Daniele – parte ventiduesima

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Se funziona” ammise Natalina con le lacrime agli occhi, “sarebbe un bella beffa per chi sta di guardia”.

Daniele afferra il telefono e chiama Fiorenzo, un amico di vecchia data. Avevano avuto un percorso scolastico comune che aveva cementato una sincera amicizia. Poi le loro strade si erano divise ma il rapporto era rimasto saldo. Si frequentavano di rado ma si sentivano spesso al telefono. Fiore, come lo chiamava con affetto Daniele, operava nel 118. Qualche battuta sui vecchi tempi prima di spiegargli quale favore desiderava da lui. Natalina trattenne il fiato. Sentiva solo le parole di Daniele. Troppo poco per capire se l’amico li avrebbe aiutati.

Sarebbe perfetto” fece Daniele.

…”.

Ok. Ti aspetto. Spero di ricambiarti la cortesia con gli interessi” e gli dettò l’indirizzo di casa.

Muoviamoci” affermò Daniele. “Tra poco meno di mezz’ora sono qui. Prepariamo una borsa con dentro le nostre cose. Non stiamo via molto. Forse una notte. Al massimo due”.

Dove?” chiede Natalina.

Al pronto soccorso!” fece con ironia tagliente Daniele.

Sara imprecò contro Daniele che invece di proteggerla la mandava allo sbaraglio. Si strinse nelle spalle. Cercò con lo smartphone la farmacia più vicina e impostò il percorso. Uscita in strada finse indifferenza ma dentro moriva dalla paura. Sapeva di essere nel loro mirino e non aveva molte speranze di farla franca. Doveva prestare molta attenzione e seguire le istruzioni di Daniele, anche se non era certo della loro buona riuscita. Con lentezza si mosse nello scarso traffico della sera, tenendo d’occhio gli specchietti laterali e quello retrovisore interno.

Se qualcuno mi segue’ pensò la ragazza, ‘dovrei accorgermene con una certa facilità’. Guidando con prudenza e facendo attenzione a chi stava alle sue spalle, si fermò nella farmacia sulla Trionfale. Impacciata comprò una confezione di pannoloni. Adesso veniva la parte più complicata. Come metterlo. Portava jeans alquanto stretti ed eseguire l’operazione nella Smart avrebbe presentato qualche difficoltà. La prima era che doveva fare lo spogliarello sotto un lampione, attirando gli sguardi dei tiratardi romani. La seconda era l’abitacolo, piuttosto angusto. ‘Nemmeno un bravo contorsionista riuscirebbe a farlo agevolmente’ pensò, mentre tornava verso la Smart. Stava per mettere in moto l’auto quando scorse a cento metri sulla sinistra le luci sfolgoranti di grande bar pasticceria. Si mosse per parcheggiare di fronte, avendo cura di infilare nella capace tracolla un pannolone. Il locale era sufficientemente affollato. Non troppo ma nemmeno poco. Ordinò un caffè, osservando chi entrava nel locale. Solo persone in uscita. Nessun ingresso sgradito o pericoloso. Colse il momento per compiere l’operazione in relativa tranquillità.

I servizi?” chiese al barista.

La prima porta sulla destra al termine del bancone” rispose cortese.

Un’ultima occhiata e poi si infilò nella porta. Qualche minuto dopo riapparve nella sala. Tirò un sospiro di sollievo. Era andato tutto bene, anche se l’ingombrante pannolone le dava non poche noie. L’abbigliamento non era molto indicato, perché la costringeva a una goffa andatura a gambe divaricate. Quella tipica dei cavallerizzi. ‘Sopporterò’ pensò, mentre beveva il caffè, apparso sul bancone.

Pagò, tenendo un occhio rivolto all’ingresso del locale. Nessuna faccia sospetta, così le sembrò. Uscita, si diresse con passo deciso verso la Smart. La zona era ben illuminata. Notò una vettura bianca con una donna a bordo, parcheggiata una cinquantina di metri più avanti. A Sara scattò subito un segnale d’allarme. ‘Quell’auto non è lì per caso’ si disse, chiudendo la portiera. Si immise nel flusso del traffico, piuttosto scarso, anche se era domenica sera e solo le ventidue. Anziché puntare l’aeroporto preferì girare verso Rione Prati. Il Leonardo da Vinci poteva aspettare. Doveva capire se era seguita. La Yaris bianca era visibile alle sue spalle. Le stava dietro come un’ombra, senza cercare di nascondersi. Pareva un gesto di sfida oppure mostrava troppo sicurezza.

Sara chiamò Daniele per prendere istruzioni alla luce del pedinamento. La situazione non le garbava per nulla. Aveva pessime sensazioni. ‘Non mi va di fare da esca’ pensò, richiamando il numero sul telefono.

Ciao” disse la ragazza.

Dimmi. Hai molto?” fece Daniele irritato. Non poteva perdere molto tempo. Fiore era arrivato e si doveva sbrigare. La sceneggiata doveva essere perfetta, se voleva beffare i suoi guardiani.

Solo questo. Sono seguita da una donna con una Yaris. Sono nel rione Prati”.

Daniele ci pensò un attimo. “Punta sull’Aurelia direzione A12. All’innesto dell’autostrada ritorna verso Fiumicino. Se noti variazione al tuo seguito, rientra in città e fermati in posto sicuro. Altrimenti vai all’aeroporto come concordato. Non fare manovre che potrebbero insospettire il tuo inseguitore”.

Sara rimase in silenzio prima di salutare e chiudere la conversazione. ‘Bell’aiuto mi ha dato’ rifletté indispettita. ‘Quale sarebbe il posto sicuro?’ le verrebbe da ridire, se la situazione non fosse complicata. Con calma imboccò la vecchia Aurelia, che percorse con circospezione. Prestò attenzione a chi la seguiva. La Yaris bianca era sempre lì, dietro di lei a una cinquantina di metri. I suoi fari illuminavano l’abitacolo della Smart. Procedette a velocità costante, uscendo da Roma.

Osservando il retrovisore interno, le parve di notare che la guidatrice fosse occupata a telefonare. ‘A chi?’ si domandò con una punta di ansia. Il traffico era davvero scarso, ammise con un brivido di paura. Un’imboscata sarebbe stata perfetta. Daniele si era raccomandato di fare il pieno prima di consegnare la Smart. ‘Ma dove?’ pensò Sara, che non aveva incontrato nessuna stazione di servizio. ‘Non me ne frega nulla della benzina. O trovo una stazione di servizio con personale oppure il serbatoio rimane a secco’ si disse determinata la ragazza.

Con la Yaris incollata alle sue luci posteriori si diresse verso l’aeroporto. Parcheggiò nell’area più illuminata e vicina all’ingresso. La consegna della Smart l’avrebbe effettuata alla luce del sole. ‘Daniele può dire quello che vuole’ rifletté Sara, ‘ma fare da parafulmine proprio no. Ci tengo a tornare a casa sana e salva’.

