Incipit profetico – la mia storia nro 6

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Altra vecchia sfida di Scrivere creativo

«Domenica andiamo a scalare. Puoi dire o fare quello che vuoi, Alberta, ma noi andremo».

Gianni è stato deciso nell’affermazione, lasciando basita Alberta.

Loro convivevano da dieci anni, dividendo la villetta che avevano comprato insieme. Sempre d’accordo salvo qualche piccolo litigio che si ricomponeva in breve tempo. Insomma una coppia affiatata.

Lui aveva trentacinque anni, lei tre di meno. Al momento non avevano deciso se volevano un figlio oppure no. Egoisticamente fino al momento avevano rinunciato, ripromettendosi di decidere domani. Però si sa che domani è un nuovo giorno e così erano passati dieci anni.

Gianni era un consulente informatico apprezzato e ricercato e spesso era in trasferta. Alberta insegnava lettere al liceo scientifico con un incarico annuale. Aspettava con ansia il mega concorso per aspira a entrare di ruolo.

Ognuno coltivava i propri hobby senza interferire. Gianni nel poco tempo libero praticava il tennis, ma amava anche la montagna. Era un discreto rocciatore ma da tempo vi aveva rinunciato, perché Alberta soffriva di vertigini e stava in ansia sapendolo appeso a una parete. Lei invece adorava leggere e qualche volta si dilettava a scrivere brevi racconti.

Dunque quel lunedì Alberta è rimasta interdetta, quando il compagno con tono perentorio aveva annunciato che sarebbe andato con alcuni amici a scalare quella montagna dietro casa. Lei non aveva aperto bocca ma di sicuro non avrebbe lasciato perdere l’argomento. Stasera nel lettone ne avrebbero parlato.

“A Gianni non ho mai negato di andare in montagna, anche se lui sa benissimo che sono in apprensione” ragiona Alberta, mentre si prepara per andare a scuola. “Quello che non mi garba è ‘puoi dire o fare quello che vuoi ma noi andremo’. Ci mancherebbe che io mi metta di traverso. Però…”.

Finisce di truccarsi, infila la blusa di lino marrone e mette le scarpe basse, più comode per la guida.

Gianni è già uscito. Una giornata tranquilla in ufficio. Mentre prende il numero 15, fa mente locale di quello che serve per domenica. “Gli scarponi da roccia, corde e moschettoni, il tascapane. I pantaloni di velluto verdi e il maglione pesante”. Annota tutto mentalmente. Dovrà controllare che l’attrezzatura non più usata da almeno cinque anni sia funzionale e in buono stato. “Non si scherza quando si scala una parete. La minima distrazione può essere fatale” si dice, mentre scende alla sua fermata.

Gianni alla sera, quando rientra a casa, trova Alberta immusonita. Prova a darle il solito bacio come tutte le sere ma lei si scosta infastidita.

«Il tuo è un bacio di Giuda» esclama la ragazza col viso scuro, facendo una smorfia con le labbra.

Gianni rimane incerto se replicare oppure no. Capisce che l’annuncio della mattina l’ha messa di cattivo umore, quindi non vuole innescare un litigio e tace.

«Io non mangio» annuncia Alberta con le braccia conserte. «Devi preparati la cena».

Detto questo si rifugia nel suo studio, chiudendo la porta con violenza.

Lui deve ricucire e spiegare il tono dell’annuncio. “C’è poco da chiarire” pensa mentre apre una scatoletta di tonno. “O rinuncio o litigo”. Aveva fame al rientro ma adesso gli è passata. Pulisce il piatto con un pezzo di pane e beve il solito bicchiere di vino rosso. Riflette cosa è meglio fare. La montagna può attendere ma Alberta no.

Ha deciso. Bussa alla porta prima di entrare. Lei al computer. “Starà parlando con le amiche e gli amici” si dice, avvicinandosi. L’intenzione sarebbe quella di spostare i capelli biondi dal collo e darle un bacio ma per questo ci sarebbe tempo più tardi. Adesso deve parlare.

