Una storia così anonima – parete cinquantaduesima

Standard
foto personale

foto personale

Bologna, 1 marzo 1308, ora terza – terzo anno di Clemente V

Pietro è in Strada Maggiore ma non osa avvicinarsi al portone, che pare presidiato da guardie armate. Potrebbe entrare dal cunicolo segreto che dalla magione porta alla cerchia muraria più esterna, la terza. ‘Ma non posso abbandonare il mio fedele bardo’ si dice, allontanandosi senza fretta.

Ha un motivo in più per sfuggire alle guardie: la cassetta che trasporta da Rhedae. ‘Devo custodirla con cura per quando qualcuno non la reclamerà’ si dice Pietro, memore della raccomandazione del cardinale Caetani. Deve trovare un posto sicuro per il bardo e per la cassetta. Ritorna sui suoi passi, verso porta Sant’Isaia che da sul contado.

Riflette, dopo essere uscito dalla palizzata esterna che forma la terza cerchia, verso quale località dirigersi. ‘I possedimenti della magione’, pensa Pietro, mettendo al piccolo trotto il bardo, ‘di certo saranno sotto controllo. Quindi è meglio evitarli. Monte Acuto o Lizzano in Belvedere sono lontani ma sicuri’.

La giornata è fresca e il cielo è pulito. Le montagne sembrano vicine, quasi a portata di mano. Senza fretta Pietro si mette in marcia seguendo il corso del Reno verso la sorgente.

È l’ora nona con la giornata che va verso il tramonto, quando decide di fermarsi a Kainua nella locanda al Marzabòt, che conosce bene. Dopo aver sistemato il bardo, si reca nella piccola chiesa del paese per le funzioni serali. La quiete e il silenzio della cappella lo inducono a restare seduto negli ultimi banchi a riflettere. Si domanda se la sua vita da templare sia stata esemplare oppure no. Ricorda quando nel 1282 il precettore della Lombardia, Guglielmo de Novis lo ha ammesso nell’ordine. Era un giovane di diciannove anni e pieno di speranze per il futuro. Bologna gli è apparsa una metropoli rispetto al paese dove aveva vissuto fino a quel momento, tra Lizzano e Monte Acuto. La frequentazione dello Studio bolognese, dove ha conosciuto Bertrand de Got, il suo attuale papa, Rinaldo da Concoregio, l’arcivescovo di Ravenna e tanti altri, è stata proficua. ‘È stata un’esperienza incredibile’ si dice, osservando il tremolio delle candele. ‘Mi ha permesso d’intrecciare relazioni e rapporti con tutti i potenti fino a diventare il procuratore generale dell’ordine. Per questo sono finito a Paris e lì ho rischiato di rimanere imprigionato’. Il resto è storia recente. Si segna devotamente prima di uscire per tornare alla locanda.

Il mattino successivo al primo albore, consumato un modesto pasto, riprende il cammino verso Lizzano. Quando il torrente Silla si getta nel fiume Reno, Pietro segue questo corso d’acqua, salendo verso la montagna. All’ora nona avvista una costruzione in sasso, una modesta casa di cui conosce il proprietario, Giacomo, da quando era adolescente. ‘Era già anziano allora’ si dice Pietro, bussando alla porta. ‘Sarà ancora in vita?’

Niente è cambiato dai suoi ricordi. Muri a secco, tipici della zona. Piccole finestre chiuse da imposte di legno. Il tetto, ricoperto di ardesia grigia, ricavata dalle cave della zona, è spiovente per far scivolare verso terra la neve, che d’inverno cade copiosa. Un curioso camino tondeggiante. La piccola stalla dove stanno le capre durante il periodo invernale. L’orto, adesso spoglio, nel tratto pianeggiante del prato che circonda la casa.

Dalla porta di ciliegio, inscurita dal tempo, emerge una ragazza. ‘Avrà vent’anni’ pensa Pietro, temendo che il vecchio amico sia morto. Lo sguardo della giovane è stupito. Non si aspetta visite. La persona, che ha bussato, le è sconosciuta. Rimane incerta se chiedere chi è o tornare dentro, serrando la porta.

Sono Pietro Roda, da Monte Acuto” dice il frate, distendendo i lineamenti del viso nel tentativo di apparire amichevole. “Cerco messer Giacomo. Giacomo Ferri”.

Il viso di quel monaco le ispira fiducia ma non si muove dall’ingresso. Non decide cosa rispondere, quando una voce anziana ma ancora forte chiede ‘Chi ha bussato, Lucia?’.

La ragazza si volge verso l’interno. “Nonno, cercano voi. Un frate. Pietro Roda da Monte Acuto” dice senza spostare il corpo dall’uscio.

Fatelo entrare” esclama quella voce possente. “Un vecchio amico che non vedo da oltre vent’anni”.

Muta, Lucia si leva dalla stretta apertura per consentire l’ingresso di Pietro.

Posso legare il mio bardo alla staccionata?” chiede il frate, prima di entrare.

La giovane annuisce. Sembra che abbia perso il dono della parola. Lo guarda affascinata dall’aura che trasmette.

Accendete quel lume” ordina Giacomo alla fanciulla. “Voglio vedere in viso questo amico ritrovato”.

Pietro si avvicina a una sedia, accanto al focolare, che manda gli ultimi bagliori. Osserva il vecchio che nonostante l’età avanzata appare ancora energico. Il viso è lo stesso di tanti anni prima. Rugoso e secco, i capelli bianchi si sono diradati, il corpo pare più minuto. Una coperta di pelli di capra gli copre le gambe.

Commosso Pietro lo abbraccia in silenzio. “Non invecchiate mai” esclama il frate, staccandosi da Giacomo.

Magari” fa l’anziano, il cui occhio si è inumidito. “Lo spirito c’è ma il corpo no. Gli anni mi costringono su questa sedia, quando non sono nel mio giaciglio”.

Lucia taciturna sta in piedi accanto a una tavola rustica, coperta da una tovaglia di canapa. Conoscendo il nonno, trova che la presenza dell’ospite abbia avuto il potere di addolcire la ruvidezza del carattere. ‘Non mi pare che sia così vecchio da frequentarsi in gioventù’ pensa la fanciulla. ‘Potrebbe essere coetaneo di mio padre piuttosto che del nonno’.

Muovetevi” le dice Giacomo con tono ruvido. “Portate una brocca di vino buono, due boccali e qualche fetta di pane di segale. Dobbiamo salutare Pietro”.

Lucia a quell’ordine si muove silenziosa verso la dispensa.

Messer Giacomo” inizia Pietro in modo circospetto, una volta rimasti soli, “ho bisogno del vostro aiuto. Vi affiderei il mio bardo e devo nascondere una cassetta”.

Ne parliamo dopo con calma. Ora raccontiamoci qualcosa” dice Giacomo, scuotendo il capo. “Vi fermate con noi stasera?”

Se voi lo volete” fa Pietro, guardando in viso l’anziano, “sarà un onore per me stare alla vostra tavola”.

Giacomo allunga una mano per stringere il braccio del frate. Sembra ringiovanito di colpo, lasciando sorpresa la nipote che pone la brocca di vino sul tavolo.

Nonno, ecco il vino. È quello delle occasioni speciali” dice la ragazza. “Oltre al pane ho portato del formaggio di capra stagionato”.

Il camino è più alto del pavimento di una fila di mattoni a costituire una pedana. Un’apertura al livello di terra raccoglie le ceneri della legna bruciata. Serviranno per la notte a riscaldare le coperte.

Pietro si siede di fianco al camino con le spalle al fuoco, vicino a Giacomo, mentre Lucia si apposta sull’altro lato. La ragazza ascolta le chiacchiere dei due amici. La giovane è stupita, perché ricorda il nonno come una persona di poche parole. ‘Non ho mai sentito il nonno parlare così fittamente come stasera’ pensa Lucia, senza perdere una parola dei loro discorsi.

Al vespro, col rientro dei genitori, l’atmosfera diventa ancor più calda e nella stanza risuonano voci e risate. Lucia ascolta senza poter intervenire nelle loro conversazioni. Parlano di argomenti sconosciuti, quando lei non era ancora nata.

