Una storia così anonima – parte quarantaduesima

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Carnevale - Foto personale

Carnevale – Foto personale

Rhedae, 25 novembre 1307, primo albore – anno secondo di Clemente V

Simon li ha salvati, sviando Louis. Li fa entrare in una vecchia abitazione adiacente al castello, non messa meglio del ripostiglio precedentemente usato. Le imposte sono marce, gonfie di umidità e non riparano per nulla. Il pavimento in mattoni rossi, almeno una volta erano di quel colore, è tutto dissestato, come il camino. Una vera desolazione. Marcel si guarda intorno e fa una smorfia di disgusto. ‘Di male in peggio’ si dice. Pietro appare disteso, incurante dello spettacolo poco edificante della casa, perché ha raggiunto l’obiettivo della sua missione.

Restate qui in silenzio” sussurra Simon. “Vado a recuperare quello che avete lasciato al castello”. Si avvolge nel mantello e torna fuori, mentre la neve sospinta dal vento fa mulinelli.

La notte trascorre veloce tra il dormiveglia e l’attenzione ai rumori provenienti dall’esterno. Manca poco al primo albore, quando Pietro si volge verso levante per iniziare il lento salmodiare delle preghiere del mattino. Marcel lo osserva con un misto di curiosità e ammirazione. ‘Quel frate’ si dice, sgranando gli occhi per abituarli al buio, ‘sembra fragile come un vetro ma invece è forte come il ferro temprato delle spade. Ha una forza d’animo incredibile e un intuito eccezionale’.

Simon si è raccomandato, prima di lasciarli, di non accendere luci o fuochi e di passare da lui, prima di riprendere il cammino. Pietro e Marcel escono dall’abitazione guardinghi. “Via libera” sussurra la guida, dirigendosi verso il cortile del castello. Ha smesso di nevicare ma il cielo rimane latteo. Un vento gelido da tramontana ha indurito la neve caduta nella notte. Scricchiola sotto le calzature dei due uomini, producendo un sinistro rumore. Bussano alla porta di Simon, che era pronto ad accoglierli.

In silenzio entrano a riscaldarsi. La notte è stata dura senza la possibilità di ripararsi dal freddo pungente, che imposte e porte non hanno trattenuto fuori. Ogni tanto hanno chiuso gli occhi per riaprirli quasi subito, sentendo gemere gli infissi sotto la sferza del vento.

Ho preparato qualcosa di caldo” dice Simon, indicando due scodelle fumanti sul tavolo. “Niente di speciale. Una zuppa di verdure con pane di segale”.

Entrambi ringraziano con un cenno del capo, mentre la bevono accanto al camino, che riscalda la stanza.

Grazie” dice Pietro, che con le mani prende i tocchi di pane, rimasti sul fondo. “Gesù e Maria Maddalena sapranno esaudire i vostri desideri”.

Marcel sorride, mentre Simon annuisce col capo. “In questa bisaccia” dice il cataro, indicando con la mano un sacco, “ci sono due pani e formaggio di capra stagionato. Non è molto ma vi servirà nel viaggio”.

L’uomo esce a controllare, se non ci siano occhi indiscreti in vista, e con un cenno della mano li fa uscire, augurando loro ‘Buon viaggio’. Resta sulla porta, finché non sono scomparsi, inghiottiti dal buio della scala che porta verso l’uscita segreta alla base dello sperone roccioso, su cui poggia il castello. Pietro copre il suo bardo con una pesante coperta di lana e si assicura che sia in buone condizioni per affrontare un viaggio per nulla facile.

Una pallida luce li accoglie all’uscita e con lentezza e prudenza affrontano il sentiero che li conduce lontano da Rhedae. Camminano senza parlare, tenendo per le briglie i cavalli, scendendo verso Couiza. Poco prima del paese, Marcel rompe il silenzio.

Dove pensate di andare?” gli chiede, mentre fanno una piccola sosta.

Verso la costa” risponde Pietro, che sta rifocillando il suo bardo. “Sarebbe mia intenzione imbarcarmi su una nave da carico diretta verso le coste liguri”.

Marcel si gratta la barba grigia, riflettendo sull’informazione. ‘Si potrebbe puntare su Ruscino verso mezzogiorno’ pensa la guida, ‘un posto sicuro sotto la protezione del regno di Maiorca. Si allunga la strada ma non si fanno brutti incontri’. La guida ragiona anche di raggiungere Narbona, dove c’è un porto importante, al riparo delle tempeste invernali. Tuttavia riflette che si torna in territorio, governato dal re capetingio. Quindi pericoloso per il templare.

Frare Pierre” inizia Marcel, pulendosi la bocca con la manica della giacca, “ci sono due strade. Una sicura verso sud, L’altra più a levante più pericolosa. Dove volete essere guidato?”

Quale è quella più facile da raggiungere?” domanda Pietro, fissandolo in viso.

Quella più pericolosa” risponde la guida. “Si torna in territorio governato dal re capetingio”.

Bene” dice il frate, “affronterò questo rischio. Se mi indicate la via, posso farcela da solo, così voi potete tornare alle vostre occupazioni”.

No” afferma Marcel, guardandolo in viso. “Vi guiderò io per strade prive di pericolo fino a Narbona”.

Sotto un cielo plumbeo i due viandanti si avviano verso la costa, che raggiungono dopo due giorni.

Restate qui” dice Marcel, facendo segno di fermarsi. “Arrivo fino a Port-le-Nouvelle alla ricerca di una nave da carico in partenza verso le coste liguri”.

Pietro si sistema in un posto riparato in attesa del ritorno della sua guida. É l’ora sesta, quando lo vede comparire.

Alla fonda c’è un caracco, Fauçon, che per l’ora nona è di partenza per Genova” lo informa Marcel. “Il comandante è disposto a darvi un passaggio fino a Savona. Non vuole avere grane nel porto di Genova”.

Mi sta bene” risponde pronto Pietro, alzandosi per mettersi in marcia verso il porto.

Marcel lo guida sicuro, evitando i posti pericolosi. Si presentano al comandante del Fauçon, che è pronto per imbarcare Pietro e il suo bardo. Riconosce nel frate un templare e gli fa un prezzo speciale. La caracca è stata a suo tempo una nave del Tempio, guidata da Roger de Flor. Adesso naviga tra la costa catalana e i porti italiani trasportando bestiame e altri beni. Viaggia sempre a pieno carico. La nave ha uno portellone laterale per favorire l’imbarco di cavalli o bestiame. L’Usciere viene chiamato. É un’imbarcazione tonda, dalla linea poco slanciata. Ha due vele quadre con una croce simile a quella dei templari e una triangolare sull’albero mezzano. Panciuta, con la poppa tondeggiante galleggia tranquilla vicino alla riva.

Mi date dieci scudi d’argento” dice il capitano, accogliendo Pietro. “Vi lascerò in un porto minore della costa ligure prima di Genova. Qui sono molto fiscali e non voglio avere noie con loro”.

Il frate annuisce, mentre conta il denaro pattuito. Poi si volta verso Marcel, che sta immobile col viso triste. Nei giorni, che ha accompagnato il templare, ha imparato a conoscerlo e apprezzarlo. Gli dispiace abbandonarlo ma sa che il suo compito è finito. Il frate lo abbraccia in silenzio in un lungo e commosso addio, prima di far scivolare una piccola borsa tintinnante nelle mani di Marcel, che vorrebbe ritirarle per evitare il contatto col denaro.