Velocemente guadagnò l’ingresso nell’aerostazione e puntò con decisione verso il bar.

La notte sarebbe stata lunga. Restare sveglia sarebbe stata una bella impresa.

Eliseu con Clara chiamò Juan per accertarsi che fosse fuori del portone. A quel punto uscì dirigendosi con passo svelto verso la limousine nera con targa consolare.

Una volta dentro al sicuro Eliseu spiegò al cognato la situazione. “Non dovremmo correre pericoli” disse, stringendo la mano di Clara, “Ma due gruppi di persone stazionavano sotto il caseggiato. Le loro intenzioni non sono amichevoli”

Juan mostrò sorpresa. Non capiva il motivo del coinvolgimento della figliastra e della cognata in quello che stava accadendo. “Nessuno può associarvi a Natalia e sua sorella. Il mio omonimo portoghese ti ha usata come scudo per seguire Natalina senza farsi notare. Gli altri, non credo, ti assoceranno con quei lontani anni veneziani. Non vedo pericoli imminenti”.

Eliseu annuì ma chiarì che era solo una mossa precauzionale, quella di stare chiusa un paio di giorni nell’ambasciata. “Daniele mi spellerebbe viva, se capitasse qualcosa a Clara” concluse.

Juan continuava a comprendere poco quel ragionamento e i motivi per i quali la figliastra correva dei pericoli. Gli sembrò che Eliseu fosse reticente e gli nascondesse una parte di verità.

Va bene” accondiscese Juan. “Per alcuni giorni sarete mie ospiti. L’ambasciata è un porto di mare ma lì starete al sicuro.

Giunto dinnanzi al cancello. La limousine entrò, dopo che gli occupanti furono identificati e ammessi nel recinto interno.

[continua]

Daniele – parte ventunesima

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copertina dell’ultimo libro
Racconti di Vita

Visto che è quasi ora di cenare. Faccio un salto da Toio per prendere qualcosa” spiegò Daniele, alzandosi dalla sedia. Poi si rivolse a Natalina. “Te la senti di arrivare all’angolo della via? All’enoteca? È sempre aperta. Poi guarda se ha qualche stuzzichino per aperitivo”.

Natalina annuì. Avrebbe preferito starsene in casa ma Daniele aveva in mente qualcosa. Vino e mangiare ce ne era a sufficienza per tutti. ‘Noi due in mezz’ora possiamo preparare un’ottima cenetta’ pensò, avviandosi verso la camera per indossare qualcosa.

Ho necessità di verificare quante persone controllano la casa” sussurrò Daniele, mentre infilava un giubbotto pesante. “Tu esci per prima e io ti seguo. Così posso vedere quante persone si muovono. Dobbiamo usare prudenza”.

Prima di uscire Daniele si raccomandò a Sara ed Eliseu di non rispondere al citofono né aprire la porta blindata. “Noi abbiamo le chiavi dell’ingresso” concluse il ragazzo.

Natalina ebbe un brivido. Non le andava di fare da esca ma aveva fiducia in lui. D’altra parte aveva compreso due cose. La prima era che lei si trovava sotto tiro di qualcuno che non vedeva di buon occhio il suo attivismo in Brasile. La seconda, sua sorella era entrata in un giro pericoloso. Daniele aveva intuito questo e non voleva che nessuno di loro corresse dei rischi inutili. Le precauzioni erano d’obbligo.

Uscita dal portone, si avviò per la via, mostrando sicurezza all’esterno ma ansia all’interno. Non doveva voltarsi ma proseguire ignorando chi le stava alle calcagna. Camminò spedita nella strada non ben illuminata. L’enoteca si vedeva in lontananza con le vetrine luminose e i barili a mo’ di tavoli. Nessuno sostava fuori. La temperatura, pur non essendo particolarmente rigida, avrebbe fatto congelare anche i più incalliti fumatori.

Daniele, uscito qualche istante dopo Natalina, allungò il collo, come se stesse cercando qualcosa. Dall’altra parte della strada un uomo ben imbacuccato, molto più del necessario, si avviò lentamente. Nel buio della sera non era facilmente riconoscibile. Anzi si notava solo la statura, mentre il resto era impossibile da decifrare. Dal suv, parcheggiato poco più avanti, scese il compare di Juan e seguì Natalina a una decina di metri. Daniele fischiò leggermente, mentre controllava che la Smart gialla fosse in ordine. Dunque come avevo previsto, pensò il ragazzo, avviandosi verso la trattoria da Toio. Due ospiti non graditi montano la guardia.

Natalina, come da accordi, finse di cercare qualcosa vicino alla vetrina, facendo attenzione al passaggio di Daniele. ‘Nessuno lo sta seguendo…’ pensò ma si corresse subito. ‘No. Una donna è chiaramente alle sue spalle’. Gli mandò un messaggio. ‘Fa attenzione. Una giovane donna con un giubbotto nero è alle tue spalle’.

Sulla parete ben ordinate c’erano innumerevoli bottiglie divise per regione e tipologia di vino. Bianchi, rosati e rossi. Gli spumanti erano in un scaffalatura separata. Chi sapeva cercare avrebbe fatto in fretta ma Natalina non aveva nessuna idea. Inoltre doveva perdere tempo in attesa che Daniele facesse la sua ricomparsa.

Ha trovato qualcosa?” fece una voce cavernosa dietro Natalina.

Lei si girò con calma. “Sì e no” ammise. “Mi può aiutare?”

Un uomo col grembiule blu sorrise e le chiese che tipo di vino cercava.

Un rosso” disse Natalina, guardandolo fisso negli occhi. Era la prima risposte che le venne in mente. Tanto per perdere altro tempo precisò che erano tutte donne. “Non troppo corposo ma nemmeno dolce. Insomma mi consigli lei. Cosa mi suggerisce?”

Un bel sorriso comparve sul volto di Natalina, mentre teneva d’occhio la vetrina.

Il proprietario le mostrò diverse bottiglie, mentre lei annuiva poco convinta. Natalina avvertì nella tasca del piumino la classica vibrazione di un messaggio in arrivo. Doveva sbrigarsi, perché Daniele era di ritorno. “Prendo queste due” disse in tono frettoloso. “Una borsa di plastica va bene. Mi dia anche un vassoio di tartine”. Con lo sguardo indicò degli stuzzichini sul bancone lucido.

Adesso aveva fretta. Sperò che Daniele avesse aspettato un po’ in attesa che lei riprendesse la strada di casa.

Daniele, non vedendola uscire, si fermò una decina di metri prima, come se cercasse qualcosa in tasca. Nel riflesso di una vetrina illuminata vide che la sua inseguitrice si era fermata incerta sul da farsi. Lui si girò e le andò incontro deciso. La donna sembrò fare dietro front ma poi ci ripensò e rimase ferma.

Mi scusi” disse Daniele, osservandone il viso. “Saprebbe dirmi che ore sono?”