Lucia” fa il nonno, traendola accanto a lui, “se abbiamo questa solida casa, è tutto merito di Pietro, che ha perorato la nostra causa presso i suoi genitori”.

Lucia è affascinata dal frate, che ha un viso franco e che ispira fiducia. Potrebbe essere suo padre ma giacerebbe volentieri con lui. Lo osserva, lo scruta con attenzione e sente dentro di lei crescere un sentimento. ‘È solo una fantasia di fanciulla’ si dice Lucia, abbassando gli occhi. ‘Però ha trasformato l’atmosfera della casa. Allegra, serena. Sembra che sia entrato un raggio di sole a fugare le nuvole’.

Dopo la frugale cena si radunano intorno al focolare, dove ardono ciocchi di quercia. La stanza è calda, mentre fuori la temperatura è rigida. Il vino caldo riscalda il viso e il cuore di tutti. Solo Lucia e sua madre non bevono, come è usanza da quelle parti.

Lucia, prepara la stanza vicina alla mia, al piano terra” ordina Giacomo, che vuole avere vicino Pietro per la notte.

Subito, nonno” dice la ragazza, avviandosi verso la camera.

Elisa, la madre, la segue per aiutarla. Prende con sé un grosso cero per fare luce. La stanza è polverosa e umida, un ripostiglio dove sono ammassati mobili dismessi e suppellettili vecchie. Un locale di fortuna, usato quando il nonno sta male. Le due donne preparano il letto, tolgono un po’ di ragnatele e mettono nel centro un grosso braciere per riscaldare l’ambiente e togliere umidità. Recuperano un pagliericcio da un armadio e mettono lo scaldino di terracotta nel prete per riscaldare le lenzuola.

È pronta la stanza, nonno” gli annuncia Lucia, sedendosi ancora con la schiena al focolare.

Venite” dice Giacomo, facendosi aiutare dal figlio a camminare. Pietro si mette di fianco al vecchio, che si appoggia sulla sua spalla.

Sistemato Giacomo nel suo letto, il frate si siede di fianco, mentre un grosso cero illumina la camera. Il vecchio mette un dito sulla bocca per suggerire a Pietro di non parlare della sua richiesta.

Ditemi” fa Giacomo, volgendosi verso il frate. “Cosa mi raccontate. Sono passati tanti anni da quando siete partito da queste montagne per la pianura”.

Pietro gli prende la mano rugosa e parla a lungo di quello che ha visto e sentito in tutti quegli anni. I rumori nella casa diventano sempre più flebili, finché non regna il silenzio.

Ora potete dirmi” dice Giacomo in un sussurro, “quello che mi avete chiesto”.

Messere” inizia Pietro, avvicinandosi al volto del vecchio, “devo nascondere una cassetta, di cui ignoro il contenuto. Ma dev’essere prezioso, visto che ho dovuto scansare molti agguati”.

Giacomo annuisce, per suggerire di proseguire.

Poi non so dove mettere il mio bardo” fa Pietro. “La magione è inaccessibile normalmente e perderlo mi dà dispiacere. Spero tra qualche tempo di tornare per recuperare entrambi”.

Giacomo ha il viso ancora più rugoso e pensa alla cassetta. Per il cavallo non c’è problema. La stalla può contenere sia il bardo che le capre. Poi distende il viso. Fa segno a Pietro di avvicinarsi.

Vedete quell’angolo?” dice il vecchio, mentre il frate annuisce. “La quarta pietra dal basso è solo appoggiata. Dietro c’è una cavità. Se la cassetta passa, è il nascondiglio ideale”.

Pietro si avvicina. Tocca la pietra, che estrae dal suo posto. Valuta l’apertura. Gli appare idonea a far passare l’oggetto che tiene sotto la tonaca.

Mentre i due uomini parlottano, Lucia, che fatica a dormire, scende dal letto. Il frate l’ha stregata. Non ha mai visto una persona così affascinante. Apre con cautela la porta, che cigola sinistramente. Si ferma. Ascolta il russare di suo padre e il sonno pesante della madre. Esce dalla sua stanza e scende i gradini di legno che portano al piano terra. Le sembra che facciano un rumore infernale ma forse è solo una sensazione. Col cuore in gola per il timore di essere scoperta sosta in un angolo buio. Intravede la schiena del frate senza comprendere cosa stia facendo. Ascolta dei rumori sordi che il silenzio ingigantisce. Vorrebbe avvicinarsi di più ma il timore di essere vista la paralizza. ‘Cosa sta facendo il templare?’ si chiede immobile, trattenendo il respiro.

Pietro abbraccia Giacomo e si ritira nella sua stanza. Il buio è praticamente totale. Lucia trema sia per la paura che per il freddo. I piedi scalzi sono gelidi. Abitua gli occhi all’oscurità e a tentoni raggiunge la scala, cercando di evitare gli ostacoli. Con la punta del piede nudo urta il gradino. Si morde la lingua per non gridare. Poi col cuore in gola Raggiunge il suo letto, dove si rannicchia sotto le coperte. Trema per il freddo, mentre scivola nel dormiveglia.

La mattina seguente, al primo albore, Pietro è già in piedi. Si inginocchia verso levante per le orazioni del mattino. È in questa posizione, quando Lucia sbircia nella stanza. Rimane a bocca aperta. Non ha mai visto un frate pregare. Ascolta parole che non conosce. Il prevosto parla la loro lingua.

Che fate, Lucia?” dice una voce familiare alle sue spalle. È Elisa, sua madre, che sta andando a preparare la colazione del mattino per tutti.

Ascolto delle preghiere che non conosco” risponde la ragazza, sussultando per lo spavento.

Ma è il Pater Noster” fa la madre, sorridente. “Venite”.

Lucia la segue malvolentieri. Avrebbe voluto rimanere in adorazione del frate. Anche Giacomo viene alzato. Sono tutti riuniti nella grande cucina col fuoco del camino che riscalda la stanza. I genitori di Lucia si preparano per portare le capre nel pascolo, il nonno a trascorrere la giornata in compagnia della nipote nella monotonia di poche parole. La presenza di Pietro ha vivacizzato l’ambiente ma sanno che presto prenderà la strada verso la pianura.

Il frate ringrazia Elisa e suo marito per l’ospitalità ricevuta e li abbraccia con calore.

Non preoccupatevi per il vostro bardo” dice l’uomo. “Sarà trattato come un principe”.

Grazie” replica Pietro, allungando un sacchetto dove risuonano dei bolognini d’argento.

Non li voglio” fa l’uomo, mettendo le mani dietro la schiena.

Tenete” dice il frate, infilando il sacchetto nella cintura del padre di Lucia. “Vi serviranno. Non so quando potrò tornare a riprenderlo”.

Marito e moglie si avviano con le capre. Pietro li osserva, mentre entrano nel bosco, prima di rientrare nella casa.

Partite?” chiede Lucia con l’occhio lucido.

Sì” risponde il frate. “Il tempo di salutare Giacomo e poi mi aspetta un lungo tragitto a piedi”.

Non passava giorno – Cap. 34

Standard

Adesso è il turno di Laura e di Marco a parlare. Se siete curiosi di leggere, la nuova puntata la trovate qui su Nuovoorsobianco

Buona lettura

Una storia così anonima – parte cinquantaunesima

Standard
foto personale

foto personale

Mentone, 10 marzo 2015, ore due

Il Samsung S5, acquistato poche ore prima, emette un suono lacerante che sveglia Luca. Il ragazzo si è disteso sul divano vestito e si alza intorpidito e alquanto infreddolito. Blocca la suoneria, si stiracchia pigramente, mentre sbadiglia senza mettere la mano davanti alla bocca, da bravo maleducato. Controlla il vecchio smartphone. Il segnale è sempre fermo a Tende, indicando un hotel: Le Miramonti. Un segnale forte e preciso, che lampeggia dalle undici e quaranta.

Buon segno’ pensa Luca. ‘Se la mia ipotesi è giusta, Henri non si è preso nemmeno la preoccupazione di controllare Vanessa. Adesso viene la parte più delicata’.

