L’amico

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Quando ti raccontano che l’amicizia è la forma più pura e crudele d’amore, non mentono:
di banalità se ne dicono tante, ma questa è vera. Pura verità. Perché ti domandi curiosa? Perché ritieni che sia una crudeltà verso i sentimenti che provi verso un’altra persona?

L’amicizia non è nient’altro che un amore senza la pretesa di esserlo, è affetto imbandito a senso unico, per il puro piacere di offrire e offrirsi. A un amico dai tutto, quasi fosse una parte di te, senza l’alibi dell’attrazione. Per questo, quando l’amicizia muore, lascia nel cuore la cancrena di una nostalgia incurabile. Ed è peggio di un amore interrotto o calpestato, perché col tempo capisci che tutto sommato era giusto che finisse così. Te ne fai una ragione col tempo. Il tempo scorre e sbiadisce tutto, fuorché le rughe che si accumulano sul viso.

All’amante puoi perdonare l’infedeltà, perché la chimica dei sensi è anarchica e irrequieta; perché la dimensione del piacere non ha un orizzonte fisso, né odora di duraturo. Quando l’amante sparisce o ti tradisce con un’altra persone, ti affanni tra ricerca e rimpiazzi per scovarne un altro che possa surrogare il precedente. La fedeltà è un optional dai contorni evanescenti. Ora c’è, un istante dopo è sparito.

A un amico concedi poco sul piano del tradimento o forse non concedi nulla. Lui ti deve essere fedele per definizione, come tu gli devi essere devoto. C’è simbiosi fra noi, quella che non esiste con l’amante. Così devi calpestare quel sentimento amoroso che germoglia, cresce e mette radice dentro di noi. Capisci perché l’amicizia è una gabbia dove imprigioni emozioni e sensazioni?

Quando hai quindici anni, non comprendi questa sottile linea di confine e preferisci pensare all’amicizia in senso astratto. Tanto più sei giovane, tanto meno perdoni il tradimento di quello che incautamente ritieni un amico. Perché? Ti manca l’esperienza per capire che i punti fermi nella vita sono come punti di sutura: chiudono la ferita, ma lasciano nella carne dentate mostruose. Meglio sarebbe l’imperfezione sottile del vecchio cordolo, una lacrima fatta di carne. Tuttavia in quell’età non riesci a vedere nell’amante un volto passeggero che transita davanti a te e sparisce come il treno nella curva dopo la stazione.

Giulia scuote la testa. Si sta pettinando i capelli, mentre ragiona sull’amante, che avrebbe rivisto tra poche ore, e sull’amicizia con Nicolò. É insoddisfatta del matrimonio, contratto sette anni prima senza amore e senza pathos. Sperava che col tempo e la vicinanza sarebbe nato amore e complicità. Tuttavia non è avvenuto nulla di tutto questo. Se ne è accorta subito ma non ha trovato la forza di troncarlo. Così stancamente si trascina da un amante a un altro senza trovare nessuno stimolo, nemmeno quello sessuale. É solo un modo per ingannare il tempo. Sa che anche Alex, suo marito, la tradisce ma questo aspetto non la preoccupa per nulla. Tra loro non è mai sbocciato niente, neppure l’intesa a letto. La loro unione è stato un fatto puramente tecnico, legato alle famiglie di origini.

Suo padre possedeva un industria chimica che navigava in acque turbolente e stava andando a fondo. Aveva la necessità di trovare un partner finanziario che lo portasse in salvo. Antonio, il padre di Alex, aveva una necessità opposta: doveva trovare un industriale per riciclare del denaro sporco, che aveva accumulato illecitamente. Così suggellarono l’intesa, che blindarono con il matrimonio tra i loro rampolli, anche se loro non erano d’accordo.

Fin dalla prima notte fissarono i paletti della loro unione. Agli occhi della gente dovevano mostrarsi come una coppia modello ma nel letto ognuno portava chi voleva. Nessun obbligo di fare sesso tra loro. Se ne avessero avuto voglia entrambi, si poteva, altrimenti nulla. Di figli nemmeno parlarne. Sarebbero stati solo d’impiccio.

Giulia scaccia questi pensieri infastidita, perché è Nicolò il vero oggetto della sua riflessione. Lo conosce dalla scuola media e tra loro è nata un’amicizia vera, assai rara tra un ragazzo e una ragazza. Lui è stato sempre il primo a correre in suo soccorso, quando è incappata in qualche disavventura amorosa e non solo. Con lui si confida su tutto anche sui particolari più intimi e scabrosi, come non fa con Elena, l’amica del cuore, alla quale tace le proprie intimità. Giulia lo considera un fratello e non un possibile amante.

Per me amicizia ha un significato ben preciso. Uso con sobrietà questa parola, anche se per molti è un termine da sventolare con forza, come fosse un fazzoletto alla partenza del treno. Per tante amiche basta la semplice conoscenza di qualcuno, per definirlo amico o amica. Per me no. Amicizia è sapere che puoi contare su qualcuno per parlare dei tuoi problemi. L’amico è quello che senza secondi fini ti dice che stai facendo una sciocchezza. Se tu poi lo mandi a quel paese, sorride e incassa, perché sa che poi ti pentirai di averlo detto. Quante volte è successo?

Giulia sospira su queste parole. Si guarda allo specchio. Nicolò era proprio così.