Prendete” dice il templare, stringendogli a pugno la mano. “Siete stato prezioso. Un vero amico”.

Il rude montanaro appare turbato dall’emozione, che cerca di mascherare, abbassando il cappuccio.

Presto” fa il comandante, che è impaziente di prendere il largo prima che il buio impedisca la partenza.

Viene abbassato il portellone laterale per far salire a bordo Pietro col suo bardo. Dopo averlo sigillato, mollano gli ormeggi e la caracca, sfruttando la brezza di terra, si avvia verso il mare aperto.

Rhedae, 25 novembre 1307, terza vigilia – anno secondo di Clemente V

Louis è infuriato. Qualcuno gli ha fatto credere che il frate stava fuggendo. Ha rincorso un fantasma, ha perso l’opportunità di mettere le mani sul templare, che pare sfuggirgli viscido come un’anguilla. Ritorna, digrignando i denti, alla chiesa, che trova vuota. Lo cerca al castello ma invano. ‘Dove si sarà cacciato?’ si domanda, muovendo nervosamente le mani sull’elsa della spada. ‘Le porte della città sono chiuse. Di certo non ha preso il volo’. La neve cade incessante, sia pure con minore intensità. Non sa dove cercare.

‘Di sicuro’ pensa, ritornando sui suoi passi verso il castello, ‘ha un complice tra questi eretici’. É ben conscio che la sua presenza infastidisce qualcuno, che non vede di buon occhio la presenza di un cavaliere francese nella marca catalana. Non crede che il frate sia uscito di notte da Rhedae sotto la bufera di neve e di vento. ‘Aspetterà il primo albore per andarsene’ si dice, mentre si reca al posto di guardia accanto all’unica porta per allontanarsi dal paese.

Quando albeggia, le guardie aprono i portoni. Louis, ben occultato, osserva chi esce e chi entra. All’ora sesta non ha visto la sagoma inconfondibile del templare. Sbuffa perché intuisce che ancora una volta il frate gli è sgusciato silenzioso tra le mani.

Ma se qualcuno volesse uscire non visto” domanda al capitano delle guardie, “potrebbe farlo?”

Il soldato riflette. Ha sentito delle voci che attraverso le segrete del castello è possibile uscire non visti. Però non sa come sia possibile e dove si esca.

Ci sono delle voci” comincia il capitano, “che dicono che esita un’uscita segreta. Dove sia non lo so. Parlano di un posto imprecisato del castello. Dove conduca, non mi è dato di sapere, ammesso che sia vero”.

Louis impreca, bestemmiando. ‘Sì’ pensa, ‘ha avuto aiuti. Da chi? Come?’ Nervosamente ritorna al castello per prendere il suo cavallo e mettersi all’inseguimento del frate.

Si ferma per la notte a Couiza, nell’attesa partire verso la costa. Secondo alcuni sarebbe probabile che si sia diretto verso Narbona. Louis sa di essere in svantaggio di una giornata ma conta di recuperarla strada facendo. ‘Se sono fortunato’ si dice, mentre consuma il pasto serale, ‘potrei trovarlo in attesa di un imbarco verso le coste liguri o pisane’.

Due giorni all’ora nona arriva al porto di Narbona, osservando un caracco che sta lasciando la costa verso il mare aperto.

Dove è diretta quella nave?” domanda a un marinaio, seduto davanti a una bettola.

Fauçon?” gli risponde, tracannando un boccale di vino.

Non saprei’ dice Louis. “Quell’imbarcazione che sta prendendo il largo” e indica il caracco con la mano.

Forse a Genova oppure a Pisa” replica l’uomo con un violento rutto.

Il cavaliere sa di essere arrivato in ritardo di poco ma in ritardo. Il frate ha preso il volo. ‘Difficilmente’ ragiona Louis, ‘riuscirò a intercettarlo, quando sbarca’. Poi va alla ricerca di un alloggio per la notte.

Una storia così anonima – parte quarantunesima

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Interni - foto personale

Interni – foto personale

Rennes-le-Château, 28 febbraio 2015, ore dodici.

Allez-y, les enfants” urla Madame Monzon dal piano terra, “est servie”.

Anche se non ha capito nulla di quello che ha urlato la donna, intuisce che la pappa è pronta. Luca osserva Vanessa con sguardo interrogativo come dire ‘andiamo?’.

Eureka per cosa?” gli chiede la ragazza, incerta tra scendere per il pranzo e restare in camera per comprendere quella strana esclamazione.

Ci siamo” dice Luca con gli occhi che brillano per soddisfazione. “Ma possiamo parlarne anche a pancia piena. Il mio stomaco brontola”.

Vanessa scuote la testa, perché, quando si tratta del mangiare, Luca comprende tutto al volo. “Stai bene?” gli domanda, perché non è sicura, che l’amico abbia sciolto l’enigma, e pensa che voglia prendersi gioco di lei.

Mai stato meglio di così!” afferma il ragazzo, accennando una smorfia di dolore. Si era dimenticato del taglio in testa.

Sei un buffone” gli dice la ragazza, prendendolo sottobraccio. “Speriamo che il pranzo sia più leggero rispetto a ieri”.

In effetti è meno pesante con grande sollievo dei due ragazzi. Una garbura, la tipica zuppa di verdure casalinga, agnello con fagioli di Tarbes e la crème catalane per finire.

Vanessa non vede l’ora di terminare per rinchiudersi nella stanza con Luca. Quell’esclamazione di gioia continua a ruminarle nella testa. ‘Io non ci ho capito nulla’ pensa, mentre velocemente mangia la sua porzione di crème catalane. ‘Come ha fatto, Dio solo lo sa!’ Dà segni di irrequietezza, mentre Luca fa il gigione con la servetta. Vanessa lo guarda in tralice e gli molla una pedata.

Ahi!” esclama il ragazzo, squadrandola male.

Scusa” dice Vanessa, fingendo dispiacere, mentre con gli occhi gli fa segno di muoversi. ‘É ora di togliere il culo dalla sedia’ gli trasmette visivamente.

Luca ride. Ha capito il messaggio ma il caffè lo vuole bere prima di alzarsi. Madame Monzon li guarda e scuote la testa. ‘Ha detto che è solo un amico’ si dice, mentre accenna a Elionor, la ragazza che l’aiuta nella gestione della gite, di preparare in salotto caffè e l’amaro alle erbe. ‘Eppure bisticciano come due innamorati’.

Luca pare divertirsi a tenere sulle spine l’amica, che mostra impazienza nelle parole e nei gesti. Vanessa è furibonda, con gli occhi, che sembrano due lanciafiamme. Si accomoda nel salotto sul divano, mentre Luca si siede sulla poltrona di fronte. Poco dopo sul tavolino compare il vassoio con caffè e bicchierini di liquore. La stanza, ampia e luminosa con l’ampia vetrata, che guarda il giardino, che in questo periodo è brullo, le appare poco invitante.

Potevi risparmiarmi quel calcione” le sussurra, mentre con il braccio sulle spalle di Vanessa salgono in camera.

Te ne rifilo un altro, se non togli quella zampaccia” ringhia la ragazza, senza ottenere nessun effetto concreto.