«Non volevo innervosirti» inizia con tono appena sussurrato Gianni. «Ma volevo scherzare stamattina. Non andrò in montagna con Gigi e Piero. Anzi non era nemmeno in programma».

Alberta si gira con lentezza lo guarda fissa negli occhi e legge la bugia sul naso.

«Sei un adorabile bugiardo» esclama alzandosi per abbracciarlo. «Stanotte me la pagherai. Ti amo».

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Incipit profetico – la mia storia nro 5

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Nuova profezia, proposta da Scrivere creativo in agosto.

«Alle sedici arriverà Giovanni. Ha bisogno che prepari la sala? A mio parere sarà un intervento difficile» disse Cora al professor Crespi.

Lui scosse la testa. Riteneva superfluo dare importanza a quell’intervento. “Routine” pensò il professore, mentre si infilava nel suo studio.

Cora non batté ciglio. Conosceva bene la persona, che minimizzava qualsiasi intervento per poi pretendere che tutto fosse perfetto in ogni dettaglio.

Giovanni era un ragazzo che giocava a basket. Un pivot, le avevano spiegato, quando era stato ricoverato. Alto come un pioppo con due spalle che parevano un armadio quattro stagioni aveva un ginocchio ridotto in pessime condizioni. Legamenti crociati e menisco distrutti.

Il professor Crespi era un mago nel ricostruire tutto. Una marea di sportivi era passata dalla sua sala operatoria e tutti erano tornati all’attività sportiva di vertice. Non solo atleti facevano la fila ma anche facoltosi privati, che si potevano permettere di pagare parcelle a sei cifre. Non era il classico medico della mutua, che lui disprezzava ma un luminare famoso in tutto il mondo e come tale spocchioso e borioso. Per lui qualsiasi intervento era una sciocchezza, roba da dilettanti secondo il suo parere. In compenso conosceva bene l’arte di operare e compiva dei veri miracoli. Ginocchia distrutte ritornavano come nuove. Tendini strappati ricostruiti con fili di seta. Tendine d’Achille riattaccato come se fosse un vaso prezioso.

Lui diventava più famoso e ricco ogni giorno di più.

Cora era la sua assistente, di cui lui si fidava ciecamente. Sapeva interpretare i suoi umori e i suoi pensieri come se leggesse un libro. Anche nella giornata odierna sapeva con precisione cosa fare. L’intervento era delicato e la situazione difficile. Le radiografie era impietose: i legamenti rotulei strappati, entrambi i menischi distrutti. Sarebbe stata una bella impresa anche per un maestro come Crespi. Chi aveva visitato Giovanni gli aveva detto che sarebbe stata grassa ritornare a camminare quasi normale. Per il basket sarebbe stato un ex giocatore. La sua società, Polis Sale, pensando al peggio, non era disponibile a pagare circa un milione per la clinica Speranza del professor Crespi. A parte la cifra, solo parzialmente coperta dall’assicurazione, riteneva che sarebbe stato un miracolo se fosse tornato a giocare. Però Giovanni aveva insistito e forte di un codicillo del contratto aveva ottenuto questo ricovero.

Cora convocò Ilaria, l’anestesista. Doveva predisporre Giovanni e valutare il tipo di anestesia necessaria. Allertò Alberto e Maria Sole, due infermieri che avrebbero operato in sala operatoria. Infine Luca e Flavia, i due medici che assistevano Crespi durante l’operazione. Un’equipe di professionisti senza uguali che si muovevano in sincronia col professore.

Alle quindici scese in sala operatoria per verificare che tutto fosse perfettamente funzionate, compreso il generatore di tensione. Non era mai capitato che l’energia elettrica facesse i capricci ma quello doveva entrare in funzione senza problemi qualche millisecondo di assenza.

Simulò l’incidente e il generatore fece il suo dovere.

Soddisfatta salì nella sua postazione.

«Anche questo sarà routine».