Sì, un amico è quello che, se stai attraversando un momento psicologicamente duro, lo percepisce senza che tu glielo dica. E tiene la tua mano senza aprire bocca, perché ha quella sensibilità per comprendere che in quel momento è l’unica cosa da fare. Nicolò è sempre stato così. Ha preso molti calci nei denti, spesso per colpa mia senza protestare. Se ha sbagliato, ha avuto l’umiltà di chiedere scusa. Se ho sbagliato io, accetta le mie giustificazioni, senza aprire bocca. Sì, è stato un amico che, trovandosi sulla linea di confine, anche per un attimo, ha avuto la forza di guardarla e di non oltrepassarla. Quando però…

A Giulia scivola una lacrima nera di mascara, quando ricorda quel giorno.

Accade quello che lei non ha mai pensato che avesse potuto succedere. É venuto il giorno che ci ha provato. Nicolò è a conoscenza che i rapporti col marito sono freddi, perché glielo ha confidato da tempo, da quando è tornata dal viaggio di nozze. Conosce ogni particolare della sua vita matrimoniale: stanze separate, amanti da entrambe le parti, rapporti sessuali pressoché inesistenti.

Un sabato di maggio, due settimane prima, Alex è in viaggio con l’ultima fiamma, l’ennesima della collezioni di amanti. Lei sta attraversando un periodo nero. L’ultimo uomo si è rivelato un meschino profittatore, che voleva fare sesso solo a pagamento. Ne parla con l’amico, rivelandogli che si sente sola e delusa.

“Alex è via con una donna, della quale mi ha detto il nome, che ho dimenticato subito. Vorrei avere un uomo nel mio letto ma questo rimane freddo” dice a Nicolò per telefono.

Lui è arrivato poco dopo, a metà mattino, per tenerle compagnia. Giulia è nella stanza da letto e indossa un camicia sottile e trasparente con niente sotto, mentre davanti allo specchio si prepara per uscire.

Lui si avvicina come fa sempre, quando sono insieme. Lei continua a truccarsi senza prestare attenzione ai suoi movimenti. Sa che è un amico fedele. Nessuna minaccia proviene dal suo muoversi nella stanza.

Nicolò si pone alle spalle, le cinge i seni e la bacia sul collo.

“Ti amo” sussurra con trasporto.

Giulia lo respinge con furore.

“Come ti permetti? Vattene e non farti più vedere!” esclama rabbiosa.

Nicolò esce dalla stanza senza dire una parola. Sa di aver commesso un errore che l’amica non gli avrebbe mai perdonato.

Sono passate due settimane da quel giorno e lei non lo ha cercato per fare la pace, come altre volte. Lui non la chiama, perché la conosce troppo bene. Preferisce far decantare la rabbia di Giulia, mentre si dà del somaro per quel gesto sciocco e inconsulto.

Adesso nel silenzio della casa si guarda allo specchio. Il tempo scorre ma resta immobile, seduta sullo sgabello. Sa che tra mezz’ora arriverà Alfonso, l’ultimo amante, ma le è passata la voglia di uscire con lui per recarsi al ristorante. Conosce il percorso di quella sera. Cena, poi a letto per finire la giornata. E’ solo noia e nessun piacere. Sente il carillon del campanello di casa.

“Suona” si dice, restando immobile.

Passano i minuti e di nuovo quello squillo imperioso. Giulia continua a guardare lo specchio dove vede le sue nudità. Adesso è il telefono che reclama la sua attenzione. Non risponde. Poi un’altra chiamata e un’altra ancora. Lei resta immobile. Non muove un muscolo. Alla fine cala il silenzio.

Riflette e capisce l’errore.

“Nic, ti aspetto” gli dice al telefono.

Il mio primo lipoacrostico

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Da Wikipedia

Da Wikipedia

Non avrei mai creduto di riuscire a comporre un acrostico ma alla fine ci sono riuscito. Tuttavia vediamo cosa si intende con questa parole, che conosciuta dai più per me era ignota fino a non molto tempo fa.

L’acrostico (dal greco tardo ἀκρόστιχον, composto di ἄκρον, «estremo» e στίχος, «verso») è un componimento poetico o un’altra espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase.

In origine l’acrostico aveva certamente una funzione mnemonica e probabilmente una funzione magica. Si possiedono esempi di acrostici già in composizioni sacre babilonesi, per esempio quella che presentava così il nome del suo autore: «Saggil-kinam-ubbib, sacerdote degli incantesimi di Babilonia». Altri esempi di acrostici dell’antichità si rinvengono con la Bibbia, ad opera del profeta Geremia, con il “Libro delle Lamentazioni”, i cosiddetti “Salmi alfabetici” in cui l’inizio di ogni verso presenta, nell’ordine, tutte le lettere dell’alfabeto (Salmi 25, 34, 119). (fonte Wikipedia)

Come ho detto poco sopra ignoravo l’esistenza di questa forma poetica. Il motivo non lo so ma forse perché ho sempre considerato la poesia una forma espressiva del proprio sentire di fronte alle persone, alla natura, al mondo. Quando mi sono imbattuto in questo modo di poetare ho alzato bandiera bianca, perché il solo pensare di cominciare un verso con una lettera e che l’insieme di queste formassero un lemma o altro mi faceva prendere dei capogiri.

Trovavo limitativo questo modo. Una sorta di tarpare le ali alla propria creatività e tale è rimasto il mio pensiero, finché Scrivere creativo non ha pensato di affiancare al liposcrivilo, che poi vi spiegherò, anche un lipoacrostico. Così per gioco e per sfida contro me stesso ho composto il primo.

