Un viaggio, un incubo – sedicesima puntata

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Pazientate e leggete la nuova puntata. Per chi ha perso le precedenti le può trovare qui.

Buona lettura.

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Mark rientra nel suo appartamento e si getta vestito sul letto fantasticando con quali sevizie vorrà sottoporre a Simona, quando sarà sua prigioniera. Sono sogni confusi e incerti che durano fino al risveglio del mattino.

«Slut!» è il primo commento quando riapre gli occhi.

«Slut!» ripete più volte, mettendosi in posizione eretta. «Ci vorrebbe una canna, ma non fumo per fortuna! Il residence è off. Dovrò trovare un’altra soluzione e sarà definitiva».

Si sente sporco e accaldato, ma ha bisogno di qualcosa di forte prima. Si prepara un caffè per riprendere vigore.

La giornata è piena d’impegni già scadenzati e la pratica Simona viene accantonata.

«Devo lavorare se voglio vivere» chiosa sorseggiando rumorosamente il caffè.

Una doccia veloce elimina umori e sudore che si sono incrostati sulla pelle tra il giorno precedente e la notte agitata. Indossa il vestito buono per fare colpo sui potenziali acquirenti delle polizze vita che sta piazzando con discreto successo.

È un bravo broker e molte assicurazioni gli offrono opportunità di lavoro, perché è convincente nel proporre le polizze, anche le più difficili da piazzare.

«Simona, aspettami. Tra non molto arrivo» afferma allegro, chiudendo la porta alle spalle.

Dick è inquieto. L’episodio notturno gli ha messo agitazione.

“Non è la prima volta che capita. Però stavolta ho sensazioni cattive. Quella giovane italiana” fa una breve pausa respirando rumorosamente. “Sarà giovane come sembra? Quella donna italiana ha un discreto fascino e sembra una calamita nell’attirare guai. Pare ingenua, ma secondo me non lo è. Poi quale malsana idea ha avuto di trasformare una conoscenza virtuale in una reale? Per di più si sciroppa un bel viaggetto per conoscere un tizio ambiguo. Il racconto è monco, anche se in apparenza sembra ben coordinato. Quale mistero inconfessabile mi ha nascosto? Ci sarà tempo e modo per conoscerlo. Ora concentriamoci su questo misterioso Mark”.

Secondo le sue ipotesi l’uomo deve essere qualcuno che conosce a fondo il mondo dei residence Inn Patriot, perché si è comportato con troppa sicurezza in ogni frangente.

Conosceva i punti deboli che ha cercato di sfruttare a suo vantaggio e in particolare sulle procedure operative della security. Ignorava il cambio delle serrature elettroniche e le nuove e più severe disposizioni sui controlli di chi entra nelle strutture. Queste lo hanno fregato. Essendo avvenute negli ultimi due anni, la ricerca si deve concentrare su fornitori o consulenti della security prima delle modifiche sulla sicurezza.

Dick deve farsi autorizzare per procedere nelle indagini e accedere alla documentazione.

Forte dell’autorizzazione ottenuta con qualche difficoltà, inizia a scorrere i documenti, che non sono moltissimi ma che devono essere esaminati con attenzione.

Esclude i fornitori, che non trattano nello specifico le due tematiche. Accantona in modo provvisorio altri che si interfacciano o con le serrature elettroniche o con la riorganizzazione della security. “Li riprendo in un secondo momento, se non trovo nulla d’interessante”.

Rimangono in evidenza una decina di documenti e una ventina di persone. “Dovrei farcela in poco tempo a esaminarli tutti”.

Scarta un paio di consulenti, perché nessuno di loro si chiama Mark, prima di passare al malloppo più consistente: le polizze assicurative e relativi allegati tecnici.

Sta per aprire la documentazione AIX, quando una chiamata lo distoglie e lo porta lontano dall’ufficio.

Un reblog da leggere

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Seguo da tempo questa blogger, leggendo i suoi post sempre misurati ed equilibrati. Parla di sanità e di ospedali con un tono che ho sempre apprezzato. Mai un urlo ma sempre un discorso dai toni  bassi ma dei contenuti apprezzabili.

Questa volta parla dell’emergenza attuale che monopolizza tutto dai giornali alle tv, dalle persone ai social.

Non è mio costume parlare di attualità, al massimo nelle risposte a qualche post. Però credo che questo sia da leggere con attenzione e rifletterci seriamente.

Chi volesse leggerlo lo può fare qui.

Buona lettura.

Un viaggio, un incubo – quindicesima puntata

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L’avventura di Simona si arricchisce di una nuova puntata. Per le altre basta cliccare qui.

Foto di Lukas Kloeppel da Pexels

Buona lettura

Tutto è finito. Mark non è riuscito nel suo intento, quel giovane l’ha rassicurata che per stanotte può dormire sonni tranquilli. Simona, invece di coricarsi nel letto, si siede sul divano mentre piange in silenzio.