Una scusa talmente plateale che non avrebbe ingannato nemmeno un bambino. Lei bofonchiò qualcosa di poco intellegibile in preda all’agitazione di essere stata scoperta. “Grazie. Non importa” fece Daniele con un mezzo inchino e riprese la marcia. I due uomini erano fermi. Quasi di fronte ma su marciapiedi opposti. Avrebbe potuto affrontarli ma lui sorrise, notando la figura minuta di Natalina sgusciare fuori dall’enoteca con due borse di plastica nelle mani.

Affrettò il passo per raggiungerla, incurante delle tre figure che si erano mostrate molto maldestre nel pedinamento. Le diede un bacio sulla guancia e le cinse le spalle. “Missione compiuta” sussurrò nel suo orecchio. Natalina si rilassò e prese sotto braccio Daniele. La sua presenza l’aveva rassicurata.

Rientrati in casa, si informò se qualcuno si fosse fatto vivo. “Nessuno” rispose Sara. “Tutto tranquillo. Qualcosa non va?”

Prima si va a tavola. Poi parliamo” disse Daniele secco.

Consumata in fretta la cena, tornarono nel soggiorno.

Non voglio mettervi in agitazione ma preferisco essere chiaro” esordì Daniele, mentre sorseggiava un succo di mirtilli. “Due gruppi di persone tengono sotto controllo il portone. Finché siamo qui, non corriamo pericoli”.

Si udì il respiro sibilante di Sara ed Eliseu, spaventate. “Chiamiamo la polizia” fece Sara. Daniele rispose con una risata, scuotendo il capo in segno di diniego. “Con quale scusa?” chiese ironico.

Il silenzio calò nella stanza. Daniele le guardò negli occhi, per interrogarle. Poi illustrò il suo pensiero sulle prossime mosse. Si rivolse verso Eliseu. “Tu, a parte Juan, non sei conosciuta all’altro gruppo. Quindi…”.

Eliseu lo interruppe per informarsi chi erano le persone che stavano in strada. Non capiva quali reali pericoli corressero.

Nessuna certezza ma credo che Juan e il suo compare puntino a Natalina per le sue attività in Brasile” e fece una breve pausa, osservando le reazioni della ragazza. Un suo lieve cenno del capo confermò la congettura di Daniele.

L’altro gruppo, un uomo e una donna, sperano che noi li conduciamo da Natalia” concluse Daniele, che rimase in attesa di domande.

Nessuno fiatò. “Quali sono i più pericolosi?” domandò Eliseu. “Non saprei ma non voglio che abbiate delle noie” rispose il ragazzo.

Daniele finì la sua bibita con calma, prima di riprendere a illustrare il suo piano. “Eliseu, hai detto che tuo cognato lavora all’ambasciata?”

Sì”.

Potresti contattarlo per farvi venire a prendere con una loro macchina? Chiedi anche ospitalità per diversi giorni” disse Daniele.

Non capisco i motivi” affermò decisa Eliseu.

Non capisci?” esclamò Daniele sorpreso. “Clara può diventare un oggetto di scambio interessante per Juan, che è l’unico ad associarvi a Natalina”.

Il gelo scese nella stanza. Le parole di Daniele avevano convinto tutti che la soluzione proposta fosse la migliore.

Eliseu prese il cellulare e chiamò l’ambasciata. “Tra mezz’ora saranno qui a prenderci” fece, riponendo il telefono nella borsa. “Sei stato convincente”.

Al cessato pericolo ti chiamo” disse Daniele, mentre annotava il numero nella sua rubrica.

Adesso c’era da sistemare Sara. “Tu” e con gli occhi si rivolse a lei, “dovresti trascinarti dietro uno dell’altro gruppo. Sotto casa c’è una Smart gialla. Piuttosto vistosa. Facilmente riconoscibile”. Daniele fece una bella risata alla sua battuta. “L’ho noleggiata a Fiumicino ieri mattina. Tu dovresti riconsegnarla e pagare il noleggio…”.

Ma…” lo interruppe Sara.

Niente ma. Ti dò carta di credito e documenti” e le spiegò cosa doveva fare e dove andare.

Una volta all’aeroporto resta lì. Sempre in posti ben frequentati. Evita toilette e corridoi poco illuminati…” le illustrò Daniele.

Ma se mi scappa…”.

Ti fermi alla prima farmacia. Compra un pacco di pannoloni e te ne metti uno” affermò deciso Daniele.

Sara divenne paonazza per la rabbia, mentre gli altri ridevano. “E se me ne vado a casa invece?” ribatté incollerita.

Daniele si grattò la guancia. “Non penso sia una saggia idea. Ho il presentimento che stanotte il gruppo di Natalia vorrà forzare la mano. Sanno che li ho individuati. Quindi passeranno all’azione”.

Il silenzio calò nella stanza. Gli sguardi si incrociarono timorosi. La situazione pareva seria. Molto di più di quanto si prospettava a prima vista

Sara, non so se sei nel loro mirino ma certi sgarbi devono essere ricambiati. Comunque credo che, se sono qui, è perché ti hanno seguita e ti tengono sotto controllo. E sai bene il perché”. Daniele espose il suo pensiero con chiara brutalità.

Sara annuì. Non ci teneva a fare l’eroina. Prese chiavi, documenti e carta e si avviò per uscire. Nel frattempo squillò il telefono di Eliseu per avvertirla che l’auto le attendeva in strada.

Daniele si alzò per accompagnarle alla porta. Baciò sulla guancia Eliseu e strinse Clara al petto. “Siate prudenti. Rimanete chiuse nell’ambasciata. Conto di rivedervi presto”. Le trattenne per consentire a Sara di uscire per prima in relativa sicurezza. Non dovevano associarla a loro.

Rimasti soli, Daniele illustrò a Natalina il piano che aveva pensato.

La ragazza sgranò gli occhi e poi scoppiò a ridere.

[continua]

Un mini racconto extra

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Per pasqua Scrivere creativo ha proposto un nuovo racconto extra con pochi indizi e una foto

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Nessun limite alla nostra loquacità.

Ecco cosa ho pensato.

Oggi è Pasqua ma c’è poco da stare allegri. Per me è un giorno qualsiasi, esattamente come ieri, l’altro ieri e i giorni prima. Che c’è da festeggiare? Nulla. Se ripenso a un anno fa, forse qualcosa ci sarebbe. È stata l’ultima Pasqua trascorsa in famiglia ma poi sono diventato l’uomo col capello di paglia. Quello che sta all’angolo della strada a elemosinare un nichelino per comprare un pane e un po’ di vino. Lo so che fa rima ma cosa posso farci? Mi è venuto il pensiero così. Metto sempre il capello di paglia appoggiato sul marciapiede con la speranza che qualche anima buona ci metta dentro qualche centesimo.

Tengo gli occhi bassi. Non mi va di pretendere pietà per la mia condizione di barbone. Ho una certa dignità nel chiedere qualche soldo alla gente che passa, che a malapena mi degna di uno sguardo di disapprovazione, perché non sono vecchio e potrei lavorare. Ma come posso se ho perduto tutto. Famiglia, casa, auto e lavoro? Chi prende un fallito?