Luca prende il computer dalla borsa, prima di sistemarsi sul divano. Vanessa è in tensione, perché la curiosità di conoscere cosa significano quelle lettere cresce di secondo in secondo.

Dimmi” gli dice, sistemandosi meglio accanto a lui, “come hai fatto a decifrare il messaggio”.

L’idea me l’hai lanciata tu” ghigna il ragazzo, mentre avvia il computer.

Vanessa strabuzza gli occhi incredula. ‘Io?’ si dice, cercando di ricordare quello ha detto prima di scendere. “Cosa avrei detto?” domanda la ragazza, aggrottando la fronte.

Hai parlato di un codice cifrato” la rimbecca il ragazzo con un sorriso ironico.

Vanessa scuote il capo. ‘Il colpo in testa l’ha rincoglionito del tutto’ pensa. ‘Per aver pronunciato un’affermazione ovvia, lui pretende di avere capito tutto’. Si adagia sullo schienale. ‘Luca non si smentisce mai’ riflette, perché ha compreso che stanno navigando ancora al buio.

Il ragazzo sorride soddisfatto. ‘Sono sulla strada giusta’ si dice, facendo l’occhiolino all’amica. ‘Un piccolo sforzo e ci siamo’. Armeggia un po’ coi motori di ricerca, prima di riprendere a parlare.

In quel periodo mi sa che non ci fossero molti modi per cifrare un messaggio” comincia Luca, prendendo una via molto alla lontana. “Così ho pensato…”.

Vanessa sbuffa insofferente. “Cerca di non spiegarmi tutta la cronistoria dei codici cifrati” dice, stringendo le labbra per reprimere l’ira che sta salendo. “Se ne ho voglia, vado su Wiki per studiarli con calma”.

Quanta fretta, Van!” fa Luca sornione, strizzando gli occhi. “Pensavo…”.

Pensa poco e concretizza” dice Vanessa, chiudendo e aprendo la mano sinistra nel segno inequivocabile di sintetizzare.

Uffa” sbuffa il ragazzo. “Cercherò di essere breve”.

É meglio per te” afferma poco conciliante la ragazza.

Dunque dicevo” riprende il ragionamento Luca. “Nel trecento credo che il codice di Cesare fosse quello più gettonato. Ma chi ha scritto il messaggio non l’ha usato”.

Vanessa si sistema meglio sul divano, avvicinandosi al computer. “Perché?” domanda curiosa, sbirciando lo schermo.

Sai come funziona?” le chiede, mettendosi si traverso per osservarla meglio.

No”.

Ti spiego” comincia Luca. Digita una parola ‘ARA’. “Se avesse usato quel codice, troverei ‘CUC’ o qualcosa di simile a seconda della traslitterazione usata”.

Translitterazione?” esclama Vanessa, spalancando occhi e bocca. “Che roba è?”.

Luca ride, osservando il suo viso sorpreso e sbigottito. “Ho usato il codice tre che prevede lo slittamento di tre posizioni nell’alfabeto. A diventa C, B è D, e così via. Nel nostro messaggio non si legge nulla che possa adattarsi a questa codifica”.

Vanessa rilegge la stringa e ammette mentalmente che la logica di Luca è ineccepibile. ‘Eppure ha gridato EUREKA, come se avesse scoperto tutto’ si dice per nulla convinta che l’amico abbia la soluzione in tasca. Lo guarda mentre scrive qualcosa alla ricerca di una dritta. Almeno secondo lei.

D’accordo” fa Vanessa, allungando le gambe, “ma cosa è stato usato?”

Luca non risponde subito, continua a lavorare col computer. “Diciamo un qualcosa di simile” comincia cauto, mentre scrive alcune righe di codice di programmazione. “Diciamo la tavola di Vigènere, anche se questa è arrivata duecento anni dopo”.

Vanessa strabuzza gli occhi. ‘Che cavolo va dicendo?’ pensa interdetta. ‘La botta gli ha fatto molto male!’ Lo guarda senza essere ricambiata, prima di sbottare. “Insomma cosa dice quella stringa?”

Pazienta un attimo” risponde Luca con un sorrisino sulle labbra. “Devo mettere a punto questo programmino”.

La ragazza si sposta verso una sponda del divano, irritata e silenziosa. ‘Mi ha fatto credere di aver risolto il grattacapo, invece…’ riflette, leggendo la stringa.

Credo di esserci” dice Luca con il viso soddisfatto. “L’alfabeto è quello latino e la chiave è ‘RHEDAE’. Ingegnoso il nostro scribacchino”.

Vanessa torna vicino al ragazzo visibilmente curiosa di scoprire il senso della frase. “Ma chi l’ha scritta” dice ridendo, “non aveva i nostri mezzi! Tanto di cappello”.

Luca solleva un sopracciglio, prima di immergersi nel suo computer. Dopo qualche minuto distende le braccia dietro la testa, soddisfatto del risultato. “Non sei curiosa di sapere cosa c’è scritto?” domanda il ragazzo.

Sì” replica Vanessa che pare seduta su un rosaio tanto si dimena per trovare una posizione comoda.

Ecco il testo decifrato ‘SUB ARA VOS REPERIETIS CINERACEA PETRA INFERA LIGNEA THECA DOMUS‘. Soddisfatta?”

La ragazza è allibita. La frase ha un senso compiuto ma non è persuasa, che sia la soluzione.

Se fosse vero quello che hai decifrato” dice, alzandosi, “dovremmo trovare riscontri sotto l’altare”.

Luca ride di gusto. “Pensi di trovare qualcosa?”

Sì” afferma decisa Vanessa, che si veste per uscire.

Rennes-les-Bains, 28 febbraio 2015, ore quattordici.

Pierre esce dal centro medico con un vistoso cerotto sulla guancia e la bocca un po’ storta.

Mi raccomando” gli ha detto il medico che l’ha curato. “solo cibi liquidi e usi una cannuccia. Il taglio alla lingua è profondo”.

Per quanto tempo?” si è informato l’uomo, parlando a fatica per i punti di sutura.

Domani l’aspetto qui per la medicazione” gli ha risposto, eludendo la sua domanda.

Guida con prudenza verso Rennes-le-Chateau. Il dolore non è scemato, anzi tende a crescere man mano che la puntura di anestesia locale perde di efficacia nei suoi effetti. ‘Quella gatta ha degli artigli non male’ si dice, mentre parcheggia vicino a Le dragon de Rhedae. “Però quel caprone del suo compare non è da meno come testa dura’. Non ha appetito e rinuncia a salire nella sua stanza. Decide di passeggiare per il paese per raccogliere le idee. La giornata non è ideale per camminare. Nuvole basse e qualche accenno di pioggia sconsiglierebbero chiunque ma non Pierre, che deve fare il punto della situazione in silenzio.

‘Il Gran Maestro è stato categorico su un punto’ si dice, mentre percorre le vie strette senza marciapiede del piccolo paese. ‘Devo scoprire cosa sanno sul tesoro dei templari e poi bloccarli. Come?’ Scuote la testa ma fitte dolorose gli fanno rinunciare quasi istantaneamente al movimento. La lingua duole con fitte acute che penetrano nervosamente nel cervello. I graffi, per nulla superficiali, fanno sentire la loro voce. L’effetto dell’anestesia è svanito, riattivando tutti i dolori assopiti. Si ritrova nello spazio vicino al complesso di Saunière a osservare la vallata dell’Aude, grigia come il cielo. Le cime dei Pirenei sono occultate da nuvole scure per effetto della luce calante del giorno.