Deve uscire dall’albergo, fingendo di essere in due. ‘Ci riuscirò?’ pensa il ragazzo, che si sta rinfrescando il viso. Dà una sistemata ai jeans e alla polo per rendersi presentabile.

Scende nella hall e si fa aprire la porta di uscita.

Partiamo” dice al receptionist di notte, un uomo di colore. “Prendo la macchina e carico il bagaglio. La mia compagna scende tra un poco. Sa come sono le donne… sempre in ritardo”.

Ridacchia, mentre si avvia verso la porta a vetri. Dopo una decina di minuti è di ritorno, parcheggiando la vettura davanti all’ingresso. Sale a recuperare il bagaglio. ‘Adesso viene la parte più complicata’ si dice Luca.

Van” fa il ragazzo, parlando a un’immaginaria persona non visibile dalla reception. “Tu sali in macchina, mentre chiedo alcune informazioni al signore”.

Il receptionist allunga il collo, perché non vede nessuno e non sente risposta. Luca si mette in una posizione per occultare parte della porta.

Mi potrebbe indicare la strada più breve per Sospell?” dice Luca, dispiegando sul bancone una carta stradale dettagliata.

L’uomo col dito indica la via da intraprendere. “Prendete la Porte de France fino al Casino Barrière Menton. Qui inizia la Route de Sospell” fa l’uomo. “Non potete sbagliarvi”.

Dunque” dice Luca per distrarlo ulteriormente. “Se ho capito bene. Devo girare la macchina verso il mare. Prendere quella larghissima strada che incrocia questo corso verso Montecarlo. Percorrerla tutta fino al Casino e da lì infilare la via per Sospell’.

Sì,” annuisce il receptionist, “ha capito perfettamente. Ma non avete il navigatore in macchina?”

No” risponde Luca abbassando gli occhi, come a vergognarsi di non possedere questo strumento. “L’auto è vecchia”.

Ma ne vendono anche di portatili” suggerisce il receptionist.

Sì, ha ragione” replica Luca, “ma spendere dei soldi per un rottame come quello non vale la pena”.

“Bon voyage, messieursdice l’uomo. “Volete un caffè, prima di partire?”

Luca scuote il capo per diniego.

Lei è già in macchina. Siamo in ritardo sulla tabella di marcia” fa Luca con un vago cenno verso la vettura parcheggiata in modo da essere poco visibile dall’interno. “Dovevamo essere in viaggio alle due. Le donne non sono mai pronte all’ora giusta”.

Già” conferma il receptionist, salutando con la mano.

Velocemente Luca si allontana, uscendo in strada per salire sulla vettura. Infila i bagagli sul sedile posteriore. Si muove con calma per non suscitare la curiosità del portiere di notte. Sarebbe un guaio se uscisse in strada. Senza fretta inverte la direzione di marcia e sparisce alla vista dell’uomo.

Bravo, vecchio” dice Luca, battendosi con la mano sulla spalla. “Hai sbagliato mestiere. Dovevi fare l’attore”. Ride, mentre cerca un posto per fare una sosta. Deve prendere dalla sua borsa il nuovo smartphone e il computer con relativa chiavetta.

Trova una piazzola e compie l’operazione. Sistema su due supporti gli smartphone e mette il computer sul sedile del passeggero. Punta il navigatore su Sospell, mentre dall’altro ha la traccia del percorso dell’Iphone di Vanessa. Sul computer controlla che tipo di albergo è Le Miramonti. Adesso è pronto per iniziare la caccia.

Non devo avere fretta’ si dice Luca, ‘perché non so bene come è la situazione. Tende non dista molti chilometri. In un paio d’ore sono lì’.

Infilata la via per Sospell, il ragazzo guida con prudenza. Non conosce le strade e inoltre c’è buio.

Alle quattro e mezza è a Tende. Il segnale è sempre forte e fisso. Luca posteggia poco oltre l’albergo. Infila un giubbotto pesante e scende alla ricerca della Mini. I numeri della targa sono nitidi nella mente. Nei dintorni non c’è traccia. ‘Forse l’ha messa nel garage dell’hotel’ riflette, mentre ritorna in macchina a controllare sul computer. ‘E se per caso avesse messo il telefono di Van su un’altra auto?’

Adesso il dubbio c’è. Torna fuori a ispezionare le auto in sosta. Tutte targhe francesi. ‘No’ si dice Luca, scuotendo il capo. ‘L’unica ipotesi è che abbia messo la macchina nel garage dell’hotel’. Controlla l’ora. Sono già le cinque. Tra non molto dovrebbe albeggiare.

Le Miramonti, chambre six, 10 marzo 2015, ore tre

Vanessa apre gli occhi senza vedere nulla. La mente è intorpidita. I riflessi spenti. Prova a girarsi su un lato senza riuscirci. Non ci fa caso, perché ha un vuoto dentro di sé. Non capisce dove si trova senza allarmarsi. Naviga in un mondo che non riconosce, né conosce. Tenta di dire “Luca” ma non ode nessun suono. Poi lentamente sprofonda di nuovo in un sonno buio e oscuro. Non ci sono immagini, solo la percezione di estraneità dal presente.

Pierre russa e fatica a respirare. È stanco. Da troppo tempo la tensione dell’incarico prevale sul riposo.

Si ritrova a Oak Island, un’isola canadese della Nova Scotia nella baia di Mahone. Un isola di un centinaio di acri, ricoperta di querce e prati. Nessuno vi può accedere senza il permesso del Gran Maestro. Porta con lui la ragazza. Sogghigna. “Parla, stronzetta” le dice Pierre. Lei scuote il capo in segno di diniego. “Beh!” fa con un sorriso ironico. “Parlerai comunque”. E la strattona verso un edificio in mattoni, che si erge sul punto più alto dell’isola. Appena undici metri sul livello del mare. Una costruzione singolare che assomiglia al Tempio di Parigi. Quattro torrioni ai quattro angoli, tutti di altezza differente. Sembra un castello visto dall’esterno. Un prato verde smeraldo circonda il tutto. Niente alberi ma solo erba ben curata.

Vanessa si guarda intorno. “È inutile” le dice Pierre con un sorriso storto e antipatico. “Il tuo ragazzo non potrà salvarti questa volta. Parla e finirai in fretta le tue sofferenze”.

Varcano un portone di legno di quercia. L’androne è illuminato da torce a petrolio, che gettano ombre sinistre sul pavimento. “Cammina” le intima Pierre, stringendole il braccio. È ansioso di ripagarla per i profondi graffi sulla guancia, che ancora adesso bruciano per il dolore.

Percorrono un largo corridoio abbastanza oscuro e poi scendono verso il basso. Si sente il rumore della risacca, mentre le pareti gocciolano per l’umidità. Vanessa ha un brivido. È vestita leggera, come d’estate. Lo sguardo vaga ora a destra, ora a sinistra, mentre Pierre continua a trascinarla di malagrazia per un braccio.

Sei in trappola!” le dice l’uomo, mentre apre una porta di noce scuro.

La stanza è ampia e male illuminata. Sembra un museo della tortura medioevale. Strumenti, che hanno riempito le fantasie crudeli di quell’epoca, sono appesi alle pareti. Nel centro Vanessa osserva oggetti del tutto sconosciuti. Rabbrividisce ma stringe le labbra.

Parla. Sei ancora in tempo” le sussurra maligno in un orecchio.

La ragazza fa un cenno di diniego. Non sa perché si trovi lì.

Dunque vuoi fare la smorfiosa?” insiste Pierre, che si sta eccitando. Osserva in giro. Sono tutti strumenti terribili. Stende Vanessa su un tavolaccio, pieno di macchie scure. Lega braccia e gambe, prima di andare alla ricerca di un arnese per incuterle paura. Dalla parete stacca un oggetto metallico.

Vedi questo?” le dice Pierre, mostrandolo allo sguardo terrorizzato di Vanessa. “Si chiama pera”.

Ride in modo isterico, mentre le mostra il funzionamento del meccanismo. Quattro ali si allargano man mano che ruota una chiave.

Hai visto?” fa Pierre, mentre stacca dalla parete qualcos’altro, una specie di pinza con degli aculei. Ritorna da Vanessa, mostrando una dentatura non perfetta. “La pera te la infilo nella vagina e poi…”. Una nuova risata stridula risuona nello stanzone buio.