Accidenti! Un pezzo di carta vola nel capello di paglia. Ma è un Benjamin Franklin! Azz! Cento dollari! Alzo lo sguardo per ringraziare e cosa vedo…

 

Cosa vede l’uomo? Non lo so. Lo lascio alla vostra immaginazione

La mia storia 1 – videotelling

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tratto dal web.

Questa volta Scrivere Creativo propone un videotelling. Sono andato fuori tema ma la vignetta finale mi ha fatto tornare bambino, quando leggevo alla domenica il Corrierino dei Piccoli con le avventura del Signor Bonaventura dell’indimenticato Sergio Tofano. Ecco quello che ho ideato.

 

Il signor Bonaventura andava ogni giorno a lavorare come tutti i bravi impiegati con il suo giubbetto rosso e pantaloni bianchi e l’immancabile ombrello. Era sempre allegro anche quando gli capitava di cadere in un buco nero. Non perdeva il suo buon umore, neanche quando gli rubavano il portafoglio. Era sfortunato come Paperino. Non gli andava bene nulla. C’era sempre un inghippo che faceva terminare male ogni impresa. Lui aveva sempre un sorriso per tutti. Alzava le spalle e diceva: “Andrà meglio la prossima volta”. Un giorno trovò per terra un biglietto della lotteria, che vinceva un milione di euro.

Daniele – parte ventesima

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la prima rosa – foto personale

Nessuno mostrò sorpresa a quella rivelazione, perché gli unici, che in teoria dovevano ignorarlo, l’avevano ampiamente intuito.

Daniele si avvicinò a Clara per stringerla. “Ciao, piccola”. La ragazza ricambiò la stretta. “Ciao, papà”. Poi ognuno riprese il proprio posto senza aggiungere nulla alla rivelazione di Sara.

Dunque sesso e droga” disse Daniele, roteando lo sguardo sulle tre donne. “Dico bene, Sara?”

Sara annuì col capo. Non poteva negare. Ricordava bene quel giro. Droga contro soldi. Natalia, l’insospettabile universitaria, era una pusher che poteva sfuggire ai controlli. Il coperchio era stato sollevato, tanto valeva spiegare.

Io mi sono tenuta al largo da questo traffico, redditizio per tutti. Natalia tentò più volte di coinvolgermi ma preferì non partecipare” spiegò Sara con gli occhi bassi.

Però oltre a questo c’era anche sesso” incalzò Daniele, deciso a ottenere una confessione completa. Gli dispiaceva per Clara ma gli sembrava una ragazza più matura dei suoi quattordici o quindici anni. L’età esatta non la conosco ma facendo una bozza di conti deve essere quella, pensò Daniele, e di certo capirà di cosa stiamo parlando. “Sesso a pagamento” concluse dopo una breve pausa.

Sara annuì, travolta da tutte quelle rivelazioni. Si vergognava di quel passato, che aveva sperato di cancellare o ridurlo all’oblio ma la scomparsa di Natalia lo aveva portato a galla.

Daniele notò che Natalina aveva il viso serio e sofferente. Anche se ne avevano già parlato in privato, apriva una ferita nel suo animo. Era difficile ammettere che una sorella avesse venduto il proprio corpo in cambio di soldi.

La vostra fuga da Venezia è dovuta a uno sgarbo al boss che vi teneva in pugno” affermò Daniele. “L’avete denunciato alla polizia in modo anonimo per tenervi i soldi dell’ultima fornitura”.

Daniele usò ancora l’arma di affermare il falso per far affiorare la verità.

Sì” ammise Sara. “Natalia spedì le prove che incastravano Carlo. Io dovetti fuggire a Berlino. Lei trovò riparo a Roma”.

Daniele ebbe un lampo. Adesso aveva tutto chiaro. Sapeva dove si nascondeva Natalia ma c’erano degli ostacoli. ‘Li aggiro oppure li affronto di brutto?’ pensò senza trovare una risposta risolutiva. Accantonò la scelta a più tardi.

Eliseu” disse Daniele per attirare la sua attenzione. “Quel Juan era ancora sotto casa, quando siete arrivate?”

La donna sembrò pensarci. “Forse sì. Mi pare d’averlo intravvisto”.

Daniele si strofinò con la mano la guancia. La barba non tagliata gli dava fastidio. Una sensazione di prurito. Però non era il viso non rasato a preoccuparlo ma quel Juan che stazionava nella strada. Doveva escogitare un mezzo per metterlo fuori combattimento. ‘Come?’ pensò.

Il fatto che avesse seguito Natalina non significava nulla. Non era la prova che l’avesse scambiata per la sorella, rifletté Daniele, ma poteva essere interpretato in altro modo.

Hai detto di aver conosciuto un Juan a Venezia. Dico bene, Sara?” domandò Daniele dopo la breve riflessione.

La ragazza ebbe un sobbalzo. Ancora un fantasma del passato. Chi ne ha parlato? Si chiese accigliata. Già il giorno precedente Daniele aveva estratto quel nome. ‘Oggi è più diretto’ si disse. Poi associò la domanda a Eliseu, apparentemente slegata alla sua. Quel nome è molto comune nelle comunità portoghesi e questo poteva depistare. Aveva compreso dove puntava Daniele. Voleva capire se quel Juan fermo sotto casa è anche quello conosciuto a Venezia. Cercava un tassello che unisse quegli anni turbolenti veneziani alla scomparsa di Natalia.

Se cerchi una connessione tra la persona che monta la guardia a casa tua e quella conosciuta a Venezia” disse Sara rinfrancata, “sei fuori strada. Il nome è lo stesso ma le persone sono diverse”.

Eliseu sorrise. Anche lei aveva compreso il senso della domanda. “Quel Juan, che a Venezia si faceva chiamare da Natalia in modo esotico John, è mio cognato. Ha sposato Ana ed è il patrigno di Clara”.

Daniele abbozzò un sorriso amaro. Una stampella della sua intuizione era crollata miseramente. Eppure il suo sesto senso era all’erta. Gli suggeriva che quel personaggio che aveva fatto il viaggio da New York a Roma via Milano aveva uno scopo preciso: cercare Natalia, seguendo la sorella. Ma chi è veramente Juan? Si chiese Daniele. Poi si domandò se invece non stesse inseguendo un fantasma che rischiava di depistarlo.

Tutto era immobile nella stanza. L’aria, le persone, gli oggetti. Sembrava che si aspettasse un qualcosa per stimolare la conversazione ma tardava ad arrivare.

Clara era stata sempre in silenzio, attenta ad ascoltare i discorsi dei grandi. Molto di quello di cui parlavano per lei erano frasi oscure, senza senso. Però la sua ammirazione per Daniele cresceva, se lo coccolava con gli occhi. Aveva un modo di fare, di parlare che le piaceva. Mai un tono di qualche ottava sopra il loro. Mai uno scatto di nervosismo. Sempre razionale nell’esposizione dei fatti.