Essendo una costola derivata da liposcrivilo, vediamo cos’è. Ogni giorno sul loro blog propongono una frase, un pensiero celebre oppure una semplice frase. Chi vuol partecipare scrive su Twitter la sua, che deve rispecchiare quella proposta senza usare una lettera del nostro alfabeto. Il tutto condensato in circa 100 caratteri (in realtà sarebbero 140 ma tolto @scrivereC e l’hashtag ne rimangono poco più di un centinaio). La difficoltà dunque consiste proprio in questo. Ma con un po’ di fantasia e cercando sinonimi appropriati si riesce comunque a produrre delle frasi simili nel senso a quella proposta ma nel contenuto diverse.

Una settimana fa hanno affiancato a questa ultima anche la scrittura di una composizione poetica di tipo acrostico ma anch’essa con la limitazione nel non uso di una lettera.

Visto che amo le sfide, ho accettato e ho scritto il primo di una serie. Ve lo propongo. Niente di particolare ma mi sono accorto che ci riuscivo anch’io.

La parola proposta era

SGUARDO

La lettera da non usare era I

Ecco il mio parto poetico

Sogno o son desto?

Guardala!

Un volto sereno

Ancora

Resta fermo nella mente

Dopo la scena scompare

O evapora.

Può piacere oppure no, resta il fatto che tra parola proposta e testo c’è una qualche assonanza.

La notte di San Giovanni – parte trentacinquesima

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dal web

dal web

Deborah aveva viaggiato nel tempo e nello spazio, quando la vista tornò normale. Si trovò sotto una cupola di verde che impediva di vedere il cielo ai piedi di una scalinata che si innalzava verso l’alto. Alzò lo sguardo ma non vide la sommità che si perdeva tra le fronde smeraldo di un albero imponente.

Si guardò intorno. Al suo fianco stava impettito Miao. Fece un sorriso e si chinò per accarezzarlo. Dietro stava un vecchio, che non le ricordava nulla. Il viso pareva uguale a tanti altri, inespressivo ed enigmatico. Forse era quello che aveva conosciuto prima di addormentarsi. ‘Ma ho dormito?’ si chiese impaurita. Aveva perso la cognizione di tempo. Lo spazio pareva dilatato. Altri uomini vestiti con colori sgargianti stavano in silenzio dietro di lei.

C’era qualcosa di strano in quella situazione. Un posto totalmente sconosciuto, volti cotti dal sole con lo sguardo perso nel vuoto, abiti dalla foggia insolita. Tuttavia era la sua figura che le procuravano degli insoliti affanni. Era vestita come una donna di rango nobile del Mexico e reggeva una teca. ‘Perché associo queste vesti col Mexico? Per me è una terra ignota’ si disse presa dall’ansia. Si domandò il senso di quella domanda, perché ignorava dove fosse e il senso di quel abbigliamento. Non riuscì a darsi una risposta, perché quel vecchio la pungolò a salire con il lungo bastone che teneva tra le mani.

Con lentezza affrontò quei gradoni, cercando di tenersi in equilibrio senza far cadere la teca per terra. Miao con agilità saltava da un gradino a quello sopra.

Deborah si concentrò sui suoi passi. I pensieri erano stati scacciati dalla tensione di mantenersi in equilibrio. Salì, salì, finché dopo un tempo infinito oltrepassò quel tetto formato dalle fronde degli alberi. Il sole era alto sull’orizzonte e il cielo era terso senza nemmeno un fiocchetto bianco di nuvole. Rimanevano pochi gradoni da scalare e sarebbe stata in cima.

E poi?” disse, volgendo lo sguardo verso il basso. Gli uomini dietro di lei saliva con il suo stesso passo in lenta processione. Era lei a scandire il tempo come un metronomo.

Arrivata in cima, spaziò con lo sguardo intorno. Un tappetto verde che si perdeva all’orizzonte. Un unico e monotono colore, rappresentato dalle chiome degli alberi. Camminò intorno e sui quattro lati c’erano dei gradoni simili a quelli appena scalati. La sommità era sufficientemente ampia per contenere lei e il suo seguito. Un manufatto, che sembrava un altare sacrificale, stava vicino a un’apertura oscura e sotto di esso c’era una vasca con un foro.

Dove sono?” domandò, quando anche l’ultimo giunse sulla sommità.

Em-a!1” disse il vecchio, indicando l’apertura.

Deborah nicchiò. C’era buio e non si fidava di scendere.

Em-a!” ripeté impaziente, indicando col bastone dove doveva andare.

E perché dovrei infilarmi in quel buco oscuro?” rispose senza muovere un passo. Miao restava fisso accanto a lei e non accennava a muoversi.

L’uomo cominciò a spazientirsi nei confronti della ragazza, che rimaneva immobile accanto all’altare sacrificale. Si avvicinò a Deborah e la prese per un braccio per condurla giù.

La ragazza non oppose resistenza e cominciò a scendere. Non vedeva nulla. A tentoni saggiava dove finiva il gradino, prima di allungare l’altro piede. Sentiva che dietro di lei il corteo la seguiva con la sua medesima cadenza. Era immersa nel buio più totale ma alzando gli occhi verso l’alto vedeva il chiarore del cielo, mentre verso il basso si intravedeva una pallida luminosità, che diventava sempre più nitida man mano che andava verso il basso. Avvertiva sul viso un flusso di aria fresca come se ci fosse un’apertura verso l’esterno. Udì il rumore di cascatelle, come ci fosse acqua corrente. Non riusciva a immaginare cosa avrebbe trovato al termine della discesa. Con sua grande sorpresa sbucò su un cornicione sospeso sopra un lago d’acqua cristallina, che mostrava il fondo sassoso. Sopra un’apertura circolare faceva filtrare la luce e i raggi solari. Sulla sua destra vide il motivo del rumore che aveva accompagnato la sua discesa. Delle liane penzolavano pigre dall’alto.