Vanessa vorrebbe muoversi ma le corde glielo impediscono.

Ti agiti! Ma non puoi fare nulla. Solo parlare” le dice Pierre, mettendole davanti al viso una specie di attizzatoio con quattro punte acuminate. “No, questo non serve. Hai due perine acerbe al posto del seno”.

Pierre continua la sua macabra danza, finché non sente del trambusto. Si volta verso la porta e vede il Gran Maestro.

Che fate?” gli dice l’uomo.

La faccio parlare” risponde Pierre.

Ha parlato?”

No, fino a questo momento” replica Pierre, facendo cadere con fragore gli strumenti che tiene in mano.

E non parlerà” fa il Gran Maestro. “Liberatela e conducetela nel mio studio”.

Pierre ha una smorfia di disappunto. Gli sta togliendo il gusto della vendetta. Obbedisce e porta Vanessa nelle stanze del Gran Maestro.

Sente una porta sbattere e si sveglia. Si alza col busto per osservare Vanessa, che pare ancora sotto l’effetto dello spray. Controlla l’ora con lo smartphone. ‘Sono quasi le sette’ si dice, sollevandosi in piedi. ‘Tra poco farò colazione e poi riprenderemo il viaggio’.

Il Gran Maestro si è infuriato’ sussurra appena Pierre, ripensando alla telefonata della sera precedente, ‘quando ha conosciuto dove mi sono fermato’.

Felice di avere catturato la ragazza l’ha chiamato per comunicargli la notizia.

Da lì, puoi andare solo in Italia” ha urlato, quando ha conosciuto il luogo della sosta. “Se il ragazzo ha fatto denuncia, ti prendono subito”.

Ma non esiste più la dogana” ha protestato flebilmente Pierre.

Non importa” ha replicato il Gran Maestro. “Raggiungi Annency, rimanendo in Francia. Lì un jet privato vi porterà a Oak Island”.

Apre le imposte per osservare il tempo. Nuvole basse coprono le vette circostanti. Non minaccia neve ma avrebbe preferito una giornata limpida. Non riconosce Luca, che sta camminando sul marciapiede opposto.

Chiama la reception per la colazione in camera. Quando la cameriera vedrà la ragazza ancora a letto, darà maggior forza alla bugia che dovrà dire per forza. Deve giustificare la non presenza nella hall del suo ostaggio, perché la porterà direttamente in macchina.

Sente Vanessa lamentarsi e muoversi come se si stesse risvegliando dopo un’anestesia totale. Lei si umetta le labbra secche, borbotta parole intellegibili, apre gli occhi e li richiude subito come se la luce la ferisca. Pierre è tranquillo. Le ha tolto il bavaglio e le manette. Le spruzza un altro po’ di spray. ‘Non troppo’ si dice Pierre. Apre le finestre per areare la stanza e togliere quel sapore dolciastro dell’anestetico dall’aria. Il respiro della ragazza è tornato regolare come se dormisse profondamente.

Tra un’ora si sveglierà’ pensa Pierre, ‘ma sarà in macchina e non si saranno problemi’. Prima di partire farà il pieno alla Mini, una tappa in un negozio di alimentari e poi un’unica tirata fino ad Annency.

Sono seicento chilometri circa per otto ore di viaggio’ gli suggerisce il navigatore. ‘Una bella maratona’.

Non passava giorno – cap. 33

Standard

Questa volta è il turno di Sofia e Matteo. Se volete leggere cosa fanno passate su Nuovoorsobianco.

Buona lettura

Zipepecchia, caos Liberty o altro ancora?

Standard
Tramonto - Foto personale

Tramonto – Foto personale

Zipepecchia col suo Caos Liberty ha avuto la sventurata o meravigliosa idea di pensare a me per qualcosa che ho compreso poco. ma visto che era simpatico ho pensato bene – o male a vostra discrezione – di proseguire il giochino.

Vediamo in soldoni cosa si tratta. Innanzitutto si partecipa e non si vince nulla. Ottimo e abbondante, così non devo nemmeno imprecare contro la malasorte. Poi hai il libero arbitrio di poter scegliere. Meraviglioso. Ma procediamo con ordine.

Vi sono due liste di regole da eseguire per chi partecipa, ognuno è libero di scegliere quali delle due effettuare, io ho optato per la prima:) Tanto la seconda non mi piaceva per niente. E poi se qualcuno legge il post il commento non lo lascia di certo.

La prima regola

  • Ringraziare le persone che ci hanno nominato;
  • Rispondere alle 10 domande da loro proposte;
  • Scrivere 10 nuove domande;
  • Nominare altri 10 blog;
  • Comunicare ai blog scelti la nomina con un commento sotto un loro post

La seconda regola

  • Lasciare un commento a questo post;
  • Seguire il blog di Bamboo Road e quello di Neogrigio;
  • Rispondete alle 11 domande da me formulate per voi e taggatemi in modo da leggere le vostre risposte;
  • Formulate 11 ulteriori domande a vostra scelta a cui dovranno rispondere i vostri nominati;
  • Nominate 11 blog e avvisateli;
  • Inserire nel post il distintivo del Liebster Award.

Uffa! Cominciamo la solita trafila.

I ringraziamenti  a Zipepecchia a modo mio glieli ho gia fatti. Però se non fosse chiaro scrivo

GRAZIE

Più chiaro di così…

Vediamo le 10 domande, che in realtà sono undici – Ma nella regola 1 era indicato 10. Evidentemente Zipepecchia è cresciuta –

Comunque bando alle polemiche, ecco le dieci, pardon undici, bubbole a cui devo rispondere.

  1. Se hai visto il film “La grande bellezza”, dimmi ciò che ti ha trasmesso, ciò che hai captato all’interno del film e le sensazioni che hai provato guardandolo.

Non l’ho visto. Mi riservo il diritto di non rispondere.

  1. Preferisci il dolce o il salato?

Dolce o salto, per me pari sono.

  1. Ti è mai capitato/capita di addormentarmi mentre dici una preghiera?

Come no! Tutte le sere!

  1. Quali sono i ricordi più stretti che hai con tuo nonno/a?

Bella domanda. Ero talmente piccolo che non ricordo nulla. Va bene?

  1. Vorresti essere sepolto o cremato? Se cremato, dove vorresti che fossero “gettate” le tue ceneri?

Cremato, cremato. Così sto in poco spazio. Gettare? Giammai! Non vedo il motivo di sprecare tre o quattrocento euro nell’urna e poi gettarla nel rusco. Sono venale?

  1. Perché scrivi?

Oh, bella! Sai che non ci avevo pensato. Fammi pensare? La maestra mi ha imposto di scrivere. Prima le aste, poi le lettere, infine i temi. Ho provato a dire che preferivo far di conto ma vi è andata male. Ho continuato a scrivere.

  1. Hai un sogno o un qualcosa o una persona che saresti voluta/o diventare e per vari motivi non hai potuto realizzarlo/ti?

Sogni? Ho un cassetto pieno. Domani al mercato ne provo smerciare qualcuno. Sarà dura. Una persona? No. nessuna invidia. Mi basta e avanza quello che sono. Qualcosa? Mica sono un dipinto o una statua!

  1. Cosa significano per te spensieratezza, libertà, felicità?

Chi mi conosce ha capito tutto. Comunque per il popolino spiego essere in pace con la propria coscienza.

  1. Se vincessi €500.000 ne daresti la metà o addirittura tutti a chi ne ha più bisogno di te?

Meglio di no! Perderei il sonno. Tutti che vorrebbero piluccare qualcosa. Se anche li donossi a chi ne ha bisogno più di me, avrei comunque la fila alla porta. Dunque, grazie ma non vinco nulla – tanto non ho mai vinto nemmeno al Gratta e Vinci-

  1. Se potessi essere un animale, quale vorresti essere?

Please? Un animale? Non basto io?