Rimane sdraiata fino al mattino tra brevi sonni e risvegli bruschi con la mente invasa da ricordi amari e incubi angoscianti.

Si sente indolenzita per la scomoda posizione con gli occhi impastati di lacrime secche.

Due sono i pensieri che l’angosciano: l’incubo notturno interrotto dal provvidenziale squillo del telefono e il tentativo di Mark di forzare l’apertura della porta.

Si domanda perché ha sognato un appartamento sconosciuto con una precisa e meticolosa nitidezza. I ricordi sono netti e non cancellabili.

«Si trova in America, perché quel tipo di casa esiste solo qui» mormora, mentre sente inumidire le ciglia. «Eppure non ho frequentato nessun appartamento americano, a parte il residence, ma non è questo. È forse un ricordo di un film?»

Scuote la testa, mentre le lacrime bagnano la maglietta. Tuttavia quell’appartamento le è apparso familiare, come se fosse di casa lì. Però un altro pensiero si forma nella sua mente sul legame tra il viaggio americano, affrontato con grande entusiasmo e trasformatosi in un incubo, e quelle quattro persone. Non esiste ma per un motivo o per un altro quei tre uomini e la donna sono associati a ricordi, che hanno segnato la sua vita.

Simona distende le gambe sul divano, mentre la giornata si preannuncia afosa. Una leggera foschia aleggia tra le guglie dei grattacieli.

Analizza il sogno perché ricorda la sensazione terribile provata, quando ha tentato di chiedere aiuto e la voce non usciva dalla gola. È entrata nel panico per quella afasia. Sentiva le loro voci, ma non la sua. “È come se fossi rinchiusa in una bara senza riuscire a comunicare con l’esterno” pensa mentre un brivido percorre il suo corpo accaldato.

Tuttavia quello, che la spaventa, è stato il senso d’impotenza percepito: avvertiva i loro movimenti, senza che lei potesse muoversi o difendersi. Comprende cosa possa provare chi si trova in una condizione d’incapacità nell’uso della parola o delle mani. È una sensazione terribile.

“Come sono finita in quell’appartamento con Roberto, Enrico, Anna e Mark?” si chiede una volta di più. Però quello che la tiene in ansia è stato quando Mark ha tentato di entrare. Lei è rimasta paralizzata dalla paura. “Paura?” si domanda, stringendosi con le braccia. “No, peggio. Incapacità di reagire di fronte al pericolo”.

Quella manovra non avrebbe avuto successo con un atteggiamento mentale più aggressivo. Quello che la sta preoccupando è stata la mancanza di una qualsiasi reazione nervosa e l’apatia nel chiedere aiuto. In altre situazioni analoghe riconosce che le è già capitato. Dunque percepisce i pericoli, ma non è capace di attuare la strategia difensiva che la sua mente ha elaborato.

“Sì, io ero dietro la porta col telefono in mano, ma mi sentivo paralizzata, come nel sogno. Se fosse entrato, lui avrebbe fatto di me quello che voleva senza nessuna reazione da parte mia. Sono questi passaggi a vuoto che mi terrorizzano, perché capisco che non riesco a trovare la giusta scarica di adrenalina per difendermi. E se domani ricapitasse come mi comporterei? È questo che mi rende fragile”.

La notte insonne, lo stress degli eventi del giorno precedente la fanno sentire debole con la sola voglia di piangere.

“Oggi arriva Irene e non voglio farmi trovare ridotta a uno straccio. Non ho nessuna voglia di spiegare il motivo per il quale sono stanca e terrorizzata”.

Fa una doccia corroborante. Rimane a lungo sotto il getto che massaggia la pelle e la testa, percependo che la stanchezza sta scivolando via nel tubo di scarico insieme all’acqua insaponata. Avvolta in un morbido accappatoio e con un bel turbante azzurro a racchiudere i capelli bagnati, si concede una ricca colazione che consuma in camera.

Mette un Cd dei Coldplay in sottofondo, accende la TV- e inizia il breakfast sostanzioso come un pranzo. Seduta al piccolo tavolo di mogano in mutandine e reggiseno coi capelli umidi mangia bacon, uova al tegamino, salciccia, sandwich, verdure di ogni tipo. Il tutto condito con succo d’arancia e l’immancabile pancake ricoperto di sciroppo d’acero.

Mangia con lentezza per assaporare il gusto degli alimenti, quando sente suonare il campanello. Infila una polo bianca e un paio di jeans stinti. “Di certo non posso presentarmi seminuda” pensa, aprendo con cautela una fessura nella porta.

È Dick che le annuncia il cambio di suite.