Deborah era affascinata, quando udì la voce del vecchio che le ordinava di muoversi. Dei rudimentali gradini salivano leggermente verso l’alto e sparivano dietro una roccia. Si incamminò più decisa, perché adesso vedeva dove posava i piedi. Dietro lo sperone c’era una biforcazione. Una conduceva verso il basso, verso quel lago di acque trasparenti, l’altra verso un apertura nella parete rocciosa. Si fermò incerta sulla direzione da prendere ma Miao puntò decisamente verso quel foro oscuro. Lo seguì a malincuore. Avrebbe preferito proseguire verso il basso. Quell’acqua trasparente e incolore la attirava come una calamita. Stava percorrendo un corridoio privo di illuminazione, quando udì un rumore di parole, una babele di voci. Suoni cacofonici ma melodiosi. Si fermò un istante. ‘Chi sono?’ si disse stupefatta. Dopo un gomito del cunicolo vide uno spettacolo che non si immaginava: si trovava all’interno di una caverna, ampia e illuminata da torce. Sembrava che aspettassero solo loro, lei e il suo seguito regale.

Dodici persone reggevano una teca del tutto simile alla sua, seduti su troni di pietra, scavati nella roccia. Un tredicesimo era vuoto. Aspettava lei. Al centro uno sciamano attese che Deborah si sedesse prima di dare il segnale ai tamburi. Un enorme calendario circolare di roccia era sospeso sopra di lui. Si muoveva con lentezza, finché non si fermò. Tredici persone alzarono la teca e una voce risuonò nella caverna.

Debbie, Debbie!”

Deborah si riscosse al suono di quelle parole. Si guardò smarrita intorno. Non capiva dov’era.

Debbie! Stai bene? Ero preoccupata perché parlavi una lingua strana. Chiamavi ‘Miao’ e ti agitavi come se tu fossi in preda a un terribile incubo” disse Anna, visibilmente rilassata.

Dove siamo?” chiese Deborah, ancora sotto l’influsso di un sogno che non pareva volerla abbandonare.

L’amica la guardò basita. Non capiva il senso della domanda. ‘Ma dove vuoi che siamo?’ si disse incerta se rispondere oppure no.

Siamo a Pescara! Domani si torna a Milano” affermò col tono incerto di chi non si raccapezza sul motivo dello smarrimento della compagna di stanza.

Deborah non rispose, rimanendo in silenzio.

Sei strana, Debbie. Prima urli parole in una lingua sconosciuta, agitandoti in maniera forsennata. Ora domandi dove siamo come se tu tornassi da un lungo viaggio. Forse lo stress della partita si manifesta in questi frangenti” concluse Anna, spegnendo la luce.

Deborah accarezzò Miao e gli disse. ‘Ora so dove saremo il 12 dicembre alle ore dodici e dodici minuti. Adesso dormiamo’. E riprese sonno.

La_Repubblica.it_

Il misterioso furto del teschio di cristallo trova una soluzione

Dopo circa 4 mesi di indagini serrate il clamoroso furto si avvia a trovare una soluzione del tutto inaspettata.

24 novembre 2012

Nella sera tra il 23 e 24 giugno di quest’anno a Chesterton, Indiana, era avvenuto un clamoroso furto che apparve subito misterioso per come si presentava agli occhi degli investigatori. Era sparito in circostanze incredibili il teschio di cristallo, un reperto Maya, appartenuto a Anna Mitchell-Hedges. L’oggetto era diventato di proprietà del vedovo della donna, morta centenaria nel 2007. L’uomo, Bill Homann, aveva denunciato la sparizione del prezioso pezzo dalla propria abitazione, mettendo in evidenza come, nonostante il sofisticato impianto d’allarme, tutto sembrasse normale. Nessun segnale, trenta minuti di registrazione video a vuoto, la teca che custodiva il teschio senza segni scasso o di apertura. Insomma un giallo in piena regola. Il reperto pareva che si fosse volatilizzato per opera di una persona non umana.

Bill Homann non si era rassegnato alla perdita e non credeva che fosse opera di qualche entità sopranaturale. Così decise di sottoporre i trenta minuti di registrazione tra l’ultima immagine del teschio e quella con la teca vuota ai tecnici della Nasa, alla ricerca di quello che non appariva ma che doveva esserci. I tecnici della Nasa, usando delle tecnologie all’avanguardia, sono riusciti a far apparire quello che non si vedeva. Come in un perfetto giallo avevano notato un’ombra che si muoveva nella stanza e si avvicinava alla teca. Lavorando su quella hanno mostrato una figura femminile alta circa un metro e ottanta, dai capelli lunghi e chiari, probabilmente biondi, ben proporzionata col fisico da sportiva. Indossava un body che aderiva come una seconda pelle. Probabilmente il tessuto era in grado di neutralizzare le webcam che riprendevano la stanza. Se questa ipotesi fosse vera, quella misteriosa stoffa assorbiva le radiazioni luminose, rendendo nulle le registrazioni delle immagini. I tecnici non sono riusciti a mostrare il viso in maniera riconoscibile, perché erano visibili solo occhi e capelli. Le sorprese non sono finite, perché l’altra è stata, come sia riuscita a portare via il teschio. In realtà ha sostituito la teca col reperto con un’altra vuota del tutto uguale all’originale. Una copia perfetta, che avrebbe ingannato chiunque. Se appare chiara l’esecuzione del furto, la polizia americana si domanda chi possa essere la misteriosa donna, che non lascia tracce di sé, non fa scattare gli allarmi e ha il potere di sbiancare le immagini. Le indagini proseguono senza molte speranze di acciuffare l’Arsenio Lupin in gonnella.