  1. Perché mi stai dando retta e se mi segui sul mio blog, perché lo fai? Rispondete senza peli sulla lingua.

Peli sulla lingua non ne ho. La barba, quella sì, che non mi faccio da una vita. primo cara Zipepecchia non ti dò retta. Ci mancherebbe altro! Non sapevo nemmeno che tu esistessi. Seguo il tuo blog? Non mi pare. Vedi la frase precedente. Se ripassi tra qualche tempo, forse posso rispondere all’undicesima domanda.

Stremato, mi fermo qui. E le dieci domande? Un’altra volta. Per i dieci blog da nominare farei un torto al resto del mondo. Dunque non mi sforzo nemmeno.

PS la foto non è nuova ma il tramonto delle idee ci sta tutto.

una storia così anonima – parte cinquantesima

Standard
Foto personale

Foto personale

Bologna, 1 marzo 1308, ora prima – anno terzo di Clemente V

Pietro arrivato in prossimità di Bologna dalla via Emilia, che proveniva da Ariminum, ha preferito entrare in città da Porta San Isaia. Ha atteso la mattina, quando le guardie hanno aperto i portoni delle cinta muraria più esterna, mescolandosi con i contadini che portano le loro mercanzie al Mercato di Mezzo. Ritiene opportuno non mostrarsi apertamente, perché per loro tira aria brutta. È impaziente di riabbracciare i fratelli e attende in un casolare abbandonato che il sole sorga.

Pietro è rimasto ospite presso l’Abbazia di Valvisciolo fino ai primi di febbraio, perché il maltempo in pratica aveva impedito qualsiasi movimento verso la Lombardia. Anche se si fosse messo in cammino prima, sarebbe rimasto bloccato nella terranova di Fiorenzuola. I valichi appenninici erano impraticabili per le tempeste di neve che si erano succedute da metà gennaio per diverse settimane con insolita violenza.

Nell’attesa del nuovo giorno ricorda la sua sorpresa, quando Berthod de la Roche aveva aperto il sacchetto di canapa in sua presenza. Ne ignorava il contenuto. L’essere ammesso alla sua apertura è stato un momento che ricorderà per sempre. Non potrà condividere questa gioia con i suoi fratelli, perché ha giurato di non rivelare a nessuno quello che stava osservando con occhi increduli.

Dal sacchetto è comparso un grande lenzuolo, piegato in più parti. Un tessuto dalla grana grossa, color ocra chiaro, dai bordi irregolari. Disteso sul pavimento occupava uno spazio di circa sette bracci per due. Era riconoscibile una figura umana dai contorni sanguigni.

Siamo rimasti impietriti dall’emozione’ ricorda Pietro di quegli istanti. ‘Il telo ha un ordito che non appartiene alla nostra epoca. È stato usato un telaio non usuale delle nostre provincie, aveva aggiunto Berthod. Sì, a memoria non ho riconosciuto dove poteva essere stato intrecciato’.

Cosa dite, fratello Pietro” ha domandato l’abate dell’Abbazia, cercando di decifrare i segni sul telo.

Mi paiono quelli di un corpo umano” ha replicato Pietro, inginocchiato accanto al lenzuolo, mentre lo esamina.

Restano in silenzio per qualche minuto, prima che Berthod non formuli una nuova teoria.

Potrebbe essere il sudario di nostro Signore, Gesù Cristo. Il mandylion scomparso da Costantinopoli nel 1204 durante il saccheggio dei crociati” fa l’abate. “Da sempre ho sentito parlare di questo manufatto dai racconti dei nobili francesi di ritorno da quella crociata”. Non può confessare che a un parente, Ottone de la Roche, è attribuito il trafugamento del mandylion bizantino e il suo trasporto in Francia.

Ma come è arrivato da noi?” chiede Pietro, che sa che i cavalieri del Tempio hanno raccolto molti oggetti in Terrasanta.

Probabilmente attraverso i vostri confratelli” accusa con garbo Berthod. Nessuna ignora che un de la Roche è un alto dignitario dei cavalieri del Tempio.

Pietro tace, perché ritiene plausibile l’ipotesi. Preferisce sorvolare sull’argomento per evitare equivoci o malintesi. Entrambi sanno che non è il momento di approfondire il tema. Quindi conviene cambiare argomento.

Secondo i racconti evangelici” comincia con cautela Pietro, “il corpo di Gesù Cristo, deposto dalla croce, venne avvolto in un telo per essere collocato nel sepolcro”.

Berthod annuisce con la testa, Anche lui ha letto gli antichi testi dei vangeli che parlano esplicitamente di questo. Tuttavia non riesce a credere che questo grande telo sia quello che ha avvolto il corpo di Cristo.

Sicuramente è antico” fa l’abate, osservando l’impronta del viso, che appare appena accennata. “Ma come possiamo affermare che esso sia il sudario dei vangeli?”

Poi in silenzio ricominciano a piegare con cura il lenzuolo, seguente le tracce delle antiche piegature. A Berthod sorge una domanda, che finora non ha esplicitato.

Ma il cardinale Francesco Caetani cosa vi ha ordinato?” domanda l’abate, riponendo il manufatto nella sua custodia.

Nulla di più di quello che vi ho detto” afferma Pietro. “Un’unica raccomandazione. Il sacchetto deve essere consegnata nelle mani di Berthod de la Roche, Come ho fatto puntualmente”.

All’abate non rimane altro da fare che nascondere in un posto sicuro la preziosa reliquia.

Ancora adesso nel riportare a galla quelle memorie provoca in Pietro una commozione irrefrenabile. ‘Per molte settimane è rimasto a contatto con la mia pelle’ pensa, mentre rievoca tutte le vicende che l’hanno visto coinvolto in Gallia e in Lombardia. ‘Non ero a conoscenza del valore simbolico di questo telo’.

Porta San Isaia si apre, mentre i contadini a piedi o coi carri si mettono in moto per accedere alla città. Pietro si mescola con loro, che hanno atteso prima del sorgere del sole il via libera all’ingresso. Il frate segue la seconda cinta fino a raggiungere Strada Maggiore. Riconosce il luogo familiare dall’imponente torre campanaria.

Pietro è di ritorno alla magione, mentre un motto di commozione inumidisce i suoi occhi. Non si avvicina ma prosegue verso la chiesa di Sant’Homobono.

La città gli è apparsa uguale a quella che ha lasciato a fine ottobre dell’anno precedente. Il solito frastuono del mercato di Mezzo, la triplice cinta muraria a protezione e gli abitanti più propensi al divertimento che a mostrarsi timorosi di Dio. Solo la commenda gli è apparsa più triste rispetto a quattro mesi prima. Intuisce che il precettore, frate Giovanni, non è riuscito a superare l’inverno lasciando un vuoto. Deve chiedere notizie senza dare nell’occhio. Ha visto uomini armati che sostavano dinnanzi al portone. Quelle che riceve non sono confortanti. Sono rimasti tre templari e un servo a mandare avanti la commenda. Il vecchio precettore, prima di morire, gli riferiscono, li ha esortati a rispettare Dio e attendere il ritorno di Pietro.

Pietro da Monte Acuto sarà il mio successore’ ha detto qualche giorno prima di spirare ai tre fratelli intorno al suo giaciglio. “Attendete con pazienza. So che sarà ancora qui con noi. Vi guiderà fuori da questa tempesta”.

L’informatore non l’ha riconosciuto. Pietro torna sui suoi passi.

Pisae, 21 dicembre 1307, ora terza – anno secondo di Clemente V

Louis esce dall’arcivescovado infuriato. ‘Quel frate non nemmeno voluto ascoltare le mie ragioni’ si dice col viso congestionato, mentre torna alla locanda dove alloggia. ‘Non ha voluto nemmeno leggere la lettera del cardinale Colonna”.

Sa che la sua missione si concluderà senza un niente di fatto. Ritiene inutile mettersi in viaggio subito, perché ormai la preda gli è scivolata tra le mani. ‘Chissà dov’è!’ pensa il cavaliere, entrando nella locanda ai tre Gufi.

Rimane a Pisae per tre giorni prima di prendere la strada per Ravenna. ‘Un viaggio inutile’ si dice, spronando il suo cavallo, ‘ma tentar non nuoce’. Gli hanno consigliato di proseguire verso Florentia seguendo il corso dell’Arno. Proseguendo oltre, si va a Pontem de Sieve e poi verso Bibbiena. Da lì si superano gli Appennini verso Forum Livii.