Incipit profetico – la mia storia nro 4

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Una vecchia sfida di Scrivere creativo. Inventare una storia usando l’incipit iniziale.

I giganti dormiranno sotto i nostri letti, ma le nostre paure saranno lontane. Cosa farai tu domani, Joseph?

Era questo il pensiero di Dora, che mescolava con vigore nel paiolo. Joseph con fare da cospiratore aveva ipotizzato che gli alieni avrebbero invaso la terra per punire questa landa di peccatori.

Lei aveva riso alla profezia catastrofica del compagno, che dopo aver parlato si era allontanato. Dora aveva messo nel paiolo di rame acqua e verdure appendendolo nel caminetto. Doveva mescolare tutti gli ingredienti per ottenere un brodo scuro e denso. Mentre faceva questa operazione con vigore, ripensò alle parole di Joseph. “Le nostre paure saranno lontane. Quali paure?” Non era solo questo dubbio che aveva cominciato il suo lavorio nella testa di Dora ma anche quel pezzo finale ‘Cosa farai tu, Joseph?’. Ricordava bene quella frase finale dopo il lungo discorso sconclusionato del suo compagno. “Parlava con se stesso oppure riportava qualcosa detto da altri? Se erano parole pronunciate da una misteriosa persona, chi era costui?”

Qualcosa non tornava nella mente di Dora, che assaggiò il brodo. Era al punto giusto. Adesso veniva l’operazione più delicata: staccare dal gancio il paiolo e versarne il contenuto nel pentolone, annerito dal fuoco. Doveva fare attenzione per evitare che qualche schizzo la raggiungesse. Aveva le braccia piena di scottature e non voleva aggiungerne altre.

Scacciò dalla testa le parole di Joseph, tanto quelle non sarebbero scappate, e si concentrò sull’operazione con la mente sgombra da pensieri.

«Uno, due e tre!» esclamò afferrando con decisione i manici del paiolo e con gesto fermo lo sganciò.

Pesava e ribolliva mentre con pazienza versava il contenuto nel pentolone. Adesso poteva concentrarsi sulle parole di Joseph. In primo luogo aveva parlato di alieni. “Ma chi erano costoro?” si chiese con una punta di scetticismo. La parola le ricordava qualcosa di confuso, di estraneo alla comunità dei mormoni.

«Alieni?» fece, sedendosi sul gradino del focolare per scaldare le ossa infreddolite. «Ma poi ha parlato di giganti».

A questo punto qualcosa non tornava. Sia lei che Joseph erano tutt’altro che bassi di statura ma nemmeno il resto della comunità scherzava con l’altezza. Loro erano alti sei piedi ma molti li battevano. “Ma questi giganti quanto sono alti?” rifletté Dora col viso rosso per il caldo. “Ma come faranno a dormire sotto il nostro letto che misura poco più di sette piedi?”

Dora si alzò per mettere sul tavolo le scodelle per la zuppa di verdure e prese il pane dalla madia, affettandolo in grosse fette. Aggiunse le posate di stagno e due rozzi boccali di legno hickory. Tra non molto Joseph sarebbe tornato dai campi e avrebbe pretese la sua razione di cibo.

Dora rimuginava sulle parole ascoltate prima che il compagno uscisse, presumendo che sarebbe andato nel campo di patate a diradare le piante e cacciare le talpe che mangiavano i tuberi già pronti.

“Dunque dobbiamo ospitare sotto i nostri letti dei giganti…” pensò la donna ma qualcosa non tornava nella sua riflessione. “Se questi fantomatici giganti, o alieni come ha detto confusamente Joseph, devono combattere i peccatori, perché devono dormire sotto il nostro letto? Noi non pecchiamo. Facciamo l’amore solo nei giorni comandati dal Signore. Preghiamo tutte le mattine e le sere come prima dei pasti. Non desidero altro uomo che Joseph e lui altra donna che me”. A lei stonava il connubio tra peccatori e giganti dormienti sotto il letto. “Uno? Due? Quanti?” si chiese Dora, sedendosi sulla sedia. “Ma dormono solo o devono anche mangiare?”