Daniele ruppe quell’atmosfera silente con una domanda, rivolta alla tre donne.

Chi è quel Juan che monta la guardia alla mia porta?”

Natalina scosse il capo. Per lei era un perfetto sconosciuto. Lo disse apertamente. “L’ho appena intravvisto insieme a Eliseu durante volo notturno. Quel viso non mi ricorda nessuna persona nota. Neppure incrociata durante i miei spostamenti a Bahia”. Natalina continuò a frugare nella mente con la speranza di attribuire a quel volto un significato. “No. Un volto proprio ignoto” concluse.

Eliseu non ritenne opportuno aggiungere altro. Aveva già spiegato come l’aveva conosciuto. Dopo la fiammata iniziale la conversazione era morta, perché lei si era infilate le cuffie per ascoltare della musica.

Decisamente enigmatica questa figura” ammise Daniele. “Non riesco a classificarla. Eppure ha trovato ad attenderlo un compare, che a spanne parlava portoghese come lui”.

Daniele si immerse in una riflessione. Gli venne un sospetto che doveva fugare. Aveva intuito il nascondiglio di Natalia. Non aveva prestato la dovuta attenzione alle parole della sorella ma adesso erano affiorate nella mente. In modo inconsapevole gli aveva permesso di comprendere il rifugio. Però era Juan con il suo compare al centro della sua attenzione. Doveva fare in modo che non lo seguisse, quando si sarebbe mosso alla ricerca di Natalia.

Natalina” fece Daniele per attirare la sua attenzione. “Tre mesi fa ci siamo sentiti per telefono, dico bene?”

La ragazza annuì col capo, anche se non comprendeva il senso di quelle parole. È vero che mi ha raggiunta a New York ma ritengo irrilevante la domanda, pensò, aggrottando la fronte.

Come è andata la raccolta di fondi per i meninos de rua?” domandò Daniele, suscitando la sorpresa di tutti. Non si aspettavano questo cambio di argomento, tanto lontano dalle questioni trattate in precedenza.

Natalina sgranò gli occhi. ‘Che c’entra quella raccolta con Natalia?’ pensò la ragazza, sbalordita da quella uscita di Daniele.

Abbastanza bene” rispose Natalina. “Non tutta la cifra ma un buon tre quarti è stato raccolto”.

Daniele si abbandonò a occhi chiusi sulla sedia, appoggiandosi allo schienale. Sembrava meditare la prossima domanda. “Qualcuno ha promesso e poi ha disatteso?” fece Daniele, azzardando un’intuizione.

Natalina fu colta in contropiede da questa affermazione. Di questo non ne aveva parlato con lui. Anzi erano pochi a conoscenza del fatto. ‘Che abbia capacità di leggere il pensiero?’ si chiese la ragazza, sgranando gli occhi.

In effetti la parte mancante…” e poi si fermò. Adesso comprendeva il nesso tra Juan e la domanda di Daniele. Chi aveva fatto mancare l’ultimo quarto era stato un gruppo portoghese. Juan, caso strano, è portoghese, si disse, cogliendo l’associazione tra le due cose.

La Medeos aveva promesso centomila dollari. Sembravano entusiasti. Hanno notevoli interessi in Sud America e negli States. Sarebbe stata una bella pubblicità. Ma al momento del closing hanno rinunciato. Sembravano intimoriti” spiegò Natalina.

Daniele sorrise soddisfatto. “Ma la cifra mancante…” iniziò a chiedere.

È mia intenzione tornare a New York alla ricerca di altri sponsor. Quei centomila dollari servono e sono urgenti” chiuse l’argomento Natalina.

Sara ed Eliseu si guardarono, non avendo capito il senso di quel dialogo.

In conclusione i due compari sono per te e ti vogliono intimidire” disse Daniele col sorriso sulle labbra.

Credo proprio di sì” ribadì Natalina.

Adesso questo tassello è andato a incastrarsi nel posto giusto, pensò Daniele, ma il problema rimane: come sfuggire alla loro attenzione. Non poteva spiegare la sua idea, perché oltre a Juan e il suo compare di certo c’erano i boss della droga sulle loro tracce. Non poteva coinvolgerle in questa operazione piena di rischi, né tanto meno mettere a repentaglio la loro sicurezza. Adesso c’era anche Clara da proteggere. Nessuna idea.

Daniele si strinse nelle braccia, sperando di trovare l’ispirazione vincente. L’orologio appeso al muro segnava le diciotto passate. Fuori c’era ormai buio da tempo. Lui le osservò, pensando a cosa fare. L’ideale sarebbe tenerle tutte nell’appartamento ma non era praticabile.

La lampadina si accese all’improvviso. Sapeva cosa fare nelle prossime ore.

[continua]

La mia storia – miniesercizio 15

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Foto tratta da Wikipedia

Questa settimana Scrivere creativo mi ha messo a dura prova. Una foto, una mossa vincente e una preoccupazione. Mica semplice non conoscendo il gioco. La foto è sotto. Il resto è quello che ho partorito.

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Sam osserva il tabellone. Tiene un piede sotto la natica. Sa di non avere scampo.

“Forza Sam” dice Joe sicuro della vittoria e di avere la partita in pugno. Bill e John hanno scommesso che vincerà Joe. Lui è il più forte. Una mente sopraffina. Sul goban il bianco di Joe ha catturato quasi tutte le nere di Sam. Tenendo il nero tra le due dita, finge di posarla nell’unico punto possibile. Poi la mette laddove Joe non si aspetta. La mossa del suicidio. Un sussulto di Joe. Sam ribalta la situazione. Ha vinto. “Colpo da maestro, Sam” ammette Joe.

sono finito nello spam

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il fiore del mio melo – foto personale

WordPress mi ha messo di nuovo nella lista dei cattivi. Da oggi pomeriggio i miei commenti li potete leggere solo nello spam.

E va bene un po’ di quarantena non guasta anche se mi morde.

Se qualche anima pia volesse togliermi dalla lista dei cattivi, la ringrazioi

Daniele – parte diciannovesima

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primule in giardino – foto personale

Daniele aggrottò accigliato la fronte. Poi distese i lineamenti e alla fine comparve un leggero sorriso sulle labbra. “Sali” disse, azionando l’apertura della porta. Si mise di lato rispetto al battente semi aperto.

Natalina aveva sobbalzato lievemente a quel trillo inaspettato. Osservò il viso di Daniele alla ricerca del nome di chi aveva suonato. Le bastò una frazione di secondo per capire chi fosse. Al malumore iniziale subentrò la sensazione che forse si sarebbe venuto a capo del mistero di sua sorella.

Eliseu rimase fredda e impassibile sul divano, come se fosse lì per caso. Del nuovo arrivato pareva non importarle nulla sia fosse uomo o donna.

