanno prodotto i fiori.

Lunga vita a loro

Fine dell’intervallo e ora…

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È arrivato sul mio Kindle Fire. Prego si accomodi.

la copertina

Con piacere l’ho sfogliato

Un caso per tre

e letto il capitolo 1.

Capitolo 1

Avete indovinato di cosa parlo?

Sì. Bravi. Proprio quello che abbiamo scritto a quattro mani io ed Elena. Per qualche smemorato ricordo dove potete acquistarlo:

Formato EPUB

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Cartaceo

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Per chi ama il cartaceo e ha un Kindle o semplicemente l’app che permette di leggere i formati Kindle, allora può acquistare il cartaceo e aggiungere l’ebook a solo 0,99€. Vi piace l’idea?

Cosa aspettate a correra alla cassa?

Fine della pubblicità

È fatta!

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Un caso per tre

È fatta. Il caso per tre, l’avvincente storia che è uscito qualche settimana fa in formato digitale, è disponibile pure in formato cartaceo qui. Da subito presso amazon.com al prezzo di sei dollari oltre le spese di spedizione. Tra qualche giorno anche sul mercato italiano al prezzo di sei euro e cinquanta centesimi – spedizione gratuita per i clienti Prime.

Per chi volesse ordinarlo in libreria il codice ISBN è 978-1794474901

Scritto a quattro mani con Elena Andreotti – nonsolocampagna – ha trovato la via del digitale e della cartaceo.

In formato ebook lo trovate su Kobo, Google libri, IBS, Bookreplubic la Feltrinelli al prezzo di € 1,99

In formato carta su Amazon.it – per i clienti Prime spedizione gratuita – e in libreria – su ordinazione – al prezzo di € 6,50

Una sbronza

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Era il ventotto dicembre e non era riuscito a smettere di bere. Anzi, era più sbronzo di prima.

Un vento gelido e tagliente come un rasoio fischiava per la Quinta Avenue, gli gonfiava lo spolverino e gli sferzava le costole. Di abbottonarsi la giacca non gli passava neanche per l’anticamera del cervello. Era troppo ubriaco per farci caso. L’andatura era barcollante mentre andava in direzione nord, verso la Trentasettesima Strada, dritto nelle fauci del vento, imprecando come un ossesso.

Tra una folata e l’altra, il volto affilato e arcigno si era fatto paonazzo, mentre gli occhi azzurri chiaro avevano un che di spiritato. Era un’immagine davvero terrificante, con la sequela d’imprecazioni lanciate contro la notte.

Quando raggiunse la Trentasettesima si accorse che dall’ultima volta, che era passato di lì, c’era qualcosa di diverso. Però non capiva dove fosse il diverso.

Quando fosse stata, quell’ultima volta, proprio non riusciva a ricordarselo. C’era un vuoto nella sua testa. Gettò un’occhiata all’orologio per tentare di capirci un po’ di più. Erano le quattro e trentotto del mattino.

Una risata isterica ruppe il silenzio della notte. Per forza che la strada era deserta, pensò. Chiunque avesse avuto un briciolo di buon senso se ne sarebbe restato a letto. A un’ora del genere e col vento gelido da nord era molto meglio scaldarsi con una bella donna piuttosto che girare come uno scemo per la strada alla ricerca di qualcosa che non sapeva nemmeno lui.

In un momento di lucidità ebbe l’intuizione sul diverso che l’aveva colpito. Avevano spento le luci da Schmidt & Schindler, la tavola calda in cui prima aveva visto gli uomini delle pulizie al lavoro. Si ricordava benissimo delle luci lasciate accese, proprio per gli inservienti. E adesso erano spente.