Troppi dubbi l’assillavano. Doveva aspettare Joseph per scioglierli.

La mia storia – miniesercizio nro 71

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Altro miniesercizio impegnativo di Scrivere creativo e nuova sfida.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un tweet che non doveva essere “tweettato”

– Un salmone affumicato

– Una donna in crisi di panico

– La foto seguente

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Ragazzi, per favore, non andate a dire in giro che non ho votato la porcata”.

Il tweet era in bilico tra la punta del mouse e il tasto DEL. Matteo chiuse gli occhi cercando di valutare cosa fare, quando un urlo lo fece sobbalzare e il dito premette il tasto di sinistra.

«Porca vacca!» imprecò, accompagnando il tutto con una bestemmia. Il tweet era davanti a lui, beffardo e impettito. Tutto colpa di Agnese e delle sue crisi di panico. Non voleva farsi curare e così quando meno te l’aspettavi emetteva delle urla spaventose. Roba da infarto. Il tweet era partito e non poteva più fermarlo.

Aprì in un nuova scheda il sito on line del suo media preferito. Sgranò gli occhi per la sorpresa. Un’immagine in bianco e nero campeggiava sullo schermo.

Matteo pensò che fossero i binari del tram ma poi si ricredette. “Se lo fossero, il tram deraglierebbe di certo” sì disse osservando meglio la figura. “No. Non poteva. Ma allora cosa sono?”

«Caro» annunciò alle sue spalle Agnese, reggendo il vassoio. «Ti ho portato le tartine al salmone e un bicchiere di vino».

Matteo la guardò in cagnesco ma virò verso un sorriso e la baciò.

La mia storia – miniesercizio nro 70

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Simpatica questa nuova avventura proposta da Scrivere creativo. Cosa?

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un orto incolto

– Un panettiere pigro

– Un panettone scaduto

– La foto seguente

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Clara camminava verso un punto non definito. Ai lati c’erano piccoli appezzamenti chiusi da reti rabberciate. Erano l’immagine della desolazione. Un tempo erano orti, che il comune assegnava ai pensionati, adesso un ammasso di erbacce.

Seguiva il sentiero tra macerie e terreni incolti. La guerra aveva colpito duro quest’area. Non si vedeva volare una mosca né sentire una voce umana. Solo il rumore dei suoi passi sullo sterrato polveroso.

In lontananza vide delle costruzioni fatiscenti. Camminò per lunghe ore come se inseguisse il miraggio della fata Morgana.

«Che cerchi?»

Udì la voce di un uomo in bianco, anche se questo affiorava solo qua e là.

«Chi sei?» fece Clara, fermandosi.

«Nulla. Una volta facevo il pane».

Appoggiato al tronco stava l’uomo con una cicca spenta in bocca.

«Lo vuoi?» chiese il panettiere, allungando una confezione.

«Cos’è?» disse Clara, allungandosi per osservare meglio.

«Un panettone Motta dei tempi buoni».

Spalancò gli occhi sorpresa. “Di certo sarà scaduto” pensò, riprendendo il cammino.

Si fermo davanti a un palazzo dalle forme strane. Pareva disabitato con i rivestimenti esterni cadenti e le finestre senza imposte.

“Forse prima di questa fottutissima guerra era un palazzo di prestigio. Adesso è solo un rudere” e passò oltre.

Blogger Recognition Award

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AlidiFarfalle e il suo splendido blog Idee in movimento ha avuto il gentile pensiero di segnalarmi per questo award, che mi pare nuovo nel panorama delle segnalazioni.

Blogger Recognition Award – Le regole
• ringraziare il blogger che vi ha nominato e inserire il link al suo blog;
• scrivere un post per mostrare il proprio premio di riconoscimento;
• raccontare brevemente la nascita del proprio blog;
• dare dei consigli ai nuovi blogger;
• nominare altri 15 blogger ai quali si vuole passare questo premio di riconoscimento;
• commentare sul blog di chi vi ha nominato e fornirgli il link al tuo articolo

Il ringraziamento è scritto come pure il link.