Louis non ha fretta. Si ferma per Natale a Florentia, prima di prendere la strada controvoglia della via aretina. Leggere nevicate ostacolano il suo cammino. È talmente sfiduciato che non chiede nemmeno se per caso un templare fosse transitato dalle locande dove pernotta. È l’ultimo giorno dell’anno, quando si ferma a Bibbiena ai tre usignoli per festeggiare l’arrivo del nuovo.

Vi conviene aspettare” gli ha detto l’oste. “Il valico è sotto una bufera di neve. Se vi mettete domani in cammino, rischiate grosso”.

Louis sbuffa ma non può combattere contro il maltempo e si rassegna a restare in paese. Se avesse chiesto notizie sul passaggio di un templare, l’oste gli avrebbe detto: ‘Sì, un templare è arrivato dalle terranove di Fiorenzuola. Stamani è ripartito verso meridione, seguendo la via aretina’. Tuttavia Louis pare che si sia dimenticato di Pietro e della missione da svolgere. Preferisce la compagnia di donne allegre e pronte a entrare nel suo letto. Con ogni probabilità in un paio di giorni l’avrebbe raggiunto e poi chissà cosa sarebbe successo. Invece Louis pensa a raggiungere Ravenna per parlare con l’arcivescovo, dando per scontato che il frate si sia fermato nella magione bolognese.

Solo alla fine di gennaio Louis è a Ravenna ma l’arcivescovo non lo riceve. Lui fa anticamera fino al sette febbraio, quando alla fine lo ammette al suo cospetto nel castello di Argenta. La sua residenza abituale.

Rinaldo da Concoregio ha una figura che incute rispetto. Gli occhi mobili, la parlantina sciolta mettono soggezione a chiunque. Anche Louis ne subisce le conseguenze.

Prova a perorare la sua causa ma viene liquidato da un perentorio ‘No’.

I templari obbediscono solo al Papa” fa Rinaldo nel respingere la richiesta del cavaliere francese.

Ma il mio Re li ha accusati di blasfemia ed eresia” tenta di dire Louis.

Rinaldo stringe gli occhi e incupisce il viso.

Il vostro re” dice l’arcivescovo, senza nominare il nome di Filippo IV, “commette uno spergiuro. I templari sono soggetti alla solo legge divina che il nostro Papa, Clemente V, amministra con grande saggezza”.

Detto questo con un gesto perentorio della mano dichiara chiusa l’udienza e comanda l’uscita di Louis. Rinaldo è un fine giurista e un abile diplomatico ma dal 1306 si è dedicato alla vita pastorale della sua vasta diocesi con visite frequenti nelle parrocchie e con numerosi sinodi provinciali. Proprio due settimane prima ne ha indetto uno per discutere la bolla papale sui templari e sui loro beni del 22 dicembre dell’anno precedente. Hanno deciso di applicare la regola per la quale l’ordine dei Cavalieri del Tempio sono sotto la giurisdizione del Papa. Quindi non procederanno al loro arresto ma li lasceranno nelle loro commende, anche se non potranno amministrare i loro beni.

Louis nel lasciare il castello di Argenta capisce che la sua missione è terminata e non gli resta che intraprendere il viaggio di ritorno verso Paris.

Il primo marzo del 1308 si mette in cammino verso la Lombardia superiore col tempo che è soleggiato.

Una storia così anonima – parte quarantanovesima

Standard
dolcetti - foto personale

dolcetti – foto personale

Mentone, 9 marzo 2016, ore diciannove

Luca ha trovato un parcheggio custodito a tempo a trecento metri dall’hotel. Salito al piano, trova la porta socchiusa. Luca si stupisce. ‘Non è da Van lasciare la porta aperta’ si dice, spingendo il battente. La camera presenta un colpo d’occhio notevole, anche se ormai è buio. La vista del porto con le sue luci multicolori colpisce per un istante Luca, che nota il loro bagaglio a terra vicino al letto matrimoniale.

Van?” chiama il ragazzo, senza ottenere risposta. La porta della terrazza è chiusa. Alla sua destra filtra la luce del servizio.

Van, dove sei?” fa Luca, che si sta allarmando. Non è da Vanessa fingere di essersi nascosta, pensa, muovendo qualche passo cauto in direzione del bagno. Sul pavimento nota le mutandine della ragazza. Adesso il sospetto acquista certezza. ‘È successo qualcosa a Vanessa’ si dice inquieto. Nel bagno non c’è nessuno. Per terra qualche pezzo di carta igienica. Gira intorno al letto matrimoniale senza vedere nulla, come dietro i due divani. Solo adesso osserva la tracolla dell’amica sul letto, abbandonata. Probabilmente gettata da Vanessa, quando si è precipitata nella stanza.

Esce a precipizio, lasciando la porta aperta. Si fionda nella hall per chiedere notizie alla reception ma vede attraverso le vetrate che danno sul corso una Mini blu che si sta allontanando. La persona alla guida è Henri. Di questo ne è certo con accanto una persona che appare incosciente. Esce sulla strada e fa in tempo a leggerne la targa. Non è italiana e nemmeno francese. A spanne gli pare una inglese. La sua memoria visiva imprime nella mente lettere e numeri, nel caso dovesse servire. Ritiene inutile gettarsi all’inseguimento. Ha troppo vantaggio e non saprebbe cosa inseguire.

Rientrato nella hall, si dirige verso la bionda receptionist, che lo sta guardando con gli occhi sgranati. Non capisce i movimenti di Luca, che le appaiono strani.

La signora Felici” fa il ragazzo, che muove la mani e lo sguardo in modo frenetico, “è per caso uscita con qualcuno?”

Non, Monsieur” risponde cortese.

Merci” fa Luca, avviandosi verso l’ascensore.

Una volta in camera Luca comincia a riflettere sulle prossime mosse. ‘Vado alla Gendarmerie?’ Scuote la testa. Ritiene inutile un simile passo. ‘Perderei un sacco di tempo senza essere creduto, perché la storia di Henri suona inverosimile’. Nel mentre Vanessa chissà dove è finita, pensa. Passare il confine, che dista solo un chilometro e fare la denuncia alla polizia italiana non avrebbe esito migliore. ‘Meglio tentare da solo’ si dice.

Estrae dalla tasca dei pantaloni il suo Samsung. Con lo sguardo cerca l’Iphone di Vanessa. In vista non c’è. ‘Speriamo che non sia nella tracolla’ si dice, rovesciandone il contenuto sul letto. C’è di tutto. Assorbenti, lucido per labbra, fard, portamonete, fazzoletti assortiti, chiavi, pillole varie e un paio di bustine di Control Retard. Luca sorride nel vederli. Il telefono comunque non appare. Tira un sospiro di sollievo. ‘Dunque è rimasto nei pantaloni di Vanessa’ fa con un lungo respiro.

Armeggia col suo smartphone. Cerca la app Cento passi tra le decine di icone che punteggiano il display. Sorride, perché è una app speciale, dono del suo amico Manetta. Manetta è un hacker buono, ammesso che ne esista uno. Ha creato un piccolo programma, un gioiello informatico sia per il suo Samsung che per l’Iphone di Vanessa. Questa app ufficialmente è nel Google Play come un innocuo programmino che conteggia i passi. In realtà una volta installata e collegata al PC diventa un oggetto che prende il controllo del sistema, senza che all’esterno si noti nulla di anomalo. Collegato al programma gemello, è in grado di fornire sia la sua posizione che quella dell’altro telefono e d’inviare messaggi di alert invisibili a chi non li conosce. Come chicca fornisce anche la mappa del percorso dello smartphone gemello. È già entrato in funzione a Rennes-le-Château durante la spedizione nella chiesa. Se per il Samsung è stato relativamente facile installarlo, sull’Iphone Manetta aveva dovuto aggirare le protezioni del sistema Apple, sfruttando una delle numerose falle dell’IOS. Questa app è molto particolare e sicura, perché funziona anche a dispositivo spento o con la batteria quasi esaurita. Infatti se il telefono viene chiuso, l’app si attiva e impedisce lo spegnimento totale, consentendo d’inviare l’informazione di geolocalizzazione e gli alert. In apparenza il telefono appare muto, mentre in realtà è attivo per questa sola funzione. Qualora il livello della batteria scenda sotto di una certa soglia percentuale, avvia lo spegnimento virtuale e rimane attiva solo questa.