S’insospettì all’istante. Spinse le porte a vetri piazzate in diagonale, proprio sul cantone, ma le trovò chiuse. Schiacciò il viso contro la vetrata sulla strada. Le luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor si riflettevano sulle superfici d’acciaio inox delle cucine e sui banconi in materiale plastico. Il suo sguardo frugò tra le scintillanti cuccume di caffè, i contenitori di minestra, i tostapane, i recipienti per il latte e per i succhi di frutta, e gli scomparti refrigerati. Poi passò sul pavimento in linoleum su entrambi i lati del bancone. Nessun segno di vita.

Pestò sulla porta e ne scrollò la maniglia.

«Aprite questa cazzo di porta!» gridò battendo i pugni sul vetro.

Nessuno si fece vivo.

Sbirciò dietro l’angolo, verso l’entrata di servizio sulla Trentasettesima.

Vide il negro nello stesso istante in cui il negro vide lui: indossava uno spolverino marrone di tela sopra una divisa di cotone blu, guanti bianchi da lavoro e un feltro scuro. Aveva qualcosa in mano.

Capì all’istante che era un uomo delle pulizie. Tutavia la vista di un negro lo convinse che la sua macchina era stata rubata, e non smarrita. Non avrebbe saputo dire il perché, ma ne era certo.

Ficcò una mano all’interno del soprabito e barcollò in avanti.

Arrivano i guai, pensò d’istinto il negro alla vista di quel bianco ubriaco che gli veniva incontro traballante. Ogni volta che esco a scaricare la spazzatura c’e’ sempre un ubriacone bianco del cazzo in cerca di guai.

Per di più era solo. Jimmy, che lo stava aiutando con l’immondizia, era sceso nel seminterrato a piazzare i bidoni sul montacarichi. E il terzo inserviente, Fat Sam, doveva essere andato nella cella frigorifera a prendere qualche pollo da mettere sulla griglia per colazione. Da lì, anche con lo sfiatatoio spento, non sarebbe stato in grado di sentirlo, se avesse gridato. Lo stesso valeva per Jimmy, giù di sotto dov’era. E quel bianco del cazzo aveva già cominciato ad agitare la pistola, neanche fosse stato uno sceriffo dell’Alabama. Prima di riuscire a chiamare aiuto, sarebbe stato stecchito.

Afferrò il pesante cavo collegato alla scatola dell’interruttore e se lo passò attorno al polso, a mo’ di arma rudimentale. Se quel figlio di puttana mi punta la pistola addosso, pensò, gli sbatto questo sulla testa fino a ridurgliela in pappa.

Gli bastò un’altra occhiata per cambiare idea. Da quando sono qui, è la terza volta che un bianco di merda mi punta una pistola contro, si ritrovò a pensare. Se riesco a sfangarmela e non mi succede niente, devo mollarlo, questo lavoro. Devo trovarmi un posto in un negozio dove ci lavora anche altra gente, com’è vero che il mio nome è Luke Williams. Perché questo sembrava pericoloso. Non come altri ubriaconi bianchi, che erano dei semplici rompicoglioni cacasotto. Questo sembrava davvero stronzo. Sembrava capace di sparare a un nero, così, tanto per passare il tempo.

Disegna la tua storia – La partenza

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Ripubblico qui il post del mio turno su Caffè Letterario.

Buona Lettura

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

Ci siamo.

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Un nostro racconto sta prendendo la strada della libreria virtuale – al momento – e presto anche quella reale.

Il racconto scritto a quattro mani da me e Elena – nonsolocampagna – con quei due impiccioni di Debora Nardi e Walter Bruno accompagnati da quel Puzzone che ha un fiuto straordinario, esce come ebook e presto anche come cartaceo.

Correte donne e uomini, bambini e ragazze a comprarlo. Però non spingete, c’è posto per tutti e le copie non si esauriscono, anzi…

Chi vuole partecipare al gioco del 2019?

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Morena Fanti e Io e il silenzio propongono una sfida che potete leggere qui.