‘Quella gatta mi ha fregato’ pensa, cercando di dominare il pulsare del dolore nelle ferite. ‘Mi ha fatto credere quello che ha voluto lei. Ma è stato quel grido Henri a mettermi in crisi’. Poi si avvia lentamente verso lo stradello che conduce alla chiesa. Erbacce crescono ispide ai lati e il prato non è messo molto meglio.

Vede qualcosa dinnanzi a lui e si irrigidisce.

Una storia così anonima – parte quarantesima

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Il castello Estense - foto personale

Il castello Estense – foto personale

Rhedae, 24 novembre 1307, vespro – anno secondo di Clemente V

Credo che sia meglio che ve ne andiate” dice Simon con voce atona senza guardarli negli occhi.

Sì” risponde Marcel. “Domani al primo albore ce ne andiamo”.

L’uomo scuote la testa. Non è questa la sua opinione. Sa di essere un sorvegliato speciale per i suoi trascorsi di cataro. Capisce anche le ragioni del suo amico, Marcel. Mettersi in viaggio col buio è pericoloso. Neve e ghiaccio sono nemici dei viandanti.

Però non potete restare qui” insiste Simon.

Dove?” chiede Marcel preoccupato, mentre Pietro è interessato solo al messaggio.

Di fronte” dice Simon, “c’è un ripostiglio che nessuno usa”.

Ma è possibile riscaldarlo?” ragiona ad alta voce Marcel. “Il freddo sarà pungente stanotte”.

No” replica l’uomo. “Quello, che posso darvi, sono delle coperte di lana e un po’ di cibo”.

Va bene” fa Marcel, che si volta a osservare Pietro, del tutto assorto nell’esaminare quello che ha trascritto. Il frate sembra essere in un’altra dimensione. “Almeno un lume o qualche candela per avere un po’ di luce” aggiunge come ultima richiesta la guida.

Simon chiude gli occhi e si concentra. La richiesta gli appare ragionevole. Al buio e al freddo la notte sembrerà ancora più lunga del dovuto. Sta pensando dove li tengono nel castello. Forse lo sa. “Aspettatemi qua. In silenzio. Se qualcuno bussa, non rispondete. Questa stanza deve apparire vuota in mia assenza”.

Marcel annuisce in silenzio, mentre attira Pietro accanto al camino. Devono fare il pieno di calore, perché tra poco saranno al gelo.

Il frate si sposta senza protestare. Continua a ragionare su quella stringa che apparentemente è priva di senso. ‘Quale codifica ha usato Paul?’ si domanda, dopo aver provato a usare il codice di Cesare. ‘La sequenza utilizza un sistema differente, più complesso. Le lettere in minuscolo di sicuro separano i nomi, anche se all’occhio inesperto non sembra’. Prende un pezzetto di legno annerito dal fuoco e comincia a costruire un diagramma su un lembo di stoffa bianca. É talmente assorto nelle sue attività, che non si accorge che Simon è rientrato e sta parlottando con Marcel.

Venite” gli dice la guida. “Dobbiamo spostarci da qui”.

Pietro lo segue docilmente. Attraversa il cortile innevato, mentre un leggero nevischio scende lieve dal cielo plumbeo. Marcel apre con lentezza una porta cigolante, cercando di ridurre al minimo ogni rumore. Accende un lume a olio che deposita nel centro della stanza polverosa. Muove gli occhi circolarmente. La vista non è esaltante. Addossata a una parete c’è una catasta di mobili vecchi, rotti e impolverati. Vistose ragnatele penzolano dalle travi del soffitto. Nell’angolo opposto ci sono diversi pagliericci disfatti, che mostrano il loro contenuto. Un tavolo traballante e tre sedie sfondate sono vicine a quello che una volta era un camino, che adesso è ostruito da pietre e altri oggetti.

Pietro segue Marcel, entrando nel ripostiglio e si guarda intorno. Desolazione, polvere e tanto freddo. Però in quel momento altre sono le sue priorità. ‘Devo decifrare questo messaggio prima che sia il primo albore’ si dice, mentre si sistema il mantello intorno al corpo. Dalla sacca che porta a tracolla estrae un copricapo di lana. Mette il lume sul tavolo sgangherato, accostando un sedia. Continua a lavorare sul suo diagramma senza molto successo. Sente dei rumori e alza lo sguardo. Marcel sta rientrando con coperte di lana e delle provviste, che posa sul tavolo.

L’uomo prova a prendere un pagliericcio da usare come letto improvvisato ma una colonia di topi infastiditi sciama per la stanza. “Forse è meglio non usarli” dice a bassa voce ma udibile da Pietro. “Chi riuscirà a dormire stanotte?”

Marcel sperava in un’accoglienza migliore da parte di Simon ma forse qualcosa è cambiato dalla sua ultima visita. Si avvolge in due coperte di lana, sistemandosi sulla sedia.

Mangiate qualcosa?” chiede la guida al frate, che scuote la testa per diniego. “C’è pane fresco e formaggio stagionato e una bottiglia di vino. Io ho fame e comincio”. Con un lembo di un telo ripulisce il tavolo dalla polvere e inizia a cenare, cercando di non fare briciole. ‘L’odore del formaggio risveglierà quella colonia di simpatici sorcetti’ pensa Marcel infastidito. Osserva il compagno che borbotta e scrive senza degnarlo di uno sguardo. Non capisce l’urgenza di leggere il messaggio ma forse il pensiero di lasciare Rhedae senza aver compiuto la sua missione è più importante della misera cena.

Marcel si sistema sulla sedia, tenendo d’occhio quel poco che è rimasto del mangiare. ‘Se il templare decide di digiunare, lo useremo domani, quando ce ne andiamo’ si dice. ‘Dove?’ E la domanda rimane in sospeso. É inutile pensarci. Domani sarà un nuovo giorno. Le palpebre vorrebbero chiudersi ma freddo e il pensiero dei topi lo tengono sveglio. Osserva il frate che pare incurante di freddo e fame e rimane sorpreso perché non sembra avere una costituzione robusta. ‘Eppure’ pensa Marcel, ‘è talmente concentrato che appare come un fantasma’.

Pietro, avvolto nel suo mantello, continua a lavorare appoggiato sul tavolo, che è rischiarato dalla tremula luce di una lanterna a olio. Ombre guizzanti appaiono deformate sulla catasta di mobili impolverati e rosi dai tarli. Dopo un tempo che appare lunghissimo il frate esclama sorridente “Ci sono!”, svegliando dal torpore Marcel.

Dobbiamo uscire” afferma con forza il templare. “Dobbiamo tornare in chiesa”.

Siete impazzito?” gli chiede la guida, svegliata da quell’improvvisa esplosione di parole. Gli occhi annebbiati dalla stanchezza e dal cattivo sonno faticano a mettere a fuoco la situazione. É irritato. Quest’uomo ha intenzione di farci finire nelle segrete del castello, pensa senza rispondere all’affermazione di Pietro.

Dobbiamo tornare in chiesa” ripete il frate, alzandosi.