Clara di sghimbescio si volse verso Daniele e incrociò il suo sguardo attraverso lo specchio di lato alla porta. Non abbassò gli occhi né si rimise composta sul divano. Continuò a fissare quello che di certo era suo padre biologico. Più l’osservava, più provava empatia verso di lui. Ana, che considerava la madre, anche se non lo era, aveva sempre sostenuto di ignorare chi fosse. Clara ammise che non le aveva raccontato bugie. Solo Sara ne conosceva l’identità. Quest’uomo le assomigliava tremendamente e poi il richiamo del sangue non poteva mentire. Adesso che era sola, avrebbe voluto vivere con lui. Con Sara, no. Con lei, no. Però non poteva decidere. Sarebbe stato Juan, il patrigno, a stabilire il suo futuro almeno per i prossimi quattro anni. Poi con la maggiore età avrebbe deciso in autonomia. ‘Se deve attendere quattro anni, saprà farlo?’ era quanto si chiedeva con un pizzico di ansia. Si rimise composta. Qualunque fosse la persona che stava salendo, per lei era un dettaglio trascurabile, di poco conto.

Daniele aveva notato lo sguardo insistente della ragazzina ma non voleva farsi suggestionare da pensieri che potrebbero essere falsi. Però la supposizione di Natalina, che Clara fosse la fantomatica figlia, poteva essere vera. Di una cosa aveva la certezza. Juan ed Eliseu non si conoscevano. Hanno fatto il viaggio insieme ma da perfetti sconosciuti, pensò Daniele. Come la falena insegue la luce, loro seguivano Natalina, che avevano scambiata per sua sorella. Quello che gli rimaneva ignoto, era il motivo del loro viaggio, iniziato all’aeroporto di New York, dove Natalina aveva dovuto fare scalo per raggiungere Milano. ‘Un incontro casuale oppure programmato da una regia esterna?’ pensò, Daniele, accogliendo Sara sulla porta. ‘Ecco un nuovo quesito da sciogliere’.

Ciao”. Un casto bacio di Daniele sulla guancia accolse Sara.

Lei si irrigidì, osservando il divano. Avrebbe voluto non essere qui ma ormai c’era. Non poteva fare dietro front e sparire.

Credo che Eliseu Mello e la nipote Clara le conoscerai già” fece Daniele, tenendola per un braccio.

La ragazza annuì brevemente e agitò la mano in segno di saluto. ‘Fetente’ si disse Sara, pensando a Daniele. ‘Poteva anche dirmelo che c’erano loro’. Doveva mascherare l’ansia interna. Era conscia che la conversazione avrebbe assunto toni sgradevoli per lei.

Ciao Eli” disse lei rivolta alla vecchia amica. “Ciao Li…” e il saluto rimase a metà.

Daniele sorrise. Ho la conferma che Clara è effettivamente mia figlia, pensò il ragazzo. La ragazzina ebbe un sussulto appena percettibile ma riprese la compostezza della postura. Più che sorpresa mostrò un senso di fastidio. ‘Sempre con quel nome’ sbuffò in silenzio.

Ciao Clara” fece Sara, che ricordava con quanta acrimonia la sera precedente la figlia avesse detto che il suo nome non era Lisa.

Le due donne le fecero posto sul divano, dove Sara si sistemò col busto rigido in mezzo a loro.

L’atmosfera era gelida. Tutti in silenzio o quasi. Daniele chiese a Sara cosa desiderasse. “Noi stiamo prendendo un tè” concluse. La ragazza annuì, accettando l’offerta. Daniele sparì in cucina a preparare un nuovo infusore col tè verde. Dal soggiorno arrivavano appena udibile i loro respiri. Mentre aspettava il bollore dell’acqua Daniele provò a raccogliere le idee. Grandi passi in avanti non c’erano stati. Solo un tassello era andato al posto giusto: Clara o Lisa, come si era abituato a chiamarla. Però era più personale che relativo alla scomparsa di Natalia. La presenza di Eliseu potrebbe servirgli per forzare la mano a Sara, che si era mostrata alquanto reticente.

Rientrato nella stanza, Daniele rimase deluso. Tutti in silenzio, come se aspettassero che fosse lui a parlare. L’imbarazzo era concreto. Nessuno fiatava. Daniele stava per porre una domanda, quando fu preceduto da Natalina.

Quando al JFK di New York sono salita sul volo Air France, ho ascoltato una conversazione in portoghese tra te e un uomo. Sono rimasta stupita. Come mai ti trovi in Italia?”

Un breve sospiro. Uno schiarirsi della voce. “Una settimana fa mio cognato, Juan Pinto, mi ha svegliato nel cuore della notte con una terribile notizia. Ana, mia sorella, era deceduta. Era ammalata e l’avevo sentita qualche giorno prima. Non immaginavo un crollo così repentino. Non sono riuscita a darle l’estremo saluto”.

La sua voce si incrinò per la commozione e gli occhi divennero lucidi. Natalina si alzò per abbracciarla. “Sono addolorata. Non volevo rinvangare questo dolore” disse Natalina dispiaciuta.

Ripresa la compostezza, Eliseu spiegò come avesse fatto il viaggio con questo sconosciuto. L’aveva sentita parlare in portoghese con la compagna Marcia, che l’aveva accompagnata da San Diego dove vivevano.

Daniele sorrise. Aveva intuito anche questo. Tuttavia ascoltò quanto aveva da dire Eliseu senza intervenire.

Quest’uomo disse di essere brasiliano. Ma so riconoscere un portoghese da un brasiliano nella parlata. Secondo me era originario della zona nord del Portogallo. Braganza o da quelle parti”.

Natalina annuì. Non poteva essere brasiliano. Lì si usano altri termini e la cadenza era differente. Ricordava con chiarezza la sua voce.

È stato strano che ti abbia scambiata per tua sorella. Sono una buona fisionomista” disse Eliseu, volgendo lo sguardo verso Natalina. “Ti ho solo intravvista. Il taglio degli occhi e la voce erano identici a quelli di Natalia”.

Natalina sorrise, ammettendo che questi due particolari avrebbero tratto in inganno chiunque. In particolare la voce.

Poi a Roma, dove Clara mi attendeva, ho scoperto che anche tu avevi fatto il viaggio da Milano. Una coincidenza strana. Credevo di aver rivisto casualmente una vecchia amica, che sembrava non avermi riconosciuta. Così vi ho seguito fino a qui” concluse il suo racconto Eliseu.

Potevi fermarmi” convenne Natalina.

Eliseu parve riflettere prima di rispondere. “Quell’uomo, Juan, così ha affermato di chiamarsi, non mi mollava e mi aveva seguito nel volo verso Roma. Non intendevo dargli modo di infastidire anche te”.

Daniele era soddisfatto. La sua intuizione si era rivelata giusta e a quel punto ruppe gli indugi e affrontò il problema degli avvenimenti veneziani.

Eliseu, ci trovi qui, perché abbiamo una questione urgente da risolvere. Natalia è scomparsa e temiamo il peggio” esordì Daniele, modulando la voce di un’ottava in meno rispetto al solito.