Il post lo sto scrivendo. Se avete la pazienza di leggerlo, potete trovare l’immagine del premio stesso.

E con questo ho sistemato i primi due punti.

Come nasce il mio blog Newwhitebear’s Blog – Poesie e racconti: i colori della fantasia

Il blog ha una storia lunga dieci anni e molti mesi. Nasce per scommessa con me stesso. Pensavo che nessuno l’avrebbe letto, quando ai primi del 2007 – sì avete letto bene 😀 – ho scritto il primo post sul sito di Microsoft Windows Space Live. Credo che fosse una poesia. Anzi no una curiosa riflessione vi lascio il link se qualcuno volesse leggerla. Parlavo di scommesse. Scommessa vinta dal blog e persa dal sottoscritto. In poco tempo avevo un bel po’ di seguaci che leggevano e commentavano. Con qualcuno ci sono stati anche scambi di mail. Un bel successo che mi ha messo apprensione. Dopo due mesi ho deciso di farlo morire di inedia. Ma il richiamo era troppo forte. A maggio dello stesso anno sono finito su quella splendida e sempre rimpianta di Splinder. Un posto davvero speciale dove c’erano persone speciali. Da lì non mi sarei mosso, nemmeno a cannonate, se la piattaforma non fosse defunta. Il passaggio su WordPress è stato naturale, perché Microsoft aveva chiuso la sua e traslocato coattamente qui. Ma questa è storia recente si fa per dire: gennaio 2011. Niente di speciale dunque ma una lunga storia

Anche il terzo punto è andato in porto. Ragazzi che fatica ricevere le nomine.

Consigli a nuovi blogger

Consigli per gli acquisti? 😀 Consigli per i blogger? Qualcuno me ne suggerisce di validi per me, perché sono ancora un apprendista blogger. L’unico suggerimento, niente consiglio – brutto vocabolo -, è dimostrarsi cortesi e gentili con gli altri blogger, accettare le loro opinione senza recedere dalla propria, rispondendo in modo educato. Il resto viene da sé. Ognuno deve trovare la propria identità sul web senza crearsi un alter ego difforme da quello che si è.

Qui è stata dura. Dare dei consigli? È una bella impresa ma proseguiamo.

La nomina di 15 blogger? La salto, perché tutti sono nominati. Siete tutti nel mio cuore, quindi niente scelte antipatiche.

L’ultimo punto è più facile. Un commento l’ho lasciato. Un secondo mi fa piacere.

La mia storia – miniesercizio nro 69

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Nuovo appuntamento alle ministorie di Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un lecca-lecca

– Il portiere della nazionale di calcio a cinque

– Un gioco di ruolo

– La foto seguente

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Jacopo arrivò al campo in anticipo. Teneva in bocca un chupa chups. Parcheggiata la macchina, prese la sacca dal sedile posteriore. Il lecca lecca gli gonfiava la guancia, mentre la passava da un lato all’altro.

«Porca miseria» esclamò davanti agli spogliatoi, chiusi con un bel lucchetto.

Lo toccò perché era di discreta fattura ma senza la chiave non poteva entrare.

«Pazienza» borbottò, sedendosi sulla panca di fianco alla costruzione.

Prese il tablet per mettersi a giocare. Doveva far passare mezz’ora prima che l’allenatore della squadra arrivasse con la chiave.

Jacopo era il portiere titolare di Schiappe, squadra di calcetto a cinque. Per la sua abilità era finito nel giro della nazionale.

Acceso il tablet si fiondò sui giochi. Fece scorrere le varie schermate. Selezionò ‘Giochi di ruolo’ e tra questi scelse Warlock, il suo preferito. Lui era un mago che sfidava il profondo dark per salvare Blood Elf, imprigionata dal mago antagonista Dwarf. Era arrivato al settimo livello ma il dodicesimo era ancora lontano. Imboscate, battaglie contro mostri e robot in rutilanti scene improvvise e feroci.