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FINE

Con questa parte termina il racconto. Per un po’, non so quanto, non inizierò un nuovo racconto a puntate, perché il progetto che ho in mente richiede tempo per la sua elaborazione. Nel mentre non vi lascerò orfani, ci speravate immagino, e produrrò qualcosa. Cosa non lo so ancora :D

1Scendi! Traduzione dal linguaggio Maya

La notte di San Giovanni – parte trentaquattresima

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dal web

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Deborah non sapeva per quante ore avesse dormito, quando aprì gli occhi. Avvertì sui piedi il calore della pelliccia di Miao. Il buio profondo, che l’aveva accolta, adesso si era tramutato in un chiarore abbastanza luminoso per distinguere i contorni degli oggetti.

Uts wenech1?” le chiese una voce profonda, che non riuscì ad attribuire a nessuna delle figure che si muovevano nella capanna.

La ragazza scosse la testa. Continuava a ignorare il senso delle domande per via di un linguaggio indecifrabile. Sentì sotto le sue mani il ruvido della terra secca. ‘Dunque ho dormito per terra!’ si disse rabbrividendo al pensiero di essere stata a contatto con qualcosa che non era un pavimento. Pensò che fosse veramente stanca, quando era arrivata per essere stata in grado di riposare così scomodamente. Si mise eretta e avvertì sulle spalle e nei capelli una crosta di terriccio secco. Si toccò, capendo di essere sempre nella tenuta sportiva del dopo partita.

Miao sbadigliò sonoramente e venne a strusciarsi sulle gambe. Le dava a modo suo il buongiorno. Pareva tranquillo, come se non percepisse alcun pericolo. Deborah invece non lo era affatto. Vedeva in modo indistinto i contorni e le persone ma non conosceva chi fossero e cosa volessero. Parlavano un linguaggio del tutto sconosciuto, anche se appariva armonico. ‘Ma dove mi trovo?’ provò a chiedere, guardandosi intorno.

In k’aat-a pok?2” le domandarono ancora.

Non potete parlare da cristiani?” rispose un po’ indispettita, quando qualcuno la prese per mano e la condusse fuori senza troppi complimenti.

Il passaggio repentino dal buio della capanna alla luce esterna le fecero chiudere gli occhi per non rimanere accecata. Vedeva ancora immagini sfocate, quando delle mani callose le sfilarono la maglietta e le tolsero il reggiseno. Stava per protestare vivacemente, quando le abbassarono i pantaloncini e le mutande. In meno di un respiro si ritrovò nuda. Seduti in cerchio stavano degli uomini vestiti in maniera strana. Colori sgargianti e monili intorno al collo. Fumavano e masticavano delle foglie. La pelle grinzosa era cotta dal sole. Istintivamente si coprì il pube e il seno. Non si era mai trovata in una situazione così imbarazzante.

Le due donne, che l’avevano spogliata, erano molto più basse di lei ma dotate di grande forza. La trascinarono senza sforzo apparente verso un buco nel terreno pieno di acqua limpida. La immersero senza pronunciare una parola. Non appena fu dentro, rabbrividì per il contrasto tra il calore del corpo e la temperatura dell’acqua. In un attimo si intorbidì per effetto della terra secca che si staccava dal fisico e dai capelli. Non ebbe modo di gustare il piacere della frescura dell’acqua, perché fu sollevata come un fuscello. Sentì gorgogliare l’acqua che defluiva. Gli avvenimenti si succedevano più rapidamente rispetto alla formazione dei suoi pensieri. Non capì cosa stesse avvenendo, quando una polvere grigia le ricoprì il corpo, che venne massaggiato con grande vigore. Avrebbe voluto chiedere, parlare ma l’immersione e il massaggio si susseguirono diverse volte, senza darle il tempo per formulare una qualsiasi domanda. Fu un dentro e fuori rapidissimi, finché un telo di cotone grezzo, per nulla morbido, non l’avvolse. La frizionarono senza preoccuparsi delle sue proteste. Alla fine capelli e corpo furono perfettamente asciutti. Con delicatezza ammorbidirono la pelle con unguenti profumati. Deborah si chiese quanto tempo era trascorso dal risveglio fino adesso senza trovare risposta.

Gli uomini la osservavano ma parevano indifferenti alla sua nudità. Lei si rassegnò e si affidò alle mani delle due donne senza protestare. Poco dopo si trovò vestita con una blusa arancione finemente decorata con motivi floreali, che scendeva su una gonna blu lunga fino ai piedi. Indossava dei sandali di pelle morbida, allacciati alla caviglia, mentre al collo splendevano al sole collane di giada, ambra e altre pietre dure. Il tessuto ruvido massaggiava il suo corpo nudo con piacevoli sensazioni. Mani esperte pitturano la faccia con colori vivaci. Sul capo le posarono un copricapo dalla foggia strana: una parte in legno dal quale fuoriusciva una morbida pelliccia maculata. I capelli furono raccolti in una crocchia sulla sommità della testa e scomparvero dentro quello strano berretto rigido.

Deborah avrebbe voluto avere a disposizione uno specchio per vedere come era stata agghindata. Si limitò a osservare le vesti e le braccia, le uniche parti visibili.

Gli uomini, seduti per terra, l’osservarono. Ne dedusse che la sua figura alta e atletica era di loro gradimento. Aveva fame e mimò col gesto delle mani che desiderava del cibo.

A k’aat a hanal?3” le chiese una delle due donne.

Sì” disse la ragazza, che aveva rinunciato a comprendere quello strano linguaggio.