Luca osserva la funzione attivarsi e stabilire un contatto con l’Iphone di Vanessa. Vede che il segnale della geolocalizzazione si muove. ‘Buon segno’ pensa, anche se non vuol dire nulla. Ricorda lo scherzo del dispositivo, inserito nella valigia della ragazza, che ha depositato su un’altra vettura. Henri avrebbe potuto fare la identica mossa, sistemando il telefono della ragazza dentro un’altra macchina. ‘Se fosse così’ si dice, ‘sarebbe un bel guaio’.

Luca attiva la mappa e nota che il dispositivo è sulla Turbie, sopra Montecarlo. Adesso deve prendere una decisione non facile. ‘Mi metto all’inseguimento subito’ si chiede, chiudendo gli occhi, ‘oppure domani mattina di buon ora?’

Guarda l’ora sono le venti e si sente molto stanco. ‘Ma per procedere ho la necessità di un secondo telefono’ si dice, mentre esce alla ricerca di uno store per l’acquisto e di una trattoria per mangiare qualcosa.

A tavola ricostruisce il percorso che ipoteticamente Henri e Vanessa hanno seguito. ‘Non ci sono state soste, salvo quelle legate al traffico’ riflette, allentando la tensione dei muscoli facciali. ‘Dunque è al momento con loro. Lasciato l’hotel si è diretto verso Montecarlo prima di prendere le strade del mitico rally’.

Tornato in albergo, paga il pernottamento in anticipo. Vuole essere libero di lasciare l’hotel a qualsiasi ora della notte. Decide per un breve risposo. ‘Un paio d’ore mi sono sufficienti per non avere un colpo di sonno’ si dice, distendendosi sul letto vestito. ‘Alle due parto alla loro caccia’. Punta la sveglia sul secondo Samsung, che ha comprato poco prima e si addormenta.

Mentone, 9 marzo 2016, ore diciotto e trenta

Pierre intuisce che ha una breve finestra per tentare il sequestro della ragazza. Il ragazzo deve cercare un posto per la macchina, la compagna ha la necessità urgente di un servizio. Lo percepisce da come lei si muove agitata e nervosa, da come stringe le gambe e dal viso congestionato per l’impellente bisogno. Apre il tablet e cerca Hotel Napoleon. In un attimo ha la pianta dell’albergo e i punti di debolezza. Scende senza chiudere la Mini, entra nella hall e segue la ragazza fino all’ascensore. Visto il piano di fermata, sale velocemente le scale per appostarsi vicino all’uscita del lift. Sorride, perché la necessità del servizio è talmente urgente, che non chiude la porta della camera. ‘Brava’ pensa, mentre si introduce furtivo dentro con la bomboletta di spray narcotizzante.

È nuda dalla cintola in giù, quando la vede di spalle, e tiene in mano mutandine e pantaloni. Spruzza e la prende al volo prima che cada per terra. Gli indumenti, che teneva, scivolano sul pavimento. Lui raccoglie i pantaloni per metterli alla ragazza, Non può perdere tempo con le mutande. Poi sorreggendola con un braccio, esce dall’uscita di servizio. Sa che non è presidiata per caricarla come un sacco di patate sulla Mini. Le mette la cintura di sicurezza per non correre il rischio di essere fermato da una qualche pattuglia di polizia e assicurarsi che non cada. Deve apparire come addormentata.

Sono poco più delle diciannove, quando mette in moto la macchina e parte dolcemente. Prende il tablet, posizionandolo sotto il cruscotto. Digita qualche indicazione e come per incanto appaiono le indicazioni stradali da seguire. Si muove con cautela. Cè un notevole traffico verso Montecarlo. Così un tragitto di mezz’ora si raddoppia in un amen.

Raggiunto Turbie, si dirige verso Sospell per poi puntare su Tende, dove ha deciso di sostare. Sembra un giro vizioso ma gli serve per depistare se qualcuno si fosse messo sulle sue tracce.

È quasi mezzanotte quando arriva a Tende. Ha prenotato presso Le Miramonti, annunciando che sarebbe arrivato tardi. La ragazza è ancora sotto l’effetto dello spray. La prende in braccio, fingendo che sia addormentata.

Domani mattina sveglia alle sette” chiede alla receptionist, prima di chiudersi nella stanza prenotata.

La depone sul letto, assicurandola con un paio di manette alla testiera del letto. Mette un bavaglio sulla bocca di Vanessa per evitare che richiami l’attenzione di qualcuno. Pierre si mette a dormire sul divano. Il sonno non tarda a venire.

Una storia così anonima – parte quarantottesima

Standard
Foto personale

Foto personale

Abbazia di Valvisciolo, 15 gennaio 1308, ora sesta – anno terzo di Clemente V

Nell’ora sesta il quindici gennaio Pietro bussa al portone dell’abbazia. È una giornata grigia. L’aria fredda sferza il viso del frate, facendolo rabbrividire. Aspetta con pazienza che aprano la porta. È la prima volta che arriva a Sermoneta. Non si era mai spinto oltre Roma. L’abbazia, edificata nel dodicesimo secolo, era stata abbandonata per molti anni. Per toglierla dallo stato di abbandono è stata occupata dai Templari e restaurata. Pietro ne conosce la storia ma ignora, se troverà i confratelli del sud oppure altri monaci.

Il viaggio è stato lungo e faticoso, avversato dal maltempo. Era partito a metà dicembre dall’Abbazia di Chiaravalle sotto una fitta nevicata. Lo stato delle strade non gli ha consentito una marcia spedita, nemmeno dopo l’attraversamento del Padus a Placentia, perché alla neve si è sostituita la pioggia e la bruma invernale della pianura della Lombardia inferiore. Arrivato in prossimità di Bologna ha preferito evitarla per non rimanere bloccato nella magione, compiendo un largo giro verso le terre estensi, prima di raggiungere la via bolognese. Questa strada conduce alla vallata del Sieve, nella Romagna toscana, scavalcando un passo basso e agevole. Da quando ha iniziato a muoversi tra la pianura della Lombardia e le terre del sud, ha seguito questa via. La preferisce al valico di Monte Bardone più a settentrione e a quello dell’Alpe di Serra a meridione. la strada è una stretta mulattiera che tra castagneti e vegetazione di basso fusto avanza su dolci crinali. Sul punto più elevato c’è una locanda che i viandanti chiamano Hostaria. È il luogo dove sostano i pellegrini provenienti dalla via Romea ungarica, mentre si dirigono verso Roma. Sono circolate strane storie su questo punto di ristoro e di riposo. In più di un’occasione i templari romagnoli sono intervenuti per capire che fine avevano fatto dei viaggiatori spariti nel nulla senza trovare niente di anomalo. Durante un viaggio di ritorno da Roma Pietro ha ascoltato nella terranova di Fiorenzuola un racconto orripilante, che avrebbe tolto il sonno a chiunque. Queste voci narrano di viandanti, che, stremati dal lungo viaggio, trovano una locanda a prima vista accogliente sul crinale che separa le vallate della Sieve e del Santerno. È il punto di ristoro sognato nel lungo viaggio a piedi durante il loro pellegrinaggio. Tuttavia una triste sorte aspetta quei poveri diavoli, che invece di proseguire hanno deciso di fermarsi. La leggenda, perché secondo Pietro tale è, racconta che questi siano uccisi nel sonno e le loro carni sarebbero usate per sfamare altri viandanti. Pietro si è sempre domandato quanto di vero ci fossero in quelle dicerie. Personalmente non ha mai creduto a queste chiacchiere, perché non sono state trovate prove a sostegno della loro veridicità. Per quello, che è a sua conoscenza, non risulta che pellegrini di ritorno da Roma siano stati vittime di simili barbarie, né ha mai notato la sparizione di qualcuno in maniera misteriosa.