«Sveglia, Jacopo» disse Carlo. «Mettiti in tenuta da gioco. Tra cinque minuti si comincia».

“Uffa” pensò Jacopo, chiudendo il tablet. “Ero al nono livello”.

la mia storia – miniesercizio nro 68

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Vediamo cosa propone questa volta Scrivere creativo.

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Una brandina

– Una bacchetta magica rotta

– L’inizio del mondo

– La foto non la mostro, provate a immaginarla al termine del miniracconto. Chi indovina vince un BRAVO o BRAVA a seconda del sesso.

 

Livia si fermò a guardare la statua nel mezzo del parco pubblico. La donna scolpita pareva triste ma era l’effetto buffo del tempo che aveva fatto colare lo smog in mille rivoli.

Pensò che una bella pulitura avrebbe reso giustizia alla sua bellezza e tenerezza. Riprese la passeggiata, quando un ragazzino vestito da mago si parò innanzi.

«Ciao» lo salutò. «Come ti chiami?»

«Sono il mago Zurlì» e con un bastoncino spezzato disegnò davanti ai suoi occhi strani simboli.

Lei rise ma il bimbetto con un capello rosso in testa e una mantella di raso sbiadita sulle spalle la guardò torvo.

«C’è poco da ridere. Il mondo finirà». Scappò via.

Livia ricordò quando era piccola, all’incirca l’età del finto mago.

Stava su una brandina al mare e fuori pioveva. Doveva inventarsi qualcosa per passare il pomeriggio. Accoccolata immaginò il Big Bang, allora ignorava che lo chiamassero così, con la formazione della terra. Le avevano spiegato che Dio aveva preso una palla di fango, plasmata e lanciata nel cielo. Fiori, un melo e due incoscienti, Adamo ed Eva, che riuscirono farsi cacciare via a pedate. Un bel disastro.

Ripassò dalla statua. Un piccione era sulla testa del bambino. Un immagine buffa.

Incipit profetico – la mia storia nro 3

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Scrivere creativo aveva proposto questo incipit lasciando libero di scrivere quanto volevamo. l’ho ripescato e ve lo propongo.

Nel 2020 l’acqua scomparirà dalla terra, ma noi saremo pronti. Ci siamo preparati al viaggio verso Marte“.

Stava scritto su una stele ritrovata nel deserto siriano da una spedizione di archeologi alla ricerca della città perduta dei Templari.

Marcello guardò Sabrina e poi Flavia. Leggeva sui loro volti la sua stessa sorpresa per questa stele scritta in italiano.

Sabrina scoppiò in una grande risata. Non poteva crederci. “Nel 2017 trovo in pieno deserto una stele con una profezia minacciosa. Tra tre anni l’acqua scomparirà dalla terra e ci sarà una migrazione di massa interstellare” si disse tra i singhiozzi e le lacrime causate dal troppo ridere. Si accasciò sulla sabbia, tenendosi la pancia. Non accennava a smettere sotto gli occhi increduli dei compagni di avventura.

Marcello teneva in mano quel pezzo di argilla un po’ sbrecciato dove si leggevano nitide quelle parole italiane, incise rozzamente. La grafia appariva incerta ma il senso era chiaro. Anche lui pensò che qualche burlone si voleva prendere gioco di loro.