Come sarà il 2054? Non lo sapete? Non avete la mitica sfera di cristallo? Non importa. Armatevi di penna stilografica, inchiostro di seppia marrone e carta in abbondanza – ma non troppa per non disboscare un’intera foresta – e mettete a frutto la vostra fantasia.

Nulla vi sarà precluso. Voli tipo Icaro o cadute all’inferno. Insomma il racconto è nelle vostre mani, anzi nella vostra testa.

Iscrivetevi – è tutto gratis  e non si vince nulla, almeno credo 😀 – Ci possiamo divertire spremendo le meningi.

Ah! per le regole… non so. Leggete e aspettate

Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – Il villaggio fantasma

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Una splendida immagine di Etiliyle e un pizzico di fantasia per confezionare questo piccolo racconto

A Venusia andando verso levante si trovano i campi coltivati, per lo più vigneti, perché il vino non deve mai mancare. Lontano due miglia dall’ultima casa di Venusia c’è un piccolo boschetto di arbusti nemmeno troppo vistosi. Dicono che dietro si trovi il villaggio fantasma, che per i venusiani è altrettanto sacro come il bosco degli spiriti. Quindi nessuno si azzarda ad arrivare fino lì.

Per raggiungerlo si passa tra un appezzamento di terreno e l’altro, piccole strisce di terra dove l’erba non cresce mai, consumata dal continuo passaggio degli agricoltori e dei loro mezzi.

Sandra e Lorenzo sono una bella coppia. Lei è alta e dal fisico slanciato, con una chioma che ricade sulle spalle. Lui è più alto della compagna ma magro come un chiodo dai capelli castano chiari che d’estate tendono al rossiccio. Lei studia da medico, lui è già ingegnere. Delle credenze popolari non gliene importano niente per il banale motivo che non ci credono.

«Solo superstizioni» afferma Lorenzo quando parla coi suoi compaesani. «Fantasmi? Tutto ridicolo».

Alza le spalle e ci fa una gran risata.

Hanno esplorato il Castello e non sono morti, né hanno visto ombre vagare per le stanze. Eppure il Castello è curato da tutti i venusiani che si tassano ogni anno per la sua manutenzione.

Sandra aggiunge che i suoi concittadini pagano anche il vitto e l’alloggio del fantasma. «Che sia il famoso fantasmino? Quello del fantasma formaggino?» afferma con le lacrime agli occhi, mentre recita la famosa barzelletta.

«Un inglese, un francese e un italiano si sfidano a resistere una notte in un castello infestato da un fantasma. Il primo giorno si reca nel castello l’inglese. A mezzanotte appare un fantasma urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’inglese scappa terrorizzato.

Il secondo giorno si reca nel castello il francese. A mezzanotte il fantasma entra nella sua stanza urlando “Uuh… sono il fantasma Formaggino!” e il francese scappa ancor più terrorizzato.

La terza notte è il turno dell’italiano. A mezzanotte il fantasma entra e urla “Uuh… sono il fantasma Formaggino!”, e l’italiano risponde “Vieni qui che ti spalmo sul panino!”» e giù gran risate pensando ai suoi concittadini.

Un giorno d’estate Sandra e Lorenzo decidono di arrivare al mitico villaggio nascosto.

Tenendosi per mano si avviano a percorrere le due miglia che li separa dal boschetto. Qui trovano un vero intrico di rovi e arbusti: biancospino e gelsomino selvatico, sambuco e gelso. Ci girano attorno finché non trovano una piccola apertura con un sentiero appena accennato. Un passaggio sotto una cupola di verde.

Sandra e Lorenzo si abbassano per non rimanere impigliati coi capelli nei rami delle piante. Sono allegri e felici per questa scampagnata che hanno programmato da tempo. Il boschetto non è molto lungo da attraversare e dopo pochi minuti sbucano fuori.

«Oh!» mormora Sandra facendo una smorfia di disappunto. «Tutto qui?»

Quattro case o meglio qualche muro ricoperto d’edera è quello che resta del villaggio fantasma.