«Stanotte non mi sono presentato» afferma allungando la mano. «Sono Dick, il responsabile della sicurezza del residence. Ti informo che la direzione è dispiaciuta per l’inconveniente notturno. Per evitare che possa ripetersi ha deciso, su mio suggerimento, di trasferirti in un’altra suite al terzo piano, dove sia più facile controllare il corridoio d’accesso. Riteniamo che quella persona ritenterà d’introdursi. Però stimiamo strano il comportamento. Per caso è un tuo conoscente?»

Questa domanda la impietrisce perché non sa come rispondere.

“Devo dire la verità oppure confezionare una bella bugia?” si domanda incerta Simona.

Alla fine decide per raccontare la verità, perché in effetti Mark le ha messo in corpo una bella fifa.

«So solo che si chiama Mark. Il cognome e dove abita lo ignoro. Ha una Buick nera. L’ho conosciuto su Twitter e poi abbiamo conversato a lungo con Messenger e Skype. Visto che avevo due settimane di ferie e non sono mai venuta a New York ho pensato di unire alla vacanza anche la sua conoscenza. Ieri mattina si siamo incontrati per la prima volta in Central Park. Però la prima impressione non è stata favorevole tanto che avevo deciso di non incontrarlo più. Come sia risalito dove alloggio non lo so, perché non glielo avevo comunicato».

«Gli hai telefonato dal residence?» domanda Dick.

«Si».

«Dai tabulati delle chiamate alla sua utenza ha ricavato l’indirizzo. Ora è un po’ più chiaro. Rimane come abbia puntato alla tua suite. Per caso ti ha mandato una lettera?»

«Sì».

«È uno stratagemma semplice ma sempre efficace. Basta osservare in quale casella viene deposta la busta e il numero della suite è indovinato» afferma Dick sorridente.

Si rallegra per l’opportuna decisione di cambiare l’appartamento e lasciare vuoto il 510, che farà sorvegliare discretamente senza insospettire nessuno.

Diversi tasselli sono stati incastrati nei posti giusti, ma percepisce che qualcosa è stato taciuto. “Dettagli o punti importanti?” si chiede. Alla fine opta che siano particolari secondari dal tono del racconto e ininfluenti per il programma di protezione.

«Due raccomandazioni» suggerisce Dick col volto serio. «Non frequentare posti isolati o poco frequentati, specialmente di notte. Per gli spostamenti usa in prevalenza il taxi. È più sicuro. Fai attenzione quando ti muovi per New York. Quel tipo è scaltro e pericoloso. Senza altre indicazioni non è possibile attivare la polizia. Se prepari le tue cose, tra mezz’ora passa un inserviente per il trasloco. Buona giornata» fa Dick congedandosi.

Lei riflette su quanto le ha riferito. Dunque è in pericolo e deve muoversi con cautela. Per fortuna è in arrivo Irene. Questo la rasserena un poco.

In fretta raccoglie il suo bagaglio, controlla di non avere dimenticato nulla e si trasferisce nella nuova suite al terzo piano.

Il trasloco l’ha resa di buon umore mentre si avvia all’ESPN per il pranzo. Il locale dista solo meno di mezzo miglio dal residence.

Si guarda intorno, ma non scorge il viso di Mark.

Forse ha capito d’avere perso la guerra e l’ha lasciata perdere.

 

Un viaggio, un incubo – quattordicesima puntata

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Eccoci con l’appuntamento del venerdì con Simona e Mark. Le puntate precedenti le trovate qui.

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Foto di Quintin Gellar da Pexels

Mark per la seconda volta si ritrova sul marciapiede davanti al residence, ma non demorde dal proposito di prendersi Simona. “Sei mia. E non puoi sfuggirmi” riflette schiumando di rabbia, mentre osserva l’edificio dall’esterno.

Però non ha fatto i conti con Dick e la security, perché lui ha allertato i suoi uomini.

«Tenete d’occhio i video che riprendono gli ascensori. Chiamatemi se inquadrate un uomo dalla carnagione chiara, quasi calvo e tendente alla grasso, che si muove in modo furtivo» ha ordinato prima d’iniziare il giro d’ispezione.

Sente il cicalino che squilla.

«Dimmi».

«Il tipo sta prendendo l’ascensore al livello uno del parcheggio».

«Ok» risponde mentre comanda a un paio dei suoi uomini di convergere al quinto piano. Lui impreca in silenzio perché è lontano dagli ascensori e si trova al decimo piano.

Mentre Mark si avvicina alla suite 510 per fare la festa alla preda che gli è sgusciata tra le mani, non sa che è stato intercettato dalla security. Lui pensa al suo orgoglio ferito di maschio, che vuole vendicare. È convinto che sarà un gioco da ragazzi aprire la serratura elettronica. “Lei non si aspetta un mio attacco nel posto dove si sente al sicuro” si dice, mentre un sorriso gli illumina il viso.