Erano partiti un mese prima, a ottobre, da Torino diretti a Palmira, liberata dai neri seguaci di Al Baghdadi. Erano tre ricercatori dell’università, che aveva pagato tutto. Viaggio, attrezzature e tanti auguri. Ne avevano bisogno visto il posto prescelto per la loro spedizione. Nessuno era riuscito a dissuaderli dalla loro incoscienza. Spedita a Antakya una Renegade modificata per consentire di dormire al suo interno, raggiunsero la Turchia via mare. Attraversato il confine siriano, seguirono le antiche vie carovaniere per arrivare all’oasi di Palmira, l’antica Tadmor, alla ricerca di una mitica città fondata dai Templari nel 1197, di cui si erano perse le tracce. La sua localizzazione era incerta come la sua esistenza. Esistevano dei codici manoscritti, la cui autenticità era assai dubbia, ritrovati in una bottega antiquaria. I tre ricercatori si erano infervorati e avevano ottenuto l’appoggio dell’università nel loro pazzesco progetto. Con l’incoscienza dei loro trent’anni erano partiti verso un paese dilaniato dalla guerra, dove USA e Russia combattevano la loro war game. Mille difficoltà si erano frapposte tra loro e l’avanzamento della spedizione. Prima i turchi che li guardavano come foreign fighters, poi i siriani che li avevano classificati come spie, infine le molte fazioni che pretendevano un pedaggio per il loro passaggio. Insomma il classico percorso a scalini, costellati di trabocchetti. Alla fine la loro ostinazione aveva prevalso ed erano riusciti a imboccare la strada per Palmira.

Adesso a metà strada tra Damasco e Palmira questo ritrovamento li gettò nella confusione. Sabrina si rotolava nella sabbia in preda a un riso frenetico e convulso. Flavia balbettava parole sconnesse. Marcello continuava a leggere quella frase con una profezia al limite dell’assurdo per via della lingua scelta. La lastra pareva vecchia ma la frase italiana era fuori luogo. “Se fosse scritta in arabo o in caratteri cuneiformi sarebbe plausibile anche se improbabile. Ma in italiano? Nel deserto siriano? No, puzza d’imbroglio” pensò Marcello, mentre si domandava se il sole del deserto siriaco stesse giocando dei brutti scherzi. Allucinazioni o peggio.

«Calma, Sabrina» affermò Marcello, sollevandola da terra. Le lacrime era impastate di sabbia, i capelli in condizione penosi come i vestiti.

Con una salvietta umida le ripulì la faccia ridotta a una maschera e l’aiutò a togliersi la polvere dai pantaloni color cachi. Sotto le ascelle era impossibile, perché la sabbia aveva aderito alla camicia.

Il trio si avviò verso la Jeep per mettersi al riparo, anche se il sole di novembre non era così caldo da essere insopportabile.

Sistematisi sotto la tenda della Renegade, Marcello chiede il parere alle due compagne, mostrando loro la piccola lastra.

«Sembra vecchia» azzardò il ragazzo, passandola a Flavia, che l’esaminò.

Scosse il capo la ragazza. Era impossibile stabilire l’età dell’oggetto.

«Potrebbe essere un fake» affermò Flavia, che esaminava da ogni angolazione l’argilla. «Sembra una tavoletta di quelle usate in quest’area ma l’italiano…».

La ragazza scuoteva i capelli rossi in segno di diniego. Il viso cotto dal sole autunnale mostrava la sua incredulità sulla bontà della scritta.

Marcello annuì. La sua affermazione non faceva una grinza.

«Ammettiamo che tu abbia ragione» rispose il ragazzo nel riprendere l’oggetto, che osservò con meticolosa cura. «Ma come è finito qui? Proprio mentre cercavano le tracce dell’antica via carovaniera?»

Sabrina, che si era ripresa dalle risate convulse, era rimasta in silenzio ascoltando i due compagni.

«Non ci stai tirando un pacco?» fece poco convinta della storia del ritrovamento. «Come l’hai trovato?»

Marcello stava rispondendo piccato all’insinuazione della ragazza, quando decise che non era il caso di polemizzare e accendere il litigio.

«Come avete visto, eravamo da poco…» cominciò a raccontare.

«Io non ho visto nulla, a dire il vero. Ho notato solo che tenevi fra le mani qualcosa» esclamò Flavia con timidezza come se avesse paura delle reazioni del ragazzo.