Il frate, nonostante questa storia di sangue e di orrore, si è sempre fermato in questa locanda e non ha mai notato nulla di strano. L’atmosfera, che qui si respira, non è cupa tenebrosa ma semplicemente triste. I gestori, una coppia di toscani di mezz’età, appaiono poco propensi all’allegria. Tuttavia la loro cucina è ottima. Pietro ha sempre preferito zuppe di verdure e piatti a base di vegetali, escludendo la carne. ‘Suggestione?’ si è chiesto il frate una volta durante una sosta nel viaggio di ritorno verso Bologna, mentre attendeva la consueta zuppa di cavolo nero e piselli. Anche durante questo viaggio verso Sermoneta ha sostato presso l’Hostaria, evitando come al solito la carne.

Per la prima volta da quando transita di qui, Pietro ha affrontato il valico nel periodo invernale, trovando neve e ghiaccio e molte difficoltà in più. ‘È pur vero che qualche mese fa ho attraversato le Alpi sotto la neve’ si è detto, mentre procedeva a fatica verso la locanda. ‘Ma le strade erano ben segnate. Qui è un tratturo appena abbozzato, dove con facilità ci si può smarrire, finendo in un dirupo’.

Arrivato stremato all’Hostaria, un’improvvisa tempesta di neve l’ha bloccato per diversi giorni, impedendogli di proseguire verso Aretium. Durante questa sosta forzata ha potuto osservare con calma il clima che si respira nella locanda. Non ha percepito nulla di strano e di torbido. I pochi viandanti, che soggiornavano con lui, non gli sono apparsi vittime sacrificali, né timorosi per la loro vita. Ripresa la marcia verso il fondovalle, il percorso è stato più agevole e meno impegnativo rispetto ai giorni precedenti. Ha potuto accelerare il passo senza gli impedimenti del cattivo tempo. Raggiunto Aretium, ha seguito la via Francigena che attraverso la Tuscia orientale conduce a Roma.

Mentre rievoca questo lungo viaggio, si apre una fessura nel grande portone dell’Abbazia. Un monaco vestito di bianco sbarra gli occhi, vedendo un templare bussare alla loro porta.

I vostri confratelli si sono ritirati nella grande commenda sul colle dell’Aventino’ dice il frate guardiano, osservando Pietro.

Il frate abbassa la testa come per annuire. In realtà è un deferente cenno di saluto. Le ultime vicende, nelle quali è stato coinvolto, gli hanno fatto intuire che anche in Lombardia e nell’area romana non tira aria salubre per loro.

Busso” inizia Pietro, prima che la porta si chiuda senza spiegazioni, “perché cerco un fratello. Berthod de la Roche. Mi hanno detto che si è trasferito presso questa Abbazia”.

Il monaco, che ha aperto parzialmente il portone, sta per richiuderlo, quando ascolta le parole di Pietro, e resta interdetto. Tace, perché gli appare strana l’affermazione del forestiero, che è per giunta un templare.

Forse il fratello non è più qui?” domanda il frate, preoccupato di inseguire un fantasma, non ascoltando nessuna risposta.

No” risponde il monaco, che ha ritrovato la parola. “Il fratello che cercate si trova in questo monastero”.

Potrei incontrarlo?” incalza Pietro, che respira più rilassato.

Per quale motivo desiderate vederlo?” chiede il frate, tenendo sempre socchiuso il portone.

Ho una consegna per lui” dice Pietro, cercando di fornire il minimo delle informazioni.

Cosa?” domanda di nuovo il monaco, ben deciso a non farlo entrare senza una spiegazione convincente.

Non posso rivelarlo” fa Pietro per non tradire il compito assegnato. “Il cardinale Caetani mi ha ordinato di consegnarlo solo nelle mani del fratello Bethod de la Roche”.

Pietro parla con calma senza sollevare il capo ma deciso a non rivelare l’oggetto da recapitare. Non mostra segni di impazienza, né assume toni arroganti. L’intonazione della voce è umile e bassa.

Aspettate qui” gli dice il frate guardiano, chiudendo il portone.

Dopo un’attesa, che a Pietro appare lunga, si riapre il battente per accogliere il templare e il suo cavallo. In silenzio lui segue il monaco, che dapprima lo conduce alle stalle e poi nel monastero. Nella sala capitolare seduto sullo scranno sta un monaco dalla corporatura imponente e dal viso carico di anni.

Pietro Roda, templare della commenda di Bologna” si presenta Pietro, inginocchiandosi davanti a quello che gli appare il priore dell’Abbazia.

Alzatevi” fa il monaco, accompagnato da un gesto della mano. “Dovete consegnare qualcosa a Berthod de la Roche?”

Sì, fratello” dice Pietro, mentre osserva con attenzione la figura che sta dinnanzi a lui.

Ebbene potete farlo” fa il monaco allungando la mano.

Il cardinale Francesco Caetani mi ha ordinato di darlo in consegna a Berthod de la Roche. Solo a lui, di persona” afferma Pietro per nulla intimorito da quella figura ieratica.

Sono io” afferma il frate, inarcando per un attimo una sopracciglia. “Non vi fidate?”

Non lo conosco” replica Pietro diffidente. “Potrebbe essere chiunque”.

Il monaco si alza dallo scranno e prende sottobraccio il templare. “Venite” e si dirigono verso il refettorio dell’Abbazia.

Arrivati all’ingresso della vasta sala, un monaco spalanca gli occhi nel vederli, mentre quello, che legge i salmi della Bibbia, si ferma. Tutti smettono di mangiare.

Abate Berthod” fa un cistercense anziano, “ci rende un grande onore sedersi alla nostra umile tavola”. E fa posto ai nuovi arrivati.

Dalle cucine arrivano due scodelle, due brocche di vino e due teli di lino, che avvolgono del pane bianco. Pietro e Berthod mangiano in silenzio, come ha già sperimentato a Chiaravalle. ‘Dunque lui è l’abate del monastero’ pensa il templare pulendo la scodella col pane. ‘Capisco anche la sorpresa degli altri monaci, perché non capita mai che lui stia a tavola con loro’. Se aveva la necessità di conoscere l’identità del misterioso Berthod, adesso ne ha la conferma senza il minimo dubbio.

Finito il pasto, sempre in silenzio, si ritirano nelle stanze del priore. Pietro senza dire nulla preleva da sotto la tunica il sacchetto, che ha custodito con molta cura, consegnandolo a Berthod.

Pisae, 18 dicembre 1307, ora terza – secondo anno di Clemente V

Luis è al cospetto dell’arcivescovo di Pisae, frate Giovanni. Cerca con parole semplici di spiegare i motivi della sua presenza.

Guillaume de Nogaret mi ha affidato il compito di arrestare e accompagnare a Paris un templare bolognese” comincia Luis non molto sicuro delle sue affermazioni.

L’arcivescovo appoggia il capo sul palmo della mano e medita sulle parole di questo cavaliere francese. Ha letto la bolla papale del 22 novembre, Pastoralis praeeminentiae, dove viene ordinato l’arresto di tutti i templari e la confisca dei loro beni, ponendoli sotto la tutela ecclesiastica. Tuttavia non comprende il senso delle sue affermazioni. ‘Per quale motivo’ pensa frate Giovanni, ‘un cavaliere francese della corona di Francia insegue e chiede l’arresto di un templare bolognese? Non è nemmeno sotto la mia giurisdizione’.

Dopo una lunga meditazione l’arcivescovo emette il suo verdetto.

Non ho ricevuto istruzioni sull’arresto dei templari della Lombardia inferiore” comincia cauto il prelato. “La bolla papale afferma che templari e beni devono essere posti sotto la tutela del Papa. Quindi non posso essere d’aiuto. Visto che la magione di Bologna dipende dall’arcivescovo di Ravenna, vi suggerisco di andare colà e chiedere udienza a Rinaldo di Concoreggio, che regge la diocesi ravennate”.

Detto questo congeda Luis, che ha capito di non riuscire a prendere il frate, abile nel muoversi e protetto dagli arcivescovi della Lombardia e della Tuscia.

Luis è ormai rassegnato a tornare in Francia a mani vuote.