No” replica Marcel innervosito.

Pietro lo osserva come si guarda un insetto fastidioso. “Se non volete venire ci andrò da solo” e si avvia verso la porta.

Fermatevi!” esclama la guida, presa dal panico. “Non potete avventurarvi fuori senza un minimo di precauzione”.

Pietro si ferma e lo guarda con un misto di stupore e di insofferenza. “Allora venite con me” dice. “So dove devo prendere quello che Paul mi avrebbe consegnato direttamente”.

Marcel scuote il capo. ‘Questo templare non c’è con la testa’ riflette, ‘ma non posso lasciarlo andare da solo’. Rassegnato, esce con Pietro nella notte. Le neve cade più copiosa e attutisce il loro passi.

La piccola chiesa appare ancora più spoglia di quello che è in realtà. Qualche candela rischiara e attenua le tenebre. L’altare sembra povero ricoperto da una tovaglia bianca senza ornamenti, che mostra quattro colonnine di foggia antica. Pietro si avvicina per osservare meglio quello che sta sotto. Una lastra bianca con delle iscrizioni in latino. Quelle non interessano il frate che fa scorrere la mano sui bordi. Sente che non è stabile come se qualcuno l’avesse mossa di recente. Incunea un dito su un angolo scheggiato e la tira verso di sé.

Marcel osserva in silenzio quello che il templare sta facendo. Non comprende bene le manovre ma lo guarda mentre si incunea sotto l’altare. ‘Forse ha trovato quello che cercava’ pensa la guida, avvicinandosi un poco.

Marcel” fa Pietro, girandosi appena un po’ verso il compagno, “mi aiutate a sollevare questo marmo?”

L’uomo si dispone dall’altra parte dell’altare e infila un coltello in una fessura tra la lastra e il pavimento. “Ora” dice sottovoce il frate, mentre con lentezza il marmo si solleva, lasciando intravvedere una cavità. Sono a buon punto, quando sentono sul limitare dell’ingresso dei passi pesanti. Lo sguardo di Pietro è eloquente, mentre la lastra torna silenziosa al suo posto. Senza fare rumore entrano nel confessionale immerso nel buio. Una luce tremolante rischiara un viso, che appare nel vano della porta.

Marcel osserva una fisionomia che aveva già visto, quando era al posto di guardia. Dunque il suo intuito non aveva fallito. Era la persona che aspettava al varco il templare. ‘Forse’ riflette, tenendosi in ombra, ‘spiega lo strano comportamento di Simon, che mi è apparso intimorito’.

Pietro trattiene il respiro. É quel cavaliere che lo segue da Paris. ‘Non demorde’ si dice infastidito, stringendo le labbra in una smorfia di stizza. Subito riacquista le sembianze normali, mentre mentalmente recita il confiteor. Sa di avere peccato di ira. ‘Se ho degli scatti di collera, Gesù, Maria e Maria Maddalena mi abbandoneranno al suo destino’ pensa il frate che dice anche un atto di dolore.

Louis si guarda intorno come se fosse alla ricerca di qualcuno. Si muove in silenzio, tenendo alta la bugia per illuminare una porzione più ampia della chiesa. Borbotta qualcosa di incomprensibile. Perlustra ogni angolo con attenzione, ascolta eventuali rumori. Si avvicina al confessionale. Pietro è pronto a scattare, mentre trattiene il respiro. Marcel si addossa al fondo, pronto a menare le mani. ‘Quest’uomo’ riflette, mentre avverte salire l’adrenalina dell’ira, ‘non mi piace. Ha uno sguardo cattivo’.

Louis è pronto a illuminare l’interno, quando ascolta dei passi che si allontano in fretta. Senza pensarci due volte, si dirige verso l’ingresso per gettarsi all’inseguimento di quei rumori.

Svelto” sollecita Pietra, scattando fuori dal confessionale. “Abbiamo pochi minuti per muovere la lastra”.

Senza porre indugi afferra la lastra che non aderisce bene al pavimento, sollevandola. Allunga una mano, estraendo una cassetta di legno, che infila nella bisaccia che porta sotto il mantello. Rimette a posto la lastra e si avvia, verso l’uscita seguito da Marcel.

La nevicata prosegue con un cielo lattiginoso. Pietro si guarda intorno. Non conosce il luogo e non sa che strada prendere. “Venite” gli dice sottovoce Marcel. “Dobbiamo raggiungere i cavalli”.

Come un fantasma si materializza Simon, che con un cenno del capo indica loro di seguirlo in silenzio. “Siete stati imprudenti” sussurra sottovoce l’uomo. “Quel cavaliere non aveva buone intenzioni. Ha seguito le vostre orme”.

Grazie” replica Pietro, facendo attenzione a dove posa i piedi.

Quella stanza non è più sicura” prosegue Simon, che li conduce in un’abitazione vicino al Castello.

Una storia così anonima – parte trentanovesima

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foto personale

foto personale

Rennes-le-Château, 28 febbraio 2015, ore dodici.

Il taglio al cuoio capelluto di Luca non è grande ma sanguina ancora, sia pur meno vistosamente e gli duole non poco. L’impatto col mento di Henri l’ha stordito ma l’adrenalina della paura gli ha dato le risorse per fuggire. Adesso che è al sicuro nella gite, il ragazzo avverte tutta la stanchezza che lo stress gli ha provocato.

Fammi vedere” dice Vanessa, spostandogli i capelli.

Luca fa una smorfia di dolore. “Vai con calma!” esclama.

La ragazza ride, gettando la testa indietro. Lo abbraccia sulle spalle. “Grazie, Luca!” fa, dandogli un bacio sul collo. “Senza il tuo provvidenziale intervento non saprei come sarebbe finita. Henri era veramente deciso col coltello”.

Luca si gira per guardarla in viso. Ha ricordi confusi dell’episodio. Non ha avuto l’avvertenza di fissare la dinamica degli eventi, perché era teso a liberare Vanessa dall’impiccio in cui versava. Ricorda solo di aver pronunciato “Henri”, scatenando la furia dell’uomo.

Però gli hai scattato una foto” dice la ragazza, che ha vivido il flash dello smartphone dell’amico.

Sei sicura?” le chiede Luca, che non rammenta il particolare. Prende il Samsung e scorre le immagini. “Hai ragione!” esclama sorridente. “Ecco il nostro uomo immortalato. Non è un granché ma almeno abbiamo una sua istantanea”.

Ridono i due ragazzi, che stanno scaricando l’adrenalina accumulata nella mattinata, mentre si abbracciano con calore. Si sistemano davanti alla grande finestra che domina la vallata, che appare grigia, avvolta nelle nubi basse. Hanno molte domande da farsi, molti quesiti da rispondere.

Dimmi” comincia Vanessa, “Non ci hai messo molto tempo a raggiungermi”.

In effetti avrei potuto evitare l’assalto di Henri” risponde Luca, sistemandosi meglio sul divano accanto alla ragazza. “Mi sono fermato a prendere uno schifoso caffè a poche centinaia di metri dal complesso di Saunière”.

Vanessa mostra nel viso sorpresa nell’ascoltare queste parole. Era convinta che Luca fosse al castello di Hautpoul e non dietro di lei.