«Bastard!» sibilla indispettito, perché la serratura non cede. «Eppure sette anni fa i residence Inn Patriot avevano delle serrature ridicole, quando abbiamo rifatti i contratti assicurativi a copertura dei rischi globali. Avevo calcato la mano nel segnalare le disfunzioni della security e delle chiusure delle stanze per gonfiare il costo della polizza. Vuol dire che hanno messo mano al portafoglio per ridurre l’importo annuale».

Mark, come broker assicurativo per conto di AIX, aveva segnalato che i residence presentavano delle falle di sicurezza sia sulla robustezza delle serrature, sia per possibili intrusioni dall’esterno. L’assicurazione si doveva cautelare contro i rischi per furto e pericolo attentati.

Mentre accende una sigaretta, Mark si deve ricredere sulle falle sicurezza, perché la security ha funzionato pizzicandolo due volte con estrema facilità e la serratura non si è aperta ai suoi tentativi. Rivede il film di poco prima e sorride che gli è andata bene, perché vista l’inutilità dei tentativi, ha avuto poco tempo per scappare senza danni. “Stavolta ho commesso infrazioni più gravi che mi avrebbero portato in una cella di sicurezza” si dice fumando la sigaretta.

Ha sentito voci concitate e passi veloci in avvicinamento, percependo di aver perso la partita. Si è guardato intorno infilando le scale, perché gli ascensori sarebbe stati una trappola per lui. Sa che possono essere bloccati da remoto con lui dentro.

La fuga non è stata semplice, pensa ricordando quei frangenti. Ha sentito dei passi che salivano dal basso per intercettarlo. Con mossa rapida è risalito di due piani, dirigendosi verso le scale del lato opposto. Conosce la dislocazione delle cam di sorveglianza, che evita. Ha dovuto giocare d’astuzia prima che potessero organizzare meglio la caccia. Sceso di due piani si è diretto verso il montacarichi posto di fianco alla porta di servizio. Ha spinto il tasto ground zero per depistare gli addetti, mentre ha proseguito la corsa verso il basso senza incontrare nessuno.

«Dick» avverte una voce dei controllori. «Ha preso il montacarichi lato B. Si dirige verso ground zero».

«Grazie» risponde mentre avverte i suoi di bloccare l’uscita.

Mark, arrivato al livello uno del parking, ha percorso la rampa che porta all’uscita, tenendosi al riparo delle telecamere di sorveglianza. Ha azionato la fotocellula che apre il cancello di uscita, mescolandosi con le persone che transitano nella la zona.

Dopo un ultimo sguardo torvo al residence getta la sigaretta e si avvia verso la macchina parcheggiata nella 38th Street.

«Per stanotte maledetti piedipiatti avete vinto la battaglia, ma la guerra continua» borbotta.

Dick capisce che non sarà facile pescare il tipo, perché si muove con sicurezza disarmante, anticipando le loro mosse.

“Se ha attaccato con simile certezza la serratura, vuol dire che ignora che sono state cambiate negli ultimi tre anni per evitare la loro apertura con troppa facilità” pensa avviandosi verso la suite 510. “Anche la security è stata riorganizzata per sventare minacce di attentati. Questi interventi sono stati eseguiti per limitare l’esosità dell’assicurazione AIX. La direzione, fatti due conti, ha tagliato il costo della polizza con nuove serrature e una sicurezza interna più efficiente. Nel giro di due anni si è ripagata la spesa”.

È un frenetico rincorrersi fra i vari piani, finché l’interfono non comunica che la persona cercata è uscita attraverso il cancello del parcheggio sotterraneo.

Dick ha la certezza assoluta che quel tipo conosce bene la struttura del residence e che potrebbe tornare. Di sicuro non è uno sprovveduto, perché non ha commesso il minimo errore. Poi ha evitato di essere inquadrato impedendo di avere la percezione dove si trovava.

«Questa volta mi hai beffato. Ma la prossima mi troverai più preparato e non mi sfuggirai» sibilla a denti stretti un infuriato Dick, che ha sventato l’attacco senza riuscire a catturare l’intruso.

Dell’episodio deve fare un rapporto dettagliato alla direzione e decidere la protezione del cliente. Non vuole correre rischi di denunce o di pessima pubblicità al Gruppo. I concorrenti sarebbero implacabili.

Arrivato alla suite 510 bussa con discrezione.

«Miss Ferrari, tutto bene?»

Con cautela vede spuntare il viso impaurito di una giovane donna, che annuisce.

“È una bella ragazza e ha attirato le mira di un maniaco. La stranezza è che sia arrivata da tre giorni incappando in una persona decisa a entrare nel suo appartamento. Domani devo approfondire l’esatta dinamica degli eventi” riflette Dick rassicurato che il cliente non ha subito danni.

«Spero che il resto della notte sia più tranquillo. Per evitare altri spiacevoli inconvenienti lascerò al piano una delle mie persone. In caso di necessità non esitare a comporre la chiamata delle emergenze interne. Qualcuno di noi arriverà subito. Non devi avere paura, qui sarai protetta. Notte». Aspetta che chiuda la porta prima di tornare nel suo ufficio.