«Io?» disse ridendo Sabrina. «Ho sentito solo il vostro vociare».

Marcello le guardò. Non gli volevano credere e pensavano che lui volesse burlare di loro. “In effetti non hanno tutti i torti” rifletté il ragazzo, tornando sul posto del ritrovamento. “Non hanno visto nulla. Hanno sentito solo la mia esclamazione. Chiunque potrebbe pensare male”.

Marcello si chinò nel punto dove la sabbia era smossa e ragionò che potevano esserci altre tavolette con nuove indicazioni.

Sabrina osservò da sopra la spalla cosa faceva il compagno. Non comprendeva quel suo raspare tra sabbia.

«Cosa stai facendo?» chiese curiosa, attirando l’attenzione di Flavia, rimasta sotto la tenda.

Marcello sollevò il capo, girandosi di novanta gradi.

«Qui ho trovato il primo reperto. Qualcosa mi suggerisce che ce ne sono altri».

La ragazza sorrise ma il ghigno allegro del viso si trasformò in una maschera di sorpresa. Vide affiorare qualcosa che pareva vagamente una tavoletta di argilla. “Aveva ragione Marcello” pensò abbassandosi per osservare meglio.

«Credo di averne trovato altre» affermò il ragazzo, mentre ripuliva con le mani dalla sabbia una lastra molto simile al primo ritrovamento.

In 2020, water will disappear from the ground, but we will be ready. We were prepared for the trip to Mars

«Non è possibile!» esclamò affranto Marcello, sedendosi sulla sabbia e allungando il nuovo reperto a Sabrina.

La ragazza guardò il pezzo incredula. Prima in italiano, adesso in inglese. Stava per mormorare qualcosa, quando Marcello la precedette.

«Ragazze, accetto scommesse! Ne troveremo a centinaia scritte in tutte le lingue del mondo».

Frugò freneticamente nella sabbia e comparvero altre tre tavolette di argilla.

«Questa è in spagnolo» esclamò per nulla sorpreso il ragazzo.

«E le altre due in francese e tedesco» fece Sabrina ridendo di gusto. Un burlone aveva colpito duro.

Marcello e Sabrina si abbracciarono con le lacrime agli occhi per la risata provocata da quella scoperta, quando Flavia si alzò e indicò un punto del cielo.

«Ragazzi! Un drone ci sta spiando».

La mia storia – miniesercizio nro 67

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Nuova sfida di Scrivere creativo che accetto prontamente

Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:

– Un bastone di legno

– Una valigia chiusa a chiave

– Leonardo DiCaprio

– La foto seguente

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Andrea amava il vintage, quindi non poteva mancargli una bicicletta stile Olanda. Sella in cuoio e molloni d’acciaio che avrebbero retto un colosso di centoventi chili. La usava di rado, solo quando voleva fare il figo. Pesava una tonnellata e spingere sui pedali era una fatica bestiale.

Sabato decise di fare in bici un giro nella piazza durante lo struscio. Vanitoso com’era voleva mostrarsi alle ragazze che stavano a crocchi in ogni angolo.

Capelli impomatato con un chilo di gel, tirati all’indietro come negli anni trenta, due baffetti appena spuntati. Un doppiopetto gessato e le scarpe bicolori.

Sbuffando e imprecando pedalava con forza verso la piazza, quando Alberto lo apostrofò: «Toh! Arriva il Leonardo della bassa!» tra le risa sguaiate della compagnia.

Andrea scartò bruscamente tanto che per poco non ruzzolò per terra. Cambiata direzione puntò verso casa. Nel baule in soffitta c’era un bastone nodoso e robusto, adatto per usarlo su Alberto.

Abbandonata la bicicletta nel prato di casa, fece a due a due gli scalini per salire nel sottotetto.

Il baule era chiuso ma la chiave mancava. Guardò, armeggiò, imprecò: rimaneva chiuso. Si osservò nello specchio: era coperto di ragnatele. Una risata gli tolse la voglia di vendetta.