Quando ci siamo divisi” spiega il ragazzo, “ho voluto verificare chi Henri stava seguendo. Supponevo che tu l’avessi alle tue calcagna. Quindi mi sono nascosto in androne senza vederlo passare. La mia intuizione era corretta e così ho puntato senza esitazioni verso il luogo dove eri diretta”.

Vanessa l’abbraccia di slancio. “Giusta intuizione la tua!” dice, sistemandosi sulle gambe del ragazzo. “Henri ha puntato sull’anello debole…”.

Debole, un corno!” afferma Luca serio. “Gli hai rifilato un colpo basso, che avrebbe ammazzato chiunque e per poco non gli cavavi un occhio!”

Beh! Non sei da meno” si complimenta Vanessa. “Hai una bella testa dura!”

IL ragazzo la stringe, mentre ridono allegri. “Ora ridiamo ma” dice il ragazzo, “poco tempo fa abbiamo tremato per la paura”. Una breve pausa prima di riprendere il discorso. “Piuttosto racconta cosa è successo in chiesa”.

La chiesa è orrenda” dice Vanessa. “Più che orrenda fa spavento. Statue e ambientazioni incutono paura”.

Arriva al sodo” fa Luca, che è impaziente di conoscere l’esatta cronologia degli eventi. “Poi parliamo delle sensazioni”.

La ragazza annuisce, mentre lo guarda negli occhi. “Stavo perlustrando l’interno, quando mi è caduto l’occhio su dei simboli sotto l’altare. Sembravano rune e sono incise sulla base su cui poggia”.

Dovremmo fare un nuovo sopralluogo” dice Luca. “Nel pomeriggio. Non credo che Henri abbia molta voglia di piantonare la chiesa”.

Vanessa scuote la testa per confermare le sue parole. “Se vuoi, possiamo tornarci con calma” afferma rilassata e decisa, “ma non credo serva andarci subito. Ho scattato delle foto di quel basamento”.

Si alza e dalla borsa estrae l’Iphone. Armeggia un po’, finché non si posiziona sulla prima istantanea.

Come vedi” dice la ragazza, allargando l’immagine con le dita. “Sembrano rune ma sono lettere antiche. Non sono molto visibili ma con un po’ di pazienza possiamo trascriverle sulla carta. Corrono intorno al basamento”.

Luca osserva le immagine, facendole scorrere avanti e indietro, allargandole per esaminare i dettagli. Vanessa lo guarda in silenzio, attenta a cogliere qualche mutamento nell’espressione dell’amico. Il suo viso non si increspa, nessun muscolo facciale si muove, l’occhio rimane ben aperto senza mutare di espressione. La ragazza sembra delusa, finché Luca non solleva la testa.

Sembrano lettere messe a casaccio” dice il ragazzo, che non riesce a comprendere il senso di quei segni. “Per essere antiche lo sono, salvo che non siano un clamoroso fake di Saunière per prendere in giro i cacciatori di tesori”.

Potrebbe anche essere un messaggio in codice, cifrato” suggerisce Vanessa.

Certamente” fa Luca, che torna a concentrarsi sulla misteriosa iscrizione, “ma senza la chiave è dura dare un senso compiuto a questo coacervo di lettere”.

Potremmo verificare quali codici crittografici erano in voga allora” afferma la ragazza.

Nel trecento o nell’ottocento?” chiede Luca con una punta di ironia.

Vanessa fa la faccia truce. A Luca piace sempre fare delle battute, pensa. A volte se stesse zitto, sarebbe meglio.

Dai!” dice il ragazzo dandole un buffetto sulla guancia. “Non prendertela”.

Cominciano a trascrivere le lettere. Su qualcuna baruffano. “É un E”, “No, è una B”. Dopo un paio d’ore ricavano una stringa, che appare incongrua.

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Ma siamo al punto di partenza” afferma Luca, contrariato. “Le parole come sono suddivise?”

Vanessa si concentra, cerca di mettere a frutto gli studi di filologia, senza raccogliere le provocazioni di Luca. Osserva il foglietto sul quale è trascritta la stringa, riprende l’Iphone per esaminare di nuovo le immagini. Qualcosa le frulla per la testa senza riuscire a coglierne il senso.

Mentre la ragazza cerca una soluzione al problema, Luca grida “Eureka!”. Vanessa lo guarda con gli occhi sbarrati, pensando che il colpo in testa stia producendo i suoi effetti.

Rennes-le-Château, 28 febbraio 2015, ore undici.

Pierre ha tamponato con scarsi risultati il taglio alla lingua. Percepisce in bocca un gusto ferroso. Una percezione sgradevole. É piena di sangue. I due profondi graffi sulla guancia gli danno una sensazione di dolore sordo, pulsante. Cammina svelto per arrivare il prima possibile a Le dragon de Rhedae, perché desidera ripulire il viso e valutare l’entità della ferita in bocca.

La proprietaria quando lo vede, esclama “Gesù Maria, cosa vi è successo?”.

Nulla” tenta di minimizzare Pierre.

Nulla?” dice interdetta la donna. “Siete una maschera di sangue. Fermatevi che vi medico”.

Non esiste una farmacia? Un posto dove fanno medicazioni?” chiede Pierre, che avverte un dolore cupo e diffuso nel viso.

No” replica la proprietaria. “Si deve andare a Rennes-les-Bains”.

E se uno sta male?” continua Pierre, non convinto della soluzione.

Va fino a Limoux o a Quillan” risponde tranquilla la donna.

D’accordo” taglia corto l’uomo, che non urla per il dolore, mentre la donna disinfetta i graffi del viso.

Aveva dei begli artigli la donna che vi ha lasciato questi segni” ironizza la proprietaria.

Pierre grugnisce senza replicare. É più preoccupato per il taglio alla lingua, che sanguina abbondantemente. Dopo essersi pulito dal sangue in bocca, prende l’auto per raggiungere Rennes-les-Bains.

Mentre guida ripensa all’episodio della chiesa. Si domanda cosa stava facendo la ragazza intorno al basamento dell’altare. Capisce di essere stato imprudente e intempestivo nell’azione. ‘Sono uno sciocco’ si dice con un sorriso amaro, mentre sente la bocca riempirsi ancora di sangue. Non ha tempo di fermarsi per ripulirsi, perché desidera arrivare prima possibile per farsi medicare. ‘Non ha preso nulla’ pensa, ‘né ha deposto nulla. Probabilmente ha fotografato qualcosa. Se è lì da secoli, non è nulla di importante’.

Capisce di essere caduto in una trappola ma quei due lo stanno inquietando. Qualcosa gli suggerisce che non vanno a zonzo per la Francia solo per piacere. La sua missione è neutralizzarli. ‘Ma come?’ si dice, parcheggiando nell’area di accoglienza della struttura di Rennes-les-Bains. ‘Ma devo scoprire cosa hanno trovato’.

Spinge l’uscio ed entra.

Le linee parallele si incrociano. Cos’è?

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Le linee parallele si incrociano

Le linee parallele si incrociano

Le linee parallele si incrociano.  Qualcuno storcerà il naso, perché matematicamente non è possibile, almeno è quello che si hanno sempre fatto credere a scuola ma se i piani sono nelle tre dimensioni questo è possibile. Così com’è possibile che le storie di  Marco e Marta che viaggiano in parallelo per un curioso scherzo del destino sono destinate a incrociarsi.