Dick scuote il capo perché intuisce che la situazione non è normale.

Un viaggio, un incubo – tredicesima puntata

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Eccoci col tredicesimo appuntamento con Simona a New York. Per chi volesse leggere le puntate precedenti le trova qui.

da Pixabay credits AdinaVoicu

Simona è in preda al terrore, mentre si avvicina silenziosa alla porta, stringendo con forza il telefono.

La paura la sta paralizzando, mentre la determinazione e lo spirito battagliero sembra essere svanito all’improvviso.

Sente armeggiare con discrezione ma con energia sulla serratura, mentre osserva la sedia oscillare con decisione.

Trattiene il fiato, ma ascolta il respiro convulso che proviene dall’esterno, mentre rimane indecisa se chiamare la reception per richiedere aiuto.

Il dito è appoggiato sul tasto verde della chiamata, ma la mente non vuole comandare la pressione.

“L’incubo si sta materializzando” riflette in un momento di lucidità “Però non riesco a decidermi. Chiamo o non chiamo? E se questi rumori sono frutto della mia fantasia a causa del brutto sogno precedente? Che figura ci faccio?”

Eppure solo mezz’ora prima non aveva queste indecisioni, ma si mostrava sicura di sé. Adesso è irresoluta, indecisa, ma soprattutto è il terrore che fa da padrone. Assiste impotente ai tentativi di aprire la porta mentre la mente fatica a trattenere i pensieri. Se vedrà sbucare Mark come un fantasma che attraversa i muri, è consapevole che non riuscirà a opporsi, rimarrà inerte a meno che uno choc non la risvegli dal torpore psichico nel quale si sente avvolta.

Sta immobile a un metro da quel fragile simulacro che la divide da lui e non reagisce al pensiero che, se riesce a entrare, lei sarà in balia di Mark senza nessuna barriera difensiva a protezione.

Torna indietro nel tempo, quando aveva solo venticinque anni e stava con Roberto. Non comprende il motivo per il quale lei associa sempre Mark a quel vecchio amore, naufragato tra gli scogli dell’indifferenza e della trasgressione.

Sta collegando questi momenti d’indecisione all’episodio avvenuto molti anni prima. Sono ricordi lucidi e precisi, che riaffiorano in questi istanti drammatici.

Roberto aveva proposto una serata trasgressiva in un locale a luci rosse per fare qualcosa di diverso dalla solita routine. L’aperitivo con gli amici, quattro salti al disco pub, la corsa nella notte per tornare a casa.

In passato si era sempre rifiutata di parteciparvi, resistendo alle lusinghe di un’esperienza eccitante secondo lui ma deprimente per lei. Era decisa a dire di no, perché il pensiero di fare sesso con uno sconosciuto o sotto gli occhi di estranei non riusciva a concepirlo. Ne aveva sentito parlare nelle lunghe serate invernali come un momento di eccitazione e di forte trasgressione, che terminava sempre con una ammucchiata di gruppo. In quel periodo il rapporto con Roberto era in crisi e sperava di ricucirlo accondiscendendo alla richiesta di una serata speciale. Così si era ritrovata coinvolta in giochi erotici di coppia senza che lei se ne rendesse conto. Con loro c’erano altre due coppie di perfetti sconosciuti, che secondo lui erano suoi amici. Per lei erano persone raccolte casualmente per strada. Per ravvivare la serata aveva portato diverse canne e un po’ di coca. Simona dopo qualche tiro di fumo aveva trovato la forza di dire di no alla coca.

Ripensandoci è contenta di essersi rifiutata quella volta e le volte successive. “Non ho mai voluto iniziare con la droga per finire come lui: un tossico che sta consumando gli ultimi spiccioli della sua vita”.

Davanti ai suoi occhi continuano a passare le immagini di quella serata che ricorderà per tutta la vita.

Alla fine della serata si sono ritrovati in un privè su un enorme letto: un’ammucchiata di sballati tra alcol e droghe a fare sesso secondo le regole degli scambisti.

Quanto a lei sono toccati due uomini dei quali non ricorda il nome, ma nemmeno ha memorizzato i volti. La sua partecipazione è stata più fisica che mentale senza provare nessun piacere. Non ha osato guardare il proprio corpo dopo aver fatto sesso. Lei ha provato un senso di disgusto, di sporcizia interna senza trovare la forza psichica di ribellarsi. Per auto punizione ha accettato senza protestare le attenzioni simultanee di due coppie, mentre Roberto si faceva l’ennesima canna assistendo sorridente alle loro prestazioni sessuali.