Come per magia comparve una ciotola con dentro tocchetti di carne immersi un impasto verde, da cui affioravano dei pezzetti rossi. Un’altra donna teneva in mano delle focaccine gialle e sottili, posate su una foglia di banano. Deborah cominciò ad assaggiare il contenuto della ciotola con molta diffidenza. Il gusto non era male ma dopo poco avvertì un calore incredibile nella bocca. Sembrava che fosse in fiamme.

Cosa avete messo dentro?” urlò con ampi gesti delle mani.

Tutti risero. Lei si arrabbiò ancora di più. “Sembra peperoncino puro” si disse, guardandoli in cagnesco. Mimò di avere sete.

Uk’a hech?4” le chiese una delle due donne premurosa.

Al diavolo! Certamente!” sbottò irosa.

Comparve un contenitore pieno di un liquido trasparente.

Che altro intruglio mi propinano? L’acqua è un bene prezioso?” fece, provando ad annusare il contenuto. Era perfettamente inodore. Non si fidò e intinse un dito che succhiò. Era dolciastro ma gradevole. Azzardò una sorsata. Scivolò giù dando frescura alla bocca infiammata ma quando arrivò nello stomaco deflagrò come una bomba alcolica. Decise di mangiare solo le focaccine gialle, che apparivano le più innocue. Poi comparve un liquido nero in una specie di tazzina senza manico.

Offrono anche il caffè” disse, pentendosi subito di averlo pensato. Era rimasta scottata troppe volte per credere che fosse caffè. L’aroma puntava decisamente verso il cioccolato. Lei ne era ghiotta. Accostò le labbra. Il gusto era decisamente squisito, lasciava solo un leggero pizzicore in gola. Quello tipico del peperoncino. ‘Uffa ma usano mettere il peperoncino ovunque?’ si disse, mandando giù un’altra sorsata.

In tutto questo trambusto si era persa Miao. ‘Chissà dove s’è ficcato, quel gatto che, quando serve, non c’è mai?’ pensò, sorseggiando la cioccolata. Lo vide che si divertiva con un topolino di campagna, che impaurito cercava di ritrovare la propria tana. Deborah sorrise. ‘L’istinto del cacciatore non l’abbandona mai’.

Mentre osservava il gatto, udì una voce proveniente dal gruppo di uomini accovacciati a terra.

Agua pura” le parve di sentire. Stupita si voltò verso di loro. ‘Perché mi chiedono se voglio dell’acqua? E poi si sono messi a parlare spagnolo?’ si disse sorpresa. Annuì in segno di accettazione. Al suo fianco comparve una donna che le porgeva un calice di vetro che conteneva un liquido trasparente.

Deborah era diffidente. Da quando era sveglia, troppe volte era stata ingannata dall’aspetto. Non voleva correre rischi. Guardò l’uomo che stava al centro, quello più vecchio e che sembrava che dettasse ritmi e ordini a tutti. Era anche vestito in maniera più appariscente rispetto agli altri. ‘Sicuramente è il capo di queste comunità’ ragionò senza accostare le labbra al bordo.

Il capo gli fece un segno imperioso di bere il contenuto ma la ragazza nicchiava. Non era convinta di obbedire a quel cenno.

Uk’-a!5” disse con un tono duro e categorico.

Deborah lentamente portò il calice alle labbra e cominciò a bere, pronta a smettere se avvertiva qualcosa di anomalo. Il liquido filtrò leggero in gola, senza che lei percepisse nulla. Sembrava effettivamente acqua. ‘Perché ha parlato in spagnolo per poi tornare a quella lingua sconosciuta?’si disse, mentre continuava a bere con lentezza. Le stava togliendo quell’arsura che il peperoncino le aveva trasmesso, quando si sdoppiarono le immagini.

Erano sensazioni terribili. Vedeva due Miao, che si muovevano in maniera sincrona. Staccò il calice dalla bocca e notò che possedeva quattro mani e due calici. Provò a girarsi verso il vecchio ma ebbe l’impressione di volare leggera nell’aria. Tutto ruotava con lentezza ma girava in tondo, mentre le percezioni sensoriali mostravano distorsioni e colori differenti dall’usuale, come se guardasse in un enorme caleidoscopio.

Deborah fece appello a tutte le risorse fisiche e mentali per dominare quelle sensazioni che si stavano impadronendo del suo corpo. Vacillò ma non cadde. Chiuse gli occhi ma i colori popolavano la sua mente.

Infine fu buio.

1Hai dormito bene? Traduzione dalla lingua Maya

2Vuoi lavarti? Traduzione dalla lingua Maya

3Vuoi mangiare? Traduzione dal linguaggio Maya

4Hai sete? Traduzione dal linguaggio Maya

5Bevi! Traduzione dal linguaggio maya

Terzo #finale di scrivere collettiva. Gian Paolo

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Eccomi col mio finale della storia di Sofia. Non aggiungo altro. Buona lettura

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(…)
“Perché?” si domandò Sofia, mentre le mani giravano come mulinelli impazziti.

“Sbrigati! Non possiamo perdere tempo. Ogni secondo è prezioso!” si disse, avviandosi alla ricerca di un mezzo di trasporto. Doveva andarsene il più in fretta possibile.

Le sirene erano sempre più vicine e ululavano come indemoniate.

“Se non esci, dovrò svignarmela da sola” fu l’ennesimo pensiero di Sofia.

Si stava avviando verso un bus, che era appena arrivato alla fermata del Silvestrini, quando vide la madre che trafelata la cercava con lo sguardo. La ragazza agitò un mano col doppio intento di richiamare la sua attenzione e farle capire che si doveva sbrigare, mentre le pantere della polizia si avvicinavano all’ingresso dell’ospedale.