Ma chi è Marco? Marco Pinotti è un giovane precario alla ricerca di un lavoro, possibilmente stabile. É il periodo della grande crisi che abbiamo vissuto in questi anni.  Alla ricerca di un lavoro conosce marta, una giovane donna, che lavora in un’agenzia di lavoro interinale. Come nei migliori romanzi – e il mio appartiene a questa categoria :D – scossa una scintilla fatale. Da questo incontro casuale scocca la fiammata dell’amore che con complicità di un contratto a tempo permette ai due ragazzi di avviare una relazione sentimentale. Passa quasi un anno, tanto che pare ben avviata la stabilizzazione del loro rapporto. Ma non avevano preso in considerazione che la crisi c’è, non è un’invenzione. Anche la società dove Marco ha un contratto a tempo determinato è travolta ed è costretta a chiudere i battenti.

Ecco che il destino, il fato incombe! Come nell’antica Grecia il Fato era un dio o una dea immaginato cieco poiché interveniva a modificare il corso della vita degli uomini senza alcuna precisa ragione, così ci mette lo zampino. Marco risponde stizzito a un sms di Marta. Il Fato è invincibile e persino gli dei vi devono sottostare, come proclamò la Sibilla nell’Oracolo di Delfi. Così tra i due ragazzi , complice il fatto che oggi ci si parla solo attraverso i messaggi, l’incomprensione si trasforma in rottura. Se nell’antica Grecia il Fato viene personificato dalle tre Moire,  tra Marco e Marca acquista le sembianze di un incauto SMS.

Marco vorrebbe chiarire, spiegare, scusarsi ma Marta non ne vuole sapere, finché dopo l’ennesimo messaggio lo chiama. Sembra che il fraintendimento sia superato e che il bel tempo torni a sorridere tra loro. Ma il Fato è capriccioso e assume le sembianze di Carlo, un maturo uomo, che si interpone tra loro. I due ragazzi trascorrono la serata insieme per festeggiare il nuovo lavoro trovato e la pacificazione ma Marta ha la testa altrove e lascia perplesso Marco, che intuisce qualcosa senza lasciarla trapelare.  Ma il Fato si diverte a giocare con loro, seminando dubbi e nuove incomprensioni. Il ragazzo incontra nel nuovo impiego Elisa, una matura manager frustrata nella vita sentimentale. E’ ricca e facoltosa e lo invita nella casa di campagna, diventando il suo amante. Marta viene irretita da Carlo, che ama impersonare la figura di Master, e viene coinvolta in una relazione sadomaso. Le loro strade divergono e sono destinate a separarsi definitivamente, se tra i due giovani non ci fosse un patto di mutuo aiuto.

Ma Marco e Marta possono combattere il Fato, che piega anche gli dei? No! Dunque ancora i capricci di questa entità volubile e capricicosa fa sì che alla vigilia delle ferie d’agosto Marta chieda il soccorso di Marco per rompere la spirale di amore-schiavitù con Carlo. Il ragazzo la soccorre ma è combattuto tra mille dubbi: se proseguire il rapporto con Elisa, troppo diversa e troppo rischiosa per via della figlia, Alice, che ha avuto un rapporto di lolitismo con un amante della madre oppure l’amore verso Marta, che non percepisce più come un tempo per via delle troppe incomprensioni tra di loro.

Ma qui mi fermo. Perché? Il finale è a sorpresa.

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Una storia così anonima – parte trentoottesima

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Foto personale

Foto personale

Rhedae, 24 novembre 1307, ora nona – anno secondo di Clemente V

É l’ora sesta, quando Marcel si ferma in un piazzola innevata e scende di cavallo, imitato da Pietro. “Ancora un piccolo sforzo” dice alla sua cavalcatura, mentre prende da un sacco palline di zucchero, carrube per rifocillarlo.

Tra poco, prima che il buio scenda su questo bosco” fa Marcel, appoggiandosi al tronco di un albero, “saremo a Rhedae”.

Pietro sta mangiando l’ultima parte della pagnotta dolce del mattino e guarda quel volto rugoso, che lo fa sembrare più vecchio del dovuto. ‘É stata una guida preziosa’ pensò, ‘mi ha guidato con mano sicura su sentieri nascosti, che solo lui ha saputo decifrare’.

Voi siete un templare?” chiede Marcel, osservando Pietro assorto e silenzioso. Per molte ore hanno cavalcato in silenzio, immersi nei loro pensieri. Solo poche frasi l’hanno rotto. Più di circostanza che di vero dialogo. Il frate rimane sorpreso dalla domanda, chiedendosi il motivo.

Sì” risponde laconicamente, rimanendo sulle sue. La domanda gli garba poco. É vero che non nasconde di esserlo ma preferisce sorvolare sul suo stato. Potrebbe essere pericoloso, se si incontra qualcuno che ligio al dovere dovesse fare la delazione.

Daniel” dice Marcel, fregandosi le mani intirizzite dal freddo, “me l’aveva detto”.

Daniel?” domanda Pietro, che non sa chi sia questa persona.

L’oste” risponde l’uomo, che, vista la smorfia perplessa di Pietro, si affretta a precisare. “Il proprietario della locanda Au Dragon”.

Il frate distende i lineamenti del viso. Ha capito a chi si riferisce. “Perché mi chiedete la conferma di quanto sapevate già?” chiede Pietro, che sistema la coperta di ruvida lana sul suo bardo per proteggerlo dal freddo della sera incipiente.

Così” risponde Marcel, alzando le spalle. “Quei fetenti dei francesi vogliono derubarli delle loro ricchezze. Stanno dando la caccia a tutti voi per sterminarvi”.

Pietro annuisce col capo. Non gli piace parlare di questo. I rischi sono alti per la sua missione. É stato un bene, pensa il frate, averlo incontrato. Un segno del destino ma la prudenza deve essere sovrana e assoluta.

La guida capisce che il suo compagno non ama sbilanciarsi o parlare con chicchessia. Però vuole rassicurarlo sulle sue intenzioni. Vuole anche far capire che con lui sarà sempre al sicuro.

Anch’io ho un conto aperto coi francesi” precisa Marcel.

Perché non vi sentite francese?” domanda cauto Pietro.

No” afferma con convinzione l’uomo. “Io sono un cataro, anche se non posso gridarlo ad alta voce”.

Pietro lo guarda con ammirazione. Ha coraggio da vendere, si dice. Lo sguardo del frate convince la guida a parlare, a sfogare la rabbia repressa dentro di lui.

La famiglia di mio padre fu sterminata a Montsegur, quando nel 1244 venne presa e distrutta dalle armate francesi”.

Pietro riflette che la storia si ripete ancora una volta. Come le crociate contro i catari per estirpare l’eresia, adesso si fa una crociata contro di loro. Il fine è sempre lo stesso: affermare il predominio dei reali francesi su territori e ricchezze, che non gli appartengono.

Aveva dieci anni, quando avvenne il massacro” prosegue Marcel. “Si salvò nascondendosi in un anfratto sotto il castello, che lui conosceva bene. Era il suo rifugio segreto e questo lo salvò dalla furia della soldataglia. Io non sarei qui, se lui non si fosse nascosto. Vagò per mesi per l’Occitania, finché un giorno non arrivò ad Atax, accolto in una famiglia di catari, che erano miracolosamente scampati agli stermini dei francesi. Lui mi ha sempre raccontato di quel periodo oscuro e atroce”.