Adesso prova fastidio, ricordando quel lontano episodio. Il suo corpo è stato per ore in balia di mani, di lingue, di sessi di persone sconosciute, finché non è scoccata improvvisa la scintilla di reagire a quelle depravazioni. Di scatto ha allontanato tutti, si è rivestita e senza salutare ha preso un taxi per tornare a casa.

Per diversi giorni ha rifiutato ogni contatto con Roberto. Non ha osato porsi davanti allo specchio o toccare il proprio corpo, perché percepiva le sensazioni sgradevoli di quelle persone che lo hanno maneggiato come un oggetto di lussuria.

Come allora una scintilla è scaturita dalla mente, innescando la sua reazione, così in questo frangente si riscuote dall’apatia nella quale è caduta.

Osserva la porta, ascolta i rumori. Adesso sono mutati. Sente dei passi che si allontanano in fretta, delle voci concitate che si rincorrono e un bussare discreto.

«Miss Ferrari, tutto bene? Siamo della security e vogliamo accertarci che non abbia subito molestie» dice una voce sconosciuta dietro la porta. «Siamo spiacenti per l’episodio, ma vogliamo assicurarti che non si verificherà più in futuro. Mi senti?»

Simona uscita dal torpore che l’aveva avvolta risponde di sì, mentre con cautela apre la porta per inquadrare il suo salvatore.

Si trova dinnanzi un giovane, che la saluta e le augura la buona notte.

Richiude con dolcezza quella fragile protezione e si allontana in silenzio sempre col telefono impugnato a mo’ di arma inoffensiva.

«Ancora una volta mi è andata bene» sussurra con la voce incrinata dalla paura. «Fino a quando la buona sorte mi proteggerà? Perché ho questi momenti di apatia? Perché non riesco a reagire alle minacce al momento opportuno?»

Queste domande affollano la testa di Simona, mentre scoppia in un singhiozzo convulso e isterico come sfogo dello stress patito.

Disegna la tua storia con un incipit di Massimolegnani – incipì 2

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Massimolegnani – orea rovescio – ha scritto un post con due incipit troncati a metà. Ebbene ho raccolto la sfida e propongo la mia continuazione del secondo.

credits by onephoto

Di fronte a lui la donna chinò il capo. Sembrava affranta, soverchiata dalla vergogna, invece stava raccogliendo le forze, come un’atleta prima di spiccare il salto, voleva far esplodere la collera in un’invettiva che avrebbe fatto tremare i vetri alle finestre e i baffi tinti a quel pallone gonfiato. Tu, disse sollevando un indice imperioso, tu…

…abbassò l’indice. Era sbollito tutto come un pallone forato.

Lo guardò e poi gli volse le spalle che sembravano spiovere verso il basso rassegnate. La vergogna di avere un compagno fannullone era troppo per lei che credeva nell’onestà delle persone. E lui pareva proprio non averla.

Più di una volta aveva dimostrato di essere inaffidabile e bugiardo. Questo la faceva vergognare tantissimo. Aveva origliato i commenti malevoli delle vicine sul compagno e i risolini di compatimento su di lei. Avrebbe voluto replicare a muso duro ma poi aveva capito che avevano ragione.

Sonia era una donna di cinquant’anni ma ne dimostrava dieci di più. Quel bastardo del compagno le stava succhiando tutta la linfa vitale, prosciugandola. Piccola, vestita modestamente ma sempre ordinata. Capelli raccolti a crocchia a formare uno chignon appena abbozzato. Non c’era vicina che non si prodigava a darle dei consigli che ascoltava con umiltà senza trovare quella forza necessaria per troncare quel rapporto ormai logoro. Però dopo tanti anni non se la sentiva di abbandonarlo anche se avrebbe meritato di subire questa mortificazione.

Angelo rimase a guardarla mentre si allontanava verso la cucina. Sollevò le spalle in segno d’indifferenza. Alto con una bella pancia pronunciata aveva in testa radi capelli gialli. In realtà avrebbero dovuti essere candidi ma l’unto li rendeva di un colore indefinito tra il giallo e il grigio sporco. Avrebbero avuto bisogno di un bel lavaggio ma Angelo erano settimane che rimandava.

Si sedette sulla poltrona con le mani in grembo. Questa volta l’aveva fatta grossa e difficilmente Sonia l’avrebbe perdonato. Quando l’aveva vista congestionata in viso, paonazza e con la giugulare che pulsava pericolosamente si era detto che era arrivato al capolinea. Poi aveva tirato un sospiro di sollievo quando, dopo averlo additato e urlato in faccia «Tu», se ne era andata in cucina. Il respiro che aveva trattenuto proruppe dal petto con un rumore sordo.

“Sonia è fin troppo paziente con me” rifletté Angelo, grattandosi la guancia ispida ricoperta da una peluria bianca. “Io l’avrei presa a calci nel culo e sbattuta fuori dalla porta”. Invece no. Gli sembrò di averla sfangata ancora una volta oppure era solo un’illusione. Provò a non pensarci perché la sua vita era una collezione d’insuccessi.