Eliseu parve scrollarsi da dosso l’apatia che aveva mostrato fino a quel momento. Stupore misto a dubbi si stamparono sul suo viso. Non capisco, perché ne accenna con noi, pensò, aggrottando la fronte.

Sara ebbe un sussulto di sorpresa. Non comprendeva dove voleva parare Daniele. Ne avevano discusso il giorno precedente senza arrivare a nulla. Riprendere gli stessi discorsi non avrebbe consentito di giungere a conclusioni differenti.

Le uniche che sorrisero furono Natalina e Clara per ragioni opposte. La prima, perché finalmente avrebbero costretta Sara a dire la verità. La seconda, perché forse sarebbe uscita la notizia che il padre aveva un nome.

Perché pensi che possa aiutarti a trovare Natalia?” domandò Eliseu accigliata. “Sono almeno dieci anni che non la vedo o la sento. Forse Sara è più utile di me”.

Daniele fece un cenno di diniego col capo. “Sara mi ha detto” fece una breve pausa per calcare il tono sul concetto che voleva esprimere, “che tu e Natalia eravate molto intime”.

Daniele aveva affermato una falsità sapendo che corrispondeva al vero. Sara divenne paonazza e stava per ribattere che lei non aveva mai detto nulla di simile, quando Eliseu rispose con tono pacato.

Sì, hai ragione. Abbiamo avuto una relazione molto stretta” fece, senza provare il minimo senso di imbarazzo. A lei erano sempre piaciute le donne e non l’aveva mai nascosto. “Però dopo un anno il sodalizio si sfasciò. Gli atteggiamenti di Natalia non mi piacevano e voleva coinvolgermi nelle sue tresche amorose e non solo quelle”.

Per Natalina ebbe l’effetto della deflagrazione di una bomba. Per Sara una spiacevole verità, che aveva tenuto nascosta. Non ne aveva mai parlato con nessuno di questo. A Clara la rivelazione non era tale. Sapeva da tempo che zia Eliseu aveva tendenze sessuali opposte alle sue. Lei non le condivideva ma le capiva.

L’imbarazzo durò qualche secondo, perché Daniele riprese a fare domande. “Puoi aggiungere qualche dettaglio, Eliseu?” E attese che parlasse.

Una piccola pausa. Un sospiro. Poi spiegò. “Natalia qualche mese dopo il suo arrivo a Venezia cominciò a frequentare delle persone che non mi piacevano. Uomini anziani o comunque più vecchi di noi. Se fosse stato solo sesso, mi sarebbe dispiaciuto ma tutto sommato era suo diritto vivere come meglio credeva. Ma la droga no. All’inizio mi coinvolse o almeno ci provò. Ma poi gli dissi chiaramente che non ne volevo sapere dei suoi traffici. L’avevo vista fornire bustine. Coca da sniffare. In cambio riceveva buste gonfie. Immagino che contenessero banconote”.

Il silenzio calò sulla stanza. Daniele non si rallegrò di avere intuito anche questo. Qualcosa gli diceva che presto sarebbe arrivato alla soluzione.

Poi i nostri rapporti si sono raffreddati. Natalia e Sara si sono trasferite di casa, in un campiello non molto distante da dove eravamo. Noi siamo rimaste all’ostello. Anzi sono rimasta da sola, perché Ana è tornata a Coimbra con Clara”.

Sara avvertì lo sguardo pungente di Eliseu e Clara. Però prima che loro rivelassero la verità, le anticipò.

Clara è mia figlia” disse senza imbarazzo. “Un medico compiacente ha certificato che la madre era Ana. È nostra figlia, Daniele”.

Adesso il silenzio faceva davvero paura, tanto era assordante.

[continua]

Sfida extra – ma non si dice

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Artù – un gatto ospite – Foto personale

Scrivere creativo propone una sfida extra

– Una foto;
– Due persone;
– Una dichiarazione

Ecco la foto

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Ecco il mio svolgimento

– Che guardi?
– Non vedi?
– Non vedo nulla, all’infuori di te e di questo squallido edificio. Cosa trovi di tanto intrigante da fermarti a naso in su?
– Sei proprio cieco. L’ho sempre detto. Tu non vedi nulla oltre il tuo naso. Ah! 70400. Ah!
– Me li gioco alla lotteria di Cincinnati? Credo che tu non veda nulla ma semplicemente prendermi in giro.
– Povero sciocco! Qui vendono i mobili per la nostra prossima casa.

Daniele – parte diciottesima

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foto personale

Daniele appuntò su un foglio i suoi dubbi e le parole di Natalina. Era inutile proseguire sul filone di John o Juan. Non avrebbe cavato un ragno dal buco.

Stava per iniziare a esaminare i motivi della fuga precipitosa da Venezia di Natalia, quando lo stacco musicale lo informò che era in arrivo una telefonata. Guardò il display e rimase sorpreso. Non tanto chi stava chiamando ma perché chiamava. Sul volto di Daniele aleggiava lo stupore. Lo sguardo di Natalina si posò su di lui. Non capiva esattamente la situazione. Forse è Nati che chiama? Ma no, pensò, avrebbe esclamato qualcosa.

…”.

Ciao” disse Daniele.

…”.

No. Non sono solo” fece il ragazzo, sistemandosi meglio.

Forse è Sara, pensò Natalina delusa, ma non comprendo il motivo del suo viso sorpreso.

…”.

Mi spiace. Ma è no. Lei resta qui”.

…”.

Vedi tu”.

…”.

No. Non vengo a prenderti. Ciao” concluse Daniele, riponendo il telefono sul tavolino basso.

Natalina sta per chiedere spiegazioni, quando il campanello dell’ingresso trillò. Una lunga sonata, come se avesse fretta di essere aperto. Lo sguardo interrogativo di Natalina si posarono sugli occhi sorpresi di Daniele.

Non può essere Sara’ si interrogò Daniele. ‘Troppo poco tempo è intercorso tra la telefonata e il suono del campanello. Solo se fosse stata sotto, all’ingresso, avrebbe potuto essere già qui. Mi ha chiesto di andarla a prendere a casa. Quindi…’. Si alzò, mentre udì un nuovo squillo perentorio. “Vengo, vengo” disse il ragazzo con uno sbuffo di impazienza.

Sullo schermo del citofono vide un volto di donna, che non conosceva. I capelli scuri volavano per il vento.

Sì?” fece Daniele, sollevando la cornetta.

L’ingegner Daniele Proietti?” domando la voce femminile.

Sì” disse meccanicamente. Come a dire ‘se hai suonato questo campanello, chi vuoi che sia’.

Posso salire, se non disturbo?” proseguì con accento non perfettamente italiano.

Terzo piano. Scala B” la informò Daniele, mentre azionava l’apertura elettrica della porta.

L’ingresso era semi socchiuso. Daniele aspettava il rumore della porta dell’ascensore che si apriva. Natalina lo osservava incuriosita. Non riusciva a immaginare chi potesse essere. Daniele era stato laconico. Spiccio nella telefonata e parco al citofono. Doveva attendere per togliersi la curiosità.