“Forza, mamma” le disse , quando fu vicina, strattonandola per un braccio.

“Che furia!” urlò Jessica visibilmente impaurita e ancor più scocciata.

“Vieni” fece Sofia, salendo sul bus. “Non possiamo perdere un secondo!”

Le porte si…

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Una busta alle ore 21

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Nell’attesa del gran finale che ho scritto per scrivereCollettiva leggete questo post su Caffè Letterario
Buona lettura

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“Ti consegno questa busta con dentro una lettera. Non aprirla adesso, fallo il giorno preciso, scritto sul retro. Alle ore 21 in punto. Non un minuto prima né dopo” gli ho detto, fissandolo negli occhi freddamente.

Fabrizio è rimasto sconcertato senza parole con le braccia che sono scivolate lungo i fianchi, abbandonate a se stesse.

“Due giorni possono sembrare lunghi, per la curiosità che ne scaturisce ma passano in fretta. Questo tempo mi serve per organizzare un po di cose” ho concluso con voce atona, allungando la mano con la busta.

Sabato, prima di salutarlo, gli ho detto queste parole. Fabrizio mi ha guardata sorpreso afono, senza avere la possibilità di farmi domande. Gli ho dato un piccolo bacio sulla bocca e me ne sono andata decisa. Non mi ha fermata o forse non ha avuto il coraggio di farlo. Oppure ha capito tutto.

Sono determinata, sono sicura di quello…

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La notte di San Giovanni – parte trentatresima

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dal web

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La partita del debutto nel campionato di A1 fu uno strepitoso successo per Deborah, tanto che ebbe l’onore di essere considerata la MVP (Most Valuable Player) delle due giornate. Il coach ebbe più volte parole di riconoscimento verso di lei, per come aveva gestito la gara fino alla vittoria sulle campionesse d’Italia. Encomi doppiamente graditi, perché lui non si sprecava mai in lodi ma trovava sempre una sbavatura in una partita perfetta. I giornali sportivi del lunedì parlarono che era nata una nuova stella nel basket femminile. ‘A ventidue anni Deborah Secchioni esplode con giocate magistrali. La nazionale ha trovato la nuova Mabel Bocchi‘ titolava la Gazzetta dello Sport il 15 ottobre nell’articolo che parlava della giornata inaugurale del campionato. In pratica aveva preso per mano la sua squadra, ‘Aquile Rosa‘, nella vittoriosa sfida contro la ‘Familia Schio’ del duo Macchi-Masciadri, che rappresentano il meglio del basket femminile nostrano. La ragazza non era riuscita, nonostante gli elogi, a mitigare da quello stato di ansia che ormai l’aveva contagiata da due settimane.

Oltre a conquistare i titoli dei quotidiani sportivi, Deborah aveva avuto l’onore di essere copertina della rivista ‘Gossip Girl’ per merito di Marco. L’articolo interno era un ritratto a tutto tondo, dove il gossip era stato cacciato dalla porta, lasciando il posto a una rappresentazione lusinghiera della sua personalità.

In conclusione era stato un week end da incorniciare quello vissuto dalla ragazza.

Anna, la compagna di stanza, aveva notato il viso sofferente di Deborah e non riusciva a comprenderne i motivi. Avevano vinto una partita, dove nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla loro vittoria. Lei era stata decretata MVP delle due serate, un riconoscimento ambito da qualsiasi giocatrice. Aveva avuto l’onore della prima pagina di una rivista che vendeva milioni di copie. Quindi avrebbe dovuto sprizzare gioia ed entusiasmo da ogni porro. Invece pareva assente, insoddisfatta e nervosa, quasi infastidita da tutte queste attenzioni.

C’è qualcosa che non va?” le chiese Anna, quando rientrarono in albergo dopo aver partecipato alla serata di gala con le premiazioni delle giocatrici.

No” rispose la ragazza laconicamente.

Eppure noto che c’è qualcosa che non va” disse la compagna, mentre si spogliavano per andare a letto.

Forse hai ragione. Dovrei essere felicissima ma c’è qualcosa che me lo impedisce. Non chiedermi cosa, perché non lo conosco nemmeno io!” fece Deborah, infilandosi sotto le lenzuola.

D’accordo. Forse lo stress del debutto e quei complimenti non ti sono stati d’aiuto. Beh! Ora dormiamo e ne riparliamo domani. Notte” affermò Anna.

Notte” rispose la ragazza.

Deborah si trovò a camminare per strade sconosciute, polverose e solitarie. Miao incedeva spedito come se si trovasse a suo agio in quelle lande sassose a tratti ricoperte da una folta vegetazione. Era nella tenuta giallo-blu della sua squadra: maglietta ancora zuppa di sudore della partita, pantaloncini di raso rosso e scarpe Jordan. Il sole era basso sull’orizzonte e illuminava delle vette che non parevano altissime. Aveva strane sensazioni. Procedeva spedita da diverse ore senza sentire né fatica né fame. Solo una gran voglia di bere.

Ma da quante ore cammino?” si chiese, osservando Miao, che stava innanzi a lei. Non riusciva a darsi una risposta certa. Provò a orientarsi col sole ma ben presto ci rinunciò. La polvere sollevata dal vento si appiccava alla pelle come una sottile pellicola grigia. Le labbra era gonfie, quasi spaccate dall’arsura e dal caldo.

La strada proseguiva dritta sull’orizzonte. A destra e sinistra nulla, solo petraia arsa dal sole. Qui le piante cercavano di vincere la sfida della sopravvivenza. Sullo sfondo di un cielo terso e limpido apparve un muro di verde.