Ricordò il motivo dell’ira della compagna: invece di comprare le scatolette per Tobi, il loro gatto, aveva giocato alle slot machine nel bar sotto casa e ovviamente aveva perso tutto. Anzi aveva contratto un debito di cento euro con Martino, che glieli aveva prestati.

Il gatto miagolò strusciandosi sul calzone logoro in cerca di una coccola.

Angelo lo allontanò in malo modo. Non aveva nessuna voglia delle sue fusa. Si torse le mani, perché non sapeva come chiedere a Sonia quei cento euro da restituire a Martino. Lui non lavorava o meglio faceva lavoretti saltuari di poco conto, perché era in mobilità e prossimo al licenziamento. Se non ci fosse stata Sonia avrebbe dovuto mendicare un piatto alla Charitas.

Però adesso la priorità era recuperare cento euro. Una somma enorme per loro che dovevano lesinare anche il centesimo.

«Tobi che facciamo?» disse al gatto che era rimasto offeso da quel gesto poco urbano.

«Lascia perdere Tobi» gli sibillò acida Sonia. «Alza il culo e vai a pulire le scale del condominio, se vuoi stare ancora in questa casa».

Un viaggio, un incubo – dodicesima puntata

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Il nostro Mark non demorde e ci riprova. Prosegue la storia di Simona. Per chi avesse perso qualcosa la può rintracciare qui.

Buona lettura

Foto di Luis Dalvan da Pexels

Il prato brulica di persone alla ricerca di un posto a sedere. Diversi eventi fanno degna cornice a questo angolo di verde situato nelle vicinanze di Times Square e i locali sono pieni.
Ha fortuna perché si libera un tavolo, senza dover attendere molto. Preferisce al classico dinner un brunch a base di Buttermilk Pancakes with Banana & Walnuts mixed berry salad, banana bourbon compote. Classic Eggs Benedict Canadian bacon, chive hollandaise sauce, roasted fingerling potatoes. Acqua minerale. Per dessert Chocolate Coconut, Créme Brulee, Coconut Sorbet.
La serata calda e immersa in un’atmosfera rilassante gli consente di dimenticare per un po’ i progetti della notte. Le portate sono di suo gradimento. La fama del posto è meritata.
“Quella troietta mi fa impazzire. Ma stanotte sarà mia!” pensa gustando il dessert. “Acc! Chi mi cerca?” Non desidera essere disturbato e chiude la chiamata. È concentrato sul piano e non vuole interferenze. La telefonata è di una donna contattata la sera prima in una sexchat. Per lei non c’è posto, forse nelle prossime sere.
“Per primo deve smontare quello stronzo nero che mi ha messo nel mirino. Poi devo tentare di arrivare agli ascensori senza farmi notare. Il numero della suite lo conosco. È stato sufficiente osservare la casella dove hanno messo la mia busta. Sono stato fortunato perché era visibile e io ho due occhi da falco. Con un pizzico di fortuna in un baleno sono davanti alla porta” e si fa una bella risata.
Finito di cenare, si incammina verso il residence Inn Patriot, fischiettando un motivetto. Allegro intuisce che sarà una notte speciale.
Osserva la reception e nota con soddisfazione che il personale è cambiato. Ha via libera per raggiungere Simona salvo intoppi. Sa che questi sono sempre in agguato e non deve abbassare la guardia.
Con noncuranza entra per avviarsi agli ascensori, ma si trova sbarrata la strada da un bianco che ha tutta l’aria di essere della sicurezza. A prima vista gli è sembrato un cliente, ma la troppa fiducia nelle sue capacità di riconoscere le persone l’ha tradito.
«Dove vuoi andare?» chiede con tono che non ammette repliche.
«Alla suite 510» risponde sicuro Mark. «Ho un appuntamento con Miss Ferrari».
L’addetto lo blocca e lo fa accomodare in una saletta, mentre verifica le affermazioni di Mark.
«Mi spiace, ma non c’è nessuna Miss Ferrari alla suite 510» dice con tono secco. «O mi spiega perché ha tentato di salire senza passare dalla reception o chiamo la polizia».
Sa di essere in trappola e deve confezionare una bugia credibile se vuole uscire senza danni dal residence. Non lo preoccupa la minaccia della polizia, perché sa che lo lascerebbero andare dopo qualche ora. Però nel frattempo la bella Simona potrebbe cambiare suite o residence. E lui ne avrebbe perso le tracce.
In fretta confeziona la storiella, raccontando che ha conosciuto Miss Ferrari sul web e che lei è arrivata dall’Italia nella grande mela il giorno prima per incontrarlo.
«Vedi» dice Mark. «C’è una chiamata al mio telefono dalla suite 510, se leggi i tabulati delle telefonate uscenti» e aggiunge con tono dimesso: «Mi ha chiesto di raggiungerla per la notte. Non pensavo che ci fosse tutta questa fiscalità».
Dick, il poliziotto privato, lo osserva con attenzione poco convinto dal racconto che a prima vista è probabile. Però resta il fatto che anche John, del turno precedente, ha segnalato un tentativo sospetto d’introdursi di soppiatto di un uomo che corrisponde a quello che sta davanti alui. Nell’arco di poche ore ha provato due volte a salire senza passare dalla reception o farsi annunciare. Inoltre la data di arrivo non coincide. Deduce che solo una parte del racconto è vera, ma il resto no.
“Se chiamo il poliziotto di quartiere, questo lo lascia libero in un amen, perché non ha compiuto nessuna infrazione. Se gli permetto di salire, rischio grosso, perché non ho vigilato a dovere. Miss Ferrari ha detto con decisione di non aspettare nessuno né stasera né domani. Lo accompagno alla porta e gli dico di girare al largo” riflette Dick.
Senza troppo chiasso e dare nell’occhio accompagna Mark fuori dal residence con l’ingiunzione di non provarci più.
«Se vuoi salire nella suite di qualche donna alloggiata qui, passa dalla reception e fatti annunciare» intima con tono secco.
Per la seconda volta si trova sul marciapiede prospiciente l’ingresso con la minaccia nemmeno troppo velata di finire in pasto ai piedipiatti. NYPD non ha la fama di essere tenera coi molestatori, ma lui non dà ascolto alla ragione e si apposta all’ingresso del parking sotterraneo pronto a cogliere l’occasione giusta.
“La fortuna non mi ha girato le spalle” si dice osservando un pickup che si appresta a scendere nel parcheggio sotterraneo. E lui si appresta a salire dietro per raggiungere gli ascensori.
Mark sorride, perché la notte è appena iniziata.