Una figura femminile accompagnata da una ragazzina si presentò nel vano della porta, che Daniele teneva aperto. La donna appariva giovane. Poteva avere all’incirca la loro età.

Lei allungò la mano. “Eliseu Mello”.

Si accomodi” disse Daniele, stringendo con vigore la mano protesa. “Daniele Proietti”. Si mise di lato per fare entrare le due ospiti.

Natalina si levò dal divano per osservarle. Due perfette sconosciute, pensò.

Mi chiami Eliseu e può darmi del tu” soggiunge, facendo un passo verso il soggiorno.

Chiusa la porta alle sue spalle, Daniele osservò quel viso infantile. Aveva un aspetto familiare ma si concentrò sulla donna.

Lei…” lui indicò col viso Natalina, “è…”.

Non terminò la frase, perché Eliseu lo precedette.

Ciao, Natalia. Non ti ricordi di me?”

Sul viso di Daniele comparve un accenno di sorriso che sparì quasi subito. ‘Dunque avevo ragione. Seguiva Natalina convinta che fosse sua sorella’ si disse.

Lo sguardo di Natalina trasmetteva stupore e sorpresa.

Mi dispiace deluderti, Eliseu” cominciò con tono compassato Daniele. “Lei è Natalina, la sorella di Natalia”.

Adesso la sorpresa si trasferì sul volto di Eliseu. Emise un “Oh!” di stupore misto al rammarico della pessima figura. Eppure non aveva avuto dubbi quando l’aveva vista. Sembrava proprio quella ragazza conosciuta quindici anni prima. Forse esaminandola con più attenzione, qualche particolare avrebbe dovuto metterla in guardia. La statura più bassa, il seno meno pronunciato. Dettagli quasi marginali.

Daniele avvertì uno sguardo, si sentì osservato e valutato. Si volse verso quella ragazzina che non assomigliava per nulla a quella che aveva chiamato zia. Eliseu aveva il colorito della pelle che tendeva all’olivastro, lei era di un incarnato bianco che la rendeva splendente. Però c’era un qualcosa di familiare in quel viso, qualcosa che gli ricordava qualcuno. ‘Chi?’ pensò, mentre girava lo sguardo verso di lei.

Scusatemi. Presa dalla foga di salutare una vecchia conoscenza, ho dimenticato di presentarvi Clara. Clara Mello, la ragazza della mia povera sorella, Ana” e col capo la invitò a fare un passo avanti.

Ciao, Clara” disse Daniele, accarezzandole una guancia.

Ciao” la salutò Natalina, stringendole le mani con calore.

Clara divenne rossa a quel contatto. Aveva provato un brivido. Quell’uomo, alto, affabile le piaceva. Se fosse stato suo padre ne sarebbe stata fiera. Juan, il marito di sua madre, era una brava persona ma troppo fredda per lei. Tra loro non era mai scattata empatia. Per questo motivo Ana aveva preferito rimanere a Vicenza, quando Juan si era trasferito a Roma nell’ambasciata. Da una settimana viveva con lui ma sperava di partire con la zia Eliseu per l’America.

Sedetevi” le invitò Daniele, indicando il divano. Raccolse i fogli dal tavolino, ponendoli in un cassetto di un piccolo scrittoio.

Prendete qualcosa? Un caffè? Un tè? Una cioccolata calda?” chiese loro, muovendo con rapidità gli occhi sulle due donne.

Natalina stava accanto a Daniele, leggermente smarrita per questa improvvisa irruzione dal passato lontano di Venezia. Poi si soffermò su Clara. Pare la versione di Daniele al femminile, pensò, osservandone il viso. Lo sguardo in rapida successione passò dagli occhi di Clara a quelli di Daniele. Ebbe un sussulto. ‘Sono identici!’ rifletté. ‘Come è possibile?’ C’era anche un altro dettaglio del tutto uguale. Una fossetta sul mento. Ricordava di averla notata proprio stamattina, mentre facevano all’amore.

Per me un tè” disse Eliseu, che aveva notato come Natalina mettesse a confronto Clara e Daniele. Sorrise. Mia sorella non aveva mentito nel raccontarmi che il padre biologico era Daniele, pensò compiaciuta. Era stata Sara a rivelarlo ad Ana in un momento di intimità. Solo un nome e una fotografia alquanto sbiadita.

Poi si rivolse alla ragazza. “Tu cosa prendi?”

Una cioccolata calda” disse Clara, senza staccare gli occhi da quella coppia. ‘Se Daniele è mio padre, sarei felice di vivere con lui e Natalina’. Avvertì che le guance imporporavano. Non aveva dubbi adesso. Gli assomigliava in modo tremendo.

Daniele si avviò in cucina, seguito da Natalina.

Hai visto?” gli sussurrò in un orecchio.

Cosa?” rispose col labiale Daniele.

Natalina lo guardò sorpresa. Lui sempre attento, pronto a cogliere anche il più minuscolo dei dettagli, non aveva associato Clara a Lisa. “Lisa” borbottò, mentre preparava la cioccolata calda.

Il contenitore del tè rimase a mezz’aria, mentre il cucchiaino gli cade dalla mano. Daniele era impietrito. L’evidenza dei fatti era sotto il suo naso e non aveva saputo coglierla. Ecco cos’era quell’aria familiare che aveva trovato in Clara. Era sua figlia, quella che lui conosceva come Lisa. Natalina aveva visto quello che lui aveva solo avvertito in modo indistinto.

Natalina ridacchiò, mentre raccoglieva il cucchiaino da terra. “Faccio io” gli disse, mentre finiva di riempire l’infusore col tè verde. “Controlla la cioccolata che sia al punto giusto”.

Su un vassoio stava una tazza grande per il cioccolato e un piattino coi biscotti danesi. Su un altro le tre tazze da tè con i biscotti secchi, la zuccheriera, un bricco di latte freddo.

Questo” fece Natalina, indicando il vassoio di Fulgenzi con l’uomo, “lo porti tu a Clara”. E aggiunsi sottovoce. “Vedrai che faccia felice farà”.

Io porto quello con il tè” concluse, strizzando un occhio.

Clara si mangiava con gli occhi Daniele. Avrebbe voluto abbracciarlo, sentire il suo calore, vedere i cartoni preferiti con lui, parlare e prendergli la mano. Erano anni che sognava tutto questo ma non si era ancora realizzato. Essere stata servita da lui come se fosse la sua piccola principessa l’aveva mandata in orbita. Il suo sguardo diverso, insistente le aveva fatto comprendere che anche lui aveva realizzato che lei era sua figlia.

Daniele assorto a contemplare Clara, non ascoltava quello che Natalina ed Eliseu si dicevano ma in particolare aveva dimenticato che Sara stava arrivando.

Il trillo imperioso del campanello gelò l’atmosfera. Se erano dimenticati di Sara. Quello squillo li riportò alla realtà.

Sullo schermo illuminato del citofono c’era il viso di Sara.

[continua]