Deborah camminava in silenzio senza pensare a nulla. Pareva in una bolla che la isolava del resto del mondo. Quasi senza rendersene conto entrò in quella parete verde, una selva che oscurava il cielo. Sentì le grida roche di animali sugli alberi e il ronzio di insetti, che non vedeva. Rallentò, perché i raggi del sole, ormai radenti all’orizzonte, non riuscivano più a illuminare i suoi passi.

Miao” disse con tono disperato, chiamando il gatto che pareva sparito alla sua vista.

Ascoltò solo l’eco delle sue parole ed ebbe paura. Si tastò le braccia scoperte e i pantaloncini che arrivavano alle ginocchia. Rise. ‘Non è certamente l’abbigliamento adatto per una passeggiata nella giungla’ si disse nel tentativo di infondersi coraggio. Era sola, abbandonata anche dal gatto. ‘Cosa fare?’ si chiese fermandosi un attimo per abituare gli occhi all’oscurità incombente.

Riprese a camminare di buona lena. ‘Devo trovare un paese, una casa per la notte. Non oso pensare di camminare col buio su questo sentiero umido e oscuro’ si disse, mentre sempre più a fatica riconosceva i contorni della strada. Del gatto aveva perso le tracce, inghiottito dalla verde tenebra della selva. Era scomparsa con lui anche la sicurezza nel cammino. L’ansia le suggeriva di mettersi a correre. ‘Correre? Sarebbe pura follia’ rifletté, cercando di calmare la paura che sempre con maggiore vigoria saliva, saliva fino al cervello.

Adesso udiva le voci misteriose della giungla, il rumore delle ali che sbattevano nell’aria, i rochi richiami di animali notturni. Questo minava sempre di più la sua determinazione a proseguire. Continuò a camminare ormai immersa nel buio e nei suoi pensieri. Le gambe si muovevano come automi senza che la sua volontà le comandasse. Un groppo alla gola le bloccava il respiro, mentre procedeva quasi in apnea. In distanza le parve di scorgere un lieve chiarore. Accelerò il passo, mentre quel baluginio di luce diventava sempre più netto. La cupola nera del verde degli alberi si aprì come d’incanto, mostrando un cielo stellato. Una casa era sulla sua destra, appoggiata sul prato che stava intorno alla strada. Si avvicinò e vide Miao che l’aspettava dinnanzi a un’apertura protetta da una stuoia che immaginò colorata. Era un insieme di assi di legno, coperti da paglia, senza finestre, almeno dalla visuale che Deborah poteva scorgere. L’aspetto non era invitante ma il buio e la sensazione di freddo vinsero i suoi timori e la spinsero ad avvicinarsi.

Ecco dove ti eri nascosto!” gli disse, inginocchiandosi per accarezzarlo.

Miaouuu” fu la risposta.

Sei un birbante” lo sgridò Deborah con dolcezza, accostandosi all’apertura.

Una mano grinzosa scostò quel tappetto, come per invitarla a entrare.

Muj oc#el1” sentì una voce profonda proveniente dall’interno.

Miao senza aspettare altro si infilò nel varco. Deborah rimase interdetta. ‘Che razza di linguaggio parlano?’ si disse incerta se rimanere fuori o accogliere quell’invito, composto da suoni del tutto sconosciuti. Si fece coraggio ed entrò.

Appena dentro la tenda tornò al suo posto, mentre lei spalancava gli occhi nel vano tentativo di vedere delle forme. Notò solo gli occhi giallastri di Miao e un puntino rosso che si muoveva ritmicamente in avanti e in dietro. L’olfatto percepì un gusto dolciastro non ben definito. Pensò che fosse quel puntino rosso a produrlo. L’udito ascoltò un respiro, anzi più respiri di diverse persone, senza che la ragazza riuscisse a indovinarne il numero. ‘Dunque più uomini sono in questa baracca’ rifletté. Allungò la sinistra e il tatto le fece percepire un piano ruvido ma non freddo.

Altre parole gutturali si arrampicarono nella sua mente. Non capiva cosa le dicessero. Il buio più totale le impediva di osservarne l’interno, bloccandola di fatto in quella posizione di attesa. Si fece coraggio e mosse un passo verso destra, perché prima aveva aveva tastato qualcosa a sinistra. Non trovò ostacoli ma l’impossibilità di conoscere la loro ubicazione la bloccarono di nuovo. ‘Ho paura’ pensò, subito scacciata dal pensiero che Miao non aveva avuto esitazioni a entrare. Se c’erano pericoli, non arrivavano dall’interno.

Yan tech huinyial2?” le chiese una voce, che lei associò a un volto femminile.

‘Che cavolo sta dicendo? Se dico sì, non so che mi aspetta. Se dico no, potrebbero offendersi’ ragionò, rimanendo in silenzio. Una posizione neutra né di accettazione, né di rigetto.

Una mano afferrò la sua sinistra, riportandola verso il piano ruvido. Con la destra avvertì un qualcosa che assomigliava nella forma a una ciotola. L’odore pareva buono. Prese con entrambe le mani la scodella e la portò alle labbra. Sentì il rumore del lappare di Miao. Un liquido caldo passò sulla lingua e poi nell’esofago. Il gusto era di suo gradimento ma forse era la fame e la sete che avevano compiuto il miracolo.

Poi sorso dopo sorso svuotò il contenuto della ciotola, mentre avvertiva una profonda sensazione di benessere.

Aveva appena finito di bere quel liquido piacevole, quando gli occhi tentarono di chiudersi, anche se lei si sforzava di tenerli aperti.

Alla fine prevalse il sonno e scivolò verso terra, sorretta da mani amiche.

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2Hai fame? Traduzione del linguaggio maya ch’ol