Disegna la tua storia con un incipit di Massimolegnani – incipì 1

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Massimolegnani – orea rovescio – ha scritto un post con due incipit troncati a metà. Ebbene ho raccolto la sfida e propongo la mia continuazione del primo. Per il secondo pazientate qualche giorno. Se qualcuno volesse farsi avanti, si palesi.

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Buona lettura

La sua mimica facciale assomigliava a una fiumara calabrese. Impetuosa, violenta, fuori dagli argini, dopo un temporale primaverile, e totalmente inespressiva, svuotata, un faccione inutilmente ampio, durante la siccità estiva. Mai un’espressione che fosse di equilibrio tra i due estremi, mai un…

…un sorriso intermedio. Passava da moti di rabbia all’indifferenza totale verso chi gli stava di fronte. Le mezze misure non esisteva per lui.

Simone guardò fuori dalla finestra. La giornata prometteva bene, ma era lui che si sentiva fuori posto. Era inutile girarci attorno: Sonia l’aveva destabilizzato con la violenta discussione la sera precedente. Stava finendo col mettersi le mani addosso, quando calò una bonaccia tra loro come se nulla fosse stato. Poi ognuno si ritirò nelle proprie stanze.

Simone e Sonia pur essendo sposati da sei mesi dormivano in due camere separate e distanti tra loro. Se per qualche ignoto motivo o pulsazione sessuale uno dei due desiderava consumare un amplesso d’amore si spostava dalla propria stanza in quella dell’altro. Poi ognuno dei due tornava nella propria. Mai una volta dopo la prima notte di matrimonio si erano dati la sveglia nello stesso letto.

Simone si chiese se questo rapporto fosse sano e la risposta era stata negativa. Le loro discussioni sugli argomenti più futili finivano sempre in rissa. Una tempesta di parole che si placava in un abbraccio dolce.

Ieri sera non era stato diverso. La discussione verteva su chi doveva accudire Tobi, il gatto tigrato che avevano raccolto per strada. Era lui il vero padrone della casa e non Simone o Sonia.

«È compito tuo» aveva tuonato Sonia agitando le mani vorticosamente, mentre Tobi apriva un occhio disturbato da quella voce acuta.

«E perché?» rimbeccò Simone alzando il tono di un’ottava rispetto a quello di Sonia. «L’hai raccolto tu».

La moglie divenne paonazza strozzando le parole che volevano uscire dalla gola.

«Ma tu non hai detto nulla!» urlò con tono feroce Sonia. «Anzi eri felice come un bambino, quando l’ho portato a casa».

«E con questo cosa vuoi dire?» strepitò Simone con lo sguardo assassino. «Forse è di mia proprietà?»

Tobi si alzò disgustato da quelle urla feroci che ferivano le sue orecchie e con passo regale, lanciando di sottecchi sguardi schifati, si avviò verso la lettiera.

Simone si alzò dalla poltrona, abbracciò Sonia seduta sul divano e disse: «Vieni Tobi che andiamo a fare un giro in giardino».