Capisco, perché non ami i francesi” dice Pietro, annuendo con il capo.

No!” alza la voce Marcel. “Io li odio. Hanno distrutto le nostre città. Hanno occupato le nostre proprietà. Hanno ucciso senza pietà donne e bambini”.

Detto questo cala un silenzio innaturale, mentre dal volto indurito di Marcel scorre una lacrima. Pietro si avvicina all’uomo e lo abbraccia. Le parole servono a poco, non riescono a lenire il dolore che sta dentro di lui. Senza aprire bocca, risalgono in sella per compiere l’ultimo tratto di strada per Rhedae.

Arrivati taciturni, ognuno immerso nei propri pensieri, all’ultima svolta prima di affrontare l’unica via di accesso alla città, Marcel fa cenno di fermarsi.

Vado avanti” dice la guida, “per vedere se la strada è libera”.

Pietro con un breve cenno del capo fa intendere che ha compreso il gesto dell’uomo.

Se non mi vedete tornare” fa Marcel, stringendo i pugni, “la via è sgombra da pericoli”

Ho capito” risponde il frate. “In caso di pericoli?”

La guida sorride sbilenco. Si aspettava la domanda.

Mi vedete di ritorno” dice l’uomo, “ma non subito. Quindi contate fino a… Aspettate prima di muovervi. Quanto non lo so ma un congruo tempo”.

Pietro annuisce. ‘Quest’uomo merita una generosa ricompensa’ riflette, annuendo col capo. Le istruzioni sono chiare.

Marcel sprona il cavallo scomparendo oltre la curva. Il frate solleva il capo per osservare le mura che cingono la cittadina. Scende da cavallo si volta verso levante e prono comincia le orazioni del vespro. Le ombre si allungano fino a diventare strisce oscure. Rimane tranquillo ad aspettare, perché avverte che Marcel tra poco tornerà.

La guida, arrivata alla porta di Rhedae, viene fermata da una guardia.

Alt!” gli intima. “Dove andate?”

Cerco Simon Quizcoe” risponde Marcel, inventando un nome, mentre si ferma al posto di guardia.

Il soldato scuote la testa. Nessun abitante del paese porta questo nome. E poi non è un nome catalano od occitano. “Siete sicuro?” gli chiede, sbarrandogli la strada.

Eppure mi ha dato appuntamento a Rhedae. Mi ha detto sarò lì prima del vespro” inventa la guida, osservandosi intorno. “Forse non è ancora arrivato”.

Finge di voltare il cavallo, tanto sa che può entrare in città attraverso un passaggio segreto.

É forse quello straniero là?” dice la guardia, indicando con lo sguardo un cavaliere che oziosamente si aggira poco oltre la porta d’ingresso.

Marcel lo osserva, lo valuta. ‘Quel cavaliere aspetta di certo l’arrivo del templare’ pensa. ‘Non ha l’aria di uno capitato qui per caso’.

Scuote la testa in segno di diniego. “No” aggiunge per confermare che non è la persona cercata. “Non è lui”. Con voluta lentezza torna su i suoi passi. Senza fretta e senza destare la curiosità né della guardia né del cavaliere. Sa che deve agire con prudenza e astuzia, perché quella figura gli suggerisce pericolo.

Non è prudente” dice Marcel, una volta che ha raggiunto Pietro che lo sta aspettando. “Una figura losca è appostata appena dentro. Dopo il posto di guardia. Non inganna nessuno la sua stolta indifferenza”.

Il frate è deluso. ‘Sono già in ritardo sul giorno dell’appuntamento’ riflette. ‘Quel cavaliere mi sta pericolosamente alle costole’. Guarda la sua guida come per chiedergli come agire.

Tra poco meno di mezz’ora” esordisce Marcel, “siamo in Rhedae”. Spinge il cavallo verso mezzogiorno, inoltrandosi in un bosco innevato e spoglio, seguito da Pietro. Senza dire una parola, costeggiano sotto le mura della città. Scendono verso valle, prima di risalire nuovamente sotto la cinta muraria di Rhedae. Sopra di loro incombono i merli di un castello.

Marcel smonta da cavallo, imitato dal frate. Si dirige verso un costone, che appare in tutta la sua imponenza. Pietro lo segue con fiducia. Sa che l’uomo lo condurrà attraverso un passaggio segreto fin dentro la città.

Il sentiero pare sprofondare in una forra o fermarsi davanti a una parete rocciosa senza aperture visibili.

Non preoccupatevi” dice Marcel, girandosi verso il frate.

Non lo sono minimamente” risponde Pietro, avvolto nelle tenebre.

Con mano sicura l’uomo tasta la roccia, insinua il braccio in un’apertura del tutto invisibile e tira una leva verso di lui. Un po’ cigolante per il gelo una porta gira sui cardini mostrando una caverna oscura. Marcel entra sicuro e accende una torcia, presa dalla parete, illuminando un ampio antro.

I cavalli rimangono qui” dice l’uomo. “Non avranno molto caldo ma almeno saranno al coperto. C’è fieno in abbondanza in quell’angolo. Noi saliremo nel castello per quelle scale”. Con la torcia illumina dei gradini scavati nella roccia.

Il mio bardo è abituato al freddo. Lo coprirò con questo mantello di lana” fa Pietro. “Se li accostiamo, dove c’è il fieno, si riscalderanno a vicenda”.

Dopo aver percorso i gradini in silenzio, facendo attenzione a non scivolare, i due uomini escono all’aperto nel cortile interno del castello. “Venite” lo incita Marcel. “Simon sarà lieto di rivedermi”.

Dopo avere bussato a una porta di legno massiccio, entrano un una stanza riscaldata da un camino. Un uomo tarchiato e basso dalla pelle olivastra esclama “Marcel”. “Simon” replica la guida, abbracciandolo con calore. Pietro rimane in piedi al centro della camera, osservando il calore di quell’abbraccio.

Un templare” dice Marcel, indicando Pietro.

Simon lo guarda senza curiosità prima di parlare. “Paul è ripartito ieri” dice il soldato. “Non poteva rimanere più a lungo. Era braccato da suoi inseguitori. Nella chiesa, sotto l’altare, ha lasciato qualcosa per voi”.

Pietro annuisce. “Possiamo andarci ora?” chiede senza mostrare timore. Col buio è più facile passare inosservati, si dice.

Non sarebbe il momento propizio” afferma Simon, “ma domani con la luce sarebbe più pericoloso”.

Pietro capisce il messaggio. ‘Meglio adesso che domani. Altri sono sulle vostre tracce. Prima lasciate Rhedae, meglio è’. “Chi mi accompagna?” chiede il frate, passando lo sguardo prima su Marcel, poi su Simon.

Io” dicono all’unisono i due uomini, che scoppiano a ridere, dandosi delle pacche amichevoli sulle spalle.

Scivolando nel buio della sera, Pietro raggiunge la chiesa, scortato da i due uomini. Ai piedi dell’altare ricopia dal basamento una serie di lettere senza senso

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‘Dunque il misterioso cavaliere mi ha lasciato un messaggio in codice’ pensa il frate, mentre rientrano nel castello.